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martedì 5 ottobre 2010

Silvio Rosa Teio e Teresa Colussi Oliva

Coniugi. Nati rispettivamente il 20 marzo 1910 a Borgo Cudili, località Colvere, frazione di Frisanco (PN) e il 24 novembre 1907 a Poffabro (PN). Residenti in Borgo Cudili.

Nastro 1998/12 - Lato B                             19 maggio 1998

Abitano in una caratteristica antica casa, dove una colonna riporta anche una scritta, da decifrare. Casa con i "paói", ballatoi in legno che servivano per mettere il fieno ad asciugare e conservare. Un borgo ormai spopolato.

SRT (= Silvio Rosa Teio). [...] Quando sono venuti i tedeschi posso dire una cosa: che la mia mamma mi ha dato sei sette galline che avevamo noi e mi ha detto vai su un buco qua dietro la casa, perché vengono e mangiano tutto.
Difatti ne erano rimaste ancora due-tre galline, nel pollaio, sono arrivati due militari, le hanno prese e le hanno messe nella "caldaia" e uno con la gavetta beveva il brodo, mentre bollivano. 
Fame!
Però le sei galline che ho nascosto non sono riusciti a trovarle. Erano dentro ad un fossato, alto. Le ho portate con una gerla e le ho tenute finché i soldati sono stati là poi, quando loro sono andati via verso Maniago, io sono ritornato e le ho rimesse nel pollaio.
Quando hanno perso la guerra i tedeschi sono ritornati indietro. Con un asino, una mitragliatrice e 25-30 uomini sono passati per questa strada.
Mia mamma ha detto andiamo a veder che adesso arrivano i militari nostri, gli italiani. Allora non c'era la galleria, e su quell'ultimo ponte ("il terzo ponte") abbiamo trovato un soldato italiano che veniva avanti con una motocicletta e ci ha chiesto:
- Avete visto i tedeschi?
- Eh, sì, sono andati.
- Beh, han perso la guerra!
I tedeschi, mentre scappavano con l'asino non ci hanno fatto niente.
Quando invece venivano a portare la posta - perché c'era anche a Poffabro un po' di comando - mangiavano i córnoi [frutti del corniolo - cornolàr, Cornus Mas]. È una pianta selvatica che fa dei "bromboletti" rossi, che li si può mangiare. È una pianta del bosco e con quei frutticini si può fare anche il vino: si mettevano su una bottiglia, faccia conto mezzo kilo di questi cornoletti, con due litri d'acqua e veniva fuori un vino speciale, una bevanda non alcolica di colore rosso.
I tedeschi, quando venivano su a piedi da Maniago e trovavano questa pianta, prendevano i frutti - che hanno un ossetto dentro - e li mangiavano. C'è ancora una pianta di quel tipo, di là del torrente. Adesso i frutti ci sono, ma sono ancora verdi, vengono rossi più tardi.
I tedeschi venivano solo a controllare. A Poffabro c'era il comando e anche a Frisanco. Venivano solo a guardare se potevano trovare qualche cosa da mangiare.
Poi qua c'era uno della Bassa Italia. Siccome nella ritirata certi militari che dovevano andare in Bassa Italia sono rimasti nelle case, non so se mi spiego, hanno fatto confidenza e gli si dava da mangiare, anche se ce n'era poco anche per noi. Ma loro non stavano senza far niente, facevano un gerlo, dei rastrelli per tirare il foraggio, quello che sapevano fare.
Quando venivano i militari tedeschi, gli si diceva: «Guarda che ci sono i tedeschi» e loro andavano nel bosco.
Non erano come i partigiani, non erano armati: stavano solo nascosti.
Non li si chiamava proprio disertori, perché erano rimasti indietro quando c'era stata la ritirata, e hanno dovuto nascondersi qui.
Noi non si diceva niente, era come fosse un morto. Non sapeva nessuno che ce n'era uno qua, uno nel borgo Polazzi, uno nel borgo [...]. Nessuno sapeva che c'era. Noi lo sapevamo tutti che c'erano questi soldati italiani, ma i tedeschi non lo sapevano.
Qua nel borgo di Cólvere saranno stati un 5-6. A Poffabro ce n'erano di più, anche se c'era il comando tedesco. Stavano su sulla montagna, avevano fatto come una trincea e quando si accorgevano che venivano i tedeschi, allora andavano su e si nascondevano.
Alcuni erano proprio da Poffabro «erano rimasti indietro», non hanno fatto apposta, non hanno fatto in tempo. [I testimoni lo dicono con convinzione].
Per non farsi prendere dai tedeschi e andare in guerra sono rimasti nascosti nel bosco. Hanno buttato via tutte le divise italiane e si sono vestiti da borghesi: vestiti, camicie, quello che capitava. Sono stati alla macchia, non disertori: non hanno fatto in tempo a passare.
TCO (= Teresa Colussi Oliva). Invece a casa mia erano passati in 4-5, durante la ritirata e ci avevano lasciato due tre bei pezzi di carne che avevano con loro e che non avrebbero potuto portarsi avanti. Poi hanno proseguito nella ritirata. Sono arrivati i tedeschi il giorno dopo e hanno portato via tutto.
SRT. Il fratello mio, classe 1999, ha fatto in tempo verso Maniago Libero, durante la ritirata, ad incontrare dei parenti che erano di laggiù e a dir loro di avvertire la famiglia che stava per ritirarsi.
TCO. "Classe 1999", c'era una canzone che faceva: «General Cadorna, capo degli assassini, chiama il '99 che sono ancor bambini.» 
SRT. Mio fratello era alpino ed era stato prima sul fronte ad Osoppo. Invece di venire qua e fermarsi, quando era a Maniago ha continuato per la sua strada verso il Piave. Aveva sullo zaino una forma di formaggio che gli aveva dato sua mamma due giorni prima. Per fortuna aveva quella, perché una pallottola ha forato la forma di formaggio e così non lo ha preso. Questo è successo dopo Maniago Libero, verso Montereale. [...]
È passato per Poffabro – sulla strada che va a Pala Barzana – lo Stato maggiore italiano. Siamo andati a contare le macchine e abbiamo contato 110 macchine, automobili come erano quella volta, piene di ufficiali dello Stato Maggiore. A Pala Barzana non c'era la strada bella come è adesso.
A Pala Barzana è morto anche un italiano, comunque poca roba, poca resistenza.
TCO. Ricordo solo che sono venuti avanti [i tedeschi, a Poffabro]. Siamo venuti tutti in piazza.
Noialtri avevamo una stalla, fuori, e vi avevamo portate le bestie perché un tedesco aveva detto a un mio zio che sapeva parlare il tedesco – perché era stato a Vienna tanti anni: «Portale via le mucche, perché sono pieni di fame e ve le ammazzano e ve le mangiano tutte».
Tutto uno squadrone di tedeschi ... a casa mia hanno cucinato una mucca e un maiale e l'hanno mangiati là in casa. Poi sono andati in camera, hanno tirato giù le lenzuola dal letto, nel comò sono andati a prendere le lenzuola pulite e ci hanno detto: «Questa sera qui dorme il comando.» E noi siamo andati a dormire nel fienile.
Però non hanno rubato niente. Avevano fame loro, pensavano solo al mangiare. Il giorno dopo se ne sono andati.
C'era l'albergo a Poffabro – l'albergo di Pièri – e là vi hanno messo il comando. Dopo si aveva sempre paura perché venivano sempre per le case a veder se trovavano qualche cosa.
Ah, io ho patito la fame in quella guerra; in questa, l'ultima, no.
SRT. Anch'io ho patito la fame, ma anche adesso in questa guerra l'ho patita.
Quando è finita la prima guerra è venuto un medico americano a Maniago in via Roma dove c'è un barbiere. C'era questo medico americano e mia mamma ha detto a mio papà: «Lo portiamo giù» ... per vedere se poteva farmi qualcosa, perché si mangiavano peteràti, cioè un'erba che cresce sul campo, come il radicchio e se non c'era altro la si tagliava e la si mangiava. Inoltre si mangiava la cùca un'altra erba più garba. Si trovano anche adesso: dopo gliele faccio vedere.
Non c'era niente da mangiare. Prima si era nascosta un po' di roba, ma dopo è finito tutto. [...] Si andava Alla Bassa, a Pordenone, Grions, Portogruaro e là si trovava un po' di biava, un po' di frumento, quel che si trovava. Si stava via due tre giorni e si dormiva per i fienili, per le stalle. Si chiedeva al padrone se ci lasciava dormire per la notte. Sempre chiedere.
Si riusciva sempre a portare a casa qualcosa, a volte pagando ma volevano solo soldi italiani, non corone. Noi avevamo un po' di soldi frutto dei risparmi, come si fa nelle famiglie. Quella volta noialtri i soldi li avevamo nascosti e quando si andava Alla Bassa se ne portavano un pochi. [...] Andavano Alla Bassa i nostri genitori, papà e mamma.
Mio papà non era in guerra, mio zio sì (quello del '99).
TCO. Quando ci hanno liberato dai tedeschi mia mamma è andata a Maniago, come tutti.
C'erano di quelli che scrivevano su un tavolino per conto di chi non sapeva scrivere e mia mamma ha mandato una cartolina in America ... perché tutti i paesani che erano in America volevano sapere se erano ancora vivi quelli del Friuli. E quando la cartolina arrivava in America si riunivano tutti i paesani per sentire le ultime novità dal Friuli, dopo un anno sotto i tedeschi.
Come morti, durante l'occupazione, non ne hanno fatti, i tedeschi, ma come prendere roba da mangiare hanno portato via tutto!
D. Si sente dire che sono nati tanti bambini illegittimi, da questi tedeschi?
R. Qua no, non posso dire in altri posti.
Loro badavano al mangiare. Venivano dentro e portavano via tutto.
Quelli della posta - che le ho detto prima ­- venivano da Maniago a portare la posta ai suoi soldati e si fermavano a mangiare i frutti di questo corniolo. Poi proseguivano. Erano in due quelli della posta e venivano su a piedi.
SRT. Quando gli italiani sono tornati a liberarci, sono passati di qua un asino con sopra la mitragliatrice e con una ventina di tedeschi dietro; senza parlare e senza dire niente.
Io e mia mamma abbiamo visto questo asino con la mitragliatrice e i militari che vanno verso l'Austria. Ho detto a mia mamma: «Ma allora siamo liberati, andiamo a vedere a Maniago». Siamo scesi verso Maniago, e quando siamo stati là in mezzo alle gallerie, che c'è il ponte, è arrivato un italiano con la motocicletta e ci ha chiesto:
«I tedeschi sono andati?»
«Sì, sì sono andati.»
Era l'unico italiano, dopo non ne abbiamo trovati altri fino a Maniago.
A Maniago era come una festa anche se non c'era niente. Non c'erano bandiere, soldi non ce n'erano. Niente non c'era, patito la fame; allora era poca festa, non so se mi spiego.
TCO. Quando sono arrivati gli italiani, mia mamma è andata giù a Maniago.
Dappertutto è stata fame. Beh, forse Alla Bassa, laggiù, nei paesi più bassi dove avevano terra, producevano qualcosa nella loro terra. Ma invece qua no.
SRT. Qua era rimasto solo un po' di formaggio perché mio papà aveva 5-6 mucche. Avevamo una stazione di monta che abbiamo tenuto per 37 anni...
TCO. Non so se allora vi siano rimaste le mucche, perché da noi lassù a Poffabro, no.
SRT. Sì, infatti poi hanno fatto piazza pulita anche delle nostre.
TCO. Le galline le nascondevamo. A Poffabro noialtri andavamo su verso quella montagna là (sul Monte Raut) o meglio in località Ai Larcs, dove avevamo una stalla e un fienile. Là avevamo nascosto anche qualche forma di formaggio dentro al fieno.
Un giorno mentre io e mia mamma andavamo lassù a vedere, perché vi si andava tutti i giorni, abbiamo visto i tedeschi che scendevano con le forme di formaggio nel sacco!
SRT. Si nascondeva qualcosa da mangiare anche nei prati, si facevano delle cataste di fascine e dentro vi si nascondeva qualcosa da mangiare; con i topi o senza topi.
In quell'anno niente scuola...
D. Quando sono arrivati gli italiani, dicevate già allora "ci hanno liberato gli italiani" oppure lo dicevate dopo, finita la guerra?
R. No, lo dicevamo in quei giorni "ci hanno liberato gli italiani".
Ci siamo accorti che i tedeschi se ne sono andati, e gli italiani ci hanno liberato. Non c'erano più militari tedeschi.
Alla sera, alle quattro e mezza cinque, venivano sempre su due militari, venivano non per la strada, ma per un sentiero. Se c'era qualcosa da prendere lo prendevano e andavano avanti.
D. E gli sbandati italiani, nascosti, anche loro andavano in cerca di mangiare...
TCO. Sì, ma avevano la loro famiglia. Quelli che erano a Poffabro erano tutti del paese.
SRT. In casa nostra invece c'era uno napoletano e quando si vedevano questi tedeschi nei paraggi lo si avvertiva ... e se non poteva ormai uscire più per la porta, usciva dalla finestra e andava sulla stalla qua in alto, dove di solito si recava anche alla notte per dormire.
*
Era miseria. Oggi c'è abbondanza, diciamo, ma quella volta c'era miseria.
Nella nostra famiglia eravamo in dieci persone. Mia sorella Romana è andata in America, sposata con un Giacomelli ed è ancora là vicino a Filadelfia negli Stati Uniti. Poi avevo altre tre sorelle e un fratello maschio che era andato in guerra. [...]
TCO. In casa nostra invece eravamo sole io e mia mamma. Mio papà era in America e non è tornato per la guerra...

Nastro 1998/13 - Lato A

... perché in America la classe di mio papà (che era del 1881) non è stata chiamata. Invece quelli dell'80 sono dovuti andare.
Da Poffabro in tanti, all'inizio del secolo erano emigrati in America.
SRT. Mio papà era in Istria con mio nonno a fare il boscaiolo.
TCO. Mio papà era nelle "mine" del carbone. È tornato dopo la guerra con un po' di soldi e si è stabilito qua. Poi ha cercato di ritornare via, ma gli mancava una carta, allora è andato in Argentina, dove è rimasto cinque anni e dopo è ritornato a casa per sempre.
D. Poffabro, quanti abitanti ha?
­­– Eh, ce n'è pochi, adesso. Quattro gatti a Poffabro, sotto il comune di Frisanco. Qua erano tutti emigranti.
Mio papà è andato a Graz di 14 anni a pestar grava di stéli in stéli nella strada [a spaccar sassi per la strada, dalle stelle alle stelle, cioè tutto il giorno].
Partivano con un gruppo di paesani di Poffabro. [Andavano nelle cave di ghiaia, a rompere i sassi per stenderli nelle strade].
SRT. La nostra casa è stata fatta nel '700. L'hanno fatta i miei antenati che, dopo aver lavorato quello che serviva per vivere, si aiutavano l'un l'altro a costruire.
Interviene il figlio. Andavano nel torrente a prendere i sassi, poi preparavano la calce, poi andavano nel bosco a prendere la legna. C'era fratellanza. Tutte le case di questi borghi sono di sassi. Sassi e legno.
Mi mostra l'interno della casa.
Il focolare, che adesso usiamo solo per far le castagne. Il camino ha un buon tiraggio e una volta veniva regolarmente pulito dallo spazzacamino: appoggiava la scala all'imboccatura e poi vi si arrampicava fino in cima con "schiena e gambe", per poi ridiscendere, tutto nero. Non è che lo spazzacamino scendesse giù dall'alto, ma vi saliva dal basso.
SRT. Io sono ritornato dalla Germania ammalato, dopo la Seconda guerra. [...]
Mi mostra la ferita che ha sul petto, "ricordo" della Germania.
Tre anni e mezzo di pus. In prigionia, un tedesco mi ha colpito col calcio del fucile. Quando sono arrivato a casa sono andato dal medico e gli ho detto di incidermi, di tagliare. Ho stretto i denti...
In Germania facevano 18 cose con il materiale che noi scavavamo in miniera. L'ultima era la ghiaia, la prima il carbone.
Eravamo nei pressi di dove c'erano i forni crematori. Di mille soldati italiani prigionieri siamo rimasti in 90.
Quando ero in Grecia, avevo un amico che poi è diventato primario pediatra dell'ospedale di Vicenza, ed è ancora vivo. [...]
I tedeschi ci hanno preso in Grecia e ci hanno portato in Germania, anche questo medico, un colonnello. Gli ufficiali li hanno messi su un carro e noi ci hanno portato su una miniera. Io ho lavorato sempre in questa miniera.
Quando sono ritornato dalla Germania, un parente - uno zio - mi ha rintracciato il medico vicentino con cui ero insieme in Grecia. Siamo andati a Monte Berico, e per la strada ho dovuto fermarmi due tre volte, perché lo stomaco mi faceva male: avevo lo stomaco piccolo.[...]
Il mio stomaco è rovinato, e dopo la prigionia devo mangiare come le mucche. A volte, dopo essere stato nello stomaco, il mangiare mi ritorna in bocca e lo devo rimasticare. [...]

mercoledì 1 settembre 2010

Intervista a Francesco Daniel, Ponte di Piave TV

Nato il 27 novembre 1905  

Nastro 1993/03 - Lato A                           Lunedì 23 agosto 1993
         
In famiglia all'epoca della prima guerra eravamo in dieci. Mio padre si chiamava Daniel Luigi, era del 1879, portava il pizzo e aveva la barba, tanto che lo chiamavano Mosca Daniel. Mia madre si chiamava Nespolo Maria, ed era del 1885. Inoltre c'erano sette figli, due maschi e cinque femmine. Il più vecchio ero io, poi Agostino. Le sorelle si chiamavano Virginia, Palmira, Antonietta, Isetta e Italia, e tre di loro sono ancora vive.
Dopo la guerra sono nati altri fratelli e sorelle: complessivamente eravamo otto sorelle e quattro fratelli. [...]
Lavoravamo 15 campi di terra in proprietà. Che io sappia eravamo in proprietà da sempre. La casa era la stessa in cui ci troviamo per l'intervista e prima della guerra aveva solo due piani.
Si coltivava soprattutto uva e pannocchie, e un po' di frumento. La vigna era già tirata a Bellussi, ne sono certo, perché ho estirpato io la vigna una ventina d'anni fa.
In pratica avevamo metà azienda riservata al vigneto e metà a cereali e foraggio. In stalla avevamo solo quattro vacche e una cavalla. C'erano poche bestie nelle stalle, all'epoca; solo più tardi abbiamo comprato dei buoi. A quei tempi era così.
Il vino era principalmente raboso (il nero) e riesling (il bianco).
Le pannocchie erano bianche e gialle in sorte.
Le viti erano sostenute da opi [aceri campestri] e gelsi, in modo che si recuperava la foglia dei gelsi per i cavalieri e i rametti degli opi venivano utilizzati come scaràsse [sostegni] che si mettevano nel vigneto stesso e permettevano alle viti di espandere i tralci.
Avevamo anche dei boschi, verso il Piave (al cao de là): c'era arneràra (arnère = ontani) e pioppi, talponi che erano nati spontaneamente. Si trattava di un bosco spontaneo del quale si utilizzava legname al bisogno e un po' di legna la vendevamo. Il bosco in parte era di nostra proprietà e in parte era del demanio.
A causa della guerra sono andato a scuola solamente fino alla seconda elementare, perché nelle scuole elementari di Ponte di Piave si era stabilito un ospedale militare italiano fin dall'inizio della guerra.
A scuola avevo ripetuto sia la prima che la seconda, per quello nel 1915 avevo finito appena la seconda. Molto è stato anche a causa di una maestra che era severa. Si chiamava Nice Zambon (a maestra Zambon) e abitava a Negrisia. Era sorella dell'avvocato, ed era da sposare. Più che severa era cattiva: "spaccava la testa ai ragazzi", botte con la bacchetta.
Era una maestra tremenda, anche troppo, tanto che un ragazzo - che abitava qua in una casa sotto Negrisia ed era un po' duro da capire - una volta che la maestra lo aveva picchiato, si è ribellato e le ha infilato el canòto con il pennino nel sedere. Dopo è scappato e da quella volta non è più andato a scuola. Si chiamava Angelo Davanzo, ed era della classe 1896.
Da parte mia, una volta chiusa la scuola e iniziata la guerra, sono rimasto a casa a lavorare, anche perché mio padre era andato in guerra ed era rimasto ferito (mentre due fratelli di mio padre erano morti).
Mio padre era rimasto ferito a una gamba. Aveva preso come una grossa botta, che pur non avendogli fatto perdere l'uso della gamba lo costringeva a zoppicare. Era rimasto in ospedale ed era venuto a casa in convalescenza [nel 1917] un giorno prima che facessero saltare i ponti.
Appena mio padre era tornato, io e un mio cugino abbiamo scavato una trincea a fianco della casa per poter andarsi a riparare. Eravamo in 25 persone che vi si rifugiavano.
Non eravamo scappati perché degli ufficiali italiani che erano passati da quelle parti ci avevano rassicurato, dicendoci di non scappare, perché tanto sarebbe stata una cosa "di passaggio".
Nella trincea venivano a rifugiarsi anche abitanti delle case vicine, come altri Daniel (della famiglia di Luigi, che però era militare) e anche della famiglia Sartor (due ragazze e il padre). La trincea ci dava un po' di sicurezza nel caso ci fosse stata qualche sparatoria. Ma la cosa è diventata presto ben più grossa.
Siamo rimasti nella trincea tre giorni e tre notti. Solo per far da mangiare mia madre e mio padre uscivano un pochino.
La trincea era una buca scavata nel terreno e ricoperta da grossi tronchi di acacia, sopra i quali erano disposte delle zolle di terra. Vi si accedeva attraverso una piccola rampa.
A un certo punto è arrivata una granata giusto sopra la nostra casa e le pannocchie che erano nel granaio si sono sparpagliate tutt'attorno. Avevamo il maiale che pesava ormai due quintali, ed è stato colpito da una scheggia e sventrato.
Quando abbiamo visto questa cosa, dentro a casa non ci siamo più andati e siamo scappati direttamente, dirigendoci alla volta di Negrisia, perché dalla parte di Ponte di Piave c'erano i cannoni italiani che - sistemati a Saletto e a San Bortolo - sparavano in direzione del ponte. Anche perché inizialmente i tedeschi erano passati oltre il Piave, a Ponte, ed erano arrivati fino a San Biagio di Callalta. Da San Biagio però sono ritornati indietro, perché hanno avuto l'impressione di essersi spinti troppo avanti e avevano paura di rimanere circondati.
La bomba che ha colpito la nostra casa e ci ha conviti a partire è arrivata dopo che avevamo trascorso tre notti nella trincea. Era di mattina, verso le otto e mezza-nove.
In trincea dormivamo su della paglia stesa per terra. I bisogni andavamo a farli fuori, se proprio era necessario. Ma si andava poco, anche perché si mangiava poco, perché si aveva paura.
Quando siamo scappati io mi son preso sotto il braccio destro mio padre, e sotto quello sinistro mia nonna (Elena Dalla Torre, di anni 75). E sulle spalle avevo anche la penultima delle mie sorelle, la Isetta. La bambina più piccola invece era in braccio a mia madre.
Quando siamo scappati abbiamo camminato ai piedi dell'argine, per via delle pallottole che fischiavano. Eravamo in gruppo, con i ragazzini più piccoli che a volte andavano più avanti.
Non avevamo preso niente dalla casa.
Appena scoppiata la bomba siamo scappati. Il maiale è rimasto là, agonizzante. Le mucche sono rimaste in stalla dove da tre giorni non mangiavano ed erano là che si lamentavano perché non avevamo coraggio di andare fuori a dargli da mangiare, con tutte le pallottole che fischiavano.
Siamo scappati come ci trovavamo, scalzi. Non abbiamo fatto in tempo di prendere su niente, tanta era la paura per le granate che fischiavano, ed erano tante. Non abbiamo preso su neanche i soldi. Mio padre li ha lasciati là. Aveva poca roba per la verità, ma li ha nascosti sotto terra, per paura che i tedeschi li trovassero. E poi, al ritorno li ha ritrovati dove li aveva nascosti, dentro in casa, in una delle stanze che non avevano il pavimento ma solo la terra.
Il giorno in cui hanno fatto saltare i ponti era di venerdì [9 novembre 1917] e noi siamo partiti alla volta del mercoledì o giovedì successivo. Infatti hanno iniziato a sparare un paio di giorni dopo aver fatto saltare i ponti.
Siamo scappati da casa prima che arrivassero i tedeschi. Per fortuna non pioveva e ci siamo incamminati lungo la stradina che portava all'argine, fiancheggiata da una siepe di acacie su entrambi i lati.
Abbiamo camminato ai piedi dell'argine fino all'altezza dell'osteria Da Violina. Qua siamo saliti sulla strada - perché ormai non sparavano più – e abbiamo proseguito fino a Roncadelle. Poi siamo passati per Ormelle, Tempio, Lutrano, Camin giungendo a Mansuè, dove abitava la famiglia di mia madre (Nespolo Domenico era il capofamiglia).
Mentre noi stavamo scappando eravamo gli unici perché le famiglie che abitavano fuori dell'argine erano già scappate. Noi invece, qua dentro, eravamo rimasti gli ultimi a partire. Qualcuno della nostra trincea ha voluto rimanere ancora là, ma alla sera quando sono arrivati i tedeschi è stato portato a Oderzo. [...]
Lungo la strada non abbiamo trovato nessuno che scappava. Invece abbiamo incontrato quelli che erano scappati prima di noi. Li abbiamo trovati a Lutrano. Ma fino a Lutrano non abbiamo trovato nessuno, neppure soldati tedeschi che avanzavano.
A Mansuè siamo rimasti fino ad aprile, quando i tedeschi ci hanno dato l'ordine alla sera di trovarsi alla mattina successiva tutti in piazza. Là ci hanno caricati sui camion e portati ad Annone Veneto. Ad Annone c'era un treno che ci ha portati fino a Cividale. A Cividale abbiamo cambiato treno, salendo su un trenino che fino a S. Pietro di Natisone, più precisamente a Vernasso, dove ci hanno sistemati in case lasciate vuote da abitanti del luogo che erano invece scappati dopo Caporetto per andare in Italia.
Come razione alimentare i tedeschi ci fornivano 150 grammi al giorno, a testa, di "farinaccia" di cui non saprei dire la consistenza, perché non era farina da polenta, era farinass e la si cucinava in qualche maniera con l'acqua, senza sale né niente per insaporirla.
Si andava da questi slavi, perché Vernasso era il primo paese di slavi, a chiedere qualcosa da mangiare e loro non ci davano niente. Avevano patate ma non davano niente, perché se le tenevano per loro. Erano ingordi. Le avevano, ma le tenevano per loro. Perché se si andava nei paesi più indietro (non slavi), si trovava qualcosa da mangiare; ma bisognava camminare tanto.
Certo, noi soldi per pagare non ne avevano.
Si andava anche in imosinon (a elemosinare) ma nessuno ci dava niente. 
Andavo anche a lavorare, ad aiutare quegli slavi là. Ce n'era uno che mangiava un pollo alla sera e mi diceva: «Tu mangia la polenta sola, che io sono stanco questa sera, a te la darò domani la carne.» Lui mangiava il pollo e io mangiavo la polenta pura, e per forza di cose dovevo farmela bastare.
Abbiamo iniziato a cavarcela con il mangiare quando finalmente è arrivata la stagione delle castagne, a partire dalla fine di agosto del 1918. Andavamo a battere i castagni, perché oltre a quelli di proprietà delle famiglie rimaste ce n'erano molti altri che appartenevano ai profughi italiani.
Mio padre, malgrado avesse la gamba ancora zoppicante, doveva recarsi a Cividale per lavorare sotto i tedeschi. Lavorava alla riparazione e manutenzione degli acquedotti della zona. Anch'io andavo a lavorare sugli acquedotti ma soprattutto a caricare ghiaia da portare lungo le strade.
Finalmente sono arrivati gli italiani, e solo allora abbiamo iniziato a mangiare regolarmente.
I tedeschi in sè non è che ci trattassero male, non erano cattivi quelli là; ma mangiare niente, perché non ne avevano neppure loro, avevano fame anche loro.
Per primi fra gli italiani, sono arrivati i lancieri di cavalleria, che correvano al galoppo. Sono arrivati quando i tedeschi stavano ancora ritirandosi. La prima notte c'è stato anche uno scontro a fuoco, in quanto la truppa tedesca tentava di ritirarsi e non voleva arrendersi agli italiani. Gli italiani hanno sparato e sono rimasti feriti molti tedeschi e uccisi muli e cavalli. Questo è successo a Vernasso.
Arrivati gli itliani, per mangiare andavamo alle cucine dei militari, che ci davano quello che avevano in più. Andavamo in prevalenza noi ragazzi a chiedere da mangiare. Mi ricordo di aver mangiato per la prima volta con abbondanza pasta in brodo (subiòti), che erano anche buoni ... soprattutto perché avevamo fame. Comunque niente carne, solo pasta in brodo e qualche volta anche risotto. Niente vino.
Neppure ai primi tempi quando siamo ritornati a Ponte di Piave ne abbiamo bevuto; solo più tardi quando hanno messo su degli spacci a Ponte si andava a prenderne.
A Ponte eravamo ritornati con il treno messo a disposizione dai comandi italiani. Siamo arrivati fino a Ponte, perché la ferrovia funzionava fino a Ponte. Alla stazione ci attendeva nostro zio Domenico Nespolo con un mulo e un sarabàn (calesse) che ci ha portato a Mansuè, perché a Ponte di Piave non c'era più niente, era tutto distrutto.
Mio zio si comportò anche bene, perché a mia mamma spettava la sua quota di eredità.
Con il calesse abbiamo portato anche un po' di coperte che erano state utilizzate dai tedeschi e a Mansué abbiamo trascorso l'inverno, il primo del dopoguerra, finché a Ponte, nel nostro cortile ci hanno sistemato una baracca. Era la primavera dl 1919; fine marzo, inizio aprile.
Appena finita la guerra suo padre andò a presentarsi alle autorità militari, spiegando che era stato messo in convalescenza [...] poi i militari lo hanno congedato.
Quando sono tornato a casa non vi ho trovato più niente, altro che sassi. Tutto a terra; non c'era un benché minimo pezzo di tavola in piedi.
C'erano reticolati nella campagna, c'erano trincee, camminamenti che ci siamo dati da fare per chiudere.
Abbiamo tirato su le viti che erano tutte per terra, mettendo i loro pali, ma siamo andati avanti due anni prima di fare un raccolto. Il primo anno, 1919, niente.
Dopo la guerra Ponte di Piave lentamente tornava alla normalità. Sono stati costruiti dei forni per il pane.
Nella nostra campagna abbiamo iniziato a mettere da una parte (accatastare) le bombe, ma in certi casi le mettevamo anche sul fondo delle buche esistenti. Tutto questo provvisoriamente, perché poi sono passati gli artificieri che hanno prelevato le bombe e le hanno portate tutte sulla grava del Piave, dove le facevano saltare sul mezzogiorno.
Gli artificieri sono passati anche con una specie di calamita per cercare le bombe che erano in profondità.
La nostra famiglia si è dedicata in particolare a chiudere i camminamenti austriaci che c'erano nella campagna. C'erano molte trincee che erano come una specie di fossa larga circa due metri e coperta da travi di cemento armato. Travi che noi abbiamo ancora conservati in un catasta e in parte li abbiamo riutilizzati come architravi nella ricostruzione della casa.
Di queste trincee ce n'erano diverse nella nostra campagna. C'erano poi anche le trincee per gli ufficiali che avevano il fondo preparato con una mano di traversine ferroviarie sopra le quali veniva disteso del cemento [...]. In linea di massima le barre di cemento che coprivano le trincee sono tutte in buono stato e non risultano colpite da schegge, ecc. In queste trincee i soldati dormivano, anche. Mentre per spostarsi usavano i camminamenti (che invece erano scoperti).
Dopo aver chiuso le trincee e liberata la campagna da bombe e reticolati, sono arrivati gli artiglieri che ci hanno arato la terra, in modo da prepararla alla semina del mais (già nel 1919). Gli artiglieri avevano un traino di 3-4 paia di cavalli cui era attaccato un aratro.
A preparare la nostra terra abbiamo lavorato solo noi di famiglia, maschi e femmine, tutti; senza aiuti dalle altre famiglie, perché ognuno aveva il proprio gran lavoro da fare. La vigna è rimasta improduttiva fino al 1920. Per quanto riguarda l'acqua per bere, già prima della guerra avevamo una pompa a stantuffo che pescava in falda, ma i tedeschi ce l'hanno portata via. Così quando siamo ritornati ci procuravamo l'acqua da bere nel Negrisia, acqua che allora era pulita, perché si teneva pulito lungo il canale, mentre adesso ci buttano giù porcherie. Poi un fabbro di Ponte di Piave ci ha riparato la pompa in modo da poterla riutilizzare.
I cavalli che aravano la terra andavano via di corsa. L'aratro era fatto con il vomere che aveva una posizione obbligata; così un artigliere, una volta iniziato il solco, vi si sedeva sopra. In questa maniera non era obbligato a correre a piedi per tenere il ritmo dei cavalli, che andavano via molto veloci.
Ogni coppia di cavalli aveva un soldato in groppa che li conduceva, per questo i cavalli andavano via veloci. Comunque, anche se di corsa, l'aratura è stata fatta bene.
Noi a questi soldati da mangiare non potevamo darne, ma magari davamo loro un fiasco di vino, che si andava a comprare.
Una volta arata la terra si è provveduto a seminare il granoturco con un vanghetto, a righe.
Per il vino abbiamo invece dovuto faticare ed attendere di più, prima di avere il raccolto. Ci sono voluti due anni e per colmo di sfortuna nel secondo anno (1920) è arrivata anche la tempesta, e la produzione è stata molto ridotta.
Le viti, che erano a Bellussi [belussera], non erano state tagliate dai tedeschi, ma distese a terra [...] in modo che rappresentassero un ostacolo per eventuali avanzamenti di soldati italiani (par ingambararli). Era lasciato libero solo dove c'erano i camminamenti.
La casa abbiamo iniziato a farla molto più tardi, nel 1923, perché non c'erano soldi. Poi il governo ci ha dato un contributo di 25.000 lire, ma in realtà abbiamo speso trentamila lire.
La nostra casa è stata costruita da una cooperativa di Maserada. C'erano molte cooperative che appaltavano i lavori.
Noi abbiamo iniziato i lavori con la procura di pagamento promessa dal governo, ma poi abbiamo dovuto aggiungere il resto. Il lavoro è stato fatto a regola d'arte, perché i muri da allora sono ancora in piedi.
Inizialmente, nel 1923, la casa è stata ricostruita a due piani, come prima della guerra. Solo più tardi, nel 1928, è stato aggiunto un altro piano.
Oltre al contributo per la casa, qualcosa abbiamo ricevuto dal governo anche per il bestiame, e tutto l'abbiamo investito nella casa.
Per vestirci invece abbiamo dovuto arrangiarci.
Con i residuati bellici non abbiamo guadagnato niente. 
Pali di reticolato, reticolati, schegge di bombe che avevamo raccolto con molta fatica nei nostri campi e ammucchiato davanti casa... Siamo stati vittime di una truffa. Sono venuti in casa nostra con la falsità. Si sono presentati come una "Commissione", accompagnati dai carabinieri, e noi abbiamo dovuto starcene buoni.
Forse saranno stati (anzi erano) carabinieri, ma evidentemente erano pagati da quelli che venivano a prelevare la roba. Quelli della sedicente "Commissione" erano vestiti in borghese e avevano l'accento della Bassa Italia.
Si sono presentati con i cavalli e con i carioti [carrettieri] al seguito. I carioti erano Tomiot Luciano e fratello, da Ponte di Piave. Avevano un carro ciascuno ed eseguivano gli ordini della "Commissione".
Hanno prelevato la roba che noi avevamo accatastato ma non ci hanno pagato. Eppure avremmo potuto guadagnare circa 5000 lire, vista la quantità di materiale.
Avevamo soprattutto circa mille pali di sostegno dei reticolati, dei quali - in precedenza - avevamo in parte tagliato le punte per utilizzarle come denti degli erpici. Era stato molto faticoso estirpare quei paletti di ferro dal terreno e poi liberarli dai reticolati utilizzando delle trance che avevano abbandonato per terra i tedeschi. Manovrare i reticolati a mano nude, senza guanti, qualche volta al massimo aiutandosi con una forca per ammucchiarli...
La "Commissione" ci ha portato via tutto senza rilasciare alcuna ricevuta, e noi non potevano protestare più di tanto, perché c'erano i carabinieri. Io avevo intuito che era una truffa, ma cosa potevo fare ... e poi c'erano anche mio padre ed altri più grandi di me.
Questa truffa sui residuati bellici non è capitata solo a noi ma anche a tutte le altre case della grava, le case del Borgo dei Danieli, come è chiamato.
Avevamo anche recuperato dei barconi di ferro con cui gli austriaci avevano fatto un ponte nell'offensiva di giugno. Il ponte era all'altezza dell'isola, di fronte a dove nel 1993 si è svolta la sagra di San Romano e la corsa dei cavalli. Il ponte è stato colpito proprio mentre i tedeschi lo oltrepassavano e il Piave era in piena. I tedeschi sono caduti numerosissimi nel Piave e vi sono morti. Infatti quando noi siamo ritornati nella nostra campagna, abbiamo trovato nella grava moltissimi ossi, ormai senza carne.
Si trovavano ossi sparsi nella grava, nei giaroni. Di là del Piave c'erano gli ossi degli italiani, con i quali poi hanno preparato l'ossario di Fagarè. Di qua invece c'erano tutti gli ossi dei tedeschi, persi per la grava. C'era un osso qua, un osso lavvìa, una testa. 
Noi li lasciavamo la nel giaron e poi la Piave a forza di rotolare li ha calpestati, frantumati, sepolti. Adesso dopo tanti anni, saranno ormai consumati.
Quando è arrivata la Commissione falsa siamo stati un po' colti alla sprovvista, anche perché non c'era ancora una severità, c'era un po' una mancanza di poteri; non si sapeva bene a chi rivolgersi. Era l'estate o la tarda primavera del 1919.

Nastro 1993/03 - Lato B

In una giornata, il via e vai continuo dei carioti ha ripulito le nostre cataste di rottami trasportandole a Ponte, non so dove.
Hanno portato via anche tutte le schegge di granata che avevamo raccolto nei campi e che fra l'altro disturbavano il lavoro, perché si segava l'erba a mano con la falce e se la lama colpiva un pezzo di ferro si scheggiava.
Le bombe invece erano state raccolte e fatte scoppiare in precedenza dagli artificieri che, dopo averle ammucchiate nella grava, le facevano scoppiare nel primo pomeriggio. Noi che eravamo in baracca sentivamo questo gran colpo e avevamo anche paura che qualche scheggia arrivasse da noi, perché si sentivano fischiare le schegge.
La casa è stata ricostruita con un po' di pietre della fornace Bertoli di Fagarè e con molti sassi della grava. Sassi: in parte ce n'erano ancora della casa vecchia e poi si andava in grava con un mulo a prendere quelli che servivano. 
[I muri della casa avevano] "ogni quattro-cinque file di sassi, una fila di pietre (un corso de piere)".
*
Io ho fatto il militare nel 1925 e sono riuscito ad evitare la seconda guerra, anche perché dopo di me c'erano altri due fratelli che facevano il militare.
Quello che faceva guadagnare un po' alla nostra azienda era il vino, sempre buono e venduto direttamente agli osti che venivano a casa nostra a prenderlo.
L'alluvione del 1965 è stata peggio di quella del 1966, perché c'era ancora il raccolto dell'uva sulle viti (era settembre). Qualcuno è riuscito comunque a piazzare l'uva come fosse buona, ma molti altri no.
Nel 1965 l'uva era piena di fango. Dentro ai grappoli era entrata erba, fieno. Non si aveva neppure la possibilità di mangiare un grappolo d'uva; un granello d'uva non si poteva mangiarlo perché era pieno di fango. Lavandolo, al massimo si riusciva a mangiare un grappolo.
Invece nell'alluvione dell'anno successivo [1966] il raccolto era già stato portato a casa.

Aggiunte e precisazioni, 1 settembre 1993

Non ricordo a quale gamba fosse rimasto ferito mio padre.
Io ero il più vecchio dei fratelli.
Scappando [dopo Caporetto] non abbiamo trovato nessuno vicino a casa e a Negrisia perché siamo partiti per ultimi. Tutte le case erano abbandonate, ma a mano a mano che ci allontanavamo dal Piave le case erano abitate, perché da quelle parti non bombardavano.
La baracca dopo la guerra.
Era abbastanza grande. Aveva quattro stanze ed era coperta da tegole. Le pareti erano fatte con una doppia mano di tavole, in modo che non filtrava il vento ;  dentro era abbastanza accogliente. Solo che all'interno della baracca non si poteva far fuoco per cucinare, così noi avevamo approntato una tettoia dove c'era la vecchia casa, e là accendevamo il fuoco.
Molte altre baracche invece erano coperte da cartone catramato e consistevano magari in un solo stanzone. Noi siamo stati fortunati, forse perché siamo stati fra gli ultimi ad ottenere la baracca.
Le travi di cemento erano di circa 2 metri e venivano sistemate sopra le trincee in varie maniere. [...]
Come pavimento le trincee avevano delle tavole in legno, ma noi non abbiamo fatto in tempo di vederle, le tavole, perché le altre famiglie della zona che erano ritornate a casa prima di noi se l'erano prese loro.
In altre trincee vicine al Piave, trincee per ufficiali, il pavimento era in cemento e il tetto era in traversine ferroviarie coperte di terra.
Il fabbro che poi ci ha rimesso a posto la pompa si chiamava Luigi Zanusso, di Negrisia, detto Violina: aveva anche una piccola osteria, con gioco di bocce.  [14:00 fine intervista]

martedì 24 agosto 2010

Celso Piccoli, Codroipo UD

Nato il 7 settembre 1908

Nastro 1998/3 - Lato B                                  18 febbraio 1998
    
Io ricordo che se i tedeschi avevano da mangiare andavano a Roma, quella volta. Ma avevano fame e han ceduto.
C'era una grande confusione di tedeschi, pieni di fame. Sono venuti qua e sono andati verso il Tagliamento.
Che io ricordi qua in centro a Codroipo non ci sono stati scontri.
Piuttosto ricordo che - dopo - ci sono state delle scaramucce fra di loro, perché non hanno più voluto andare al Piave. Niente mangiare, niente combattere; questo a giugno del '18.
Sono arrivati di notte qua.
Alla mattina ci siamo alzati e abbiamo visto i primi tedeschi. Noi bambini non ne avevamo paura; non ci mangiavano mica, no!
All'inizio se c'era qualche mucca, qualche maiale per mangiare, lo portavano via. Se vedevano un maiale lo uccidevano, lo pelavano alla meglio e poi mangiavano tutto quel grasso là ... magari una squadra di loro.
Ma qua nel nostro borgo c'è stata sempre calma. Gli italiani non hanno fatto nessuna resistenza, qua a Codroipo.
Tanti del paese sono andati via, ma noi non siamo andati via perché avevo mia mamma ammalata. Aveva il tifo.
In famiglia eravamo in quattro: la mamma, il papà e due figli: io e uno della classe 1895, che era in guerra. Questo fratello è stato fatto prigioniero proprio nei giorni di Caporetto. L'hanno portato in Ungheria e alla fine della guerra è ritornato.
Mio papà era anziano e ha pensato di restare a casa. Tanti sono invece andati di là, in Toscana. Soprattutto quelli che sono partiti per primi e sono riusciti a passare il ponte, perché poi il ponte lo hanno fatto saltare.
[A Codroipo] c'è stata una grande sommossa fra i tedeschi perché non volevano andare al Piave [nel giugno 1918, battaglia Solstizio]. Si sono mitragliati fra di loro e ci sono stati quattro cinque morti.
Ce n'era uno morto proprio subito fuori qua (all'inizio del paese), poi ce n'era un altro in piazza. In tutto cinque morti, o sei. Uccisi fra di loro, eh!
Non si capiva niente, era tutta una confusione. Noi si sentiva che sparavano e allora si stava dentro in casa per non essere coinvolti. Poi è venuta la calma ... ed è là che loro hanno perso al Piave. Poi avevano paura, fra di loro, delle sommosse.
Non mi risulta che poi abbiano fucilato qualcuno di loro per punizione. 
Alla fine della guerra sono andati via senza accorgersi; ormai erano chiusi, gli italiani erano già a Trieste. E i tedeschi se ne sono andati via calmi, senza ruberie. Ormai erano pieni di fame e poi cosa potevano rubare che non c'era più niente!
Alla fine della guerra, verso il 4 novembre, noi eravamo in un campo qua vicino, che si vedeva che venivano avanti, che sparavano i colpi di cannone e una roba e l'altra. Si vedevano lampeggiare i colpi. Eravamo là nel campo, seduti, che si sentiva e fra noi si diceva: «Eh, sono qua, sono qua», perché li sentivamo venire sempre più avanti.
Sono arrivati qua alla mattina, gli italiani. Alle 4 - 5 della mattina. E il giorno prima già si vedeva che i tedeschi andavano in cerca di qualche vestito da borghese, di qualche cosa, ormai sapevano che...
A Codroipo, quelli che erano a capo del paese sono subito andati ad abbracciarli, i primi italiani che sono arrivati. [...]
Non ci sono stati morti, non c'è stata resistenza dei tedeschi. I tedeschi sono andati via in silenzio.
I capi erano il sindaco del paese, quelli che provvedevano all'approvvigionamento, perché la roba era tesserata.
L'anno dell'occupazione è stato l'anno della fame e della miseria per i tedeschi. E noi sempre arrangiarsi: patate, una cosa e l'altra, andare a macinare il grano per la polenta, al mulino, alla sera tardi, per non farsi vedere da loro che altrimenti te lo portavano via, e allora si andava sempre di nascosto, perché al mulino c'era una guardia, sempre. Così si andava quando non c'era la guardia, magari con 15-20 kg alla volta sulla bicicletta, e via di corsa.
Il grano lo prendevamo nei campi, quando lo raccoglievano e poi lo si comprava da qualche contadino. Non avevano requisito proprio tutto, i tedeschi. C'era sempre quello - più furbo dei tedeschi - che riusciva a nascondere la roba. Insomma in qualche maniera si riusciva ad arrangiarsi.
Mio padre faceva il bracciante, lavorava per una ditta che aveva grandi magazzini di olio: era la ditta Lotti di Codroipo.
Nessuno qua in paese è morto proprio di fame.
Pavan. Perché vicino al Piave, in certi paesi, sono morte 4-500 persone di fame.
Piccoli. Perché hanno voluto! Perché uno che sapeva arrangiarsi ... guardi ho fatto la prigionia anch'io, in questa guerra qua, ed ero in Francia, ma abbiamo mangiato più noi che i francesi. Sebben che era tutto a tessera, ci si arrangiava. Sì, uno che non sa arrangiarsi ... sicuro, se sta là ad aspettare...
Finita la guerra - la seconda guerra è finita il 9 maggio - noi si era in quattro di Codroipo. Abbiamo trovato una guida. Eravamo a Marsiglia e ci ha accompagnati fuori dai confini. Poi siamo venuti fino a Cuneo a piedi. E dopo, arrangiarsi! 
Perché di qua non c'erano né treni né niente. Qualche camion, a piedi ... e dal 9 maggio che è finita la guerra, il 1° giugno ero a casa, io!
*
[Durante la Prima guerra] qua in paese c'era il macello, dove uccidevano le bestie i tedeschi. Noi si stava là con loro, magari a dar botte alle bestie perché andassero dentro al macello. Così, si stava in compagnia. Non erano cattivi, perché erano tutti anziani e magari qualche volta, ma di rado, ci davano qualcosa anche a noi. [...]

venerdì 13 agosto 2010

Antonio Deon, Marziai BL

Nato nel 1907.

Nastro 1986/16 – Lato B      (da 04:43  ascolta l'audio)                 19 giugno 1986

D. Com'era la situazione durante la guerra?
R. Durante la guerra… non si aveva niente da mangiare. Eh! andavo sotto i tedeschi a battere col martello, a batter ghiaia. Ci davano una panettina di pane in quattro e si faceva bastare fino a sera, e un poca di minestra. Tante volte la minestra la facevano con le téghe de cassìa [bacelli di acacia] le si chiamava noi. Fame fin che si voleva! Ci si chiamava la “compagnia Bau”.
D. Bau? Perché Bau?
R. Perché si andava a lavorare … si avevano dei caporali tedeschi che ci comandavano e noi si era femmine, donne, tose, vecie; quelli che ce la facevano, insomma. Si andava su là per la strada, chi con un martelletto, chi con la pala, chi con un rastrello per inghiaiare la strada, per far in modo che si passasse.
Compagnia Bau la si chiamava noi. Era per prendere in giro un po', così; abitudine nostra.
D. Tutti quelli del paese che erano rimasti qua, lavoravano su questa “compagnia Bau”?
R. Quando c'era da lavorare, una squadra andava sulla strada verso Caorèra.
In quell'anno i tedeschi hanno portato via tutto quello che c'era. Il carbone che era fatto … ce n'era già di fatto carbone e l'hanno portato via. Come hanno portato via il maiale per le case e il fieno. Noi si aveva 18 vacche fra grandi e piccole, si avevano due asini, si avevano 14-15 galline, si avevano 6-7 pecore e capre e siamo rimasti con una vacca. Tutto, tutto ci hanno portato via.
D. E cosa mangiavate, allora?
R. Si andava a prendersi erba, dove la si trovava, qualcosa. C'era ancora mio padre che aveva nascosto un poche di fagioli sotto le pannocchie…
Tanti sono morti di fame; ne sono anche morti di fame!
D. Proprio morti di fame?
R. Morti, morti di fame.
D. Come sarebbe a dire “morti di fame”, cosa gli succedeva?
R. Perché quando non si trova niente da mangiare, si può morire, no! Si vedeva che el casca, viene magro. Era la fame, non trovava da mangiare, e moriva. E' morto uno che era un prigioniero, uno che avrà avuto, non so, un trent'anni. Con la ritirata era rimasto qua, e dopo è morto di fame sotto i todeschi. Era uno del paese, sì… solo che era rimasto qua nella ritirata. Invece di andare, era andato a casa. Si chiamava Solagna Biasio.
D. Altri che sono morti di fame?
R. Ah, ce ne sarà stato ancora qualcuno, ma io non posso saperlo … Ah! Tanta fame, neanche parlarne! È morto anche il povero mio nonno, ma è morto dopo, quando sono venuti gli italiani. Ha mangiato subito troppo… Mio nonno si chiamava Antonio Deon, come me.Quando sono venuti gli italiani si trovava da mangiare dappertutto. Trovava carne, trovava pane, si trovava di tutto da mangiare, quando sono venuti gli italiani. Si trovava fin che si voleva, per amor di Dio! C'era pane da par tuti i cantói… e allora qualcuno ha mangiato troppo, e così non va. 
Anch'io l'ho rischiata, per dire. I militari mi hanno domandato se mi piaceva la carne grassa. Io non sapevo se era grassa o magra e ho detto di sì! Mi hanno dato della carne grassa, me ne sono liberato, ma…
Eh, un anno brutto, sì! Un anno brutto…
D. E hanno fatto malanni, questi tedeschi, non so, con le donne...
R. Eh! Un poco di tutto… I soldati, si ubriacavano, appena arrivati, che trovavano vino del nostro. Ma dopo del nostro non ne avevano più, neanche loro. Avevano fame anche loro.
I tedeschi no, ma i ongaresi, i austriachi avevano fame anche loro. Perché dove ci sono i militari - ho fatto anch'io la guerra - dove ci sono i militari, se c'è abbondanza per i militari, anche i borghesi trovano qualcosa da mangiare [...] ma quando che gli manca anche al soldato, allora i borghesi possono morire.
D. Ma perchè gli ungheresi e gli austriaci avevano più fame dei tedeschi?
R. Dapprima sono arrivati i tedeschi, hanno finito la roba e dopo loro sono andati sulle altre bande… e qua sono restati sti óngarési. Tanti ce n'erano ongaresi, austriaci. Avevano fame anche loro come noi; come noi no, ma abbastanza fame anche loro…
D. E voi, erba! Che erbe cercavate?
R. Eh, quelle che erano migliori, nel prato, dappertutto. Così, quel che si trovava, barbabietole, quel che si trovava, lumache. Si trovava e poi si andava anche a rubare, per i campi … un po' di tutto. Magari per i campi c'era qualcosa, ma poco, niente…
D. C'erano contadini, qua nella zona?
R. Eh,c'erano contadini! Anche noi si era contadini, per modo di dire. Ma chi poteva seminare se ci avevano portato via tutto? E poi non si aveva neanche più le forze per zappare i campi, perché allora non si andava con l'aratro, si andava con el sapón [la zappa]. 
[...]