Visualizzazione post con etichetta residuati bellici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta residuati bellici. Mostra tutti i post

giovedì 7 ottobre 2010

Maria Saccon (Maria dea Barca), San Polo di Piave TV

Nata il 22 marzo 1907 e al momento dell'intervista abitante a Roncadelle presso l'ex traghetto/passo a barca sul Piave.

Nastro 1994/28 - Lato A                             18 agosto 1994

Abitavo a San Polo, verso la Caminada, e sono andata profuga a Fontanelle. Dapprima i tedeschi ci avevano portati a San Cassiano di Livenza (PN).
Mia mamma doveva comperare un figlio ed è partita prima; aveva paura perché ormai c'erano i tedeschi.
Noi siamo venuti a stare qua su un baracchino, perché mio marito – Gaiotto Ugo, classe 1903, detto Piccino perché era piccoletto – lavorava con il Genio Civile e gli hanno permesso di metter su questa baracca.
Sono già stati anche quelli della barca [i Belumat] ... mi hanno tirato giù [intervistato] tante di quelle volte!
Una volta si bruciava legna, non c'era il gas. Quando veniva giù il Piave si andava a trovar le legne pa a Piave, e a volte si faceva baruffa anche par 'na soca [una ceppaia].
[...]
Quando mio marito non aveva lavoro si lavorava di cesti e nel frattempo ci si era fatto un casonetto. Si avevano due figli e bisognava arrangiarsi.
A volte passava qualcuno e chiedeva: «Me fatu un piasser passarme oltra?» 
Con quella un po' alla volta è venuto il traghetto, perché prima non c'era, in questo posto. 
Non eravamo d'accordo né col comune né con nessuno, eravamo provvisori. Una volta non era come adesso che non si può più andar raccogliere neppure un bacchetto. Non c'era una tariffa, gli si diceva: «Dème, quel che voé ... sinque schèi, dièse schèi, vinti schei.»
Mio marito nel contempo andava sempre a lavorare sulle crode lungo gli argini del fiume, con il Genio Civile. Perché non era come adesso che vanno con le macchine e mettono là. Una volta portavano la roccia, la accatastavano bene, la misuravano. C'erano tante imprese, sul Montegàn [Monticano], su a Livenza, sul Sil, dappertutto.
Quando non c'era il marito e c'era poca acqua mi arrangiavo io.
La barca veniva mandata avanti con una stanga di legno di càssia [acacia], sotto alla quale si era messo un pìc [rivestimento in ferro] che pesava più di un chilo, in modo che quando si buttava la stanga sull'acqua andava in fondo facilmente e si poteva spingere sul fondo [se sé frontéa]
Dopo la guerra questi pìc li si faceva anche con i bossoli. A volte si perdeva anche la stanga sull'acqua e non la si trovava più.
Noi siamo venuti qua nel '34 e si è iniziato il traghetto in questo posto solo da quegli anni. 
Prima dell'altra guerra il traghetto era là in fondo, di là del vigneto, sotto il Comune di Cimadolmo in località Stabiuzzo. Era una zattera mandata avanti da una zia di mio povero marito, che era mezza orba. Là passavano anche con i carretti perché prima dell'altra guerra c'era sempre il Piave alto e «Venezia passava tutta per qua». Dopo l'altra guerra hanno iniziato a prelevare acqua per il canale della Vittoria e tutti i canali, per questo ora acqua sul Piave non ce n'è più. 
Noi siamo andati avanti finché hanno fatto il ponte di Cimadolmo. E con quello è finita, ci ha tolto tutto il lavoro.
Quando sono venuti grandi ci hanno aiutato anche i figli. Alcuni sono andati in Svizzera. Poi si lavorava di cesti, si andava a vénchi. Abbiamo fatto tanti di quei lavori! Non bastava certo il traghetto ... ci davano dièse franchi.
Mi sono sposata nel 1931 e ho avuto sette figli. Tre figlie sono andate in Svizzera.
Si aveva una baracca con due stanze e mio marito se in'ségnéa a far de tut [si ingegnava a far di tutto]. Avevamo una baracca ancora dell'altra guerra, ma fatta bene. Per ripararsi dal freddo mio marito ed io andavamo a canéoni. Una volta c'erano di quelle cannelle lunghe in mezzo al Piave, e abbiamo fatto una specie di s-ciorín come quello in cui si mettevano i cavalieri [i bachi da seta], con le cannelle fisse [fitte, ravvicinate]. Dopo le si appendeva al muro e mio marito faceva la malta e gliela applicava in modo che la baracca sembrava una casetta.
Questo è successo nel 1934, qualche anno dopo che mi ero sposata.
La baracca l'avevamo comperata dal proprietario del mulino di San Polo.
Andavamo a raccoglier vénchi [vimini] qua vicino [...] dentro al Piave. Li si tagliava ogni anno e li si scusséa [sbucciava, toglieva la scorza] con la giòa: venivano tutti belli bianchi. Tagliandolo, l'arbusto rigettava germogli utilizzabili di anno in anno. Erano chiamati vimini de farinati. Ma si lavorava anche con el talpon [pioppo] e con le rame de morèr [gelso]. 
Si facevano soprattutto ceste per le damigiane, che una volta erano tutte rivestite di vimini e legno.
Anche i rami del gelso dovevano essere di un anno. Ogni ramo veniva diviso in tre parti [aiutandosi] con un pezzetto di legno preparato allo scopo e che aveva tre sporgenze (questo attrezzo non ce l'ho più).
Lavoravamo anche el talpon in questa maniera e anche le càssie [acacie] mate.
Si lavorava soprattutto con le damigiane. 
Quando mi sono sposata si facevano anche di quei cestini rotondi (e un po' oblunghi) – 20x30 – che servivano per le spedizioni. Vi si mettevano dentro patate, téghe [baccelli di fagioli] e roba così. Avevano anche il manico; si aveva la misura ed erano più alti che larghi. Li portavamo qua a Cimadolmo.
Nelle famiglie un po' tutti lavoravano i vimini. [...] 
Quanto ho lavorato!
Sono andata a scuola fino alla terza, a San Polo. Sono nata a Fontanelle e poi sono andata a stare a San Polo. 
Durante la guerra siamo ritornati a Fontanelle, di là della chiesa e del Montegan...
Quando sono arrivati i tedeschi abitavo a San Polo. 
Da S. Polo i tedeschi ci hanno portato a San Cassiano di Livenza. Eravamo io, mia sorella Rosina (che ha un anno più di me) e una mia zia, Luigia Saccon. Eravamo solo noi tre a San Cassan, perché eravamo rimasti [ci eravamo attardati] a casa. Invece mia madre con gli altri figli: cinque, più uno che l'aveva dentro e che è nato durante la guerra; un altro figlio che fa nove è nato dopo la guerra...
Mia madre dunque si era già allontanata ed era andata a Rai da una famiglia di suoi parenti. Era "in condizion", doveva avere un figlio e aveva paura di questi bombardamenti. Ma a Rai non c'era posto per tutti, allora ha trovato un posto a Fontanelle mentre noi eravamo ancora a San Polo.
Poi tedeschi ci hanno portato a San Cassan con i cavalli e i carri. Della nostra famiglia eravamo noi tre soli, ma insieme a noi c'erano tanti altri. Ci hanno sistemato dentro a una scuola.
I primi ad arrivare a San Polo sono stati i germanici. Quando sono arrivati hanno trovato tutto il ben di dio. C'era vino, c'erano pannocchie, c'era di tutto sul solèr [solaio].
Hanno iniziato a lasciar correre fuori dalle botti il vino, ciocàrse [ubriacarsi], far e brigar. Per quello si sono fermati un anno qua. Perché se avessero proseguito di là de a Piave non c'era ancora niente di pronto per fermarli. Così si sono fermati e gli italiani hanno fatto in tempo a prepararsi.
A noi non hanno fatto del male.
Tante donne hanno avuto anche dei figli e li hanno tenuti.
Dove ero io, una cognata di una mia zia ha avuto un figlio [da un "tedesco"]. Se l'è tenuto e poi sono andati a stare in Francia. Gli ha messo nome Guerrino, figlio della guerra. [...] Malgrado ciò si è sposata.
Queste ragazze andavano a lavorare per i tedeschi e mia zia che era grande si portava a casa una ciopa de pan che era fatto di polenta gialla. Non so poi con i tedeschi, con tutta questa compagnia cosa succedesse.
I tedeschi ci davano 14 chili di farina di frumento ogni otto giorni, in 14 che si era.
Eravamo a Fontanelle, nella casa di una famiglia che lavorava la terra del conte Marcello.
Mia nonna e mio nonno hanno camminato una giornata in cerca del posto dove i tedeschi ci avevano portato. Cammina e domanda, e alla fine ci hanno trovato a San Cassan di Livenza, dove siamo rimasti poco, perché siamo ritornati a Fontanelle con la nostra famiglia.
C'erano anche di quelli che sono rimasti in paese [a San Polo].
Non sono mica scappati tutti. Quelli che sono rimasti qua hanno fatto man salva dappertutto, nel senso che andavano dentro nelle case e portavano via quello che c'era dentro. Perché quando siamo partiti abbiamo lasciato tutto, non abbiamo portato via niente. Siamo andati via con le mani in mano, con quel poco che eravamo vestiti. Perso tutto.
Mio padre si chiamava Saccon Luigi, e mia madre Angela Bernardi di Oderzo. Mio padre si era diviso dalla famiglia che era composta di 40 persone, con tre cugini, una famiglia grande. La divisione era stata fatta prima della guerra e quando sono venuti i tedeschi abitavamo già a San Polo, ed eravamo in quattordici.
Quando si metteva un po' di polenta a scaldare sulla graela, sul larin ... se si voltava la testa stava poco a sparire perché i tedeschi, o dentro per il balcone o dentro per non so dove, la facevano sparire. Avevano fame anche loro!
Sono scappati perché avevano fame, altrimenti sarebbe rimasti qua ancora. Sa che hanno mangiato tutto il cinquantino, e anche i botoi [tutoli]. Non c'era più niente, per quello sono scappati, altrimenti non andavano via.
Noi in qualche maniera si riusciva a mangiare perché mio nonno e mia nonna camminavano da una casa all'altra e portavano a casa qualcosa.
Ci è capitato di mangiare anche polenta di sorgo, quello rosso con cui si fanno i scoàt [scopini]. Era quasi immangiabile, e quando lo si era mangiato non si riusciva più ad andare di corpo, si poteva fare quello che si voleva; ma se non c'era altro bisognava mangiare anche quello, senza sale né niente.
È stato un anno tremendo per noi che eravamo rimasti di qua, ma non per quelli che sono rimasti in casa, perché quelli si sono nascosti la roba che trovavano. Noi a San Polo abbiamo avuto la casa buttata giù e molti di San Polo erano rimasti a casa. Tanti andavano e tornavano e così andavano a prendersi la roba per le case.
A San Polo la nostra casa era per terra e ci hanno dato una baracca.
Noi bambini da profughi si andava par i fòss, si andava a prendere rane e pesce. C'erano tutti questi fossi e c'erano le rane: le si vedeva quando erano drio riva che saltavano dentro e allora si andava a palpéta
I pesci erano tutti pessetti piccoli, da fosso.
A scuola sono andata fino in terza.
Mi ricordo che durante la ritirata dei tedeschi, a Fontanelle – siccome nel palazzo del conte Marcello c'era il comando – mia zia che aveva sui diciotto anni gli ha detto una parola in tedesco, zurück, e loro si sono talmente arrabbiati che se non stava presto a scappare l'avrebbero ammazzata (era come una presa in giro).
Mia zia Luigia era ricoverata all'ospedale ed aveva il tifo. Mia nonna era andata a trovarla e tornando indietro ha trovato i tedeschi che non la lasciavano più passare perché ormai c'erano gli italiani ... che erano passati di qua del Piave, che erano arrivati con i cavalli.
[Gli italiani] ci hanno trovato che stavamo grattando le pannocchie per far farina per la polenta; con un chiodo e una gratariola, si grattava.
Mi ricordo quando sono arrivati gli italiani.
Sono arrivati con i cavalli e ci hanno dato una ciòpa de pan ciascuno e noi siamo stati tutti contenti, perché non se ne aveva.
Mia nonna ha indicato agli italiani dove, là in fondo, c'erano i tedeschi che non l'avevano lasciata passare. Perché i tedeschi si erano messi sopra gli alberi per fermare gli italiani che avanzavano.
Paura tanta.
Quella volta dell'offensiva [giugno 1918] ... che si sentiva tutto questo bum bum bum e si vedeva tuto un fogo, stando a Fontanelle.
Quando siamo arrivati qua c'erano tutte buche di granate, morti, di tutto.
Da San Polo siamo venuti lungo il Piave. Si andava a prender su le coperte, i teli, la roba che ci serviva per casa perché non avevamo più niente. 
Granate ce n'erano un'infinità, cassette piene; di grandi e di piccole e di tutte le sorti.
Erano sopratutto i nostri vecchi che venivano a prendere roba sul Piave, dalle parti dell'osteria della Isetta a Cimadolmo, dopo Stabiuzzo. Là c'era la possibilità di andare in Piave. Trincee ce n'erano anche qua dove poi siamo venuti a stare.
*
Trincee sull'argine ne sono state fatte anche durante l'ultima guerra: i tedeschi si erano preparati. Quante legne e quanti travi e quanta roba che ci mettevano dentro là, nei camminamenti!
Durante l'ultima guerra noi eravamo in questo posto, sul Piave, e io avevo una paura...
I partigiani venivano tutta la notte a chiamare che andassi a passarli "oltra", ma mio marito non veniva fuori, gli gridava che andassero a chiamare gli uomini addetti. Poi c'era da passare i tedeschi che andavano a fare trincee di là, sull'argine destro, a Candelù. Ma mio marito andava a lavorare e non voleva passare nessuno.
E i partigiani ... mio marito aveva paura perché qua c'era il lavoro dei tedeschi.
È successo che un maresciallo di Oderzo è stato ammazzato qua più avanti dove finisce questo argine e c'è un frantoio di ghiaia.
Hanno preso questo maresciallo e l'hanno messo in macchina. Noi eravamo nella baracca e l'abbiamo visto passare due tre volte, bendato gli occhi, dentro alla macchina. Poi non contenti sono andati in osteria e gli hanno dato da bere e l'hanno ubriacato. Quando era verso notte sono tornati a passare e abbiamo sentito il colpo quando l'hanno ucciso. Dopo cosa hanno fatto? Hanno fatto un buco là e l'hanno messo sotto due crode, con i piedi fuori. [...] Noi eravamo pieni di paura che ci ammazzassero se vedevano questo morto, ma di tutta notte i partigiani se lo sono venuti a riprendere e l'hanno seppellito in mezzo a quella grava laggiù. L'hanno scoperto anche là, sono venuti a prenderlo e l'hanno seppellito a Oderzo.
*
Vengono sempre a trovarmi i ragazzi delle scuole, ogni anno, soprattutto il maestro Fausto Pozzobon.
*
[Durante l'occupazione tedesca] i miei vecchi andavano "a carità". Una volta sono venuti a casa con un poco di sorgo; per la strada i tedeschi li hanno trovati e volevano portargli via anche quello.
Se riuscivano a raccogliere un po' di biava, di tutta notte si recavano a Campomolino a macinarla in quel molino, sempre di nascosto, perché se li trovavano gliela prendevano.
Noi 14 eravamo riusciti a nascondere una vacca, o forse ce ne avevano lasciata una... perché ci avevano requisito tutto. Non i tedeschi, ma i poliziotti nostri: si erano messi la fascia sul braccio e ne hanno fatte anche loro sì, finché bastava. Andavano dentro per le case a requisire, portavano via le calière, portavano via tutto. Trovavano una branca di biava e la portavano via. Portavano via tutto anche loro, i poliziotti, ed erano della zona.
Nella casa di Fontanelle eravamo profughi insieme a una famiglia di Santa Lucia. C'era una stalletta là dietro e noi vi avevamo nascosto la vacca.
La famiglia di Fontanelle dove eravamo profughi si chiamava Chin. Non c'erano uomini: sia il capofamiglia che i suoi due figli erano in guerra. C'era solo la signora Luigia, proveniente da Treviso, che era anche zoppa e lavorava la campagna del conte Marcello.
Dapprima ci ha sistemato in due stanze e poi ci ha dato il solaio. Mia madre all'inizio dormiva nella stanza dabbasso, ma poi sono venuti gli ufficiali tedeschi e l'hanno costretta ad andare di sopra perché la stanza al pianoterra la volevano loro. Allora noi le abbiamo ceduto la nostra camera e siamo andati di sopra, nel solaio.
Anche la famiglia di Santa Lucia, famiglia Sanco – che poi ha tenuto a cresima anche una mia sorella – aveva una sua camera. Erano in sei e una delle figlie si chiamava Armida.
C'era il lampione a petrolio vicino alla porta d'ingresso della stanza di quelli da Santa Lucia, e una volta ha preso fuoco. Urlavano, e la casa era chiusa. Mia zia ha preso una brocca d'acqua e l'ha buttata sulle fiamme, e ha fatto peggio. Per fortuna comunque – alla fine – sono riusciti a spegnere le fiamme, altrimenti restavamo tutti bruciati perché non si poteva uscire dato che il fuoco era sulla porta.
I padroni Chin non è che ci trattassero male solo che, lei in particolare, la signora Luigia, era più furba di noi. Mia madre con questa vacca a volte riusciva a farsi un po' di formaggio. Lo metteva nella sua camera dabbasso e la signora Chin, di nascosto, andava a rubarglielo; di notte poi entrava in caneva e andava a prendersi del vino. Noi eravamo riusciti a portarci da casa un caretèl di vino per mia madre che era "in stato". Di notte lei andava dentro e se lo andava a prendere e poi usciva camminando con questo pentolino (quello del caffè) sopra la testa, sotegàndo, sotegàndo (zoppicando, zoppicando). «Eh, son 'ndata a ciòrme un poca de aqua in tel secièr», diceva se qualcuno la vedeva, invece andava a prendersi il vino in cantina, e alla fine ci siamo trovati col caretel vodo.
Mia madre era riuscita a portarsi via il vino perché era partita prima. Noi invece avevamo aspettato perché si sperava di restare.
Quando siamo partiti noi avevano già iniziato a sparare. Non si voleva andar via, ma alla fine siamo stati costretti ad allontanarci, con quello che si aveva.
Mia madre con il latte riusciva a farsi anche un pochino di burro e lo portava al comando.

Nastro 1994/28 - Lato B

Al comando faceva scambio con un po' di zucchero e la mamma ce ne dava un po' per ciascuno. Noi lo si tociàva con la polenta, polenta e zucchero: era il dolce, la carne e tutto.
Si andava a rubare zucche per i campi. Mia sorella aveva tre-quattro anni  – si chiama Rita e adesso è in America – una volta è andata a confessarsi e il prete le ha chiesto quale peccato avesse commesso. Lei ha risposto: «Son data robar na zuca» e il prete le ha detto che non era peccato, no.
E le radicèe, quelle che fanno il fiore giallo, i fratò-c (il tarassaco); ma anche altre erbe.
Mia zia Catìna (Saccon, sorella di mio padre), che aveva due gemelli, mangiava le radici delle erbe fratò-c perché non c'era niente da mangiare.
Anche lei era profuga dalle parti di Fontanelle, e in tanti si sono fermati da quelle parti.
A Fontanelle eravamo troppo vicini ai tedeschi; quello che si aveva lo portavano via tutto loro. Poareti, erano morti da fame anche loro. È per quello che hanno abbandonato l'Italia, che hanno perso la guerra!
Di San Cassiano di Livenza ricordo che eravamo tutti su uno stanzone, distesi per terra sulla paglia. Per quello i miei hanno voluto tornare indietro, riunire la famiglia.
Fra le erbe, buoni anche i bruscandoli e i s-ciopét.
Subito dopo la guerra ci siamo sistemati dentro una caneva bassa, sotto una casa. Tutti dentro là finché non ci hanno portato una baracca. La caneva era nel borgo in cui abitavamo prima, il borgo dei Cadorini che era vicino a quello dei Facchini, sopra la località Caminada di San Polo, per andar verso San Michele.
Subito dopo la guerra due ragazzi che andavano a scuola assieme ad alcune ragazze si sono messi a battere una granata poco distante da dove noi abitavamo. La granata è scoppiata e di quelli che battevano uno ha perso le dita, una ragazza si è presa in pieno petto il cul della granata che l'ha scaraventata nella siepe e là è rimasta morta; poverina era anche senza mamma. Un'altra ragazza ha avuto tutto il viso pestato ed è morta da poco [...] La ragazza uccisa dalla granata era una Sessolo.
Nella casa dove ora c'è mia figlia, a duecento metri dall'argine, là c'era una gran buca di granata e mio suocero ha buttato dentro tutte le bombe, granate e residuati vari che aveva trovato nella campagna. Poi le ha coperte e adesso sono ancora là sotto, ben profonde e non sono state ritrovate neppure con il "ferro" con cui andavano a cercarle. Sono là sotto e non scoppiano più, ormai.
Anche a San Polo, in campagna, quando siamo arrivati noi era pieno di munizioni.
Non abbiamo visto morti, ma ci siamo presi le coperte dei militari e le abbiamo utilizzate per farci dei vestiti, braghe, cotole, di tutto.
Quella guerra là è stata molto più dura dell'ultima. Parlo per noi che non abbiamo fatto in tempo ad andare di là del Piave. Quelli invece che sono andati di là se la sono passata meglio. Anche i miei suoceri sono andati di là e sono andati negli Abruzzi con tutte le famiglie che erano nella zona lungo il Piave, perché gli italiani avevano fatto un ponte proprio dove poi noi abbiamo messo il traghetto.
Gli italiani avevano buttato giù anche il campanile di San Polo, prima di partire.
Quelli che sono andati di là non hanno patito la fame.
Quelli di qua invece ... anche i tedeschi l'hanno patita. Perché la strassavano appena arrivati, la biava la davano ai cavalli, il vino lo lasciavano andare per le caneve perché erano ormai ciochi, ubriachi. Per quello si sono fermati qua, altrimenti sarebbero andati avanti, perché di là del Piave non c'era nessuno degli italiani.
Poi gli italiani hanno lasciato andar giù tutta l'acqua dei laghi, come quella volta che hanno annegato tutti i tedeschi. Dove noi un tempo avevamo il vigneto, avevano fatto il ponte e ci sono ancora - sotto le crode - i barconi. Ce ne sono tre quattro, di ferro. Uno lo hanno tirato su quelli di San Polo alcuni anni fa. Quanto hanno lavorato sotto acqua per tirarlo su, quei ragazzi!
Quando i tedeschi hanno fatto il ponte per andar di là, gli italiani hanno mollato l'acqua. Così si è rotto il ponte e tutti i tedeschi si sono annegati. Non è stata la pioggia: hanno lasciato andare l'acqua apposta.
*
Alluvione del 1966. Qella volta l'acqua si è alzata fino a sopra là, ha lambito la casa. Faceva paura; poi ha rotto a Saletto e allora l'acqua ha iniziato ad abbassarsi. È andata fuori di là. Noi siamo andati [con la barca] a portare da mangiare all'Ospedale di Motta; ce lo sono venuti a chiedere.
*
Una volta c'era uno qua a Cimadolmo che faceva barche, era un certo Bassetto; mi pare che abitasse in mezzo alle grave.
La barca è in abete, perché pesa meno. Dentro vi stavano dieci uomini e dieci biciclette.
È lunga 4 metri e larga crca 1,80 - 2 metri.
Era fatica ... e tante volte siamo andati prenderla a Ponte di Piave. Magari ce la slegavano, se la prendevano e andavano in giù, invece di chiamarci; ma l'abbiamo ritrovata sempre intatta.
Una volta qualcuno l'ha nascosta dietro un bàro (cespuglio).
L'osteria una volta non c'era; c'era solo la nostra baracca- abitazione; l'osteria l'ha messa mio figlio una decina d'anni fa.
Il tetto della baracca era con tegole, ho ancora la fotografia.
Dalla famiglia grande – quaranta persone – che si trovava tra Tempio e Fontanellette, sotto Fontanelle in Borgo Dalla Torre, siamo venuti via quando io avevo sette anni. Siamo andati a San Polo e me lo ricordo ancora.
Poi io sono stata a servire a Venezia da dei signori: era la moglie di un capitano della Marina. L' avevo conosciuto tramite uno di Cimadolmo che l'aveva avuto come suo capitano. Si chiamava Marcuzzo, al Lido, vicino a dove arrivavano i vaporetti.
*
Maria Saccon è la protagonista del libro della Alessandra Jesi Soligoni "Ines del traghetto".
La Soligoni veniva qua alla mattina "a prendere le arie" ancora prima di scrivere il libro. 
Qua alla mattina presto era sempre pieno. Una volta non andavano a Jesolo, il dottore li mandava qua. C'era sempre acqua e loro camminavano lungo l'acqua. Alle cinque erano qua, camminavano e poi andavano a casa.
C'era anche il "campo solare". Andavano a buttarsi giù in quel murazzo là. 
Là c'era anche una baracca dove facevano da mangiare per i ragazzi. Erano gli alunni delle scuole della zona: prendevano il sole come in spiaggia. C'era anche un areoplano che faceva il giro ogni giorno...
La Soligoni è di Ormelle e sua madre è morta da poco. Ora abita a Treviso e veniva a prendere le arie al mattino anche lei.
Pavan. Ormai lei è famosa. Quando mandava avanti il traghetto non avrebbe pensato che un giorno tutti l'avrebbero cercata...
Saccon. Quanta acqua ho preso! Se dovessi tener conto di tutta l'acqua che mi sono presa, a tutte le ore, non dovrei neppure più camminare.
Freddo o caldo. A volte c'era il ghiaccio. D'inverno ce n'era sempre, una volta; la stanga era sempre piena di ghiaccio.
A volte la barca era di là, e stivali non ce n'erano. Mi toccava andare dentro scalza e mi toccava poi massaggiarmi le gambe. Tanti mi dicevano òcio, te va dentro in tel'acqua, ocio che te ciapa qua, te ciapa là. Invece ringrazio il Signore ma sto bene.
E sempre scalza. D'inverno avevo gli zoccoli, ma sempre acqua era.
Nuotare non sapevo nuotare: se cascavo dentro mi sarei annegata. In questo posto davanti al traghetto c'erano sei metri di acqua normalmente e i ragazzi andavano sempre a nuotare, si tuffavano.
Una volta una guardiacaccia di nome Orso che era di là del Piave, ha chiamato mia figlia che andasse a prenderlo. Lei è andata, era quasi mezzogiorno. Ha poggiato la stanga su una croda ed è scivolata, cadendo dentro in acqua. La barca è scesa da sola lungo la corrente. Mio marito ed altri ragazzi vedendo la barca scender vuota si chiedevano coma mai, cosa era successo; oltretutto non c'era neppure la stanga su. Nel frattempo mia figlia andava su e giù nell'acqua perché era caduta proprio in un tòrcol, un mulinello. Per fortuna dopo tanto ha trovato sul fondo un rialzo di sabbia. È riuscita a poggiare i piedi e a uscire dall'acqua, spaventatissima: «momenti me negàa». Era mia figlia Gaiotto Luciana, la mia ultima figlia. Avrà avuto 18-19 anni.
Qua davanti alla casa – all'ex baracca – ci sono tante crode sotto; il Piave si è ristretto più di una decina di metri, sempre con queste crode. In questa maniera non c'è pericolo che la terra venga erosa e l'acqua "mangi la casa".
Mio marito sapeva nuotare.
Acacie, càssie mate. Sono buone «fin che e mena», cioè finché non finiscono di crescere, d'estate. Solo in quel periodo si riusciva a scussàrle, dopo non più. Il periodo buono è da maggio finché iniziano a chiudersi, cioè quando non "camminano più", non corre più la linfa. Lo si vede dalla cima della pianta, che "si chiude".
La fornace di Roncadelle, vicino al traghetto è di Bortotto Isaia. Ha funzionato fino a poco dopo l'alluvione. Ora pare che vi debbano fare una pizzeria, una gelateria.
La fornace funzionava con sassi del Piave, oppure con quelli del Cellina. Servivano per ottenere calsìna [calce], che una volta era molto utilizzata.
La baracca della guerra, dove abitavo prima, aveva due stanze. Poi un po' alla volta abbiamo allargato la baracca e anche la nuova casa.
Anche qua sul Piave ci sono le zanzare...

Aggiunte e precisazioni, 13 settembre 1994

Il pìc della pertica era fatto da un artigiano del posto, di Roncadelle.
Le tre figlie emigrate in Svizzera erano Elide, Maria Pia e Edda. Un'altra figlia, Luciana, era in Germania. In tutto ho cinque figlie. La più vecchia, Dilva, è rimasta invece in casa.
Giunchi: Vénchi farinati e vénchi di un'altra specie. Li raccoglievo a Cimadolmo. C'erano delle fabbrichette a Cimadolmo. Noi li portavamo da Barbaress. A Stabiuzzo ce n'erano tanti che li raccoglievano; a Stabiuzzo, più che a Cimadolmo.
Quella volta che a Cimadolmo dovevano aprire la fabbrica di vetro. Non l'hanno voluta perché in paese temevano che si perdesse il lavoro dei cesti a causa di questa fabbrica. Così l'hanno fatta a Ormelle e a Cimadolmo sono rimasti con un pugno di mosche, visto che comunque i cesti poi non li hanno fatti più. Non c'era più futuro per loro, c'era la plastica.
[...] Noi siamo in dieci fratelli, una è nata da profuga a Fontanelle nel '18, si chiama Celestina [...] Dei dieci fratelli, ancora otto sono vivi, la più vecchia è del '6 (Rosina) e il più giovane è del '20. Dieci figli in quattordici anni. Una volta era così.
Io ne ho avuti sette: cinque femmine e due maschi.
Da profuga: rane e pesci nei fossi. Mia madre li arrostiva magari con un po' di burro. 
Quando di pesci se ne prendeva pochi, mia madre li metteva dentro a delle scatole vuote di conserva che i tedeschi buttavano via. Li metteva dentro finché le riempiva, coprendoli col sale. Così si conservavano finché ce n'erano a sufficienza per mangiare. Barattoli di latta avanzati dai tedeschi. 
Il problema però era il sale: ce n'era sempre poco. Bisognava andare dai tedeschi al comando e in cambio di un po' di burro ci davano il sale e lo zucchero.
Noi profughi eravamo sprovvisti di tutto. Chi era rimasto a casa sua qualcosa era invece riuscito a nascondere. A noi tutto quello che avevamo lasciato a casa ce l'hanno portato via o ce l'hanno mangiato i cavalli germanici.
Mia zia Luigia e mia sorella Rosina alla fine della guerra si sono prese il tifo e sono state portate in un ospedale militare dalle parti di Oderzo.
Lo zucchero, per tociarlo con la polenta, lo stendevamo su un piatto.
Dopo la guerra sono andata a servire dalla signora Marcuzzo al Lido, che era sola e aveva due figli: uno era capitano di marina e faceva la spola coi piroscafi da Venezia a Trieste. La loro casa era proprio in vista della laguna, si vedeva San Marco.
[...]
Maria racconta il suo modo di «far l'amor»: i fidanzati seduti sotto il portico, dove c'era un'immagine della madonna ... e quando un vecchio accendeva il lume voleva dire che era ora di smettere e di andare a casa. 
Seduti, davanti a tutti...
Una volta «c'era più allegria», rispetto ad ora. C'era più unione, invece adesso tutti hanno la macchina e tutti sono per conto suo. Una volta biciclette non ne avevano, macchine non ne avevano, gli toccava andare a piedi e allora si univano.
Ora sul Piave non c'è più acqua. Ce n'è d'ora in avanti [in autunno], quando non ne serve, ma d'estate la prendono tutta per le campagne.

lunedì 27 settembre 2010

Sebastiano Pessotto, Bibano di Sotto (Godega Sant'Urbano, TV)

Nato il 23 settembre 1912

Informatore-accompagnatore: Renzo Cuch, Gruppo Alpini di Gaiarine.

Nastro 1998/8 - Lato A                                  Giovedì 2 aprile 1998

[...]
Il «papa Cappellari»
C'era una chiesetta in via Cappellari, davanti a Barlese, quasi in piazza di Gaiarine. La chiesetta l'ha demolita poi Barlese, non sono stati i tedeschi.
Dentro c'era la statua del "papa Cappellari", tanto che la chiamavano «a ceséta de Capeari», che era un papa.
Si vede che i soldati tedeschi erano di un'altra religione ... un bel giorno si vedono venir su questi soldati con una macchina su cui era caricata la statua in gesso del papa Cappellari.
Il «barba», fratello di mio povero nonno, ha chiesto loro cosa stessero facendo, ma loro non l'hanno badato. Siccome la statua aveva la corona, hanno tirato via la corona; poi con il ferro da barba hanno tagliato la barba [in gesso, della statua].
Era un sabato di sera, e mi ricordo come fosse adesso.
C'erano le tose che scopavano il cortile, come si faceva di solito, perché i soldati avevano lasciato in casa la nostra famiglia, per far vedere che vi abitava una famiglia normale, che non c'era un campo d'aviazione.
I soldati prendono questo papa e lo mettono in parte, lungo la siepe, perché c'era la siepe [di recinzione] davanti alle case. Prendono una sàca [un vimine] e legano il papa e ci dicono che non bisognava toccarlo, ma noi certo non volevamo toccarlo, noi eravamo bambini; poi i soldati se ne sono andati.
Il giorno successivo i soldati vengono di nuovo a casa nostra perché «i à da far manéjo co l'aparechio» [devono fare esercitazioni con l'aereo]. Mettono un soldato sull'aereo per addestrarlo a fare il mitragliere e la statua fa da bersaglio. L'aereo era a terra, da fermo, messo a una certa distanza dalla statua. Il mitragliere sparava e, se riusciva a far centro, il giorno dopo doveva andare sul Piave a combattere [perché aveva dimostrato di essere in grado di usare l'arma] e c'era bisogno di mitraglieri.
Mio zio li rimprovera per quanto stanno facendo ma loro ci scherzano su e gli rispondono ja, ja, ja.
Insomma, il mattino dopo, i tedeschi prendono un carretto, di quelli da spingere a mano, in legno, un bel carrettino fatto da noi in casa, vi distendono sul pianale una bracciata di paglia e sopra ci mettono la statua del papa. Poi fanno il loro lavoro [cioè sparano contro la statua].
Il barba gli dice «vedrete che la pagherete per quello che avete fatto».
I soldati dopo qualche giorno, o il giorno dopo, non ricordo, partono e vanno sul Piave in linea ... e il mitragliere che aveva sparato alla statua venne ucciso.
La statua era stata rotta completamente e noi bambini con i suoi pezzi di gesso giocavamo a capanón, un gioco che consiste nello spingere avanti un sasso con un piede e farlo cadere in un buco.
Poi è successo che dopo la sua morte il mitragliere - il suo spirito - continuava a farsi vedere. Alla sera quando era una certa ora i cani abbaiavano e qualcuno della nostra famiglia diceva «ah, varda lavìa, é el tedesco»....
E andata avanti così per un bel pezzo di tempo, perché ricordo che – noi si faceva il formaggio in casa, una volta, e allora ci si univa una famiglia con l'altra in modo da avere più latte – il tedesco ha continuato a farsi vedere per qualche anno.
Una sera mio povero papà ci ha detto: «Andate a prendere su un po' di erba per la maiala che ha i maialini». Noi bambini siamo andati. Eravamo io e mia cugina Rosa e quando siamo arrivati in fondo là, dove la stradina si congiunge con la strada che va in su, ho detto a mia cugina: «Vàrda el tedesco!»
Era dentro al cespuglio [bàr] dove avevano portato il gesso della statua rotta. Allora io, siccome avevo sentito dire che se lo spirito continuava a farsi vedere voleva dire che aveva bisogno di qualcosa, mi son detto «aspetta che gli vado a chiedere cosa vuole, di cosa ha bisogno». Mi son fatto coraggio e gli sono andato incontro, ma appena arrivato dove l'avevo visto, il tedesco non c'era più, si era spostato di lato. Mi sposto anch'io, ma ancora una volta quando arrivo dove lui c'era fino a un attimo prima, lo spirito non c'è più.
*
La luminaria invece era un gas che [a Gaiarine] veniva fuori dal terreno, dai fossi: un metano, che prendeva fuoco.
*
Ritornando allo spirito. Una sera, una donna della famiglia Maso, viene a portarci il latte per fare il formaggio e ci dice che passando davanti al cespuglio dove erano stati messi i resti della statua aveva sentito una tale raffica di vento che i rami dell'albero si erano piegati fino a terra. Era un grosso cespuglio di arnèr [ontano].
E prima ancora, uno dei Benedet che abitavano in una casa qua vicino, un certo Luigi, a volte quando gli capitava di tornare a casa con la mussa [asina] da Gaiarine gli succedevano delle strane cose. Una sera gli tirano giù la giacca, da dietro; veniva a casa dopo essere stato dalla morosa, non lo so, sta di fatto che si trova la giacca per terra e non vede nessuno, non c'è nessuno. Un'altra sera, raccontava sempre questo Benedet, tornava ancora a casa con la mussa e giunto in quel punto la mussa si ferma, non vuole più andare avanti e non ha potuto pensare altro che fosse lo spirito del tedesco.
Finché un'altra sera è venuta questa Maso e lei ha pensato che se c'era questo spirito bisognava far dire una messa. Abbiamo fatto dire la messa, e da quella volta non abbiamo più visto lo spirito.
Sarà stato circa nel 1924, perché la famiglia Maso era venuta ad abitare in paese qualche anno dopo la guerra.
Ritorniamo a parlare del campo d'aviazione.
Una volta un pilota, un ufficiale – perché gli ufficiali arrivavano a casa nostra alla mattina, con le auto, da Gaiarine – insomma uno si era come innamorato di me. Io ormai capivo cosa lui diceva, e mi diceva che lui mi avrebbe voluto portare in Germania, perché lui figli non ne aveva e voi siete tanti fratelli e uno può venire con me.
Un giorno, cosa fa? Prende l'apparecchio e mi fa salire su. Io ero già salito qualche volta sugli apparecchi, quando erano a terra e loro li lasciavano là, ma quella volta il pilota è partito, e io avevo una paura...
Non ricordo il nome di quel pilota, ricordo invece i nomi degli altri soldati che erano alloggiati a casa nostra. Il falegname aveva nome Carlo e faceva tutto quello che serviva in legno, sagome da tiro, ecc. Edoardo era quello che faceva l'autista e li portava fino al Piave, in qua e in là. Insomma ce n'era un bel gruppetto a casa nostra, saranno stati una ventina.
Io li capivo perché un po' si sforzavano loro e un po' ci sforzavamo noi, così ci si capiva.

Nastro 1998/8 - Lato B

Vicino a casa c'era una polveriera grossa. Era un deposito di munizioni da apparecchio, bombe da sganciare grandi come me (quando ero bambino).
Questo deposito più grande si trovava vicino alla chiesetta di [...]
Un altro deposito più piccolo, che si trovava dove ora hanno fatto il capannone, conteneva munizioni e bombe a mano. Con quelle, una volta finita la guerra, è morta una mia cugina che ha tirato via il nastro a un petardo. Questi petardi avevano attorno un nastro rosa, verde o celeste a seconda della portata, e poi un anello [la s'ciòna]. Tenevano il petardo in mano e lo lanciavano con il nastro, per dargli più slancio.
Mia cugina, che si chiamava Gianna e aveva sui 10 anni, ha tirato via il nastro tenendo in mano il petardo che gli è esploso e l'ha uccisa.
Campo d'aviazione: vi erano vari angàr [hangar]. Uno davanti e uno dietro casa, un altro dai miei cugini che fa tre, altri due erano lungo la strada dei miei cugini dalla casa rossa (la strada di Belcorbo) e poi quassù da Janotto non so se c'erano tre o quattro angàr, perché erano di due qualità, gli apparecchi. Quelli quassù erano rossi e quelli laggiù erano gialli, erano di due squadriglie, cioè. Su ogni angàr ci stavano dentro due o tre apparecchi. Alla sera i soldati li spingevano dentro e alla mattina li tiravano fuori. Per metterli in moto facevano girare l'elica con le mani tuf, stuf, stuf. A un soldato là dietro alle nostre case un'elica gli ha portato via il braccio; l'elica è partita e lui non ha fatto in tempo a ritirare il braccio. Ma non è morto, è rimasto mutilato.
Quella volta che io ho fatto il giro in aereo ho volato là intorno e avevo paura soprattutto perché i miei non ne sapevano niente.
Mio padre si chiamava Costante ed era in guerra sul Sabotino, ma durante i giorni di Caporetto era a casa. Era rimasto ferito due volte. Era andato a dare il cambio ai bersaglieri che erano stati attaccati con il gas. Prima è rimasto ferito mentre si trovava in trincea e una croda lo ha colpito alla schiena ed è rimasto ricoverato per qualche mese in ospedale. Una volta guarito è ritornato di nuovo in trincea.
Era cuciniere e una volta l'hanno fatto prigioniero, di sera. Si sapeva che forse quella sera ci sarebbe stato un attacco e lui ha detto ai suoi compagni: «Se per caso vi ritirate, avvertitemi.» Invece non l'hanno avvertito ed è stato fatto prigioniero. Era caporalmaggiore e non l'hanno avvertito. Il combattimento è stato grosso e i nostri si sono ritirati, e lui - venuta la notte - si è messo a dormire sotto le casse di cottura.
Alla mattina si trova con gli ufficiali tedeschi che camminano davanti a loro, contenti perché stavano avanzando. Allora mio padre ha detto ai suoi soldati: «Tosat, toén i mùi e scampén». Hanno caricato i muli e tutto; quando sono scappati c'era una valle stretta, i tedeschi gli sparavano, ma le pallottole restavano alte e non riuscivano a prenderli.
Un'altra volta mio padre è stato ferito. Era di sera tardi, ormai notte, era su in trincea che distribuiva un po' di caffè e di quello che c'era, perché ormai era tardi. Uno voleva mangiare, un altro non ne voleva più; ormai erano sfiniti, i soldati. Gli capita una pallottola. Si vede che hanno sentito qualcosa che si muoveva, gli altri gli hanno tirato e l'hanno colpito in petto sotto la spalla sinistra. La pallottola lo ha perforato, ma non ha colpito il cuore e così si è salvato.
L'hanno portato all'ospedale da campo e quando ha iniziato a stare un po' meglio ha chiesto di venir a casa in licenza, anche perché aveva saputo che gli era morto il nonno. Allora il tenente medico gli ha detto: «Ti posso mandare a casa anche entro 24 ore, però devi fare la "rinuncia", devi sottoscrivere che sei stato "ferito in prima linea, non per causa di servizio" e in questo caso non avrai più la pensione.» E mio padre gli ha detto: «Piuttosto di finirla qua, finché ho le gambe che mi tengono ancora in piedi me ne vado. Poi, sarà quel che sarà.»
Per questo, quattro giorni prima della ritirata di Caporetto lui era qua a casa.
Nei giorni della ritirata ha visto arrivare i tedeschi, che son venuti su per la Cal di Mezzo. Sono arrivati dietro le case e chiamavano, chiedendo della "quota Vinello". Mio padre gli ha indicato il posto che cercavano: era la chiesa di San Cristoforo.
I tedeschi hanno portato tutti i cannoni sul prato davanti, dove adesso c'è a beussera [il vigneto "alla Bellussi"], sopra Fantuz. Là dove c'è il capannone prima non c'era la belussera, c'era tutta pradarìa.
Hanno iniziato ad arrivare con i cavalli e i muli, hanno sistemato i cannoni tutti in fila, con la bocca verso il Piave. I cavalli li hanno messi sulla terra dei miei cugini, legati ai gelsi o lasciati così com'erano.
Le piste per gli aerei le hanno fatte sul terreno dietro le case, dove c'era la jèra [ghiaia]. Anche là c'erano piantajón [piantate, filari di viti sostenute da gelsi] che hanno fatto tagliare tutte da borghesi fatti venire apposta da Gaiarine. Hanno tagliato le piante senza estirpare le radici, perché sopra vi hanno steso della ghiaia prelevata da una cava che hanno scavato qua vicino di là della strada, dalla parte dove c'era la famiglia di Bortolo Brisotto con i suoi due figli Francesco e Giusto, e dove ora c'è Nardi detto Mattìo.
Hanno fatto questa cava e vi hanno messo a lavorare dei prigionieri mutilati, senza una mano.
D. Come facevano a lavorare, se erano mutilati?
R. Eppure li facevano lavorare, eh! Erano prigionieri italiani, ma ce ne saranno stati anche di stranieri e lavoravano con quello che potevano, con il piccone ... e quelli che stavano meglio con i carrelli portavano fuori la ghiaia e preparavano le piste.
*
Renzo Cuch gli chiede se sa chi abbia raccolto i volantini austriaci di propaganda che Bruno (figlio di Piero Pessotto) ha donato al Gruppo alpini.
Sebastiano, risponde che volantini ne buttavano giù in continuazione, quando passavano...
«Li buttavano giù per i borghesi, poi i boce li raccoglievano e li buttavano via.»
*
Ai prigionieri mutilati, pur di farli lavorare, avevano dato una paletta di quelle che adoperano le donne in cucina per raccogliere la cenere sul camino [?] e sia pure con questi piccoli attrezzi, alla sera i carri erano carichi, anche se i prigionieri avevano una mano sola, oppure avevano le mani senza qualche dito.
D. Sono mai venuti gli italiani qui di sopra, con i loro aerei a bombardare il campo?
R. Una sera, o meglio ad una certa ora di un giorno, arriva un apparecchio italiano e le mitraglie che erano attorno al campo ... e io so dove erano le mitraglie ... perché ce n'era una dietro le case dove abitavamo noi; una davanti alla nostra casa; una era sul palù davanti alla casa rossa dei miei cugini, di là della strada; una era sopra Zamai; una era quassù da Janotto; una nel terreno di Brisotto, che fa sei e una sulla strada, lo stesso, che va dentro e che fa sette, e una che faceva otto...
Il campo d'aviazione sarà stato grande non più di dieci campi di terreno, anche meno, non era tanto grande. La pista sarà stata lunga come dalla casa in cui siamo adesso fino alla strada, saranno stati un cinquecento metri. Ce n'erano due di piste, una per ciascuna squadriglia.
Allora ... un giorno arriva un apparecchio italiano, ma l'aviatore era uno dei nostri qua e si butta sul prato. Siccome c'erano i rivai [tratti erbosi usati per gli spostamenti di uomini e animali] alle testate della campagna, l'apparecchio si rovescia all'incontro con questo rival. Ma dentro non c'era un italiano, c'era un aviatore tedesco che di là del Piave - non si sa come - era riuscito a portar via un apparecchio italiano e a passare le linee fino al nostro campo.
Mi ricordo che siamo corsi tutti a vedere, anche con paura, perché sull'aereo ci sono le munizioni. Arrivati vicino mi ricordo che dicevano che quello che era dentro alla guida era morto. Infatti il sangue colava giù dall'apparecchio, dove l'aviatore era legato, con la testa voltata in giù. I tedeschi sono riusciti a girare l'apparecchio e l'aviatore invece era ancora vivo, ed era uno dei loro, un ufficiale. Come fosse riuscito ad impossessarsi di un apparecchio italiano, non si sa.
Dopo qualche giorno, è successo che dal Piave gli aerei tedeschi venissero verso di qua, con gli italiani a corrergli dietro. Parlavano sempre di Baracca, e forse era Baracca ... e così gli italiani hanno scoperto il campo. Allora, furbi i tedeschi, cosa hanno fatto? Tutti gli angàr - che erano coperti con teli di colore tendente al bianco - hanno preso dell'olio nero e li hanno dipinti come fossero degli alberi. Poi i tedeschi sono andati sui prati oltre l'acqua del Rald [?], hanno portato là dei nuovi teli, fingendo che là ci fossero gli angàr del campo d'aviazione.
Quando sono venuti ancora gli italiani, hanno iniziato a lasciar cadere qualche bomba già dal Restéja, ma non hanno mai colpito il campo.
I tedeschi, quando venivano via dal Piave con i camion pieni di feriti ancora sanguinanti ci chiedevano le lenzuola, in questo modo ci hanno portato via tutta la biancheria.

Nastro 1998/8 - Lato B 9 aprile 1998

[Ci dirigiamo in auto verso il luogo dove sorgeva l'aeroporto. Soffia un forte vento che disturba la registrazione, sta per arrivare un temporale.
Passiamo a fianco della casa di Janotto e il testimone dice che dietro c'erano gli hangar. Poi indica la disposizione delle mitragliatrici antiaeree che erano piazzate attorno all'aeroporto. La prima era nascosta in mezzo ai filari delle viti, nei pressi della casa all'epoca abitata dalla fam. Zamai.
Ci fermiamo con l'auto davanti alla casa dei suoi cugini, dove – durante la Prima guerra mondiale – abitava la famiglia di Pietro Pessotto]
* 
Il testimone indica il luogo dove c'erano i prigionieri italiani «borghesi però» [?], portati qui per lavorare, anche se erano invalidi...
«Quando prendevano tanto - da mangiare - era pane e acqua e si sedevano a mangiare là, ai bordi della strada.»
*
Una volta è arrivato al campo un ufficiale aviatore morto, colpito durante un'azione (uno dei due che erano a bordo di ogni aereo). L'hanno seppellito qua [vicino alla casa presso cui siamo fermi]. Hanno fatto una buca e l'hanno messo dentro a una cassa di zinco, a sua volta messa dentro una di tavole. Terminata la guerra la moglie dell'ufficiale è venuta da Vienna a esumarlo.
[Sempre nella casa davanti alla quale siamo fermi] c'era il comando dell'aeroporto, c'erano degli ufficiali. E c'era una camera in cui alloggiava il tenente medico.
Dietro la casa, che allora era più piccola, c'erano gli hangar, in legno.
Di questo tenente medico ricordo che lo vedevo curare i feriti: era come un "pronto soccorso".
Gli hangar erano fatti con le tavole, coperti sempre in tavole e di forma quadrata. Ho bruciato le ultime tavole di questi hangar qualche giorno fa. Erano in abete o pino e si sono conservate così tanto tempo perché ne avevamo utilizzate alcune per fare la greppia della stalla del cavallo.
Un altro hangar, molto grande, si trovava dove ora si vedono quegli scatoloni.
Gli hangar avevano le porte scorrevoli per far entrare gli aerei.
La pista dell'aeroporto era però più avanti e partiva da dietro alla casa in cui sono nato.
A circa duecento metri dalla mia casa natale c'era una polveriera piccola, dove venivano "innestate" le bombe che poi venivano caricate sugli aerei. Un'altra polveriera piccola, con le stesse funzioni, era là vicino, e in quella polveriera è saltata in aria anche una bambina, che era una mia cugina, giocando con un petardo.
In quello stesso posto, una ventina d'anni fa, quando hanno fatto un capannone nuovo della ditta Fantuz, sono state trovate ancora delle bombe, anche se nessuno ci credeva quando io li avvertivo - perché io lo sapevo - che lì ci sarebbero state delle bombe. Erano tutte bombe cariche e innestate. A toccarle potevano scoppiare tutte, come poi hanno detto i soldati che sono venuti a prenderle.
La polveriera in tempo di guerra era coperta con dei teli sopra ai quali era stata messa della terra in modo che crescesse l'erba, per nasconderla.
Dopo la guerra la polveriera era ancora là quando io andavo a scuola, e mio povero papà è andato a Conegliano, dai carabinieri, a denunciarla. Sono arrivati gli artificieri d'artiglieria. Sono venuti qua due tre volte, hanno preso le bombe e le hanno portate su quel fosso laggiù. Dicevano che le bombe non avrebbero fatto un grande scoppio, ma quando sono state fatte scoppiare hanno fatto uno scoppio grandissimo, un grande buco, e la terra è stata lanciata dappertutto e molto lontano.
Dopo di allora gli artificieri non sono tornati più, ma sono rimaste ancora delle bombe "signorine", che avevano come delle gonnelline.
La direzione della pista era sulla linea Gaiarine-Bibano [sud-est/nord-ovest]...
Sempre vicino al fosso avevano scavato una buca che avevano riempito di benzina per il rifornimento dell'autocentro. Questo serbatoio di benzina è stato poi svuotato dagli italiani.
[...] Le piste erano due, una per andare e una per tornare, e due erano anche le squadriglie che erano dislocate nel campo, una con gli aerei dipinti di rosso e una con gli aerei dipinti di giallo. Aerei che erano comunque più o meno uguali, a parte il colore.
[...]
Una volta un aereo scendendo è andato a cozzare con un'ala contro la noghèra [il noce], ma gli aviatori che erano a bordo si sono salvati. Sono rimasti feriti e li hanno portati all'ospedale. Quello che è arrivato qua morto, è arrivato dal Piave già morto.
[...]

Nastro 1998/08 - Lato B

[...]
Mio povero papà, beh, [i tedeschi] l'hanno portato via anche lui [assieme ad altri del paese]. Li hanno portati in Cansiglio, a tagliare piante che portavano sul Piave.
Li hanno portati lassù, ma siccome c'erano le malghe, e conoscevano quelli delle malghe, alla seconda volta mio padre è scappato da prigioniero, ed è venuto a casa.
D. Ma poi l'hanno ripreso, qui a casa?
R. I "carabinieri", quasi ogni giorno venivano - quelli di Godega - a fare il giro a cavallo. Quando è arrivato a casa mio povero papà, siccome c'erano tutte le sentinelle attorno alla casa, i "carabinieri" venivano sì a prendere informazioni, ma le sentinelle non li facevano entrare in casa. Perché, anche prima, mio povero papà [aveva un incarico di fiducia]: custodiva i soldi e quello che avevano [di caro, di prezioso] i soldati che andavano al Piave, e quando tornavano restituiva i loro soldi, le corone. Tanti gli affidavano anche l'anello.
Mio padre prima aveva fatto tre anni di carabiniere, poi è diventato caporale e caporale maggiore di cucina. È stato ferito sul Sabotino.
A Opacchiasella gli austriaci hanno lanciato il gas sui bersaglieri, e quando i nostri sono andati su hanno dovuto fare, a braccia, cataste di morti. Tutti morti, perché avevano lasciato uscire il gas nella valle. Diceva mio padre che le piante erano lustre [avevano il tronco lucido] a forza di tentativi di sollevarsi da terra per sfuggire al gas, ma riuscivano a restare sollevati da terra un poco, poi cadevano.
Insomma mio padre non è stato più toccato, niente.
Quando [i tedeschi] hanno caricato - la sera prima che andassero via da qua – hanno chiesto a mio padre e a quelli che erano qua di aiutarli a caricare la roba, ma senza ridere. Non ridere.
Noi avevamo anche i maiali. C'era una maiala con i suoi maialini e uno di questi maialini è scappato; l'abbiamo cercato nel campo ma non lo abbiamo trovato più. [...] Il soldato che accudiva i maiali era di un'altra religione, perché si buttava a terra per pregare, e aveva nome Elia.
[...]
C'era la polveriera lassù, e quando i tedeschi sono scappati hanno portato via quello che sono riusciti a portar via, di munizioni. Ma molte munizioni sono rimaste là.
Poi sono venuti gli italiani con la trattrice a caricarle. I nostri uomini erano laggiù nel campo, me lo ricordo, perché non era bene stare vicino a dove caricavano le munizioni, e c'era un certo Leone che portava la trattrice. Leone era il gestore del dopolavoro, dell'osteria che c'era ad Orsago.
Terminato di raccogliere queste bombe, si mettono, ufficiali e sottufficiali - in otto di loro - a pulire una bomba, a disinnescarla. E mentre stavano disinnescandola è scoppiata e sono morti tutti quanti, anche la cagnetta bianca che era con loro. Me lo ricordo: tutti i militari e anche Leone. Era subito dopo la guerra, c'erano ancora le canne del granoturco sui campi.
Negli ultimi giorni della guerra, gli austriaci hanno preso gli apparecchi, e via.
Gli italiani non sono passati di qua a corrergli dietro, loro passavano per le strade grosse, non per le stradine, non per le campagne.
Gli austriaci prima di partire si sono fatti aiutare dai nostri uomini a caricare la roba, quello che sono riusciti. Non hanno rubato roba nostra, perché non c'era più niente da portar via. Perché quando erano arrivati hanno portato via tutta la biada e il raccolto ormai fatto del 1917. Quando sono arrivati hanno detto: «per domani sera che siano via tutti - i miei cugini - e vuota la casa». I miei cugini in parte sono venuti a casa nostra e in parte si sono sparsi per le case di conoscenti: da Segato Giuseppe, quaggiù, da Brisotto e in altre case nei dintorni.
[...] Comunque mio padre è riuscito a salvare un po' di vino. Una botte l'hanno sotterrata, l'hanno portata sul campo, l'hanno messa in un fosso e l'hanno interrata là. I tedeschi non se ne sono accorti.
Poi gli austriaci hanno portato via le campane e anche tutto il rame per le case, per fare bombe.
[...]
Gli aviatori austriaci, durante la guerra parlavano sempre di Baracca, ce l'avevano fissa con Francesco Baracca e cercavano di buttarlo giù. Conoscevano il suo apparecchio e ne avevano paura.
Molti degli ufficiali aviatori parlavano italiano, perché erano magari qua, da Fiume.
[...] Ce n'era due di campi di aviazione, a Godega, là dove fannno la discarica a Campardo. Erano chiamati "campo di sopra e campo di sotto". Uno era sotto Godega e l'altro era sotto Colle Umberto, che è là vicino, fa confine.
Il figlio di Luigi Bongiorno, che si chiamava Giuseppe – soprannominato el Piave, perché suonava la canzone del Piave con la fisarmonica, ed era del '900 – quando sono arrivati i tedeschi da Iseo Boldan, dove c'era una strada che veniva dentro, fra la famiglia Bongiorno e quella dei Pavan, si era nascosto in una buca ai bordi della strada in mezzo ai rovi insieme con [un altro ragazzo] per non essere portato via dai tedeschi. Là gli portavano da mangiare ed è rimasto per molto tempo. La cavalleria dei tedeschi andava nei prati a pascolare e a fare "maneggio", passando sopra la strada; e loro erano sotto. Così si sono salvati la pelle, altrimenti i tedeschi li avrebbero portati via. Non so quanto siano rimasti là, so che in questa maniera sono riusciti a salvarsi.
Quella di Caporetto, so anche quella, io.
25:35 Mio zio era presente, la notte della battaglia, quando hanno sparato la mina sul Monte Nero. Alla sera avevano capito che ormai c'era movimento sulle altre linee, e allora si sono preparati. Il tenente Copassi ha detto a mio zio: «Pessotto, cerca di starmi vicino stasera, perché penso che ci attacchino». Mio zio Battista (classe 1887) era caporal maggiore di sanità, della 1104. compagnia mitraglieri, e nel rifugio, sotto, c'era un ospedaletto di pronto soccorso. Quando i tedeschi hanno attaccato mio zio è andato a portare fuori munizioni.
Hanno attaccato per primi i tedeschi e quando la montagna è saltata in aria in seguito alla mina lo zio ricordava "di aver visto le stelle per tre volte". Tre volte la montagna si è aperta e si è chiusa sopra di lui. Il tenente Copassi è rimasto ferito, gli era stato portato via tutto davanti qua, il petto. Ha fatto in tempo a dire: «Pessotto sono morto!». Era rimasta in vista la pelle del polmone e del cuore. Pareva proprio finito, invece l'hanno portato giù e dopo la guerra il tenente e mio zio si sono ritrovati.
Mio zio è stato fatto prigioniero e l'hanno portato in Germania, in Westfalia, a Colonia da quelle parti là. Ricordava che erano partiti da dove era stato fatto prigioniero e avevano superato dodici montagne...
29:33 Poi ho visto anch'io [quei posti] nel '40, nella Seconda guerra, quando ero militare a Idria con il 1° reggimento fanteria. Con l'articolo 136, da permanente, ero rimasto a casa "rivedibile" perché non stavo bene, ma nel 1940 mi hanno richiamato. Da recluta sarei stato del 5. artiglieria campale pesante, di stanza a Pola. Da richiamato ho fatto domanda di andare nel 73. fanteria di Sacile. Mi hanno detto che non potevano mandarmi perché non c'erano più posti, e volevano mandarmi a L'Aquila. Alla fine mi hanno mandato nel 1° Reggimento fanteria, di stanza a Cividale.
La siepe del cortile era in legno vivo, di onastrele ... [Cornus sanguinea?].
Il fratello del nonno, che ha chiesto ai tedeschi che sparavano al papa Cappellari cosa stessero facendo, si chiamava Giacinto. I mitraglieri che sparavano contro il papa erano in tanti, ma solo uno di loro è morto.
[...]
Sono nato il 23 settembre 1912. Al tempo della prima guerra mondiale eravamo tre fratelli: io, Antonio del 1914 e Pietro che è nato nel 1917.
Quando il pilota mi ha fatto fare il giro in aereo io avevo paura, ma non dell'aereo, ma perché i miei genitori non lo sapevano. A me gli aviatori volevano bene, mi prendevano in braccio, non avevano cattiveria.
C'erano le ragazze, ma non hanno fatto niente di male. Però una sera due soldati sono andati sulla camera in cui dormiva l'Antonietta, una mia cugina figlia di Pietro Pessotto. Mio povero papà, che dormiva sulla camera a fianco, ha fatto finta che ci fosse là vicino la polizia e ha fatto finta di chiamarla, così i due soldati sono scappati. Non siamo riusciti a capire chi fossero quei due soldati, né da dove venissero. Certo non erano fra quelli che erano stabili in casa. Venivano da fuori.
L'Antonietta comunque già aveva fatto amicizia con un soldato austriaco, che diceva che poi sarebbe tornato da lei.
Vicino alla chiesetta di San Cristofaro c'era la polveriera grande e nei pressi c'era anche un appezzamento di terreno destinato ad ortaggio, coltivato dai soldati. Io a volte andavo a prendervi qualcosa, i soldati mi davano delle bietole, qualcosa, che io mettevo in tasca.
Una volta, a un centinaio di metri dalla chiesetta, un soldato giovane incontra un altro soldato più anziano che aveva del tabacco e che gli chiede se ne voleva anche lui. Il soldato più giovane ha detto di no, perché i più anziani glielo avrebbero preso. Ma l'altro ha messo il tabacco dentro a una bomba a mano, dopo averla svuotata e aver dato a me le palline che c'erano dentro la bomba, ma erano poche. Così un'altra volta, ormai avevo capito come si faceva, ho disinnescato io una bomba a mano. Mi son preso tutte le palline che c'erano dentro e le ho portate a casa per giocare. Non mi rendevo conto di quello che facevo, del pericolo.
Ora la chiesetta di San Cristoforo è chiusa; le chiavi le ha una famiglia là vicino, uno che fa l'autista. Una volta invece era Janotto e si faceva sagra il 25 di luglio. Veniva tanta gente, anche da fuori. Si faceva la messa e il vespro, poi c'era il gioco delle bocce e un po' di osteria che veniva aperta da quelli che avevano l'osteria a Biban e mettevano una baracca o due. C'erano dolci e biscotti portati da Angelo Pianca e sua moglie che aveva nome Catina (Caterina). Si cantava.
I tedeschi, quando c'erano le loro feste, venivano nella casa di Janotto e là c'era uno che suonava la fisarmonica e facevano i loro balli. Poi bevevano il te. Non si ubriacavano mica, eh. Non potevano bere vino.
[...]