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giovedì 7 ottobre 2010

Maria Saccon (Maria dea Barca), San Polo di Piave TV

Nata il 22 marzo 1907 e al momento dell'intervista abitante a Roncadelle presso l'ex traghetto/passo a barca sul Piave.

Nastro 1994/28 - Lato A                             18 agosto 1994

Abitavo a San Polo, verso la Caminada, e sono andata profuga a Fontanelle. Dapprima i tedeschi ci avevano portati a San Cassiano di Livenza (PN).
Mia mamma doveva comperare un figlio ed è partita prima; aveva paura perché ormai c'erano i tedeschi.
Noi siamo venuti a stare qua su un baracchino, perché mio marito – Gaiotto Ugo, classe 1903, detto Piccino perché era piccoletto – lavorava con il Genio Civile e gli hanno permesso di metter su questa baracca.
Sono già stati anche quelli della barca [i Belumat] ... mi hanno tirato giù [intervistato] tante di quelle volte!
Una volta si bruciava legna, non c'era il gas. Quando veniva giù il Piave si andava a trovar le legne pa a Piave, e a volte si faceva baruffa anche par 'na soca [una ceppaia].
[...]
Quando mio marito non aveva lavoro si lavorava di cesti e nel frattempo ci si era fatto un casonetto. Si avevano due figli e bisognava arrangiarsi.
A volte passava qualcuno e chiedeva: «Me fatu un piasser passarme oltra?» 
Con quella un po' alla volta è venuto il traghetto, perché prima non c'era, in questo posto. 
Non eravamo d'accordo né col comune né con nessuno, eravamo provvisori. Una volta non era come adesso che non si può più andar raccogliere neppure un bacchetto. Non c'era una tariffa, gli si diceva: «Dème, quel che voé ... sinque schèi, dièse schèi, vinti schei.»
Mio marito nel contempo andava sempre a lavorare sulle crode lungo gli argini del fiume, con il Genio Civile. Perché non era come adesso che vanno con le macchine e mettono là. Una volta portavano la roccia, la accatastavano bene, la misuravano. C'erano tante imprese, sul Montegàn [Monticano], su a Livenza, sul Sil, dappertutto.
Quando non c'era il marito e c'era poca acqua mi arrangiavo io.
La barca veniva mandata avanti con una stanga di legno di càssia [acacia], sotto alla quale si era messo un pìc [rivestimento in ferro] che pesava più di un chilo, in modo che quando si buttava la stanga sull'acqua andava in fondo facilmente e si poteva spingere sul fondo [se sé frontéa]
Dopo la guerra questi pìc li si faceva anche con i bossoli. A volte si perdeva anche la stanga sull'acqua e non la si trovava più.
Noi siamo venuti qua nel '34 e si è iniziato il traghetto in questo posto solo da quegli anni. 
Prima dell'altra guerra il traghetto era là in fondo, di là del vigneto, sotto il Comune di Cimadolmo in località Stabiuzzo. Era una zattera mandata avanti da una zia di mio povero marito, che era mezza orba. Là passavano anche con i carretti perché prima dell'altra guerra c'era sempre il Piave alto e «Venezia passava tutta per qua». Dopo l'altra guerra hanno iniziato a prelevare acqua per il canale della Vittoria e tutti i canali, per questo ora acqua sul Piave non ce n'è più. 
Noi siamo andati avanti finché hanno fatto il ponte di Cimadolmo. E con quello è finita, ci ha tolto tutto il lavoro.
Quando sono venuti grandi ci hanno aiutato anche i figli. Alcuni sono andati in Svizzera. Poi si lavorava di cesti, si andava a vénchi. Abbiamo fatto tanti di quei lavori! Non bastava certo il traghetto ... ci davano dièse franchi.
Mi sono sposata nel 1931 e ho avuto sette figli. Tre figlie sono andate in Svizzera.
Si aveva una baracca con due stanze e mio marito se in'ségnéa a far de tut [si ingegnava a far di tutto]. Avevamo una baracca ancora dell'altra guerra, ma fatta bene. Per ripararsi dal freddo mio marito ed io andavamo a canéoni. Una volta c'erano di quelle cannelle lunghe in mezzo al Piave, e abbiamo fatto una specie di s-ciorín come quello in cui si mettevano i cavalieri [i bachi da seta], con le cannelle fisse [fitte, ravvicinate]. Dopo le si appendeva al muro e mio marito faceva la malta e gliela applicava in modo che la baracca sembrava una casetta.
Questo è successo nel 1934, qualche anno dopo che mi ero sposata.
La baracca l'avevamo comperata dal proprietario del mulino di San Polo.
Andavamo a raccoglier vénchi [vimini] qua vicino [...] dentro al Piave. Li si tagliava ogni anno e li si scusséa [sbucciava, toglieva la scorza] con la giòa: venivano tutti belli bianchi. Tagliandolo, l'arbusto rigettava germogli utilizzabili di anno in anno. Erano chiamati vimini de farinati. Ma si lavorava anche con el talpon [pioppo] e con le rame de morèr [gelso]. 
Si facevano soprattutto ceste per le damigiane, che una volta erano tutte rivestite di vimini e legno.
Anche i rami del gelso dovevano essere di un anno. Ogni ramo veniva diviso in tre parti [aiutandosi] con un pezzetto di legno preparato allo scopo e che aveva tre sporgenze (questo attrezzo non ce l'ho più).
Lavoravamo anche el talpon in questa maniera e anche le càssie [acacie] mate.
Si lavorava soprattutto con le damigiane. 
Quando mi sono sposata si facevano anche di quei cestini rotondi (e un po' oblunghi) – 20x30 – che servivano per le spedizioni. Vi si mettevano dentro patate, téghe [baccelli di fagioli] e roba così. Avevano anche il manico; si aveva la misura ed erano più alti che larghi. Li portavamo qua a Cimadolmo.
Nelle famiglie un po' tutti lavoravano i vimini. [...] 
Quanto ho lavorato!
Sono andata a scuola fino alla terza, a San Polo. Sono nata a Fontanelle e poi sono andata a stare a San Polo. 
Durante la guerra siamo ritornati a Fontanelle, di là della chiesa e del Montegan...
Quando sono arrivati i tedeschi abitavo a San Polo. 
Da S. Polo i tedeschi ci hanno portato a San Cassiano di Livenza. Eravamo io, mia sorella Rosina (che ha un anno più di me) e una mia zia, Luigia Saccon. Eravamo solo noi tre a San Cassan, perché eravamo rimasti [ci eravamo attardati] a casa. Invece mia madre con gli altri figli: cinque, più uno che l'aveva dentro e che è nato durante la guerra; un altro figlio che fa nove è nato dopo la guerra...
Mia madre dunque si era già allontanata ed era andata a Rai da una famiglia di suoi parenti. Era "in condizion", doveva avere un figlio e aveva paura di questi bombardamenti. Ma a Rai non c'era posto per tutti, allora ha trovato un posto a Fontanelle mentre noi eravamo ancora a San Polo.
Poi tedeschi ci hanno portato a San Cassan con i cavalli e i carri. Della nostra famiglia eravamo noi tre soli, ma insieme a noi c'erano tanti altri. Ci hanno sistemato dentro a una scuola.
I primi ad arrivare a San Polo sono stati i germanici. Quando sono arrivati hanno trovato tutto il ben di dio. C'era vino, c'erano pannocchie, c'era di tutto sul solèr [solaio].
Hanno iniziato a lasciar correre fuori dalle botti il vino, ciocàrse [ubriacarsi], far e brigar. Per quello si sono fermati un anno qua. Perché se avessero proseguito di là de a Piave non c'era ancora niente di pronto per fermarli. Così si sono fermati e gli italiani hanno fatto in tempo a prepararsi.
A noi non hanno fatto del male.
Tante donne hanno avuto anche dei figli e li hanno tenuti.
Dove ero io, una cognata di una mia zia ha avuto un figlio [da un "tedesco"]. Se l'è tenuto e poi sono andati a stare in Francia. Gli ha messo nome Guerrino, figlio della guerra. [...] Malgrado ciò si è sposata.
Queste ragazze andavano a lavorare per i tedeschi e mia zia che era grande si portava a casa una ciopa de pan che era fatto di polenta gialla. Non so poi con i tedeschi, con tutta questa compagnia cosa succedesse.
I tedeschi ci davano 14 chili di farina di frumento ogni otto giorni, in 14 che si era.
Eravamo a Fontanelle, nella casa di una famiglia che lavorava la terra del conte Marcello.
Mia nonna e mio nonno hanno camminato una giornata in cerca del posto dove i tedeschi ci avevano portato. Cammina e domanda, e alla fine ci hanno trovato a San Cassan di Livenza, dove siamo rimasti poco, perché siamo ritornati a Fontanelle con la nostra famiglia.
C'erano anche di quelli che sono rimasti in paese [a San Polo].
Non sono mica scappati tutti. Quelli che sono rimasti qua hanno fatto man salva dappertutto, nel senso che andavano dentro nelle case e portavano via quello che c'era dentro. Perché quando siamo partiti abbiamo lasciato tutto, non abbiamo portato via niente. Siamo andati via con le mani in mano, con quel poco che eravamo vestiti. Perso tutto.
Mio padre si chiamava Saccon Luigi, e mia madre Angela Bernardi di Oderzo. Mio padre si era diviso dalla famiglia che era composta di 40 persone, con tre cugini, una famiglia grande. La divisione era stata fatta prima della guerra e quando sono venuti i tedeschi abitavamo già a San Polo, ed eravamo in quattordici.
Quando si metteva un po' di polenta a scaldare sulla graela, sul larin ... se si voltava la testa stava poco a sparire perché i tedeschi, o dentro per il balcone o dentro per non so dove, la facevano sparire. Avevano fame anche loro!
Sono scappati perché avevano fame, altrimenti sarebbe rimasti qua ancora. Sa che hanno mangiato tutto il cinquantino, e anche i botoi [tutoli]. Non c'era più niente, per quello sono scappati, altrimenti non andavano via.
Noi in qualche maniera si riusciva a mangiare perché mio nonno e mia nonna camminavano da una casa all'altra e portavano a casa qualcosa.
Ci è capitato di mangiare anche polenta di sorgo, quello rosso con cui si fanno i scoàt [scopini]. Era quasi immangiabile, e quando lo si era mangiato non si riusciva più ad andare di corpo, si poteva fare quello che si voleva; ma se non c'era altro bisognava mangiare anche quello, senza sale né niente.
È stato un anno tremendo per noi che eravamo rimasti di qua, ma non per quelli che sono rimasti in casa, perché quelli si sono nascosti la roba che trovavano. Noi a San Polo abbiamo avuto la casa buttata giù e molti di San Polo erano rimasti a casa. Tanti andavano e tornavano e così andavano a prendersi la roba per le case.
A San Polo la nostra casa era per terra e ci hanno dato una baracca.
Noi bambini da profughi si andava par i fòss, si andava a prendere rane e pesce. C'erano tutti questi fossi e c'erano le rane: le si vedeva quando erano drio riva che saltavano dentro e allora si andava a palpéta
I pesci erano tutti pessetti piccoli, da fosso.
A scuola sono andata fino in terza.
Mi ricordo che durante la ritirata dei tedeschi, a Fontanelle – siccome nel palazzo del conte Marcello c'era il comando – mia zia che aveva sui diciotto anni gli ha detto una parola in tedesco, zurück, e loro si sono talmente arrabbiati che se non stava presto a scappare l'avrebbero ammazzata (era come una presa in giro).
Mia zia Luigia era ricoverata all'ospedale ed aveva il tifo. Mia nonna era andata a trovarla e tornando indietro ha trovato i tedeschi che non la lasciavano più passare perché ormai c'erano gli italiani ... che erano passati di qua del Piave, che erano arrivati con i cavalli.
[Gli italiani] ci hanno trovato che stavamo grattando le pannocchie per far farina per la polenta; con un chiodo e una gratariola, si grattava.
Mi ricordo quando sono arrivati gli italiani.
Sono arrivati con i cavalli e ci hanno dato una ciòpa de pan ciascuno e noi siamo stati tutti contenti, perché non se ne aveva.
Mia nonna ha indicato agli italiani dove, là in fondo, c'erano i tedeschi che non l'avevano lasciata passare. Perché i tedeschi si erano messi sopra gli alberi per fermare gli italiani che avanzavano.
Paura tanta.
Quella volta dell'offensiva [giugno 1918] ... che si sentiva tutto questo bum bum bum e si vedeva tuto un fogo, stando a Fontanelle.
Quando siamo arrivati qua c'erano tutte buche di granate, morti, di tutto.
Da San Polo siamo venuti lungo il Piave. Si andava a prender su le coperte, i teli, la roba che ci serviva per casa perché non avevamo più niente. 
Granate ce n'erano un'infinità, cassette piene; di grandi e di piccole e di tutte le sorti.
Erano sopratutto i nostri vecchi che venivano a prendere roba sul Piave, dalle parti dell'osteria della Isetta a Cimadolmo, dopo Stabiuzzo. Là c'era la possibilità di andare in Piave. Trincee ce n'erano anche qua dove poi siamo venuti a stare.
*
Trincee sull'argine ne sono state fatte anche durante l'ultima guerra: i tedeschi si erano preparati. Quante legne e quanti travi e quanta roba che ci mettevano dentro là, nei camminamenti!
Durante l'ultima guerra noi eravamo in questo posto, sul Piave, e io avevo una paura...
I partigiani venivano tutta la notte a chiamare che andassi a passarli "oltra", ma mio marito non veniva fuori, gli gridava che andassero a chiamare gli uomini addetti. Poi c'era da passare i tedeschi che andavano a fare trincee di là, sull'argine destro, a Candelù. Ma mio marito andava a lavorare e non voleva passare nessuno.
E i partigiani ... mio marito aveva paura perché qua c'era il lavoro dei tedeschi.
È successo che un maresciallo di Oderzo è stato ammazzato qua più avanti dove finisce questo argine e c'è un frantoio di ghiaia.
Hanno preso questo maresciallo e l'hanno messo in macchina. Noi eravamo nella baracca e l'abbiamo visto passare due tre volte, bendato gli occhi, dentro alla macchina. Poi non contenti sono andati in osteria e gli hanno dato da bere e l'hanno ubriacato. Quando era verso notte sono tornati a passare e abbiamo sentito il colpo quando l'hanno ucciso. Dopo cosa hanno fatto? Hanno fatto un buco là e l'hanno messo sotto due crode, con i piedi fuori. [...] Noi eravamo pieni di paura che ci ammazzassero se vedevano questo morto, ma di tutta notte i partigiani se lo sono venuti a riprendere e l'hanno seppellito in mezzo a quella grava laggiù. L'hanno scoperto anche là, sono venuti a prenderlo e l'hanno seppellito a Oderzo.
*
Vengono sempre a trovarmi i ragazzi delle scuole, ogni anno, soprattutto il maestro Fausto Pozzobon.
*
[Durante l'occupazione tedesca] i miei vecchi andavano "a carità". Una volta sono venuti a casa con un poco di sorgo; per la strada i tedeschi li hanno trovati e volevano portargli via anche quello.
Se riuscivano a raccogliere un po' di biava, di tutta notte si recavano a Campomolino a macinarla in quel molino, sempre di nascosto, perché se li trovavano gliela prendevano.
Noi 14 eravamo riusciti a nascondere una vacca, o forse ce ne avevano lasciata una... perché ci avevano requisito tutto. Non i tedeschi, ma i poliziotti nostri: si erano messi la fascia sul braccio e ne hanno fatte anche loro sì, finché bastava. Andavano dentro per le case a requisire, portavano via le calière, portavano via tutto. Trovavano una branca di biava e la portavano via. Portavano via tutto anche loro, i poliziotti, ed erano della zona.
Nella casa di Fontanelle eravamo profughi insieme a una famiglia di Santa Lucia. C'era una stalletta là dietro e noi vi avevamo nascosto la vacca.
La famiglia di Fontanelle dove eravamo profughi si chiamava Chin. Non c'erano uomini: sia il capofamiglia che i suoi due figli erano in guerra. C'era solo la signora Luigia, proveniente da Treviso, che era anche zoppa e lavorava la campagna del conte Marcello.
Dapprima ci ha sistemato in due stanze e poi ci ha dato il solaio. Mia madre all'inizio dormiva nella stanza dabbasso, ma poi sono venuti gli ufficiali tedeschi e l'hanno costretta ad andare di sopra perché la stanza al pianoterra la volevano loro. Allora noi le abbiamo ceduto la nostra camera e siamo andati di sopra, nel solaio.
Anche la famiglia di Santa Lucia, famiglia Sanco – che poi ha tenuto a cresima anche una mia sorella – aveva una sua camera. Erano in sei e una delle figlie si chiamava Armida.
C'era il lampione a petrolio vicino alla porta d'ingresso della stanza di quelli da Santa Lucia, e una volta ha preso fuoco. Urlavano, e la casa era chiusa. Mia zia ha preso una brocca d'acqua e l'ha buttata sulle fiamme, e ha fatto peggio. Per fortuna comunque – alla fine – sono riusciti a spegnere le fiamme, altrimenti restavamo tutti bruciati perché non si poteva uscire dato che il fuoco era sulla porta.
I padroni Chin non è che ci trattassero male solo che, lei in particolare, la signora Luigia, era più furba di noi. Mia madre con questa vacca a volte riusciva a farsi un po' di formaggio. Lo metteva nella sua camera dabbasso e la signora Chin, di nascosto, andava a rubarglielo; di notte poi entrava in caneva e andava a prendersi del vino. Noi eravamo riusciti a portarci da casa un caretèl di vino per mia madre che era "in stato". Di notte lei andava dentro e se lo andava a prendere e poi usciva camminando con questo pentolino (quello del caffè) sopra la testa, sotegàndo, sotegàndo (zoppicando, zoppicando). «Eh, son 'ndata a ciòrme un poca de aqua in tel secièr», diceva se qualcuno la vedeva, invece andava a prendersi il vino in cantina, e alla fine ci siamo trovati col caretel vodo.
Mia madre era riuscita a portarsi via il vino perché era partita prima. Noi invece avevamo aspettato perché si sperava di restare.
Quando siamo partiti noi avevano già iniziato a sparare. Non si voleva andar via, ma alla fine siamo stati costretti ad allontanarci, con quello che si aveva.
Mia madre con il latte riusciva a farsi anche un pochino di burro e lo portava al comando.

Nastro 1994/28 - Lato B

Al comando faceva scambio con un po' di zucchero e la mamma ce ne dava un po' per ciascuno. Noi lo si tociàva con la polenta, polenta e zucchero: era il dolce, la carne e tutto.
Si andava a rubare zucche per i campi. Mia sorella aveva tre-quattro anni  – si chiama Rita e adesso è in America – una volta è andata a confessarsi e il prete le ha chiesto quale peccato avesse commesso. Lei ha risposto: «Son data robar na zuca» e il prete le ha detto che non era peccato, no.
E le radicèe, quelle che fanno il fiore giallo, i fratò-c (il tarassaco); ma anche altre erbe.
Mia zia Catìna (Saccon, sorella di mio padre), che aveva due gemelli, mangiava le radici delle erbe fratò-c perché non c'era niente da mangiare.
Anche lei era profuga dalle parti di Fontanelle, e in tanti si sono fermati da quelle parti.
A Fontanelle eravamo troppo vicini ai tedeschi; quello che si aveva lo portavano via tutto loro. Poareti, erano morti da fame anche loro. È per quello che hanno abbandonato l'Italia, che hanno perso la guerra!
Di San Cassiano di Livenza ricordo che eravamo tutti su uno stanzone, distesi per terra sulla paglia. Per quello i miei hanno voluto tornare indietro, riunire la famiglia.
Fra le erbe, buoni anche i bruscandoli e i s-ciopét.
Subito dopo la guerra ci siamo sistemati dentro una caneva bassa, sotto una casa. Tutti dentro là finché non ci hanno portato una baracca. La caneva era nel borgo in cui abitavamo prima, il borgo dei Cadorini che era vicino a quello dei Facchini, sopra la località Caminada di San Polo, per andar verso San Michele.
Subito dopo la guerra due ragazzi che andavano a scuola assieme ad alcune ragazze si sono messi a battere una granata poco distante da dove noi abitavamo. La granata è scoppiata e di quelli che battevano uno ha perso le dita, una ragazza si è presa in pieno petto il cul della granata che l'ha scaraventata nella siepe e là è rimasta morta; poverina era anche senza mamma. Un'altra ragazza ha avuto tutto il viso pestato ed è morta da poco [...] La ragazza uccisa dalla granata era una Sessolo.
Nella casa dove ora c'è mia figlia, a duecento metri dall'argine, là c'era una gran buca di granata e mio suocero ha buttato dentro tutte le bombe, granate e residuati vari che aveva trovato nella campagna. Poi le ha coperte e adesso sono ancora là sotto, ben profonde e non sono state ritrovate neppure con il "ferro" con cui andavano a cercarle. Sono là sotto e non scoppiano più, ormai.
Anche a San Polo, in campagna, quando siamo arrivati noi era pieno di munizioni.
Non abbiamo visto morti, ma ci siamo presi le coperte dei militari e le abbiamo utilizzate per farci dei vestiti, braghe, cotole, di tutto.
Quella guerra là è stata molto più dura dell'ultima. Parlo per noi che non abbiamo fatto in tempo ad andare di là del Piave. Quelli invece che sono andati di là se la sono passata meglio. Anche i miei suoceri sono andati di là e sono andati negli Abruzzi con tutte le famiglie che erano nella zona lungo il Piave, perché gli italiani avevano fatto un ponte proprio dove poi noi abbiamo messo il traghetto.
Gli italiani avevano buttato giù anche il campanile di San Polo, prima di partire.
Quelli che sono andati di là non hanno patito la fame.
Quelli di qua invece ... anche i tedeschi l'hanno patita. Perché la strassavano appena arrivati, la biava la davano ai cavalli, il vino lo lasciavano andare per le caneve perché erano ormai ciochi, ubriachi. Per quello si sono fermati qua, altrimenti sarebbero andati avanti, perché di là del Piave non c'era nessuno degli italiani.
Poi gli italiani hanno lasciato andar giù tutta l'acqua dei laghi, come quella volta che hanno annegato tutti i tedeschi. Dove noi un tempo avevamo il vigneto, avevano fatto il ponte e ci sono ancora - sotto le crode - i barconi. Ce ne sono tre quattro, di ferro. Uno lo hanno tirato su quelli di San Polo alcuni anni fa. Quanto hanno lavorato sotto acqua per tirarlo su, quei ragazzi!
Quando i tedeschi hanno fatto il ponte per andar di là, gli italiani hanno mollato l'acqua. Così si è rotto il ponte e tutti i tedeschi si sono annegati. Non è stata la pioggia: hanno lasciato andare l'acqua apposta.
*
Alluvione del 1966. Qella volta l'acqua si è alzata fino a sopra là, ha lambito la casa. Faceva paura; poi ha rotto a Saletto e allora l'acqua ha iniziato ad abbassarsi. È andata fuori di là. Noi siamo andati [con la barca] a portare da mangiare all'Ospedale di Motta; ce lo sono venuti a chiedere.
*
Una volta c'era uno qua a Cimadolmo che faceva barche, era un certo Bassetto; mi pare che abitasse in mezzo alle grave.
La barca è in abete, perché pesa meno. Dentro vi stavano dieci uomini e dieci biciclette.
È lunga 4 metri e larga crca 1,80 - 2 metri.
Era fatica ... e tante volte siamo andati prenderla a Ponte di Piave. Magari ce la slegavano, se la prendevano e andavano in giù, invece di chiamarci; ma l'abbiamo ritrovata sempre intatta.
Una volta qualcuno l'ha nascosta dietro un bàro (cespuglio).
L'osteria una volta non c'era; c'era solo la nostra baracca- abitazione; l'osteria l'ha messa mio figlio una decina d'anni fa.
Il tetto della baracca era con tegole, ho ancora la fotografia.
Dalla famiglia grande – quaranta persone – che si trovava tra Tempio e Fontanellette, sotto Fontanelle in Borgo Dalla Torre, siamo venuti via quando io avevo sette anni. Siamo andati a San Polo e me lo ricordo ancora.
Poi io sono stata a servire a Venezia da dei signori: era la moglie di un capitano della Marina. L' avevo conosciuto tramite uno di Cimadolmo che l'aveva avuto come suo capitano. Si chiamava Marcuzzo, al Lido, vicino a dove arrivavano i vaporetti.
*
Maria Saccon è la protagonista del libro della Alessandra Jesi Soligoni "Ines del traghetto".
La Soligoni veniva qua alla mattina "a prendere le arie" ancora prima di scrivere il libro. 
Qua alla mattina presto era sempre pieno. Una volta non andavano a Jesolo, il dottore li mandava qua. C'era sempre acqua e loro camminavano lungo l'acqua. Alle cinque erano qua, camminavano e poi andavano a casa.
C'era anche il "campo solare". Andavano a buttarsi giù in quel murazzo là. 
Là c'era anche una baracca dove facevano da mangiare per i ragazzi. Erano gli alunni delle scuole della zona: prendevano il sole come in spiaggia. C'era anche un areoplano che faceva il giro ogni giorno...
La Soligoni è di Ormelle e sua madre è morta da poco. Ora abita a Treviso e veniva a prendere le arie al mattino anche lei.
Pavan. Ormai lei è famosa. Quando mandava avanti il traghetto non avrebbe pensato che un giorno tutti l'avrebbero cercata...
Saccon. Quanta acqua ho preso! Se dovessi tener conto di tutta l'acqua che mi sono presa, a tutte le ore, non dovrei neppure più camminare.
Freddo o caldo. A volte c'era il ghiaccio. D'inverno ce n'era sempre, una volta; la stanga era sempre piena di ghiaccio.
A volte la barca era di là, e stivali non ce n'erano. Mi toccava andare dentro scalza e mi toccava poi massaggiarmi le gambe. Tanti mi dicevano òcio, te va dentro in tel'acqua, ocio che te ciapa qua, te ciapa là. Invece ringrazio il Signore ma sto bene.
E sempre scalza. D'inverno avevo gli zoccoli, ma sempre acqua era.
Nuotare non sapevo nuotare: se cascavo dentro mi sarei annegata. In questo posto davanti al traghetto c'erano sei metri di acqua normalmente e i ragazzi andavano sempre a nuotare, si tuffavano.
Una volta una guardiacaccia di nome Orso che era di là del Piave, ha chiamato mia figlia che andasse a prenderlo. Lei è andata, era quasi mezzogiorno. Ha poggiato la stanga su una croda ed è scivolata, cadendo dentro in acqua. La barca è scesa da sola lungo la corrente. Mio marito ed altri ragazzi vedendo la barca scender vuota si chiedevano coma mai, cosa era successo; oltretutto non c'era neppure la stanga su. Nel frattempo mia figlia andava su e giù nell'acqua perché era caduta proprio in un tòrcol, un mulinello. Per fortuna dopo tanto ha trovato sul fondo un rialzo di sabbia. È riuscita a poggiare i piedi e a uscire dall'acqua, spaventatissima: «momenti me negàa». Era mia figlia Gaiotto Luciana, la mia ultima figlia. Avrà avuto 18-19 anni.
Qua davanti alla casa – all'ex baracca – ci sono tante crode sotto; il Piave si è ristretto più di una decina di metri, sempre con queste crode. In questa maniera non c'è pericolo che la terra venga erosa e l'acqua "mangi la casa".
Mio marito sapeva nuotare.
Acacie, càssie mate. Sono buone «fin che e mena», cioè finché non finiscono di crescere, d'estate. Solo in quel periodo si riusciva a scussàrle, dopo non più. Il periodo buono è da maggio finché iniziano a chiudersi, cioè quando non "camminano più", non corre più la linfa. Lo si vede dalla cima della pianta, che "si chiude".
La fornace di Roncadelle, vicino al traghetto è di Bortotto Isaia. Ha funzionato fino a poco dopo l'alluvione. Ora pare che vi debbano fare una pizzeria, una gelateria.
La fornace funzionava con sassi del Piave, oppure con quelli del Cellina. Servivano per ottenere calsìna [calce], che una volta era molto utilizzata.
La baracca della guerra, dove abitavo prima, aveva due stanze. Poi un po' alla volta abbiamo allargato la baracca e anche la nuova casa.
Anche qua sul Piave ci sono le zanzare...

Aggiunte e precisazioni, 13 settembre 1994

Il pìc della pertica era fatto da un artigiano del posto, di Roncadelle.
Le tre figlie emigrate in Svizzera erano Elide, Maria Pia e Edda. Un'altra figlia, Luciana, era in Germania. In tutto ho cinque figlie. La più vecchia, Dilva, è rimasta invece in casa.
Giunchi: Vénchi farinati e vénchi di un'altra specie. Li raccoglievo a Cimadolmo. C'erano delle fabbrichette a Cimadolmo. Noi li portavamo da Barbaress. A Stabiuzzo ce n'erano tanti che li raccoglievano; a Stabiuzzo, più che a Cimadolmo.
Quella volta che a Cimadolmo dovevano aprire la fabbrica di vetro. Non l'hanno voluta perché in paese temevano che si perdesse il lavoro dei cesti a causa di questa fabbrica. Così l'hanno fatta a Ormelle e a Cimadolmo sono rimasti con un pugno di mosche, visto che comunque i cesti poi non li hanno fatti più. Non c'era più futuro per loro, c'era la plastica.
[...] Noi siamo in dieci fratelli, una è nata da profuga a Fontanelle nel '18, si chiama Celestina [...] Dei dieci fratelli, ancora otto sono vivi, la più vecchia è del '6 (Rosina) e il più giovane è del '20. Dieci figli in quattordici anni. Una volta era così.
Io ne ho avuti sette: cinque femmine e due maschi.
Da profuga: rane e pesci nei fossi. Mia madre li arrostiva magari con un po' di burro. 
Quando di pesci se ne prendeva pochi, mia madre li metteva dentro a delle scatole vuote di conserva che i tedeschi buttavano via. Li metteva dentro finché le riempiva, coprendoli col sale. Così si conservavano finché ce n'erano a sufficienza per mangiare. Barattoli di latta avanzati dai tedeschi. 
Il problema però era il sale: ce n'era sempre poco. Bisognava andare dai tedeschi al comando e in cambio di un po' di burro ci davano il sale e lo zucchero.
Noi profughi eravamo sprovvisti di tutto. Chi era rimasto a casa sua qualcosa era invece riuscito a nascondere. A noi tutto quello che avevamo lasciato a casa ce l'hanno portato via o ce l'hanno mangiato i cavalli germanici.
Mia zia Luigia e mia sorella Rosina alla fine della guerra si sono prese il tifo e sono state portate in un ospedale militare dalle parti di Oderzo.
Lo zucchero, per tociarlo con la polenta, lo stendevamo su un piatto.
Dopo la guerra sono andata a servire dalla signora Marcuzzo al Lido, che era sola e aveva due figli: uno era capitano di marina e faceva la spola coi piroscafi da Venezia a Trieste. La loro casa era proprio in vista della laguna, si vedeva San Marco.
[...]
Maria racconta il suo modo di «far l'amor»: i fidanzati seduti sotto il portico, dove c'era un'immagine della madonna ... e quando un vecchio accendeva il lume voleva dire che era ora di smettere e di andare a casa. 
Seduti, davanti a tutti...
Una volta «c'era più allegria», rispetto ad ora. C'era più unione, invece adesso tutti hanno la macchina e tutti sono per conto suo. Una volta biciclette non ne avevano, macchine non ne avevano, gli toccava andare a piedi e allora si univano.
Ora sul Piave non c'è più acqua. Ce n'è d'ora in avanti [in autunno], quando non ne serve, ma d'estate la prendono tutta per le campagne.

lunedì 24 maggio 2010

Matteo Dal Canton, Quero (BL)

Nato il 15 maggio 1908

Nastro 1994/20 - Lato A                30 maggio 1994


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Matteo Dal Canton
[Premette che ha già dato un'intervista a una ragazza delle scuole, la quale ha poi preso il primo premio...]

Se dovessi raccontarle la partenza che ho passato quell'anno là...
Visto che ormai erano qua i tedeschi ... sono rimasti fermi per colpa della Piave, era un'alluvione. La Piave era come il Po, me lo ricordo, perché avevo nove anni.
Mia mamma alla notte aveva sognato fuoco, tutta la notte. 
Alla mattina ... mio padre aveva trovato un casonét in S-ciévenin, al ponte di Cagnin, perché è un ponticello prima di arrivare a Schievenin in cui ci sono solo due tre case; su quella casetta sopra quella montagna là, [mio padre] l'aveva preso da uno che si chiamava Cagnin.
C'era mio nonno che si ricordava della guerra del [18]66, quando noi eravamo sotto l'Austria. Anche allora era arrivato qua un mucchio di truppa, perché la battaglia l'hanno fatta sul Veronese, dove sono arrivati i francesi, ed erano là là, in bilico per vincere o per perdere, la guerra. Me lo raccontava ancora, mio nonno, e diceva: «Ston qua fermi parché l'é un passàjo, l'ò vist ancora», e invece si sono fermati qua.
Mio nonno si chiamava Matteo Dal Canton e mio padre Angelo. Il nonno era del 1835 e un suo fratello aveva fatto il soldato con l'Austria, quando era in guerra contro la Boemia, su di là, ed è rimasto morto, questo fratello.
Siamo andati in Schievenin, con le vacche e il maiale, e ci siamo fermati là in quella stalletta, insieme con un'altra famiglia. Noi eravamo in tre figli e due li aveva l'altra famiglia. Abbiamo dormito sopra il fieno; eravamo piccoli, uno aveva un anno più di me. Là dentro in mezzo alla valle non c'era niente, c'era questa baita solo, vicino al pont de Cagnin; adesso anche la famiglia che abita là si chiama Attilio Cagnin, anche se è Mondin di cognome e viene da Prada.
05:20 Mia moglie si chiama Maria Tessaro, di Alano, nata nel 1910. Suo padre lavorava in ferrovia, era cantoniere. I ferrovieri sono stati mandati profughi a Porto San Giorgio e il padre di mia moglie era sull'ultimo treno passato prima che la ferrovia fosse interrotta.
Quando siamo arrivati a Schievenin con le bestie, non c'erano ponti ... saltavano da un sasso all'altro, le bestie.
Mio padre era assieme a un altro suo amico: Mondin Vincenzo, detto Céncio Baston. Mio padre si chiamava Angelo, soprannome Gamba come tutti i Dal Canton. 
La località in cui si trova la nostra casa [qua a Quero] si chiama Nogaróla. Altre località di Quero sono: Col Barbanic, Col Maor dove c'è l'ossario tedesco, ecc.
Siamo partiti sul mezzogiorno. Si sentivano ormai le cannonate e il giorno successivo, al mattino, mio papà è venuto dentro a dirci: «Presto che scappiamo, andiamo in giù» [verso Montebelluna, lontani dal Piave].
Abbiamo lasciato tutto là a Schievenin, anche le vacche e presto, scappare. Io [ero con un] altro ragazzo, Bepi Mondin, che è venuto con noi; lui attaccato a suo padre. 
Io, mio papà e mia sorella siamo partiti con un sacchettino per andare in giù.
09:50 Mio papà infatti non era molto d'accordo con il nonno: lui aveva visto che gli italiani sul Tomba avevano preparato le trincee (si sentiva dire: «I laóra, i fa le trincee»), ma si sapeva che la guerra era lassù e si vedevano sempre i treni dei feriti passare con la croce rossa. Avevamo un pezzo di bosco e si vedeva tutto.
Insomma mio padre ha detto: «El fronte vien qua ... è meglio che andiamo giù». Così ci siamo decisi a partire.
Mentre andavamo in giù c'era la strada piena di soldati, carreggi e tutto. Oramai i tedeschi erano di là del Piave, sulla zona di San Vito [di Valdobbiadene]; altro che il Piave era come un mare, arrivava fin sulla ferrovia.
Mi ricordo quando siamo arrivati Ai Canalét, come chiamiamo noi, a San Giacomo. C'erano i militari sull'argine della ferrovia con le mitraglie che sparavano di là, e dalla parte di là i tedeschi che tiravano di qua.
Io sentivo le cannonate, ma a quei tempi - avevo nove anni - credevo che fosse il tuono. Capitavano queste granate, una qua e una là. Ne è capitata una mentre si camminava di fianco ... era tutta vigna là in quel punto. Mentre si camminava nella vigna ne è arrivata una molto vicino e ci ha interrato. Un colpo ... e mi sono trovato in mezzo a una nuvola. I miei genitori mi hanno perso dalla mano e io mi sono trovato in mezzo a questa nuvola. Ho camminato finché ne sono uscito e ho visto delle persone in terra distese e mi sono detto ... e intanto veniva giu' una pioggia a dirotto ... : «Guarda - mi son detto - questi qua dormono per terra, con questo tempo».
Intanto correvo piangendo e chiamando "mamma qua, mamma là". Era una disperazione. Non si sentiva altro che piangere e gridare e cannonate.
Ho continuato a camminare finché sono arrivato nei pressi della chiesa di Fener, e là ho cominciato ad ambientarmi perché prima non sapevo dove mi trovavo, non sapevo se andavo in su o in giù. «E allora vado a casa - mi son detto - chissà che non trovi mia mamma».
Venendo in su per la strada c'era una colonna di militari. Mi dicevano: «Onde vatu, bocia?» e mi mettevano una mano sulla testa. Alla fine sono incappato in mio cugino, che faceva parte del battaglione Feltre ed era in ritirata (e poi sono andati ad accamparsi qua sul Grappa). Mi ha chiamato: «Onde vatu Mateo?» e mi sono messo a piangere, perché era uno che veniva sempre in casa nostra. Era Carlo Curto e mi ha detto fermati... 
No, mi sbaglio. È stato che Carlo Curto ha trovato mia mamma che piangeva disperata (era sorella di sua mamma), e allora questo soldato è tornato indietro, invece di seguire la colonna; è tornato indietro a guardare, in cerca di questo bambino, a vedere se mi trovava... [...]
Io ero [arrivato] a casa. Ero da solo, con la piova che continuava a cadere, e ogni tanto si sentiva un colpo qua e un colpo là. La nostra casa era come la avevamo lasciata, nessuno aveva toccato niente. Apro la porta e vedo venire avanti questo soldato e mi dico: «Meno male che c'è qualcuno, chi sarà?». 
Ormai non piangevo neppure più, avevo il convulso, ma quando l'ho visto e l'ho riconosciuto mi son messo a piangere. Lui mi ha detto. «Non sta piangere, no, è quaggiù tua mamma».
15:55 Sono tornato indietro con lui e sono andato giù e quando sono stato al ponte di Fener ho incontrato mia mamma, con mio papà e mia sorella che venivano in su.
Nessuno della famiglia si era fatto niente, mia sorella Pierina ha continuato a rimanere in mano alla mamma ... e abbiamo deciso di tornare ancora a Schievenin. Ma tornati che siamo, abbiamo trovato sì le nostre vacche, ma il posto lo avevano occupato altre persone qua del paese che vi si erano rifugiate.
Ci siamo stretti tutti dentro, tutti impaccati, e poi ogni tanto uscivamo. Questo per due tre giorni, poi sono arrivati ancora soldati italiani. Hanno bevuto del vino, hanno mangiato normalmente: erano ancora italiani in ritirata dal Cadore.
I tedeschi non potevano passare il Piave. 
I tedeschi sono arrivati a Schievenin il 15 di novembre. Li ho visti venir giù dalla montagna. Noi eravamo a ridosso e li si sentiva...
Il giorno avanti avevano fatto una battaglia qua sul monte Cornella, si sentiva gridare, andare all'assalto, «aiuto, Savoia... ». Noi eravamo giù dalla montagna e li si sentiva gridare, i soldati. I sighéa aiuto, andavano all'assalto. I todeschi uuuh!, i urléa come le bestie feroci. Hanno fatto fuori tre battaglioni, là sul monte Cornella. Tutti insieme urlavano, andavano all'assalto alla baionetta.
Sono morti italiani e tedeschi, però i tedeschi erano di più e hanno sopraffatto gli italiani. Mi dicevano che nella maggior parte [gli italiani] erano tutta roba del '99 e gli istruttori solo erano più anziani ... e questi si sono portati nelle seconde linee e l'assalto l'hanno fatti quelli di 17-18 anni.
Poi ho incontrato uno che aveva fatto la battaglia sulla Cornèla. Stavo facendo fieno in montagna e mi ha chiesto ... mi ha detto che lui aveva combattuto là e aveva lottato alla baionetta. Era capitano, si vedeva che era un uomo scaltro. Alla baionetta qua ne sono morti tanti è stata una disfatta, si era uno contro dieci. 
[Gli italiani] hanno tenuto la montagna per otto giorni, e i tedeschi vedendo che non potevano passare hanno sforzato in massa, come hanno rotto a Caporetto ... ma qua niente. Avendo tenuto fermo per otto giorni, i nostri sono riusciti a sistemare le difese sul Monfenera, sul Tomba e sul Grappa.
20:40 I tedeschi avevano la prima linea a cinquecento metri sotto la nostra casa, che di fatto era come la prima linea, c'era lo sbarramento dei reticolati. Il Tomba, là sopra, era la prima linea; poi c'era la terra di nessuno.
Il Tomba lo hanno perso tante volte, perché andavano in massa e dopo gli davano dei contraccolpi di fianco e lo hanno conquistato di nuovo, gli italiani. In sostanza non lo hanno mai perso del tutto.
Le trincee tedesche le si vedono ancora qua davanti. Ci sono ancora le postazioni in cui mettevano le mitraglie. Una l'ho spianata io che sarà poco tempo; era una collina e vi avevano fatto una piazzola. Domani sego il prato e si vede ancora il segno della trincea; io ho cercato di spianarlo per andar bene con la falciatrice.
Sulla strada che va a Treviso [la statale Feltrina] ... il fronte italiano scendeva lungo il ciglio, fino a Pederobba e là i tedeschi cercavano di andar su, ma erano in posizione sfavorevole. La strada non era né dell'uno né dell'altro, perché era una posizione che non si poteva tenere, perché là anche a sassate ti avrebbero ammazzato.
Poi hanno fatto un'altra battaglia sui Rivalti [?] perché volevano sfondare anche sul Tomba. Aveva fatto un po' di neve, era verso la metà di dicembre e noi eravamo ancora a Schievenin. Qua, dietro la nostra casa, avevano messo le artiglierie. Mio padre aveva cercato di venire a Quero per vedere se trovava qualcosa, e ha trovato tutto pieno di tedeschi; non ha più trovato niente, avevano portato via tutto. La casa l'avevano svuotata, cavato il solaio, i travi, tutto, per fare i ricoveri. I muri comunque erano rimasti in piedi, avevano solo un buco di granata. Tutt'attorno era pieno di buche.
I muri erano tutti scossi, e anche se sono rimasti gli stessi, quando poi la casa è stata ricostruita hanno dovuto rinforzarla dappertutto con degli àrpesi [rinforzi, barre] di ferro...
Siamo rimasti a Schievenin fino al giorno di Natale, quando i tedeschi ci hanno spostato... dopo che avevano diverse volte tentato di passare e di andare a Venezia. I diséa Nach Venèding, lóri. I avéa senpre in boca Nach Venèding...
A Schievenin c'erano tutti quelli di Quero che non erano riusciti ad andare di là delle linee. E noi abbiamo sbagliato quella volta a non passare per la montagna, visto che non si poteva passare lungo la strada perché si era sotto il tiro. Passare su per la montagna e scendere dall'altra parte, perché per otto giorni si poteva ancora passare.
26:30 Sul Tomba a metà altezza, era rimasta tutta la neve (in pianura invece si era sciolta per la piova) e i tedeschi avevano fatto un'azione. La vallata era piena di uomini, bosgnàcc [bosniaci]. Mi ricordo sempre che dicevano i é bosgnàcc, i é bosgnàcc e i nostri uomini dicevano: «Hanno fatto una battaglia che la Monfenera - perché un pezzo si chiama Monfenera e poi si chiama Tomba - la Monfenera è diventata tutta nera dalle cannonate. 
Io e altri due tre boce si voleva andar a vedere, si aveva gola di vedere questa neve diventata nera. Ma per la strada non si poteva passare colpa che i todeschi non ti lasciavano mica, c'era tutto un traffico di loro che andavano avanti e indietro. Allora siamo andati su per una montagna, per un pezzo, e poi sempre di traverso passando per bosco e legni finché siamo venuti fuori su un posto - noi eravamo pratici della montagna - che ci permetteva di vedere il Tomba: ed era tutta nera... La neve era nera. Si vedevano dei pezzi bianchi qua e là [...]
E gli italiani hanno fermato i tedeschi...
Poi ci sarebbe la battaglia di Val Calcino e la battaglia di Valderoa.
28:18 La grande battaglia di Val Calcino: i tedeschi si erano presentati in massa e quelli che difendevano erano i paesani. Non di Quero, ma di Feltre, del centro del Feltrino; perché c'erano tre battaglioni tutti formati dal Settimo: il battaglione Feltre, il Pavion, il Cismon. Sono stati loro a fermarli.
I tedeschi hanno requisito mio padre e altri uomini. Mio padre allora aveva 57, 58 anni: era valido, era un uomo solido. Erano stati requisiti tutti quelli validi per portar feriti tedeschi. Era una zona lassù chiamata San Daniel [?], dentro al Schievenin. I tedeschi avevano già fatto la strada per andar su; prima la strada era qua sul mezzogiorno e non la potevano adoperare perché erano sotto il tiro delle artiglierie italiane. 
Hanno fatto andare i nostri uomini fin dove sentivano andare all'assalto, e mio papà è rimasto via due giorni e una notte. Senza vederlo ... mia mamma disperata, con due boce mi ha preso per una mano: «Ndon a véder». «Mi voi me popà, me popà»
Siamo andati a vedere e là c'era un grumo di gente. Era un piano e lo chiamavano il piano de Andrea Mussa. Era pieno di morti, di feriti, di truppe. Era tutto pieno di soldati e si vedeva della gente, dei civili, che giravano: avevano requisito gli uomini validi.
30:14 Finalmente ho incontrato mio papà. Mia mamma chiedeva a questi civili «ha visto il mio uomo?» [àlo vist el me òm?). - «Si l'o vist.» 
«Beh, allora vuol dire che è vivo, chissà che salti fuori». Perché due giorni e una notte... 
Finalmente lo abbiamo trovato ed era tutto pieno di sangue.
«Cosa hai fatto papà?»
«Sono andato a portare feriti.»
Io non lo sapevo neppure [cosa fossero "i feriti"], non si sapeva mica allora ... 
Adesso i boce a dieci anni sanno come uno di venti, ma allora non c'era niente, né televisione né niente, i contéa altro che storie del diàul, del mazaròl, tute frotole. Allora non c'era l'istruzione che c'è adesso.
Mio padre quando ci ha visto ha detto: «Adesso scappo ... prima non riuscivo a scappare e ho dovuto fare non so quanti viaggi, su e giù.»
Insomma è riuscito a scappare e a venir giù in questo ricovero dove eravamo noi, nella baita.

Nastro 1994/20 - Lato B      30  maggio 1994

"Vallata di Schievenin", cartolina spedita nel 1906.
C'era tutto il paese di Quero a Schievenin dove c'è anche una fornace che la usavano quelli del paese per farsi su la calce per la casa. Nel Tegorzo ci sono dei sassi buoni per fare calce, un sass maségno, tanto che c'è anche la val Calcino.
Una famiglia si era sistemata dentro a una fornace, tutti i buchi erano buoni per ripararsi; ci hanno messo un po' di legne sopra per ripararsi [dalla pioggia].
I tedeschi ci lasciavano stare, solo che erano pieni di fame e se vedevano che qualcuno aveva qualcosa in più glielo portavano via. Noi avevamo le bestie e loro appena arrivati ce le hanno ammazzate, porzèl e tutto, e a me hanno dato el scàrp de na vaca [le mammelle di una vacca].
Due anni fa sono andato proprio in quel posto. Ci passavo sempre ma non mi ero mai fermato, in questa staléta. All'epoca era proprio baita, poi è stata rimodernata.
Due anni fa ci sono andato e mi son detto: «Ma guarda tu, quanti anni sono passati, e sapere che in questo posto qua hanno ammazzato le vacche, e sapere quante ne abbiamo passate... ». Ho riflettuto: allora ero bocia ... e due anni li ho passati in guerra dopo: a 35 anni ero ancora con le stellette qua nei Balcani. Ma la guerra in cui ho sofferto di più era quella di quando avevo dieci anni, perché quella dai trenta ai trentacinque ero ormai un uomo che sapeva anche difendersi, sapeva anche decidere. Invece da bambino ero proprio bersaglio di tutto.
34:40 Nella battaglia di Val Calcino i tedeschi sono stati decimati e si sono fermati definitivamente; allora hanno fatto sgombrare tutta la popolazione civile che era dentro alla vallata.
Ci hanno portati via tutti, di notte. Caricavano con i carri e cavalli - tutti cavalli, non c'erano macchine - e ci hanno portati nel Feltrino. Là ci dividevano. Alcuni venivano mandati nel Friuli, anche perché Feltre era il centro...
Noi ci siamo fermati a Feltre perché mio padre aveva una sorella sposata a Feltre e lei ci aveva procurato una stanza. Così le abbiamo anche salvato la roba, perché aveva suo marito in guerra e i tedeschi andavano dentro a portar via.
I tedeschi vedendo che dopo due tre volte non riuscivano a passare si sono fermati; così si sono rinforzati i tedeschi ma si sono rinforzati anche gli italiani dall'altra parte.
Proprio nella notte di Natale ci è toccato il turno di partire per Feltre anche a noi. E venendo avanti lungo la strada c'erano dei tedeschi che festeggiavano il Natale con un alberello: mettevano le granate in piedi come a far finta che fossero state le Madonne, una candeletta. Erano cattolici anche loro, si vedeva che festeggiavano Natale. Quando siamo arrivati in prossimità di Quero, la strada era stata tutta mimetizzata con legne, con frasche, perché altrimenti dal Tomba vedevano la strada e tiravano.
Perché "per seguire la linea" bisognava passare per Quero; per quello che Quero è stato distrutto, raso al suolo proprio.
Dopo la guerra ho trovato uno che era dell'artiglieria e [mi ha detto] che li facevano sparare sempre in «direzione Quero», con i 149. Finita la guerra si è detto: «Voglio andar vedere a Quero cosa è successo, perché sempre direzione Quero!... »
Quando siamo arrivati qua all'inizio di Quero, eravamo una colonna di carri con civili (io ne vedevo sette otto, ma eravamo una colonna). Ci siamo fermati perché si sentiva qualche cannonata. Sentivo degli uomini che dicevano: «Eh i spèta, parché i fa a intervali». Infatti i colpi facevano ta ta ta tan, come una scarica; dopo si fermavano e dopo un po' ripartivano. Si vede che hanno aspettato il momento giusto e a quel punto hanno spronato i cavalli a correre, a correre forte...  So che mi ricordo che eravamo andati su per una strada che adesso è via Monte Cornèla ma allora la chiamavano da drio le case, perché costeggiava le case a tramontana.
Si sentivano distintamente i colpi delle granate che cadevano sui coppi ... tu tu tu, come se cadessero sopra delle pignate. E via di corsa. Avevano queste carrette fatte a vandùia [madia], 'ste carrettone loro, e tutti questi cavalloni grossi, sauri, bianchi.
Si passava a piccoli gruppi, e appena passati abbiamo sentito le granate arrivare. Siamo arrivati ad Anzù e ci hanno scaricato in una casa. Là c'era la neve alta così. Ci hanno fatto andar dentro a una casa civile, che era tutta piena. È ancora vivo uno di quelli che erano là quella notte, aveva un anno più di me... Noi boce siamo stati là tutta la notte sotto la tavola, buttati per terra, finché non è venuto chiaro. Era freddo, ma eravamo talmente in tanti che era sopportabile.
40:40 Alla mattina siamo partiti. Avevamo un fagottino con due stracci, e siamo arrivati a Feltre dalla sorella di mio papà. Là c'era già mio nonno e mia nonna che erano partiti prima da Schievenin, perché anche fra i tedeschi c'erano di quelli che avevano coscienza e li avevano portato via prima, questi vecchi.
Ho visto, nella guerra che ho fatto io, quanta delinquenza c'era anche fra noi italiani ... di quelli che dopo ci mettevano in pericolo anche noi, per colpa loro. Era la stessa roba con i tedeschi. Ce n'erano di quelli che parlavano bene, ma in mezzo - anche là, come qua - c'era la delinquenza. Io poi sono stato in Germania e anche là ci sono delle degne persone; ne ho trovati di peggio, di italiani, io. Criminali ce ne sono todeschi e ce ne sono anche italiani.
La sorella del papà, a Feltre, si chiamava Antonia, e non aveva più posto. Allora ci ha trovato posto in un'altra famiglia. Si chiamava F. e aveva tre figlie e un figlio che erano sempre ammalati. Il marito era in guerra, e noi gli andavamo bene finché gli salvavamo la roba, perché se i todeschi trovavano le stanze vuote portavano via tutto.
Mio padre andava a legne per far fuoco, e andavo anch'io assieme. Si andava per i prati vicino alla Metallurgica, non so se abbia pratica di Feltre. Allora era tutta campagna, tutti prati, adesso ci sono tutti condomini. Là era dove si accampavano i tedeschi per andare al fronte per la valle di Seren e i tedeschi tagliavano le piante a livello della neve. 
A Feltre fa tanta neve; mio padre spostava la neve e poi con una manèra [ascia] tagliava via pezzi di legno che metteva in un sacco. Io prendevo su i pezzi tagliati, e mi ricordo che avevo un paio di calzoni che ormai si erano quasi consumati. Poi si portavano a casa queste legne per far fuoco, ma vicino al fornello c'erano sempre i padroni di casa e a me toccava star dietro, al freddo ... e ancora ringraziare di essere al coperto. Non avevamo mica troppa compassione no, dei profughi. So che c'era mia mamma che gli diceva: «Vorrei che toccasse a voi di dover scappare, abbandonando la casa come è toccato a noi, poi sapreste anche voi cosa vuol dire!»
Invece se c'era qualche piccola magagna, qualcosa che non andava, subito pronti a dire : «Eh sono i profughi», sempre la colpa ai profughi. Io ero anche piuttosto vispo, andavo fuori, trovavo qualcosa, una "trappola".  Trovavo magari una ruota di bicicletta ... allora non c'erano altro che le biciclette, di quelle dei militari. Io portavo a casa e loro me la buttavano via. Trovavo del filo della luce, interruttori ... perché gli alberghi là di Feltre erano diventate tutte scuderie, vi mettevano i cavalli, perché la motorizzazione era limitata. Avevano di quei cavalloni!
Gli abitanti di Feltre, una parte, quelli più agiati, i caporioni, quelli che sapevano, sono scappati, loro! Ma la gran parte degli abitanti sono rimasti là. Sentivo che dicevano: «Eh i siori i é ndati lori, i siori ... quei i sa come che la barca la va.»
45:59 A me non mi hanno trattato troppo bene, no. La famiglia in cui ero, ma non voglio che ne scriva il nome... Sono stato disgustato del loro comportamento. Sono poi stato tanti anni senza più vederle, queste persone. Dopo una trentina di anni c'era uno di quella famiglia che era della mia classe, e io lo vedevo quando andavo avanti indietro a Feltre, ma non mi sentivo di andarlo a chiamare e parlare insieme, perché mi avevano fatto dei dispetti. È stato lui poi a venire a casa mia. Io l'ho visto arrivare e sono scappato via. Non lo volevo vedere, ecco.
Dopo una trentina, e anche quarantina, di anni ci siamo incontrati per caso a Feltre, in un ambiente. Sentivo chiamare il nome, Albino, di questa persona e gli ho chiesto: «Ma sei A. F., tu?» 
«Sì» - mi ha risposto. 
«Eh, una volta ti conoscevo, io!» e ho lasciato correre tutto. 
Lui mi ha salutato, e questo e quell'altro, e poi veniva sempre a trovarmi, e anch'io lo sono andato a trovare. Ma i me n'ha combinà tante! 
Dopo, finita la [prima] guerra, suo papà è venuto a trovarci. Ma io era soprattutto coi boce che ce l'avevo ... ma anche con suo papà. Mio papà portava a casa delle tavole che trovava in giro e loro gli hanno portato via tutto. Mio papà cercava di prendere su qualcosa che avevano abbandonato i tedeschi - perché sapeva che qua non si trovava più niente - e loro dicevano che avevano trovato una famiglia che affermava che quella era roba sua, che era stata rubata a loro dai tedeschi...
Questa famiglia abitava in centro a Feltre. [Il capofamiglia] faceva il sarto durante la guerra e anche uno dei figli, dopo la guerra, ha fatto il sarto.
Durante tutta la guerra siamo rimasti sempre a Feltre.
Proprio negli ultimi giorni della guerra mi ricordo che a Feltre c'è stata una sparatoria di uno scherzo, perché i tedeschi hanno fatto resistenza e non volevano ritirarsi.
Quando mio papà ha saputo dell'armistizio ha voluto subito tornare a vedere la sua casa, e l'ha trovata nello stato descritto prima: senza porte né finestre; niente, niente.
Quando è arrivato gennaio [del 1919] mio papà è venuto giù a mettersi a posto la terra. Un pochi di operai avevano fatto su una casa come un baraccone e dormivano là. C'era una cucina militare che dava a questi uomini che lavoravano una gavetta di minestrone e pagnotte da militari. Io sono venuto a casa con mio papà; non volevo più restare lassù. Aiutavo qua a tirar su sassi, legar fil di ferro, preparare.
50:45 Quando i tedeschi si sono ritirati hanno fatto resistenza, e a buttarli fuori è venuto un battaglione di arditi che sono andati all'assalto. Noi sentivamo le sparatorie, ma eravamo tutti chiusi in casa.
Dagli aeroplani [italiani] noi abbiamo preso anche una bomba, su quella casa [a Feltre], e per puro caso non ci siamo fatti niente, forse perché non era una bomba tanto potente. Ha portato via il tetto, ha colpito esattamente il muro maestro ed è scoppiata là. 
Poco distante invece, a neppur cento meri, un'altra bomba è caduta in un giardino ed è rimasta là senza scoppiare. Rimaneva fuori a metà inclinata, e ci hanno messo un soldato tedesco di guardia, ma non l'hanno mossa, perché rischiava di saltare. È rimasta là finché non l'hanno fatta brillare degli specialisti dopo aver fatto sgombrare tutte le case. Ha fatto una fossa enorme...
Eravamo in una zona pericolosa per le bombe aeree perché si era vicino al Ponte delle Tezze.
Noi siamo stati fortunati quella volta, perché eravamo proprio sotto il tetto, al terzo piano. Se [la bomba] fosse scoppiata!
Al secondo piano c'erano i padroni di casa e al primo c'era una famiglia che li aveva tirati dentro mia mamma. Più che in una stanza erano in un corridoio in cui si erano sistemati in sette. Erano del comune di Quero o meglio di una frazione che si chiama Santa Maria. A quella famiglia è andata bene per il fatto che sapevano il tedesco tutti e due, e bene. Una, la moglie, era tedesca. Lui invece era da Santa Maria; un Andreazza, Luigi.
Lavoravano in Germania, si erano sposati là e poi erano venuti a casa colpa della guerra. Loro, se si presentavano dei tedeschi alla porta, sapevano difendersi perché avevano il parlare ... e poi lei ha avuto delle conoscenze con degli ufficiali, e ha attaccato alla porta un cartello con su scritto Kommand officier. Così nessuno osava entrare, perché avevano una disciplina i tedeschi!
Poi quella signora è andata come interprete al comando. Andava, veniva e poteva sempre avere qualcosa da mangiare e qualcosina da portare anche a noi, ma la loro famiglia era di sette persone. Lei si chiamava Maria: era una brava persona.

La gente di Quero che è riuscita ad andare verso giù è andata verso Riese, Castelfranco e là ha trovato da mangiare e da cavarsela bene. Là hanno mangiato, hanno trovato da lavorare, prendevano soldi e mangiare ce n'era. 
56:05 Il parroco di Quero, Ferrazzi, è rimasto con noi ed è venuto a Feltre. Poi è morto nel 1944, proprio in quell'anno che sono tornati di nuovo i tedeschi. È rimasto con la popolazione e poi veniva a trovarci.
Anche il sindaco, Angelo Mondin, era profugo ed era nel Feltrino. Il dottore invece ha fatto in tempo di andare oltre le linee, era un certo Gatto Giannino. È tornato dopo la guerra ma non ha fatto più servizio qua; si è trasferito con tutta la famiglia.
La maggior parte degli abitanti di Quero è rimasta di qua [della linea del fuoco].  Ha avuto 800 morti civili su 2500 abitanti, e 65 militari morti. Famiglie complete che non volevano scappare sono sparite sotto le granate. 
E la fame? Che non c'era da mangiare! 
Si andava a pelare le siepi, i germogli degli alberi, i radichietti per terra. E le zucche? Mi ricordo che mi sembrava fossero delle angurie da quanto erano buone, ed erano zucche. È per quello che io quando vedo trar via un tòco de pan ... mi viene ... perché mi leccavo perfino le mani quando per la prima volta mi hanno dato una fetta di pane.
Tanti sono anche morti da fame, qua a Quero. La più parte sono morti da fame, e poi è venuta la famosa spagnola. Una gran febbre, e molti ne sono morti.
Ma c'è la scritta a Quero, dentro al municipio, c'è la tabella là. 
01:00:50 Tanti boce... Mi ricordo che si era 25 nella mia classe e finita la guerra, dopo, nel '19, ci siamo trovati in 10-12. Più di mezzi sono mancati. C'era uno, vicino di casa, con cui andavo a scuola sempre assieme, era un Mazzocco...
Il paese di Quero quando sono tornato era tut un masarót, tut nèt. E giù per la campagna qua ... di quelle fosse, ma di quelle buche! Qua da noi c'era uno sbarramento di reticolati che attraversava. Era la prima linea.
Io ho visto anche nell'ultima guerra. Quelli che sono un po' delicati, prendono un po' di piova, qua e là, subito febbre, bronchite, polmonite. Non siamo tutti compagni. Io sono stato fortunato: ho preso delle bagnate e mi sono asciugato col calore del corpo. Ma sono stato fortunato e ho sempre resistito.
Ho sempre fatto il contadino. Si aveva 20 campi locali [cioè 20 quarte da 800 m] e poi si aveva la montagna.

Nastro 1994/22 - Lato B

Aggiunte e precisazioni, 2 giugno 1994

Maria Tessaro (moglie di Matteo Dal Canton)
Mio padre lavorava in ferrovia (a Fener) e ho fatto appena in tempo a prendere l'ultimo treno che andava in giù. Siamo rimasti fermi tutta la notte nella galleria di Montebelluna [per andare a...]. Mi ricordo che ci hanno fatto buttare giù per terra perché sparavano, di là del Piave.
Ero insieme con la famiglia: mio padre, quattro fratelli, la mamma. Abbiamo preso il treno a Fener, l'ultimo treno che à passà. Mio padre doveva andare ... e quando eravamo al Canalét (dove è stato costretto a tornare indietro Matteo), hanno tirato anche al treno.

Matteo Dal Canton 
[Negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale]è stato prelevato il maresciallo dei tedeschi comandante la guarnigione di Quero. È stato maltrattato dai paesani, partigiani. E il comandante guardava me - perché mi conosceva - ma io mi sono girato dall'altra parte perché se avessi dato segno di conoscerlo avrei avuto i miei guai con i partigiani... Ma sono morti tutti malamente, quelli che lo hanno trattato così.

Io facevo il carèr.   
(PS - La registrazione originale di questo breve brano è molto rovinata: 
non essendo riuscito a correggerla non l'ho unita al resto. 
Chi vuole può comunque richiederne l'ascolto separato)

Nastro 1994/23 - Lato A    2 giugno 1994
   
Sono nato il 15 maggio 1908. Il mio soprannome è Matìo Gamba.
[Nel novembre del 1917] mia mamma di notte ha fatto un sogno (mentre eravamo erano già andati con le vacche a Schievenin) ... che sarebbero accadute brutte cose.
Pochi mesi prima, fra l'altro, il prete - che evidentemente sapeva - aveva detto in chiesa...  Qua stavano facendo le trincee già un anno prima.
Mia mamma, dopo aver fatto questo sogno, ha detto a mio papà che venisse a prendermi in Schievenin, per scappare e andare in giù.
Noi si camminava ai fianchi della strada; c'era l'artiglieria che tirava e io credevo fosse il tuono.
A Schievenin la casetta l'avevamo presa in prestito da questo tipo che si chiamava Cagnin.
01:05:35 La classe di mio padre era il 1860; mia madre era del 1872 e si chiamava Gambalonga Vittoria. Si erano conosciuti quando mio padre era rimasto vedovo. Si era sposato quando aveva trent'anni passati e andava a lavorare sulla ferrovia Longarone - Calalzo. Là aveva incontrato queste ragazze che portavano il materiale dalla Piave per inghiaiare la ferrovia, con le gerle. Dopo essersi sposato è venuto a stare nella casa di suo padre. Con la prima moglie ha avuto una figlia. Poi la moglie è morta giovane, di parto. 
È rimasto vedovo un pochi di anni e dopo si è incontrato con mia mamma, dalla quale ha avuto un primo figlio, morto subito. Dopo, perché non si trovava molto con suo fratello, se n'è andato in America. Era il 1900 o il 1899, perché il figlio morto era del 1899 ... tanto che mia mamma diceva sempre: «Guarda, se quel figlio avesse vissuto ora sarebbe in guerra, e magari sarebbe anche morto.»
Mio padre è andato in California sulle miniere di carbone, e poi raccontava  che «era una montagna come qua la Monfenera». Andava dentro a pianterreno, lavorava a contratto, taglie da due metri ... ma non sempre, era a turni. Quando il carbone andava via [era richiesto] si lavorava da matti e poi stava magari due tre mesi fermo. Mio padre è riuscito a scamparla, perché c'era il pericolo di morire sotto, con le mine. Si è fatto quattro anni là, e in un primo tempo ha scritto a mia madre che andasse là anche lei. Ma poi è tornato qua e ha comprato [della terra] con i due soldi che si era risparmiato.
01:09:24 Ha avuto anche una brutta avventura, al ritorno. Per fortuna che sapeva che c'erano i ladri che aspettavano, qua e là negli sbarchi, e quando, dopo quaranta giorni di viaggio con un mercantile (per risparmiare) è sbarcato a Le Havre ... per fortuna i soldi li aveva "puntati" all'interno dei vestiti, al petto. Ha messo giù la valigia un attimo, e gliel'hanno rubata. Non aveva tanta roba, ma almeno da cambiarsi. È venuto a casa senza niente, così, con il fazzoletto da naso solo. C'erano i predoni anche allora, come adesso.
Mio padre ha avuto un primo figlio morto subito, poi una femmina Pierina (1904), e poi me, nel 1908. E quando sono nato io lui aveva 48 anni.

A Schievenin eravamo con un'altra famiglia e c'era un altro ragazzo, Bepi Mondin, della mia età e figlio di Vincenzo (Cencio).
Quando ero sul Canalét e mi hanno sparato addosso era di mattina, verso le 9-10. 
Carlo Curto, l'alpino mio cugino, è tornato indietro un attimo ma sapeva dove doveva andare con gli altri, sul Tomba. Avrebbe anche potuto scappare, ma dopo dove sarebbe andato? 
Ci sono stati di quelli che sono scappati e si sono fermati qua, ma poi andavano in mano ai tedeschi ed era ancora peggio. Ce ne sono stati [disertori] su per le montagne, sulle caverne, e sono morti da fame. Se andavano in mano ai tedeschi venivano mandati sui campi di concentramento... 
E poi passare la linea non sarebbe stato facile.
Qualcuno si era fermato di qua della linea, ma mio cugino ha voluto seguire il suo reparto. Mia mamma pensava sempre: «Che lo abbiano ammazzato?», perché seguitavano a sparare. Era una colonna, erano tutti sbandati questi militari, mica organizzati plotoni per plotoni. C'erano soldati, carrettoni ... c'erano tutti.
Io, dopo lo scoppio della granata, pensavo che dormissero quelli che erano per terra. Invece erano morti, e forse erano morti proprio a causa di quella granata. Erano per terra, un qua un là; «varda, i dorme co sta piova qua!»
01:14:58 Ricordo che i tedeschi sono arrivati a Schievenin il 15 novembre perché erano gli anziani a ricordare la data esatta ... mentre erano arrivati a Càrpen (ultima frazione di Quero) il giorno di San Martino, 11 novembre. Là i nostri hanno tenuto duro il fronte un pochi di giorni. Poi è stata sopraffatta la linea del Cornèla e i tedeschi sono venuti a Schievenin per andar su in Valderóa, l'ultima battaglia ... che sarebbe intitolata "la battaglia di Val Calcino".
01:15:47 Nella battaglia sul Cornèla sentivo gridare aiuto, feriti. Io non sapevo niente; dopo mi spiegavano i vecchi, i morti che c'erano stati. Però io sentivo tutto perché eravamo giù in basso e da là in su non saranno stati 500 metri. 
Era un costone di montagna che passa così. I todeschi i venìa vanti e gli italiani erano in difesa, ma erano pochi a confronto. Era sul mezzogiorno, fino alla sera scuro si sentiva sigàr [gridare]. Hanno detto quelli che erano su una frazione di Ciladon là sopra, e che erano arrivati prima ... hanno detto che erano tutti ubriachi. Tutti all'arma bianca, come in delirio. Li ubriacavano perché andassero avanti senza paura.
Gli italiani erano in meno, e demoralizzati. Avevano le artiglierie tedesche che erano in una zona chiamata il Pian del Vént e battevano la linea italiana, e sono stati sopraffatti. Una gran parte si è ritirata verso nord e una parte si son dati prigionieri. Ma dicevano (quelli che hanno visto) che i tedeschi non facevano prigionieri, erano tutti esaltati.
Un pochi di italiani si erano rifugiati dentro la chiesa di Quero, un pochi di sbandati, ma i tedeschi hanno aperto il lanciafiamme e li hanno bruciati tutti.
Comunque questa battaglia ha permesso di rafforzare le linee.
I più giovani erano poco esperti. Anch'io nella seconda guerra mi sono trovato con quelli del '21 e del '22 che venivano sempre dietro a me. Drio al vecio...
Erano tre i battaglioni italiani distrutti nella battaglia della Cornèla. È nominata... A Bassano c'è il monumento di Giardino e tutte le battaglie sono nominate, anche quella del Cornèla.
La piazzola che ho chiuso era sul terreno, non in cemento, e si vede ancora il segno delle trincee ... [su questo pianoro di fronte al Tomba e Monfenera, proprio in faccia alle postazioni tenute dagli italiani, in posizione sottostante e senza difesa. Si trova nella sua proprietà e ancora si nota il segno zigzagante della trincea].
01:20:56 Al ritorno, dopo la guerra, i nostri campi erano pieni di bombe, e se ne trovano anche adesso. Io ne ho ancora dei pezzi di granata; se si ara un po' in profondità ... ne ho trovate anche l'anno scorso, ne ho trovate di 149. Ormai se non hanno scoppiato restano neutre. La gelatina che è dentro se non si fa fuoco non scoppia.
Comunque subito dopo la guerra hanno mandato i militari artificieri a recuperare tutto. Gli artificieri facevano mucchi di munizioni qua e la; poi davano lo sgombero alla popolazione e facevano brillare le bombe. Facevano prima i segnali con quei razzi segnaletici che poi ho usato anch'io in guerra, e noi quando si vedeva quel razzo si doveva andare a nascondersi. Venivamo a nasconderci dietro la casa.
Nella battaglia di Val Calcino, mio padre era pieno di sangue per portare i feriti tedeschi. Mi par di vederlo, come fosse adesso.
Nach Venèding, Nach Venèding. Li ho sentiti tante volte anch'io i tedeschi che dicevano così, perché erano convinti di andare giù. 
Quando eravamo a Feltre, nella battaglia di giugno [del Solstizio], l'ultima in cui avevano anche sfondato il Piave, e la chiamavano "la grande offensiva" ... Nach Venèding, dicevano. E mio padre ha detto ad alcuni di loro: «Eh, Venèding, nain!» e loro gli hanno risposto male, arrabbiati e mio padre ha dovuto scappare.
01:24:55 In quell'occasione tutto il fronte era tuto un fogo e con mio padre sono andato in una località che si chiama La Culiada a Feltre, che va verso Fonzaso. Là si è di fronte la Valle di Seren e il Grappa. 
La Valle di Seren era quella che riforniva i tedeschi che andavano su per il Grappa, ed è stata la loro tomba. Si vedeva tutto fuoco, vruuum, vruum. Noi siamo andati a vedere ... Se i tedeschi fossero passati l'Italia era proprio kaputt.
Dopo, finita la offensiva, quelli che si erano salvati ritornavano tutti con la testa bassa e dicevano Austria kaputt. Avevano perso una strage di uomini, avevano avuto 400.000 prigionieri...
Io l'ho saputo dopo, da chi aveva combattuto, come si erano svolte le cose. Amici che stavano anche qua vicino di casa e che portavano munizioni. Uno in particolare andava in prima linea con cavallo e due granate sul basto: portarle su a metà del Monfenera, legarlo ai castagnèr e portarle ai francesi, alle artiglierie francesi. Era un certo Curto Celeste, del 1895.
C'è anche un articolo del Gazzettino sulla battaglia di Val Calcino, quando hanno ricordato il battaglione Feltre ... l'episodio di un capitano di Trieste e di un soldato di Sanzan, che pur con gradi differenti erano intimi amici.
Noi eravamo in Schievenin al pont de Cagnin. Quando tiravano le batterie, tut el gabiot in cui ci trovavamo tremava. 
01:30:10 Le batterie erano distanti dal ponte Cagnin solo due-trecento metri. Si sentiva proprio i colpi tun tum tem. Proprio fuoco accelerato. Saranno stati 4-5 cannoni non molto grossi, non saprei che calibro e uno è anche scoppiato e tutti i serventi sono morti. Io avevo sentito un colpo fuori della norma, e i più grandi hanno detto: «Se à s-ciopà un canon ... almanco i s-ciopéa tuti».
Quando si fermava il cannone i vecchi dicevano: «Adess i fa i morti», perché voleva dire che le truppe sarebbero andate all'assalto. E poi è successo anche a me, nella seconda guerra, sui Balcani.
La località esatta era Valderoa, dove hanno fatto la battaglia. Prima erano stati in Finespa [?], che è una piccola sella ... ma è là, tutto attaccato.
C'era una strada mulattiera che portava su, fatta dai tedeschi. La chiamano la Val de Fobba.
Mio padre lo abbiamo incontrato nel Pian de Andrea Mussa dove arrivavano i feriti (era la terra e la casa di questo contadino). C'erano viti, piante; non era molto alto, saranno stati sui 400 metri, ed era a circa un chilometro dal ponte di Cagnin.  Là al Pian de Andrea Mussa c'era terra agricola, piccole case, coltivavano patate, viti ... e là venivano convogliati i feriti per poi spedirli col carreggio ai vari ospedali. Mio padre è riuscito a scappare, era di sera. I tedeschi non potevano mica sorvegliare uno per uno.
[Nel dicembre 1917] quando siamo passati di notte per andare a Feltre, dietro Quero, a causa delle granate erano cadute le tegole sulla strada e le ruote, a camminarci sopra, facevano il rumore delle pignatte.

Nastro 1994/23 - Lato B      2 giugno 1994

01:35:40 [Natale 1917] Ad Anzù per andare a Feltre. Al mattino non abbiamo mangiato niente, non c'era niente e l'unica credenza che ci eravamo portati via - avevamo solo un sacchetto, non avevamo niente - ce l'ho ancora: era una cassa di munizioni tedesca, da 50 cartucce. Mio figlio voleva buttarla via; io l'ho voluta conservare perché per un anno era l'unico mobile che avevamo, a Feltre.
A Feltre c'era già la corrente elettrica, in città l'avevano tutti. A casa nostra, a Quero in campagna, l'ho tirata io nel 1945 e mi è anche costata parecchio. (Prima c'era solo in centro al paese).
Dopo la [prima] guerra siamo rimasti senza bestie [vacche e buoi] per due anni ... prendevamo qualcosa di sussidio dallo stato.
Per dormire, finché non sono arrivate anche mia mamma e mia sorella da Feltre, abbiamo dormito - io e mio papà - in una casa riparata alla meglio, insieme a tutti gli operai, distesi su un poche di stramaglie, qua in paese a Quero.
Dopo, mio papà è riuscito a trovare un tendone e - con due travi - ha recuperato una stanza nella nostra casa. Là siamo rimasti per tutto l'estate finché in autunno il Genio militare non ci ha preparato tutta la casa. 
Eravamo ritornati a Quero in primavera, non subito dopo la guerra. Era impossibile d'inverno stare a Quero, e siamo rimasti a Feltre.
Al padrone di casa a Feltre non è stato dato niente, da nessuno; ma si può dire che noi gli abbiamo salvato la roba, la mobilia, che altrimenti vi sarebbero entrati i militari tedeschi.
[Nella casa di Feltre, i proprietari] erano padroni ... e io ero umiliato. Venivo a casa tutto bagnato, dopo essere andato a raccogliere le legne e loro là, sulla portella [vicino al fuoco]. Va bene, ma lascia che mi scaldi, almeno. Mia mamma (per consolarmi) mi diceva: «Ringrazia Dio che ci tengono qua, bisogna che tu faccia silenzio, non lamentarti». E aveva anche ragione.
01:40:38 Il parroco di Quero era a Feltre, ospitato (di casa) nell' ospedale, e andava a trovare i suoi parrocchiani. Si è comportato bene. Si chiamava Innocente Ferrazzi, ed era dalla provincia di Vicenza.
[Per mangiare] andavo a pelare i "vidisòi" [Clematis vitalba] per le siepi ... quello che corre, si attorciglia sulle siepi, quelle puntine là. Sono buone anche adesso; tirare via quelle puntine e in insalata con un po' d'olio. Comunque è roba diversa dal "briscandol" [germoglio di luppolo - Humulus lupulus] che è più grosso. Ma è di quella famiglia, lo si mangiava sia mettendolo direttamente in bocca sia cucinato (lessato). Poi si andava a raccogliere radicchi, erba. C'erano delle erbe buone,  anche la "spagna", i cuoricini della spagna [erba medica - Medicago sativa] cotti con un poco di grasso, di margarina; si cucina e quando c'è fame! E le "téghe" [i bacelli] delle "càssie" [acacia - Robinia pseudoacacia] ... che fanno di quelle teghéte là, quando erano fresche; ma quelle venivano come acide, sempre dopo averle cotte e con un po' di sal negra [sale nero]. I avéa la sal negra, i todeschi, come quela che i ghe déa a le bestie.
Anche le zucche, "i suchét", noi andavamo a rubargliele. Io non ero uno di quelli che avevano tanto coraggio, ma c'erano di quelli ... e allora si stava di guardia, attenti ai padroni. Poi se ne facevano dei pezzi e li si mangiava come fossero anguria. Crudi, crudi. Anche "i sucàt" che si danno ai maiali, e la diarrea era assicurata. Allora mia mamma ci faceva il the, perché i tedeschi avevano tanto the.
01:44:38 I tedeschi avevano preparato degli orti per procurarsi la verdura. Avevano dei prigionieri italiani che lavoravano a questi ortaggi e poi venivano racchiusi con reticolati. [Erano] vicino a un fiume che passava, la chiamano la Sona, a Feltre. 
Noi si parlava con i soldati da qua a là e c'era sempre qualcheduno che facendo in modo di non farsi scoprire ci lanciava di qua dei reticolati o una carota o un ravo e noi li si mangiava, il primo che riusciva a prenderli. A volte ci si trovava anche in quattro cinque bambini, giù per queste grave e se per caso ci si sedeva in un sasso si prendeva una carga di pedoci perché i tedeschi andavano a lavarsi giù per questo fiume e perdevano i pidocchi. Quando si arrivava a sederci giù, si era pieni. E corri a casa... In fianco al letto avevo un lateral [comodino] e c'era un pettine. Mia mamma mi pettinava e mi piaceva vederli tutti a correre, e poi ammazzarli. Mia madre mi guardava e mi diceva: «Tu se pien de gènderle». Li sentivo nei capelli; gènderle sarebbero gli ovetti dei pidocchi.
Ma anche in Jugoslavia ne ho presi di pidocchi! Ci si levava la camicia e la si voltava...

01:47:20 Quando adesso vedo buttar via un pezzo di pane mi sento male. A pensare che l'ho perfino baciato, quando mi è capitato per la prima volta un pezzo di pane, e mi sembrava che non fosse neppure vero. Così quando lo vedo buttar via ... ma almeno dallo a una bestia che lo mangi! Non vederlo sui sacchi di immondizia. Io a quelli là gli farei passare un tirocinio ... che ne facessero poca di calda e allora di fredda non ne mangiano. Perché a me è toccata: di calda non ne facevano e allora di fredda non ne restava... [il riferimento è alla polenta].
Dopo la guerra sono ritornato a scuola e ho fatto la terza e poi la quarta. La scuola era su una baracca a Quero.

I nostri campi si chiamano "quarte" e sono di 870 metri quadrati. La nostra campagna, all'epoca, era di 15.000 metri, ma solo 10.000 erano arabili e 5000 erano di prato stabile. In più avevamo un pezzo di montagna per far legna.
Adesso il terreno l'ho più che raddoppiato e ho 35.000 metri quadrati. Anche in montagna ho altri 30.000 metri di bosco, o meglio, una volta era prato ma adesso non lo va più nessuno a tagliare e si è imboscato. Va bene per le legne e ci facciamo la legna per casa.
01:50:26 Mi sono sposato nel 1934 e ho conosciuto mia moglie perché era figlia di un cantoniere della ferrovia. È di Alano, e suo padre teneva un casello sulla ferrovia.
Ho avuto quattro figli: due femmine prima della guerra... 
E poi, fra una cosa l'altra, ho fatto dieci anni di militare.
La prima figlia è Pierina (a ricordo di una mia sorella morta); la seconda, a ricordo della mamma, Vittoria...
Sono stato richiamato per due anni dentro nei Balcani... 
Poi ho avuto un'altra figlia, Angiolina (a ricordo del nome Angelo di mio padre) e il quarto, quando io ormai avevo 42 anni e mia moglie 40 - a quattro anni dall'ultima figlia - ho avuto un figlio di nome Giovanni.
01:52:45 Il mestiere del legno
Ho sempre avuto passione. Ancora quando andavo a scuola, andavo sempre a vedere o ad aiutare chi lavorava sui carri, e anche da solo ho iniziato a farmi delle ruote piccole per il carrettino, quando avevo 10-11 anni. Poi  ho iniziato a fare la ruota di una carriola. 
C'era un mugnaio che veniva qua a portarci la farina che mi ha detto: «Potresti farmi due ruote anche per la mia carretta visto che hai fatto quella della carriola.»
Io gli ho risposto che non ne ero capace. Lui mi ha detto che sì, ero capace. Ha insistito e le ho fatte, però con un piccolo errore di cui lui non si è accorto. Le ruote infatti dovrebbero essere un po' inclinate, e io ne avevo fatta una più inclinata dell'altra. Ma gli sbagli bisogna lavorare per farli, e bisogna farli per accorgersene: dopo non ne ho fatti altri di quegli sbagli là e le ruote venivano tutte uguali.
Poi io ho fatto proprio una bella carrettina molto leggera, per me. C'era un fabbro che era stato ad imparare (ed ormai era un maestro) dove facevano i carri, e me l'ha inferrata.
Io per compenso, col recupero di tutto il materiale che avevano lasciato qua i tedeschi - qua avevano lasciato carrette, barelle, carretti, ... un desìo par tut... tutta roba che serviva per trainare con i muli il materiale - io l'ho aiutato a sistemare questi carri.
Con questa carrettina andavo a prendere la legna. Ma aveva quattro ruote e mio padre diceva che con quattro ruote si faceva troppa fatica. Allora ho venduto la carrettina e ne ho fatta una grande per poter prendere un musso. Mio padre però non era amante dei cavalli o mussi e neppure io per la verità. Così si è andati sempre avanti col carretto a due ruote, a mano. Solo più tardi si è iniziato ad attaccarvi sotto le bestie.
Tutti carri fatti da me, anche il carro che utilizza adesso mio figlio.
Lavoravo anche per gli altri, anche a fare tine e botti. Solo in tarda età ho iniziato a fare qualche lavoretto artistico di intaglio, sedie tutte lavorate... Con i soldi guadagnati mi sono comprato le macchine e mi son fatto anche il salotto di casa,  tutto in noce. [...]
Ma ci vuole tempo a fare questo lavoro. Settimane, non ore. Devo avere una settimana senza pensare ad altro, allora si fa il lavoro.

01:59:17 Sui Balcani [Seconda guerra mondiale] ero di presidio con la milizia territoriale. Sono partito da Fiume e poi sono andato a Zagabria e verso il Kossovo. C'erano i treni che portavano il materiale che andava verso la Russia, e noi li dovevamo scortare. Treni blindati. Noi facevamo servizio con i carabinieri.
C'era della gente italiana che "portava via" della roba per darla alle femmine del posto, perché anche là le donne, per prendere qualcosa, andavano con questi soldati. Capitava che i nostri venissero presi in casa dai fratelli o dai mariti e venivano ammazzati. 
02:01:05 Allora i nostri bruciavano questi paesetti. Erano paesetti come i nostri qua nelle vallate. I nostri bruciavano le case per rappresaglia, come hanno fatto i tedeschi a Schievenin - giusto 50 anni fa, adesso che andiamo a settembre - perché c'erano i partigiani che avevano nascosto munizioni sotto i barchi del fieno e i tedeschi le hanno trovate e hanno bruciato tutto. 
Gli italiani in Jugoslavia facevano lo stesso, assieme ai tedeschi. Noi eravamo con le armi leggere e i tedeschi erano con i carri armati.
Noi soldati parlavamo con gli slavi e gli dicevamo guardate che noi non siamo mica venuti qua volontari, siamo in guerra. Ce n'erano di quelli che ragionavano, ma in mezzo ce n'erano di quelli...
Il partigianismo, com'è venuto fuori anche qua, mette a scompiglio la popolazione. Anche noi ... i todeschi i me rispetéa, non ci facevano niente. La provincia di Belluno era annessa alla Germania. Ci facevano avere tutto quello che ci occorreva con la tessera. 
Però i partigiani erano contro i tedeschi. C'è il pro e il contro, come c'è sempre...
La guerra, quando avevo trent'anni, in qualche modo mi difendevo e sapevo cosa facevo, mentre prima [da bambino] ero bersaglio.
02:03:45 Anche qua con i partigiani. C'erano i todeschi che erano buona gente, il comandante della gendarmeria ... c'era il presidio a Quero. Il capo, era intimo amico con me, mi aveva in simpatia e quando mi trovava...
Io a volte mi "schivavo" di andare in paese, perché quando mi vedeva gli piaceva bere la birra con la sgnàpa dentro. Poi veniva a trovarmi ... ma  ero tenuto d'occhi dai partigiani. Avevo paura che dopo loro credessero che io collaboravo con i tedeschi. Dovevo stare in guardia, e ai partigiani mi toccava dargli una damigiana di vino, o un sacchetto di farina di nascosto, o una gallina o un pezzo di formaggio. Ne avevamo bisogno noi perché si portava il latte alla latteria e il formaggio... Tutto "per starci".
Questo tedesco era un buonissimo uomo, che ha salvato il paese, perché avevano fatto delle marachelle (i partigiani). Lui è andato a parlare con quelli delle SS che erano venuti a Quero a controllare e gli ha detto che il paese di Quero ce l'aveva lui sotto controllo, so io che gente che è; insomma gli ha detto che non erano stati i paesani. Invece erano proprio da qua, quelli che avevano fatto questi scherzi.
Il comandante negli ultimi giorni non era scappato, con la baraonda. Si era rifugiato dentro dal custode del monumento germanico. La custode era tedesca e aveva sposato un italiano; aveva fatto il concorso quando era stato aperto questo monumento. È stato inaugurato nel 1938 ed è venuto un plotone di soldati tedeschi hitleriani, proprio del partito. Mi ricordo che è stata fatta una festa...
Il comandante, questo maresciallo, si è rifugiato in casa del custode, ma si vede che i partigiani sono andati a prelevarlo. Gli hanno fatto dei dispetti, gli hanno dato botte, e pedate, e gli hanno sputato addosso. Era da ammazzarli, quelli.
Così, quando sono arrivati gli americani, è stato per un caso che non mi sono trovato sotto una scarica di mitragliatrice americana. Perché sentivo gridare giù di là, e avevo visto passare i tedeschi con i mitragliatori. 
E noi qua, nascosti.