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domenica 19 settembre 2010

Giovanni Geronazzo detto Fasól, Funer di Valdobbiadene (TV)

Nato il 28 aprile 1911, residente a Funer.

All'intervista sono presenti (e intervengono) anche la moglie Giuseppina Vanzin, nata nel 1915 a San Vito di Valdobbiadene e la cugina Caterina Geronazzo, nata a Funer il 6 maggio 1907.

Nastro 1994/31 - Lato B                                       23 agosto 1994

Giovanni. Siamo stati costretti ad andare in Carnia a Interneppo, vicino al lago di Cavazzo, sotto il monte Festa.
Qua, proprio davanti alla porta di casa nostra a un certo punto è arrivata una granata. Erano i nostri italiani che dal Monfenera tiravano di qua.
Nel borgo di Funer è arrivata una bomba incendiaria giusto su una casa che aveva anche il fienile, che si è incendiato, [ce l'ho ancora] giusto davanti ai miei occhi. E proprio qua, sulla nostra zona c'erano le batterie dell'artiglieria [austro-ungarica]: sette-otto pezzi che tiravano di là.
Moglie Giuseppina. Noi siamo andati profughi col nostro parroco Don Giovanni Tura. Abbiamo scavalcato tutte quelle montagne [...] che vede là, siamo andati fuori "sotto Fontana" e siamo stati a Pordenone. Il ricordo che ho è che andavano "a carità" per le porte, a farina. Mi hanno portato in braccio, perché avevo due anni.
E dietro al parroco tutto il paese, o meglio tutti quelli che volevano partire, perché molti sono anche rimasti qua.
Sulla nostra casa avevamo il comando tedesco e dal Grappa sparavano direttamente sul paese e sulla nostra casa, vicino alle scuole di San Vito, la casa grande che c'è sulla strada. Era proprio dal Grappa che sparavano, non dal Monfenera. Oltre al comando c'era anche la Croce Rossa. 
Dal Grappa col cannocchiale ci vedevano ogni passo che facevamo; sembra un po' come a Sarajevo che si vede alla televisione, anche se non è che a noi ci facessero proprio un massacro così.
Ora abito in via Col de Roer [lungo la strada che inizia dalla casa vinicola Mionetto].
Vicino c'è il santuario della Madonna del Caravaggio, con feste il 26 maggio e l'8 settembre.
La casa dei Geronazzo è grande, una volta c'era latteria. È un'importante famiglia agricola patriarcale.
Cugina Caterina. Ci hanno portati nel Friuli ad Alesso, sul lago di Cavazzo. Era un paese in mezzo alle montagne, niente campagna. Era difficile trovare da mangiare, ci toccava venir giù per Udine "a carità".
Sono partita [per la profuganza] assieme a Giovanni e ci hanno divisi una volta giunti a Gemona. Ci siamo decisi a partire dopo che è arrivata una granata che ha fatto quattro morti e cinque feriti. Perché le varie famigliole che stavano su per le rive sono venute tutte qua, perché gli sembrava di essere più sicure. Avevamo tutto il portico della casa pieno [di gente]. Si aveva messo un poco di fieno e si dormiva là mentre gli italiani già tiravano, finché un bel giorno è arrivata la granata, proprio qua.
Ci sono stati dei morti, e quelli sono restati qui; noi siamo andati profughi.
Le famiglie che erano venute a rifugiarsi da noi erano quelle di Franco Mattiazzo [...]. La nostra casa era, sembrava, un po' più fuori tiro.
Dopo quella granata i tedeschi ci hanno portato fino in piazza nella casa grande di Piva e da là ci hanno trasferito nei paesini su nel Friuli. Con dei camion ci hanno portato dapprima a Santa Maria di Lago dove siano rimasti per 15 giorni, dalle parti di Follina, oltre Follina. Dopo ci hanno trasportato sul Furlan e là abbiamo passato un anno rabioso.
Eravamo in venti nella nostra famiglia, prima della guerra, e di venti siamo rimasti in tredici. Due-tre morti qua, due-tre morti là; un pochi con la guerra, un pochi sotto la bomba.
Da profughi c'era tanta fame. Dei nostri nessuno è morto di fame, ma una famiglia che era là vicino ha avuto qualcuno che è morto per fame. Era la famiglia Reboli.
Gli abitanti del posto non "potevano vedere" i profughi, perché andavano a carità e loro non ne avevano che per loro. Perché erano paesetti di montagna, nascosti su di là. Allora i profughi più grandi, le donne più anziane - io ero bambina - venivano giù per Udine a carità e qualcosa portavano a casa.
Giovanni. Era ancora vivo il nonno Carlo Geronazzo, che aveva circa 80 anni. 
Sul nostro terreno i tedeschi avevano piazzato sette tiri d'artiglieria. 
Quando sono ritornato da profugo ho avuto subito voglia di andar a veder dove si erano sistemati i tedeschi. C'erano ancora le cataste di proiettili non utilizzate, quattro cinque cataste; dopo è venuto il Genio a ripulire.
Prima di farci andar via, i tedeschi ci hanno fatto andare sul Col de Roer, una montagnetta che è qua di dietro. Oltre a noi Geronazzo c'erano gli Agostinetto, i Franco e i Vettoretti. Ormai non si sapeva più che santo chiamare.
Erano stati mandati via tutti e noi eravamo fra i pochissimi ancora rimasti qua.
Io avevo tre fratelli sotto le armi, fra cui un volontario. Erano Floriano - in artiglieria - Luigi e Carlo, il volontario. Uno era sul Salarol, faceva parte del fronte del Grappa. Tutti e tre sono ritornati.
La sera prima di essere trasferiti è arrivato un bombardamento dal Grappa, e ha preso di mira proprio il Col de Roer. Là si erano sistemate, in una cantina, 15 persone circa e altre erano sistemate in edifici attorno.
Una bomba è arrivata quattro-cinque metri davanti a noi sul cortile, che era in terra nuda, e anziché scoppiare è andata sotto, facendo tutti crepi nel terreno.

Nastro 1994/32 - Lato A

Ricapitolando. Dalla nostra casa, dove abitiamo anche adesso, siamo stati obbligati dai tedeschi a trasferirci sul Col de Roer, e là siamo stati bombardati.
Mio nonno non voleva andare via a tutti i costi.
Il giorno del bombardamento era pomeriggio. Inizialmente le bombe non ci colpivano, poi è arrivata la bomba che non è esplosa e poi hanno aggiustato il tiro e io ne sentito una [partire e] arrivare. Mi dicevo "ormai mi prende", invece è andata qualche metro più avanti in modo da colpire proprio la cantina dove era ammassata la maggior parte delle persone. È andata giù per la cantina: sette morti sul colpo e vari feriti.
A quel punto i tedeschi ci hanno portato via tutti con i carretti. Anche io e mia mamma siamo saliti. Assieme a me c'erano altri due fratelli più giovani di me, due mie sorelle (Giustina e Resi) [...] in tutto compresi mio papà e mia mamma eravamo in nove.
Quando eravamo verso Follina, era un tempo incerto e a un certo punto è iniziato a nevicare. Abbiamo fatto la strada in queste condizioni senza niente, perché nella fretta non avevamo potuto prenderci su niente. 
Eravamo come quei poveri disgraziati che sono profughi là nella Jugoslavia, un fac-simile, c'è poca differenza.
Poi siamo stati portati a Gemona e da là mandati nei vari paesi. Noi a Internèppo, un paese di montagna, circondato da tre montagne grandi, con scogli di roccia e alla base c'era il lago di Cavazzo. Poco lontano, sulla punta di questo lago c'era un paese che si chiamava Sampiago [Somplago].
In primo tempo mio nonno ... per merito suo siamo riusciti a superare la crisi della guerra, perché su di là non c'era più niente. Mio nonno era riuscito a portarsi via qualcosa di soldi e con i soldi ha aiutato tutta la famiglia, sia la nostra che i cugini. In questo modo siamo riusciti a superare la crisi.
Mia madre Teresa Carraro era il centro, quella che più si dava da fare per portar fuori la fame. Lei davanti, e altri più giovani assieme a lei, si dirigeva per i paesi in cerca di qualcosa da mangiare, "a carità". Un po' di latte, un po' di farina, col sacchetto, con le dàlmede [calzature, zoccoli di legno] ai piedi. E qualche volta cercavo anch'io di andare con mia mamma.
Non è che gli abitanti del posto fossero cattivi, ma avevano poco o niente anche loro.
Quando siamo partiti da Valdobbiadene, la prima tappa dopo Follina è stata Vittorio.
Mia mamma è riuscita a tirar su un poca di legna e ha cercato di fare "un foghetto" per la polenta, ma non aveva neppure la calièra [il paiolo]. Ha chiesto agli abitanti della zona e le hanno prestato una caliera di ferro grande. Supplicando abbiamo trovato anche la farina e l'acqua ... e sul più bello che già stavamo pregustando la polenta, arriva un tedesco armato che ci ha fatto spegnere il fuoco e ci ha buttato via tutto. Si pensi come siamo rimasti noi, con la fame che avevamo.
Il viaggio da Col de Roer a Gemona, con i tedeschi, è durato giorni, in queste condizioni.
A Interneppo si è interessato il prete del paese per ricoverarci nelle varie famiglie e noi ci siamo sistemati in una casetta che dietro aveva anche un po' di orto.
Ce la siamo cavata per merito di mio nonno che si era portato via qualcosa. Non mi risulta che sia morto nessuno dei paesani, da profugo.
E quando vedo alla televisione la Jugoslavia e quell'altra guerra che c'è laggiù, in Ruanda, e mostrano questa povera gente che si trasferisce perché c'è la guerra, e li vede con qualcosa sulle spalle, ecco, un fac-simile si era noi.
Quando siamo poi ritornati a casa, era tutto sottosopra. Fortunatamente la nostra casa era un po' nascosta ai tiri del Grappa, ma non così quelle sul Col de Roer. Varie buche le abbiamo trovate anche noi, ma non tante come sul Col De Roer.
La nostra casa era stata comunque colpita, in particolare, da una grossa bomba. Inoltre erano spariti balconi e travature, ma nel complesso le murature erano ancora in piedi; una delle poche.
Al ritorno mio papà e mio zio si sono dati da fare per ripristinare la casa. Nel nostro terreno c'erano dei ricoveri dei tedeschi e in questi ricoveri c'erano molte travature di cui si sono serviti per riparare un po' alla volta le case. 
In particolare dietro la nostra casa c'era un ricovero grande, più degli altri, una vera galleria sotto la collina. Ma altre gallerie c'erano anche lungo la strada che va giù verso la campagna, per salvarsi dalle artiglierie. Si trattava di ricoveri lunghi 20-30 metri nella collina e i nostri vecchi un po' alla volta li hanno smontati recuperando le travature e il legname. Ma oltre a un certo punto non sono andati e hanno lasciato là tutto, che si chiudesse da solo all'interno. 
La nostra famiglia era grossa, aveva una distilleria di grappa. Dopo la guerra l'ha rimessa in funzione ma è durata poco, due tre anni solo, ricomprando le attrezzature.
Però più anticamente, prima ancora della guerra, sotto il bisnonno c'era anche la latteria che poi è stata chiusa. Mio nonno poi teneva le vacche in montagna d'estate, sulla Barberia, Colteron e Tendanela [?], Mariech (che adesso l'ha presa l'Ispettorato). Eravamo sempre proprietari.
Da profughi, ce la siamo cavati per merito di mio nonno che aveva dei soldi e di mia madre che ha buttato via ogni riguardo ed è andata a carità.
[...]
L'unico acquedotto che funzionava dopo la guerra era in piazza a Valdobbiadene dove c'è la banca. Là c'era l'unica fontana che ancora funzionava e tutti si andava là con le carriole, con qualsiasi mezzo, una processione a prendersi l'acqua.
Sul Col De Roer hanno fatto una tabula rasa, una specie di Montecassino.

Nastro 1994/34 - Lato A

Aggiunte e precisazioni, 15 settembre 1994

Sono sposato con Giuseppina Vanzin dal 1946. Ho avuto due figli, un maschio e una femmina.
Sono figlio di Giuseppe Geronazzo e Teresa Carraro.
Il fatto di Revine. Quando il nostro gruppo di profughi già stava pregustando la polenta ... non gli sembrava neppure vero, sul più bello arrivano due soldati tedeschi che hanno buttato tutto per terra, senza mangiarlo. Ci veniva da ammazzarli (per dire).
A Interneppo con fatica mio nonno aiutava tutti, perché per grazia di Dio si era portato via i risparmi che aveva, e quella è stata la nostra salvezza.
Fra gli abitanti di Interneppo c'erano di quelli a cui facevamo compassione e, per quello che potevano, aiutavano. Ma, poricani, avevano poco anche loro e quel poco che avevano se lo tenevano. Per fortuna avevamo il nonno: era po' come nell'ultima guerra, chi aveva soldi riusciva a trovare la roba al mercato nero.
Poi era mia mamma che aveva più coraggio ad affrontare la situazione. Partiva alla mattina per andare a carità con un sacchettino a tracolla, assieme ai figli.
Eravamo nove figli. Tre erano in guerra; profughi eravamo in tre maschi e tre femmine di cui una è morta poco dopo la guerra.
A Gemona c'era il comando dei tedeschi e là, poco lontano, aveva trovato alloggio una mia zia, Gigia: due stanzette per lei e la figlia. Io e i due fratelli una volta eravamo passati di là andando a carità e questa zia Gigetta, cugina di mia nonna, ha avuto compassione vedendoci. Ci ha detto di andare dentro e ci ha preparato, spalmandole con il coltellino, due fette di pane con la marmellata di mele che aveva in un vasetto di latta. Ci pareva di aver fatto un pranzo.
Mia zia aveva una figlia giovane e bella, non so se sia magari per quello che riusciva ad avere la marmellata dai tedeschi.
A Interneppo c'era una chiesetta e il parroco veniva una volta alla domenica a far messa e qualche volta a mio nonno ha portato farina, latte e pane.
Di fronte a Interneppo c'era il monte Festa.
Era una montagna con bosco ma anche tanti punti rocciosi e nella roccia c'era una caverna. Ogni tanto i tedeschi facevano delle perquisizioni, con i loro sibili [fischietti?] ... delle perlustrazioni, specie negli ultimi tempi prima che arrivassero gli italiani, ma non sono mai riusciti a trovare la caverna.
Mi raccontava mia mamma che nella caverna c'erano parecchi disertori italiani e le donne del posto a mezzanotte gli portavano da mangiare. I tedeschi venivano in perlustrazione anche nelle nostre stanze, ma non li hanno trovati mai.
[...]

mercoledì 15 settembre 2010

Angelo Furlan, Stabiuzzo frazione di Cimadolmo (TV)



Nato il 23 giugno 1912, residente a San Michele di Piave (TV).

Nastro 1994/28 - Lato B 18 agosto 1994

Mi ricordo quando siamo andati profughi a Rai [di San Polo di Piave]; da Rai a Pordenone e da Pordenone a Udine. Siamo tornati dopo due anni a Rai, da Bonotto. Da là siamo ritornati a Stabiuzzo e abbiamo fatto su un "casotto" per poterci ricoverare. C'erano tutte le granate, il demonio...
Appena ritornati – avevo sette anni e mezzo, otto anni – si andava a prendere il rancio dai militari che erano ancora qua.
Io sono nativo di Stabiùss (Stabiuzzo), frazione di Cimadolmo, e là c'era un disastro.
Mio padre si chiamava anche lui come me Angelo Furlan [...], mia mamma si chiamava Amalia Vidotto. Eravamo in dieci fratelli [...] Mio padre e mio zio erano in guerra e si trovavano: mio zio a Zenson di Piave e mio padre a Treviso, sotto il Ponte della Gobba. Mio padre, siccome aveva tanti figli l'hanno lasciato nelle retrovie, ma tra militare e guerra si è fatto lo stesso nove dieci anni di guerra.
Ricordo che a dare il segnale che bisognava partire hanno suonato una tromba; veniva giù suonando una tromba avvisando di allontanarsi dal Piave.
Da Stabiuzzo siamo andati a Rai, da un certo Bonotto. Non avevamo fatto un chilometro che una granata ha colpito in pieno la nostra casa, fracassandola. Dentro avevamo delle bestie, dei tori: tutti morti. Abbiamo fatto appena in tempo di scappare. [...]
Siamo partiti che avevamo due vacche e appena arrivati da Bonotto ce ne hanno portato via una subito, i tedeschi. Perché noi eravamo stati mandati via dagli italiani e siamo andati incontro ai tedeschi.
Da Guido Bonotto siamo rimasti un paio di giorni. Abbiamo dormito due notti nel cimitero di Rai e da là ci hanno portato a Codroipo dove, con le barche, ci hanno passato oltre il Tagliamento e siamo andati a Udine, nella frazione di Santa Caterina. Là siamo stati tutto il tempo, in una famiglia ... ma abbiamo cambiato due tre volte, abbiamo dormito anche sotto un pajèr de paja [un pagliaio].
I furlani non ci trattavano troppo bene, perché noi avevamo fame e si andava in cerca di mangiare e ne avevano poco anche per loro.
[Qualche anno dopo] sono stato a casa della famiglia che ci aveva ospitati, perché ho fatto il militare a Udine e allora sono andato a trovarli, in piena amicizia, perché [durante l'occupazione] non ce n'era per noi e non ce n'era neppure per loro da mangiare. Perché dove passavano i tedeschi facevano piazza pulita, portavano via tutto, neanche la calièra [il paiolo] non gli lasciavano, niente!
A Udine, da profugo, sono andato anche ad elemosinare [in mòsina]. Andavo con i miei fratelli e mie sorelle in cerca di sale o di qualcosa per poter mangiare. Qualcosa si trovava.
Quando tagliavano frumento si andava a spighe. Se ndéa a mùssoe [scarti di pannocchie] dove c'era da prendere su la biava. Si cercava di arrangiarsi meglio che si poteva.
Fame vera e propria non ne abbiamo patito, se non all'inizio, anche perché ci siamo fatti una provvista di due quintali di frumento raccogliendo le spighe e potevamo farci il pane. Un mio zio con un bato-c [battocchio] dentro un bossolo di granata faceva farina, pestando come in un mortaio. La farina veniva utilizzata così come usciva, "integrale", con le scorze e tutto. Le donne cuocevano questi "panettoni" - grossi pani - sotto a un coperchio di lamiera, senza forno.

Nastro 1994/29 - Lato A

Noi siamo stati fortunati perché eravamo riusciti a tenerci una vacca. L'avevamo tenuta nascosta sempre sotto la paglia e così riuscivamo ad avere il latte nostro. I tedeschi andavano con quelle sciabolone a pungere dentro alla paglia e noi siamo sempre riusciti a tenerla nascosta quando si sapeva che erano in giro. Dentro a un gran pagliaio si era fatto un ripostiglio, e poi si era d'accordo con le famiglie dei dintorni.
A proposito di sciaboloni. Ricordo che alla fine della guerra quando gli inglesi avanzavano, con quegli sciaboloni si sono scontrati con i tedeschi e andavano giù, si colpivano e si tagliavano come le cipolle. Avevano di quelle sciabole lunghe un metro, un metro e mezzo e si sbregàvano come sbregàr le angurie. Erano gli inglesi con i cavalli.
Noi abbiamo anche patito la fame, ma c'era chi ne ha patita più di noi.
Andavamo a rubare per i campi e non avevano niente, neppure il coltello per ammazzarci, i furlani. Si andava a rubare quei ravi dolci e rossi e ci correvano dietro con la forca.
Un mio cognato è stato tre giorni legato ad un pino perché è andato a rubargli due susine; legato con le mani dietro al culo. Si chiamava Arturo Barbaress. Il padrone lo aveva preso e legato; era un omenon grando che gli correva dietro con la forca. Si chiamava Papanòte.
I tedeschi dove passavano portavano via tutto. Era per quello che i furlani erano cattivi, perché i tedeschi dove erano passati avevano lasciato piazza pulita ... come poi hanno fatto giù per la Grecia, e qua avevano fatto uguale: anche le caliere avevano portato via.
Siamo stati profughi circa un anno e mezzo - due.
Siamo tornati dapprima a Rai e là siamo rimasti fermi per qualche mese. Mio padre veniva a prenderci e portarci dove si abitava prima. Abbiamo fatto su un baracchino per poterci ricoverare; senza baracca vera e propria, che ce l'hanno data dopo un anno-due.
In attesa delle baracche abbiamo dovuto arrangiarci. Questo baracchino era fatto con lamiere e tavole, ed era appoggiato a un muro della casa rimasto in piedi.
La terra era tutte buche. Su sei campi avevamo seimila buche di granata.
Noi eravamo a non più di duecento-trecento metri dal Piave.
C'erano trincee e tante buche. [...]
I tedeschi avevano trovato un mucchio di vino ed erano tutti ubriachi. I nostri hanno lasciato libero il Piave [hanno chiuso le prese d'acqua di Brentella e Piavesella] e così li hanno fermati, altrimenti i tedeschi andavano giù diretti, invece così li hanno annegati.
Non solo la nostra terra, ma quella di tutti era così colpita dalle granate.
Io sono stato a lavorare per trent'anni in un'azienda delle grave [di Papadopoli], l'Ente delle Tre Venezie. Arando si trovavano ancora granate e ossi, e anche barche. E non è tanto tempo che delle persone sono morte [maneggiando] i proiettili della prima guerra.
Quante granate abbiamo seppellito e quante ne sono state portate via! Un'infinità di munizioni. Era tutti i giorni un incidente.
Il Genio aveva tolto su il più grosso e allora i nostri vecchi le hanno anche seppellite, magari in queste buche dove ci starebbe stata una casa intera. C'era "una strage" di munizioni. Di quelle granate!
La terra che lavoravamo a mezzadria apparteneva a un certo Biffis Gerolamo da Mareno: non era particolarmente ricco ma aveva due tre campagne.
La baracca, prima di darcela, ci hanno fatto aspettare di sicuro due anni, là nel baracchino coperto di lamiere, uno sopra all'altro.
Poi fu rifatta anche la casa, ma noi siamo andati dentro alla casa nuova nel 1928-29. Eravamo tutti nelle baracche. Da noi era venuta un'impresa da Verona a ricostruire il paese.
Il paese di Cimadolmo, quando noi siamo ritornati, aveva poche case in piedi. O meglio, c'era solo qualche pezzo di casa in piedi, ma qua lungo il Piave non ce n'era nessuna. Chiesa e campanile, tutto a terra. Era rimasto in piedi qualche frontàl [facciata], qualche pezzo di muro.
Oggi siamo tuti siori, ma poareti di salute. In quegli anni io pensavo solo a riuscir a mangiare, questo era il pensiero ricorrente. Sono arrivato a vent'anni senza mettere un paio di scarpe. Eravamo in tanti in casa, dieci fratelli. Io ne ho avuti tre, di figli.
Noi siamo stati fortunati con i residuati bellici. Eravamo dieci fratelli e siamo stati forse l'unica famiglia a non aver avuto incidenti.
Tanti si sono fatti male, tanti anche si sono ammazzati, con petardi, bombe, sipe. Tutte schegge (petardi e sipe): quando ne esplodeva una eri morto.
Sono stato ferito anch'io con una di quelle, giù per la Grecia [durante la Seconda guerra mondiale]. Alle mani e a una gamba. Mi sono fatto dieci anni con le stellette, mi sono arrivate tante di quelle cartoline...
Vorrei soprattutto che mi domandasse dell'ultima guerra. Sono ritornato a casa per un pelo, dalla Grecia, su in montagna. Uno ti tirava sulla schiena e un altro sulla fronte e noi eravamo in mezzo; se non arrivavano i tedeschi a liberarci non si sarebbe qua nessuno.
Noi avevamo un portico grande [interviene la moglie] e mia mamma e mio papà sono ritornati a casa a riprendersi quel poco che era rimasto.
Uno sdrapnel li ha colpiti e a mio nonno ha tagliato il tacco della scarpa. Mia mamma si è presa due pallottole, sul petto e la spalla. Mia zia invece è stata ferita da una pallottola a una gamba. Sono state caricate in una carretta bastarda e portate all'ospedale di Oderzo. Dicevano che mia madre sarebbe morta e mia zia si sarebbe salvata, invece è avvenuto il contrario. Abitavamo a San Michele del Piave.

Nastro 1994/29 - Lato A

Aggiunte e precisazioni (13 settembre 1994)

Furlan. Ricordo di aver sentito questa tromba "a farfalla" [?] che suonava per avvertirci di scappare.
Abitavamo proprio in centro a Stabiuzzo, in via Castellana.
Abbiamo dormito nel cimitero, nel recinto del cimitero. Non era un cimitero come quello di adesso, era un cimitero dei poareti, senza tettoie e colombere.
Da Bonotto, dove abbiamo dormito per due notti, ricordo che nella prima notte uno che abitava qui vicino — chiamato Jijéto dea Ghitara, (era uno che andava poi anche a strass e oss e all'inizio, appena tornati qua, vendeva anche aghi) — ha fatto una fasoràda de garnèi co i scorsi del porsèl [una padellata di "pop corn" con le cotiche del maiale]. Garnèi, cioè le s-ciòche.
Non è che noi abbiamo mangiato le s-cioche assieme, ma io le ho viste fare.
La casa dei Bonotto era una gran casa e là c'era anche un reparto di tedeschi.
Ho visto anche che hanno impiccato un soldato, perché avevano scagliato una bomba ed erano morti un pochi di soldati. Ho visto che il soldato responsabile è stato legato ad un palo con le mani dietro il culo. Io l'ho visto solo legato a un palo, e ho sentito dire che l'hanno ammazzato.
Il cimitero di Rai era lontano dalla chiesa.
Da Stabiuzzo siamo partiti con un gruppo di famiglie, aiutandoci uno con l'altro, con mezzi propri. Le altre famiglie erano: i Barbaress, Segat Giovanni, Pietro Furlan, Jijio Furlan, Antonio Furlan. Con loro siamo arrivati fino a Udine.
"In elemosina" sono andato a Pordenone. Là si mangiava la polenta di sorgo e si andava in elemosina di sale. Pordenone è stata una tappa nella fuga verso Udine.
Mussoe: sarebbero panocchie scarte, piccole, ammalate, lasciate in dietro; gli scarti.
Io ero il più vecchio di sette fratelli e andavo in elemosina con la sorella più vecchia, Elvira, del '6, e l'altra sorella più grande, Teresa.
Mio zio Luigi Furlan, era lui che macinava il grano col batocio di ferro dentro al bossolo. Batteva dentro questo vaso, dentro questo grosso bossolo di granata.
Per fare il pane sul larín [focolare] avevamo un coperchio di latta. Era una specie di pentola, di bacinella rovesciata sotto la quale mettevamo il pane a cuocere, mettendoci sopra delle braci dopo aver pulito le pietre del larin.
Moglie. Anch'io l'ho fatto così, il pane, e fino a non tanto tempo fa.
Prima si scaldavano le pietre del larin... Chi aveva la cucina economica era un conto, ma chi aveva il larín faceva così, dappertutto, nella zona.
Furlan. Gli inglesi li ho visti che punzecchiavano dentro ai covoni di canne di granoturco, per cercare se c'erano tedeschi, con gli sciaboloni.
Quando gli inglesi correvano dietro ai tedeschi erano a cavallo.
Mio cognato Arturo Barbaress è rimasto legato 2-3 giorni, da Papanòte, che era il padrone cui aveva rubato delle susine e che ci correva sempre dietro con la forca.
Le baracche, il Genio ce le ha date solo nel 1921. Prima ci siamo arrangiati noi costruendo una specie di baracca appoggiata a quello che era rimasto della casa. Ricordo che andavo a prendere il rancio con la gavetta dai soldati del Genio, che venivano a chiudere le buche.
Eravamo in cinque fratelli: io, Giovanni 1913, Rino 1915, le due sorelle più i genitori.
Non ricordo se gli abitanti hanno fatto proteste per le baracche.
Ricordo che mio padre mi portava sulle spalle, e c'erano tutte buche.
Strade non ce n'erano. C'erano munizioni dappertutto, gran cataste di munizioni, a destra a sinistra, dappertutto.
Strade non ce n'erano, c'era solo qualche tròi [viottolo] per camminare. Poi il Genio ha sistemato tutte le buche.
Era tutto sbusà.
Il Genio ha dovuto lavorare tantissimo: c'erano di quelle buche che dentro ci stava una casa. Era impossibile lavorare la terra; c'erano erbacce...

Noi da profughi si andava a spighe e siamo riusciti a mettere via, a raccogliere tre quintali di frumento, fra fratelli e sorelle. Portavamo a casa un mazzetto ciascuno di spighe e a forza di tanto sono saltati fuori tre quintali. Così ci siamo fatti un po' di riserva.

martedì 17 agosto 2010

Angelo Dalla Palma, presa 10 Montello

Nato il 2 febbraio 1912 a Coldarco frazione di Enego (VI). 
All'intervista è presente (e partecipa) anche la moglie Teresa Francescato, nata nel 1913 a Coldarco frazione di Enego (VI).
I coniugi Dalla Palma sono residenti a Santa Mama del Montello (TV).

Nastro 1994/12 - Lato A                   9 maggio 1994    

Siamo in via "Nord Montello" (Panoramica), vicino alla chiesetta di Santa Mama, al confine fra il confine di Volpago e quello di Crocetta, a poca distanza dal Cippo degli Arditi.

Marito. Prima abitavo sulla presa 14, ma sono nato sulla 10, e sono rimasto sulla 14 dal 1936 al 1962.
Pensavo di non arrivare neppure ai 50 anni, perché non sono mai stato un uomo molto forte, invece ... comunque ora sento che a machinéta non va tanto bene e non posso neppure aiutare la moglie.
*
La sera che siamo andati profughi, a casa mia c'erano 18 ettolitri di vino, e li abbiamo lasciati là. Ma io non pensavo a quelle cose, ero un bambino e pensavo a una cassa di pere che avevamo e volevo prenderne un pochine.
Siamo partiti con una famiglia che abitava là vicino e aveva le bestie da lavoro, abituate al giogo. Le hanno attaccate alla carretta e davanti ci hanno messo una mussa. Noi bambini siamo saliti sulla carretta e siamo andati su per la presa 10 - la nostra casa era sul versante nord del Montello - e ci siamo diretti verso Volpago. Poi siamo andati profughi verso Camposampiero, a Villa del Conte.
*
Moglie. Abito in questo posto fin da piccolissima. Sono del 1913 [...]
Marito. Sono stufo di vedere gli zingari che vogliono entrare in casa mia, e una volta ho preso la forca e li ho fatti correre.
*
Quando sono andato profugo avevamo una cassa di pere e non pensavo ad altro, non certo alle vacche, o al vino o a tutto il capitale che rimaneva là. Mio padre si è portato dietro una vacca e l'ha mantenuta poi in una stalla.
Le pere erano in una cassa grande, di circa un quintale, e prima dell'inverno le avremmo mangiate. Erano pere grosse così, e quelle che non mangiavamo noi le regalavamo. Non avevano un nome preciso ... mi pare ancora di vederle. Erano buone e avevamo un solo pero.
Abitavamo sulla presa 10, sopra il tronco che va a Santi Angeli, a circa un km dalla chiesa. Case comunque ce n'erano anche allora sparse un po' dovunque sul Montello. [....]
Moglie. [...] Mi ricordo che qua, dopo la prima guerra, era tutto differente. Sul confine fra Volpago e Crocetta, c'erano tutte morerine [gelsi selvatici], piantate da una e dall'altra parte del confine. Senza viti.

Nastro 1994/12 - Lato B

Era tutto differente. La strada c'era anche prima, ma non era asfaltata e parte per parte c'erano due file di moreri che la fiancheggiavano.
Da bambina sono venuta sul Montello in casa dei miei zii che non avevano figli. Vi sono rimasta finché mi sono sposata.
Gli zii si chiamavano Pietro Dalla Palma e la zia (sorella di mia mamma) Cappello Giustina. Avevano comprato sul Montello ancora prima della guerra.
Marito. Tutti quelli della montagna sono venuti giù nel Montello. La gran parte degli abitanti del Montello sono originari dalla montagna! [...] 
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Finita la guerra del '18 abbiamo trovato la nostra casa senza coperto e senza solai, solo con i muri. Vi abbiamo messo sopra dei teli di tenda per ripararci dalla pioggia, e un po' di paglia per terra per dormire. 
Alla notte ci voleva uno che restasse sveglio a far la guardia perché i topi mangiavano le orecchie! I topi erano arrivati in tempo di guerra: il fieno non era  stato mai tagliato e sul prato i passaggi dei topi avevano formato come delle gallerie fitte fitte. Non regnavano altro che i topi. 
La causa della loro presenza erano anche i rifiuti che i militari avevano lasciato e in più l'erba non era stata tagliata. 
I topi che «me magnava e recie», non è un modo di dire: di notte bisognava far la guardia.
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A Villa del Conte, dove eravamo profughi, abitavamo in casa di Stellin Pietro. Ricordo che i contadini piantavano nell'orto un po' di tutto e io andavo negli orti a rubare gli zucchini e le zucche per darle alla vacca che ci eravamo portati dietro, perché facesse latte ... e i proprietari mi correvano dietro col bastone.
Siamo venuti via da Villa del Conte appena finita la guerra. Ma anche durante la guerra mio padre ritornava a volte a casa, "su al Diese" (su, sulla presa 10) a prendere il fieno con un cavallo che noleggiava.
Sul Montello sentiva i tedeschi di là del Piave che tiravano col cannone, perché sopra il Montello gli italiani avevano fatto una trincea profonda e larga due metri. Là era il fronte. 
Il padrone del cavallo diceva a mio padre: «Scappiamo perché i tedeschi ci ammazzano».
«No, no, diceva mio padre, stanno bombardando più in su, e noi siamo sotto», cioè più in basso della linea che dovevano colpire i tedeschi. La nostra casa infatti era sul versante nord del Montello e malgrado le linee di difesa italiane e le granate tedesche mio padre riusciva a portare a casa il fieno, in piena guerra.
Al ritorno sul Montello abbiamo trovato degli austriaci che erano prigionieri. Erano pieni di fame. Ce n'era una compagnia su una buca. Io sono andato a portargli un po' di pane e loro mi hanno dato 'na spineta [un'armonica a bocca] lunga così: più contento di me non c'era nessuno, suonava proprio bene.
I prigionieri erano sulla presa 10, proprio sopra casa nostra. Erano là, dentro a una buca, pieni di fame.
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Io sono andato a scuola "alla Peschiera", che si trova in cima alla 12, vicino all'osteria di Sbeghen. La Peschiera era un laghetto "fermo". Da dove abitavo ai Santi Angeli per arrivare a scuola dovevo camminare un'ora. Ma allora eravamo boce e si camminava forte...
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Mi ricordo che quando siamo tornati da profughi qua a S. Mama c'era lungo la strada una fila di granate alta un metro e lunga venti metri, che poi le hanno portate via. Per terra c'erano petardi, "signorine", bombe.
Le chiamavano signorine perché avevano il manico di legno e una sottanina sottile e dentro c'era l'esplosivo. I petardi erano come una scatoletta, facili da esplodere e ancora carichi.
Ricordo un caporale che andava a trovare una ragazza vicino a casa mia e "per farsi vedere" ha colpito con una fucilata (1 colpo del fucile '91) un petardo che era a una ventina di metri, giù in fondo a una buca, e gli è arrivata una scheggia proprio in mezzo alla fronte; per fortuna era superficiale.
Ricordo inoltre che sul nostro confine mi è capitato di piantare il vanghetto per terra e ho colpito esattamente il teschio di un austriaco. Gli ho spezzato giusto la mandibola, con tutti i suoi denti. L'ho presa in mano e l'ho portata a casa. Qualche giorno dopo è venuta a trovarci una donna di Camposampiero che avevamo conosciuta da profughi e io le ho messo la mandibola dentro la sporta. Quando se n'è accorta per poco sveniva. 
I boce no capisce gnente! Robe che non si dovrebbero fare.
Poi il morto l'hanno portato via. Non ricordo chi l'abbia portato via e dove l'abbia portato. Ricordo solo l'episodio di questa ganascia intera che si è staccata con tutti i suoi denti.
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Quando siamo scappati dal Montello c'era la nostra famiglia assieme a quella che abitava sotto di noi e che aveva il carro e le bestie che erano in grado di lavorare. Sul carro siamo saliti solo io e un altro bocia di quella famiglia che era un anno più giovane di me. 
Siamo rimasti al coperto di questo telo che avevano tirato sopra al carro in qualche maniera, perché era sera e piovigginava. Ci siamo diretti su per la Dieci e c'erano tutti camion che andavano su e giù per le strade. Siamo arrivati a Volpago [...]
L'altra famiglia si chiamava Forlin (il marito) e aveva sposato Rosina Malacarne. Ricordo che era lei che conduceva le bestie. Era di sera e stava per venir notte, buio.
Della nostra famiglia eravamo il papà, la mamma e quattro fratelli di cui la più vecchia era Giacoma (1901). Davanti al carro c'erano due bestie e una mussa. Noi avevamo in stalla tre bestie e purtroppo due abbiamo dovuto lasciarle in stalla perché non sapevano lavorare. Ne abbiamo portato con noi solo una, legata dietro il carro.
Moglie. Anche i miei zii avevano le bestie ma non le facevano lavorare perché perdevano il latte. Questa era l'idea.
Marito. Abbiamo portato via poca roba per vestire, anche perché l'altra famiglia aveva caricato più roba. Il carro era carico e ci hanno fatto salire solo noi due bambini più piccoli. Tutti gli altri camminavano a piedi.
L'altra famiglia non ricordo più di quante persone fosse composta.
Delle mie pere, che erano in una cassa appena su della scala, sono riuscito a portarne via solo un poche.
Moglie. Anche mia mamma ha dovuto andar via dal paesino della montagna, da Coldarco ... e piangeva per aver dovuto lasciare a casa le pere: aveva quell' albero e altro non aveva!
Marito. Quando siamo ritornati da Villa del Conte mio padre si diede da far per ricostruire la casa, anche perché lui si arrangiava a far tutto, capomastro ma anche balconi, finestre e tutto.
Moglie. Mio zio ha ricostruito la casa con i sassi del Piave.
Marito. Mio padre ha utilizzato la roccia di una buca che avevamo nei campi. Per far saltare la roccia si comprava la polvere. Era una roccia viva, che mio padre sapeva anche ritagliare nella misura richiesta.
Per far saltare la roccia si faceva un buco con dei ferri lunghi un metro e mezzo-due metri (circa) che si chiamavano "barramine". Con questi ferri si faceva un buco battendo la roccia fino alla profondità richiesta. Dentro al buco si versava la polvere e poi le si dava fuoco con una miccia.
Sulla presa 14 avevamo un'altra cava ancora più grande e uno del posto con quella roccia si è costruito una gran casa. E io (all'epoca dell'ultima guerra) ho avuto bisogno di chiedergli due secchi di calce, che in tempo di guerra non si trovava, e loro - che ne avevano una buca piena - non volevano darcela, eppure continuavano a cavar crode lo stesso. Solo dopo molte insistenze ci hanno dato questa poca di calce.
Su per la Dieci c'erano dei ricoveri fatti dai soldati italiani. Uno in particolare, là dal tronco di strada fatta per andare ai SS. Angeli, si inoltrava nel monte per più di dieci metri. In quel ricovero c'era acqua nascente e dopo la guerra andavamo a prenderla là. Ma un anno, nel 1922, acqua non ce n'era sul Montello e per trovarne abbiamo dovuto andare dalle parti di Sernaglia. 
[...]
Marito. Ricoveri ce n'erano dappertutto. Erano come delle caverne, dei buchi; penso che ci siano ancora, anche se l'ingresso è ormai ostruito con un po' di terra davanti. Questi buchi erano stati aperti dai soldati, ma erano al naturale, senza armature, senza niente.
[...]

Nastro 1994/13 - Lato A

Moglie. [...] E la falce? (el faldìn). Quando avevo 10-12 anni mi hanno dato el faldìn per segare l'erba. Cosa crede, non provavano mica pietà per questi bambini, li facevano lavorare.
La famiglia dei miei zii era composta di 12 figli di cui due sono morti da piccoli: uno si è annegato in un mastello d'acqua e una è morta appena nata.
Quando mia zia da bambina mi mandava ad acqua, mi dava dei recipienti piccoli adatti all'età.
Scendendo verso il Piave a fianco della chiesetta di Santa Mama, fiancheggiata da tutte acacie, un boschetto fitto - poi quando hanno fatto il canale è cambiato tutto - passavo e vedevo che c'erano queste bombe. 
Ce n'erano di quelle tonde e di quelle col bastoncino che avevano una cordicella con una "forchetta" che la teneva ferma. 
Mia zia mi diceva: «No sta mia tocar!»
Ricordo che una volta ho appoggiato per terra questi secchielli e mi sono detta: «Ma guarda che belle cordicelle che hanno queste cose qua». Era appena finita la guerra e mi faceva voglia di prenderle queste cordèle. Sono andata proprio vicino a questa bomba, me lo ricordo come fosse adesso, e l'ho presa in mano. 
Volevo strappare la forchetta perché allora avevo i capelli lunghi e mi sarebbe andata bene per trattenerli. Stavo per farlo, ma poi mi sono detta: «Mi hanno detto di non toccare, è meglio che lasci là». Così l'ho messa giù, ma ce n'erano dappertutto di queste bombe e sono rimaste là per molto tempo, anche dopo che erano passati i soldati a prenderle.
Nel terreno erano sparsi picconi, badili e i miei zii si sono tenuti un pochi di questi attrezzi perché andavano bene per il lavoro, gli altri li hanno messi da una parte per venderli.
[...]
Altre bombe erano lunghe una trentina di centimetri, quelle che avevano il manico. Molti sono morti o feriti maneggiandole. 
Uno qua vicino, ad esempio, Antonio Dalla Costa, è rimasto ucciso dallo scoppio di una di queste bombe. Avrà avuto 18-19 anni ed era parente di mio zio. La bomba è scoppiata mentre cercava di svuotarla ... e mio zio è stato chiamato appena avvenuto lo scoppio. Arrivato sul posto ha visto questo giovane che aveva appena mangiato [...] e ha detto mio zio che aveva ancora la pastasciutta che gli usciva di bocca. Gli era scoppiata la bomba in mano e gli si era aperto tutto il canale davanti.
Anche cartucce c'erano per terra, numerosissime e si raccoglievano per vendere. E ce ne sono ancora anche adesso: sono andata a zappare proprio prima qua dietro sui fagioli e ne ho viste due, ma non le raccolgo neanche più. Una volta però si vendevano. C'era gente che passava a prenderle su. 
C'era in particolare una vecchia che passava con l'asino e vendeva forchette cordelle aghi... [?]
I miei genitori non si sono mossi mai da Coldarco o meglio mia madre non si è mossa mai. È nata ed è morta a Coldarco; invece mio padre andava emigrante.
Mia madre si è mossa solo quando l'hanno portata a Bassano perché le è venuto un infarto ed è morta (aveva 75 anni). 
Per la verità ha dovuto andarsene via anche durante la guerra. È andata profuga ma non mi ricordo dove. Quando è partita piangeva perché non aveva potuto portarsi via niente, neppure le pere. [...]
MaritoIl caporale che si è preso la scheggia in fronte, poi non è andato più a trovare la ragazza del Montello, e la gente (i ragazzi) del posto lo prendevano in giro e gli cantavano una canzone: «El caporale, dà un colpo e poi va via, e la Maria lo piangerà», sull'aria della Biondina capricciosa garibaldina trulla là
Poi questa Maria ha sposato uno di Sernaglia. Quando è morto il padre di Maria, suo marito - che si chiamava Jijo - è venuto in chiesa col cappello senza levarselo dalla testa (forse era ubriaco) mentre tutti in chiesa avevano il cappello in mano. Da allora tutti l'hanno chiamato Jijio cavete el capel. Per dire l'ignoranza del tipo.

MoglieMi chiamo Francescato Teresa e sono figlia di Giuseppe e di Cappello Margherita. Ho abitato con gli zii fino a quando mi sono sposata con Angelo, nel 1935.
Dopo sposati siamo andati ad abitare a SS. Angeli nella casa della famiglia di Angelo, sulla 10, dove i Dalla Palma erano proprietari di 8 campi di terra e dove ho anche avuto la prima figlia.  In tutto abbiamo avuto quattro figli, tre femmine e un maschio che ora abita a Ciano e fa il carpentiere, mentre le tre figlie si sono sposate e sono casalinghe.
Marito. Dopo un po' siamo andati a stare sulla 14, su una campagna di 8 campi di terra comprati da mio padre e là siamo rimasti fino agli anni '60, quando sono morti gli zii di mia moglie - che non avevano figli - e siamo venuti ad abitare qua.
Ma sulla 14 andava male. La terra non rendeva niente. Vi siamo rimasti trent'anni ma non abbiamo risparmiato neppure i soldi per riparare un balcon (erano tutti rotti). Poi per fortuna sono cresciuti i figli. 
Il ragazzo ha imparato a fare il carpentiere qua a Ciano e due delle ragazze sono andate in Svizzera e si sono messe da parte i soldi per il corredo, perché noi non si aveva neanche sinque schèi
[...] La figlia più giovane è riuscita a fare le scuole medie a Montebbeluna - è stato un gran sacrificio - e poi è stata assunta come collaboratrice in una farmacia a Crocetta, dove è rimasta per quattro anni.
Qua sul Montello erano condizioni di vita tremende. D'inverno le prese diventavano quasi impraticabili. 
Una sera uno che abitava su per il Montello, Tommaso Cavalli, si è presentato a casa mia e mi ha chiesto il favore di andar a cercare qualcuno che gli prestasse calesse e cavallo per poter accompagnare il dottore a visitare sua moglie (Savarise Carmela) che stava male. 
Il dottore si chiamava Giuseppe Calderino, era zoppo e aveva la moto, ma su quelle strade la moto non riusciva a correre. 
Allora abbiamo chiesto a uno là vicino che aveva cavallo e calesse se ce li prestava. Ma quello ha detto che ci avrebbe dato solo la barachina (il calesse, el sarét) e che dovevamo arrangiarsi a trovare il cavallo da un'altra parte. 
Abbiamo trovato il cavallo da un tipo piuttosto strano - De Faveri Giuseppe detto Nini Zacaria - che ha accettato subito di venire. Con lui ci siamo recati da chi aveva promesso di prestarci il calesse, ma quello intanto ci aveva ripensato e si è rifiutato di darci il calesse. 
Allora Nini Zacaria prende la coperta che c'era sopra el sarét e la mette sopra il cavallo. 
Siamo andati a prendere il dottore; era sera e stava quasi per diventare notte. 
Il dottore non era mai stato sopra un cavallo e così - dopo averlo messo in groppa - io e Tommaso lo tenevamo in equilibrio uno da una parte e uno dall'altra, mentre Nini camminava davanti. E il dottore scherzava: «Adesso facciamo la fuga in Egitto, come nostro Signore». 
Ma alla fine siamo arrivati a destinazione.
Sulle stradine del Montello, non asfaltate, c'era un pantano alto così.
[...]
Era dura per i dottori, ma neanche il postino ce la faceva a venire su quando era brutto tempo. Allora lasciava la posta giù, alla bottega-osteria da Martinel, e quando si andava a bottega ci si prendeva la posta...