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sabato 9 ottobre 2010

Renato Schioppalalba, Varago TV

Nato il 6 febbraio 1903

Nastro 1994/1 - Lato A                                     Giovedì 3 marzo 1994


Renato Schioppalalba, Varago di Maserada, 1903
Sono nato nel "palazzo" [villa veneta] che si vede dietro la chiesa e che in questi giorni stanno restaurando. I miei antenati erano signori da Venezia, proprietari di quel palazzo e di 160 campi di terra in paese. Inoltre avevano un negozio di pellicceria a Venezia. Un fratello di mio bisnonno era un canonico che è stato seppellito nella chiesa di Santa Maria del Giglio a Venezia.
Mio padre si chiamava Elia e mia madre Tersilia Pianca, rispettivamente nati nel 1872 e nel 1881. Hanno avuto cinque maschi e una femmina.
[...]
Sono andato a imparare il mestiere di fabbro a 13 anni nel 1916, a Vascon, da Cuzzato. Era un vecchio che aveva i figli soldati. Aveva una botteghetta da fabbro, prima dei portici.
Sono rimasto là un pochino e poi sono andato a Spresiano a fare il maniscalco in una bottega mandata avanti da due ragazzi perché il padre era morto da poco; il più vecchio dei due era del 1900. Mettevamo i ferri ai cavalli e le ciape [appositi ferri] ai piedi dei buoi.
All'epoca di Caporetto lavoravo a Spresiano. 
La bottega di maniscalco era proprio in centro, un poco prima di dove hanno poi costruito il monumento, lungo la strada statale. Ricordo che lungo la strada c'erano tutti paracarri a intervalli regolari. A fianco della chiesa di Spresiano c'era inoltre un portego che passava sopra la strada, da un lato all'altro. Sopra c'erano delle abitazioni, di cui era proprietario o un Mingotto o un Beltrame (non ricordo). In paese lo chiamavano "el portego de Bressan" e sotto al portico c'era uno stallo per i cavalli. L'osteria di Beltrame era più indietro, prima del monumento, dove c'è l'osteria anche adesso.
Sotto il portico si fermavano i cavalli. Avevano la possibilità di mangiare l'avena sulle mangiatoie e anche si riparavano se pioveva. Lo stallo era di proprietà di Bressan.
La nostra bottega da maniscalco era proprio piccola, 'na botegheta: sarà stata tre metri per tre. Oltre alla nostra bottega in paese c'era un altro maniscalco.
Io ho sempre avuto passione di fare il fabbro e per le macchine, fin da piccolo. Ricordo che quando venivano in paese le macchine da battere frumento, quelle a vapore ... "mi iera mato pa e machine". Mio padre voleva farmi studiare, o ingegnere o dottore, ma io niente, avevo passione per le macchine.
Mio padre faceva il tessitore, come i fratelli Monti. Lavorava in proprio, a casa sua e ha lavorato fino all'epoca di Caporetto. Faceva la tela: tela da braghe, tela da camice. Aveva un unico telaio. Faceva la tela e poi la vendeva a metri. Lavorava soprattutto il cotone, che andava a comperare a Treviso.
Ritirata di Caporetto
Ricordo tutto questo via vai di gente che vedevo dalla nostra botteghetta. Profughi che scendevano con i carri e i buoi, con i cavalli. Venivano giù dal Friuli, perché i tedeschi venivano avanti e loro scappavano. Tutta una processione di gente. Soldati con i camion. Chi andava, chi veniva, un'enorme confusione. Finché l'ultima sera che siamo rimasti in paese abbiamo iniziato a sentire le sciopetae qua sul Piave.
Così mio padre ha preso la decisione: «Fagoti e via!»
Abbiamo fatto fagotti. Eravamo cinque fratelli e io era il primogenito. [...] Siamo partiti a piedi portandoci dietro quel po' di roba che si poteva prendere. 
Avevo messo i viveri dentro a un sacco legato sopra e legato sotto in modo da poterlo mettere in spalla a mo' di zaino. Dentro ci ho messo del pane, dei salami, vino, formaggio, farina da fare la polenta, fagioli, cipolle ... quello che c'era.
Mio padre su un altro sacco più grande aveva messo dentro le pignatte, i mestoli, i cucchiai, i coltelli.
Nel palazzo di famiglia sono rimasti il fratello e la sorella di mio padre (Bepi e Maria), che erano da sposare. Sono rimasti "par tendarghe [vigilare] a so roba". E vi sono rimasti per tutta la guerra. Non gli è successo niente anche se il palazzo è stato colpito da dodici granate (ma è rimasto in piedi).
Dentro al palazzo si è messo il comando di presidio e gli zii si sono stabiliti in una loro casetta adiacente. La scritta "comando di presidio" è rimasta impressa ancora per anni sulla facciata, sopra la porta centrale.
Avevamo tutti un sacco in spalla, un saco par omo
Mia mamma aveva in braccio mio fratello Bepi; mia sorella che era piccola aveva solo un fagotèl, una roba piccola. Ognuno secondo le sue possibilità. Tutti a piedi, senza carri.
Siamo partiti da casa nostra di sera, noi cinque fratelli con il papà e la mamma; siamo partiti per andar a prendere il treno a Treviso. Era sul tardi, circa le otto della sera. Niente dormire, camminare a piedi nel buio, colonne di militari che scendevano e che salivano.
Quando siamo arrivati a Lancenigo – dove ora c'è la pizzeria e all'epoca c'era una fornace (fornace Bettiol) – abbiamo trovato una colonna di militari con i camion 18 BL che risalivano la strada verso il Piave.
Mio padre ci chiamava sempre per nome, perché era buio e aveva paura di perderci. C'era un'enorme confusione, movimento di soldati e di profughi; ci tenevamo per mano, con i sacchi in spalla.
Sulla colonna di militari che risalivano si trovava quella sera anche il proprietario dello stabilimento Monti, che era il figlioccio di mio padre: si chiamava Bruno Monti, e quando ha sentito mio padre chiamarci ha chiamato a sua volta: «Sàntolo! Aristide!»
Ci ha chiamato e ha chiesto a mio padre:
«Santolo, dove andate?»
«Eh – ha risposto mio padre – vuoi che restassimo qua che si sentivano già le schioppettate? Vado via, vado via.»
Monti gli ha detto: «Spetè santolo, che chiedo al tenente se vi può portare avanti un po' con il camion, magari fino a Treviso.»
È andato a chiederlo al tenente ma è ritornato dopo poco dicendo che no, non era proprio possibile, perché c'erano molti blocchi, uno a Lancenigo, uno al capitello di Sant' Artemio...
Abbiamo continuato a piedi. Abbiamo camminato per tutta la notte; piano, perché c'erano dei bambini piccoli. Alle prime luci del mattino, verso le sei, siamo arrivati alla stazione di Treviso, senza aver dormito niente. 
Non pioveva, era una notte nuvolosa.
Le strade erano piene, c'era confusione. La strada non era asfaltata.
Nessuno era passato ad avvisarci e a farci partire. Siamo partiti per iniziativa di mio padre. Il prete è rimasto in paese.
Mio padre originariamente era intenzionato di dirigersi all'isola d'Elba, perché aveva conosciuto in paese un militare che gli aveva detto di andare a casa sua, all'Elba, dove ci sarebbe stato solo suo padre e sua madre che li avrebbero di sicuro accettati in casa.
Arrivati alla stazione di Treviso c'erano le crocerossine che distribuivano generi di conforto. Ci hanno dato del caffelatte e dei biscotti. C'erano anche delle suore.
Verso le otto ci hanno imbarcati in un treno e siamo partiti con quelle vaporiere di una volta, ciuf ciuf ciuf ciuf, e avanti fino a Bologna, dove siamo arrivati alla sera. Dalle 8 della mattina alle 8 della sera.
A Bologna ci hanno mandato in sala d'aspetto. Anche là c'erano delle crocerossine che ci hanno dato caffelatte e biscotti.
Siamo rimasti a Bologna per la notte. Al mattino ci hanno caricati su un treno e ci hanno detto che si doveva andare a Pistoia, dove forse c'era posto per i profughi.
Siamo arrivati a Pistoia verso le 10 e siamo stati fermi alla stazione, in treno. Poi sono venuti a dirci che posto non ce n'era, e bisognava andare a Pescia.
Metti in moto ancora il treno e andiamo a Pescia. A Pescia ci tengono fermi un'altra ora e neanche là c'era posto; bisognava andare a Montecatini.
Intanto si era fatto il primo pomeriggio e finalmente siamo arrivati a Montecatini dove abbiamo trovato posto.
Ci hanno sistemati da un'affittacamere. [...] Eravamo su due stanze e una cucina fuori della casa, di là del cortiletto, su un'altro edificio.
L'affittacamere era una donna anziana, con una nipote, non del tutto apposto con la testa.
Siamo rimasti a Montecatini fino alla fine della guerra.
Ci trovavamo bene e poi andavamo anche a lavorare.
All'inizio ci passavano 250 grammi di pane al dì a testa, con la tessera; e anche il riso e la pasta, ma tutto con la tessera.
Ci davano un sussidio di una lira e 50 a testa e due lire al capofamiglia.
Certo che duecentocinquanta grammi di pane noi lo mangiavamo già prima de far marenda [prima colazione]. Allora io e mio fratello Aristide andavamo per la campagna con il sacco. Mio padre ci aveva dato dieci lire d'argento per comperare la farina. Noi chiedevano ai contadini se avevano un po' di farina da vendere e questi contadini rispondevano: «Oh bimbo mio non ce n'abbiamo manco per noi! Il governo ci ha sequestrato tutto, ma se ne volete una brancata.» Avevamo un sacchetto per la farina e un sacchetto per il pane e così un po' di qua un po' di là alla sera venivamo a casa con i sacchetti pieni di roba e tutta la famiglia poteva mangiare.
E soldi non ne volevano.
Tutti i profughi andavano in giro per le case in cerca di mangiare.
Per far fuoco andavamo per le pinete in cerca di pigne. I pinoli erano già usciti e le pigne cadevano per terra; si andavano a raccogliere le pigne con il sacco e con quelle si faceva fuoco. Si andava in collina, sulle montagne che circondavano Montecatini, io e i miei fratelli Ferilio e Aristide. Ci eravamo fatti prestare un carretto e con i sacchi si andava su, e in qualche maniera si faceva fuoco per una settimana. Per mangiare avevamo un focolare
Niente stufa in camera, niente gabinetto in casa ma fuori.
Poi siamo andati a lavorare, io e mio padre, in un'officina in cui si producevano granate. Officina che era venuta profuga anche lei a Montecatini, da Castelfranco Veneto: l'officina Rebellato, di cui era capotecnico militarizzato Menon Guglielmo da Roncade. In quest'officina lavoravano una cinquantina di persone sia maschi che femmine a turni continuati notte e giorno. 11 ore a turno più un'ora di riposo a mezzogiorno e una a mezzanotte.
Io avevo poco più di quattordici anni e mi hanno messo a lavorare al tornio (avevo già un'infarinatura da casa). Si trattava comunque di un lavoro "fisso": tirar giù il pezzo finito, mettere su quello grezzo e mettere in moto il tornio che era già programmato. Lavoravo "a contratto" [a cottimo] e sono arrivato a prendere sette lire al giorno – mi sembra che fossero circa 20 centesimi al pezzo – mentre la paga normale era sulle tre lire e mezzo al giorno. Cioè prendevo circa il doppio; ed erano bei soldi.
Mio padre l'hanno messo invece al montaggio, dove provavano le ogive e i diaframmi dentro. 
Facevamo granate da 149 e da 105 mm diametro, lunghe circa mezzo metro.
Mai nessun incidente in fabbrica e neppure scioperi o proteste.
C'erano sia uomini che donne ma le donne erano di meno. Inoltre c'erano una ventina di operai specializzati con la fascia tricolore sul braccio che coordinavano il lavoro; cioè impostavano il lavoro delle singole macchine in modo che noi non facevamo alto che prendere il pezzo grezzo e portarlo a compimento.
I militarizzati erano una specie di capi. Poi c'era il capotecnico Menon che era sopra tutti.
Nessun problema in fabbrica, di nessun genere.
Con la gente del posto mi trovavo bene, ma in fabbrica lavoravano prevalentemente profughi. Pochi erano del posto; gli operai erano profughi e militarizzati.
Montecatini anche all'epoca aveva alberghi e l'ippodromo.
I toscani ci trattavano bene, altro che qualche volta dicevano, magari ai bambini loro: «Stai zitto sennò ti faccio mangiare dal profugo!». 
Però non c'era ostilità nei nostri riguardi. Noi ne abbiamo conosciuti tanti del posto.
Recentemente – sette anni fa – sono ritornato a Montecatini. Ho rivisto la casa d'allora. Non c'è più l'affittacamere ma la casa, sia pur rinnovata, c'è ancora e si trova all'angolo di Via del Salsaro [Salsero]. In quell'occasione ho trovato l'attuale proprietario e gli ho detto che nel 1917 ero stato profugo là, e il proprietario mi ha fatto festa e mi ha invitato in casa sua.
Siamo ritornati a casa appena finita la guerra. 
Già il giorno 10 [novembre 1918] eravamo a Varago, io e mio padre, anche se non si poteva. 
Non ti davano il permesso di ritornare in quella che era la zona di guerra, ma noi siamo ritornati da "clandestini", senza permesso e senza niente. Un "franco" in tasca l'avevamo, perché da profughi eravamo riusciti a metter da parte 10.000 lire. Tutti soldi che tenevamo in casa, non in banca; tutte carte da mille, quelle grandi.
Arrivati di sera alla stazione di Mestre vi troviamo sentinelle dappertutto che ci chiedono cosa facciamo là. Con le sentinelle non si poteva pensare di uscire... Siamo rimasti un po' in sala d'aspetto e poi siamo andati un pochino in giro all'interno della stazione, fino all'una circa. All'una, me lo ricordo come fosse adesso, c'è la sentinella seduta là con il fucile sulle ginocchia, che dormiva. Abbiamo provato a fare un po' di rumore e il soldato non si muoveva. Mio padre ha detto: «Proviamo ad andar fuori». E pian piano, pian piano ce l'abbiamo fatta ad uscire dalla stazione.
Siamo arrivati a casa a piedi. Dall'una di notte alle undici e mezzo del mattino. Lungo la strada c'erano camion di soldati, ma non ci hanno fermato.
Quando siamo arrivati a casa nessuno ci aspettava. Abbiamo trovato i fratelli del papà che - sorpresi - ci hanno chiesto: «Qua siete voi? come mai ?»
Poi io sono rimasto a casa, mentre mio papà è ritornato a Montecatini.
A Montecatini eravamo venuti a sapere subito di questo armistizio.
La notizia si era diffusa subito e non si è andati più a lavorare in officina. Tutti fuori a far festa, una festa che non so. Tutti in piazza con le bandiere a sigàr [urlare] che la guerra è finita.
Quando sono arrivato nei miei campi a Varago, proprio dove c'era un filare di viti ci saranno stati due quintali di cartucce, baionette e munizioni varie. Perché nei nostri campi, oltre ad esserci il comando nel palazzo, c'era un accampamento di militari con le tende. E proprio a cinquecento metri dal centro del paese, sulla nostra proprietà, c'erano quattro piazzole di cannoni da 149, lo stesso tipo di granate che facevamo noi.
Tutte le siepi di acacie erano sparite. I soldati avevano tagliato tutto. Secondo me era per facilitare il transito delle truppe che dovevano passare dappertutto. Però a ben pensarci le viti erano rimaste in piedi. Allora forse le siepi erano state tagliate per far legna da fuoco...
A casa nostra, nella stalla, aveva trovato alloggio la Settima compagnia inglese dei pontieri, quella a cui è stato dedicato il monumento di Salettuol. Quando noi siamo tornati gli inglesi erano già partiti perché erano andati a fare il ponte sul Piave e ci hanno rimesso le penne quasi tutti, tanto che gli hanno fatto il monumento. Ed erano partiti proprio da casa nostra, dove avevano dormito sulla tèda [deposito di fieno sopra la stalla].
La nostra campagna era tutta devastata perché vi avevano camminato sopra con i camion, con i trattori, con i cannoni. La nostra terra in linea d'aria è distante circa due chilometri dal Piave, ma non c'erano trincee e non c'erano neppure morti.
Ma ne ho visti di morti, sul Piave. Perché sono andato subito sul Piave – dalla parte dei tedeschi sulla sinistra – e sono passato sulla passerella a Salettuol (ma ce n'erano diverse di passerelle). Vi sono andato assieme ai miei amici, a quelli che non erano andati via, perché in tanti erano rimasti a Varago, anche ragazzini della mia età o più giovani.
Siamo andati subito a vedere e ricordo un ricovero. Era stato sfondato perché vi era caduta una granata che aveva forato i travi di acacia, sopra i quali era stata distesa della terra. Dentro là ho visto tre morti tedeschi che erano ancora là dopo una settimana.
La campagna un po' alla volta l'hanno messa a posto mio zio e mia zia che erano senza figli e che lavoravano sette campi di terra [...].

Nastro 1994/1 - Lato B  fino 19:37 [su cassetta]  venerdì 4 marzo 1994 

[...]
00:45 Monti, quello della tessitura, era anche lui come mio padre un piccolo tessitore di paese. Erano alcuni fratelli ma due in particolare facevano quel mestiere: Venerio ed Evaristo, mentre Bruno, che era figlioccio di mio padre faceva il falegname. I due tessitori avevano un telaio ciascuno e inoltre avevano altri telai per alcuni dipendenti. Tre di questi telai erano meccanici, e non essendoci la corrente li facevano andare con il motore a scoppio. Pon pon pon pon pon, si sentiva il rumore.
Erano partiti dal nulla e hanno trovato l'articolo giusto.
Prima della [grande] guerra facevano la tela, perché i contadini della zona coltivavano la canapa e il lino. Lo lavoravano in casa, in famiglia – lo filavano – e poi lo davano ai tessitori che preparavano la tela che serviva per le braghe, le giacche, uso familiare e consumo locale.
*
03:06 Le munizioni che ho visto appena arrivato a casa sono state raccolte poco dopo da una squadra di soldati che è venuta a pulire tutto, anche le bombe.
Io poi sono andato a lavorare con le cooperative che erano sorte per la ricostruzione, bianche e rosse. Sono andato a lavorare come fabbro per una cooperativa e facevo canevassi [catenacci] per le porte, bartoèi [cerniere] per i balconi, ecc. Era una cooperativa rossa di cui non ricordo il nome, sorta ad opera di piccoli impresari della zona. Era di Maserada, ma non ricordo con precisone, perché non vi sono rimasto molto parché no i pagava mia, i iera tuti deinquenti. Facevano lavorare e poi non pagavano.
04:49 Sono andato via e ho impiantato una bottega di fabbro a casa mia. Avevo 19 anni [...] e mio fratello dell'11, Ferilio, mi faceva da garzone. Lavoravo lo stesso per le cooperative, però mi facevo pagare alla consegna della merce.
Erano tutti ladri uguali, quelli delle cooperative, tanto che Bruno Monti che faceva il falegname assieme allo zio Renato, fratello di mia mamma, si è messo in società con una grossa falegnameria per costruire i serramenti delle case. Questa società "Monti-Pianca" è andata in fallimento, perché le cooperative non pagavano. Hanno chiuso con un deficit di 44.000 lire, di quegli anni.
06:24 Chiusa la società, Bruno Monti è entrato nello stabilimento che avevano aperto i suoi fratelli, mentre invece mio zio Giuseppe Pianca è stato sistemato dal senatore Caccianga che gli ha dato una mano ad avere l'appalto [rivendita generi di monopolio] e un'osteria. L'osteria c'è ancora a Saltore, ma ora è un bar. Là vicino c'è anche la villa di Caccianiga, che però non si vede dalla strada perché è in mezzo a un bosco. Sempre là vicino c'è anche la villa del senatore Visentini, che un tempo era anche quella proprietà di Caccianiga: infatti il senatore ha sposato una Caccianiga ed è venuto ad abitare in una di queste due ville.
08:13 Ad un certo punto le cooperative hanno finito di lavorare e a me è rimasto ben poco lavoro per i contadini: fare i carri, i cerchi per i carri, gli attrezzi di campagna. Ma i contadini soldi non ne avevano e ho dovuto chiudere bottega, perché quando era ora di andare a comperare il carbone e il ferro per fare il lavoro non avevo i soldi per farlo. Li "avanzavo" ... e ancora li avanzo!
Il fatto è che anche i contadini non avevano soldi. Aspettavano sempre quando avevano le gaete [i bozzoli], quando avevano un vitello da vendere, il frumento, il granoturco...
09:37 Sono stato costretto a smettere e nel 1921 sono andato a lavorare da Ronfini, [in via Roggia] a Treviso e vi sono rimasto finché sono venuti i fascisti che hanno spaccato tutto perché il padrone era repubblicano [...] 

13:27 Ho fatto il militare in artiglieria a Ferrara e finito il militare sono andato a lavorare da Menon a Roncade, da quello che era stato il mio capo a Montecatini. A Roncade faceva motorini, biciclette, automobili, di tutto.
Io ho cambiato specializzazione e sono andato sui motori e sulle macchine a vapore che venivano riparate là da Menon.
Da Menon ho lavorato poco più di un anno. Poi mi sono licenziato perché si trattava di fare 11 ore di lavoro al giorno e 16 km all'andata e 16 al ritorno con una bicicletta tedesca che se gli metti un motorino di quelli di oggi non riesce neppure ad andare avanti.
14:49 Ho trovato posto a Treviso nel garage di via Canova dove lavoravo sempre nelle macchine – manutenzione dei motori – e dove sono rimasto fino al 1930.
Nel 1930 sono andato a Spresiano, davanti alla stazione, come meccanico da un padrone che aveva tre macchine a noleggio e un camion a rimorchio. Il padrone si chiamava Roberto detto Bala ... il vecchio padrone era Luigi, con i figli Ciliano e Ferruccio che avevano anche osteria e ristorante.
16:05 Sono rimasto a Spresiano cinque anni finché sono partito per l'Africa orientale, dove sono stato 13 anni a l'Asmara. Ma ho girato tutto l'impero come camionista. Lavoravo per conto dei Bet di Treviso: Angelo Bet e Giuseppe, Bepi, e i suoi tre fratelli più giovani. Angelo no, lui era rimasto a Treviso.
17:00 La sede della ditta era a Decamerè, a circa 40 km dall'Asmara e là vicino c'era l'aeroporto di Gura dove si trovavano tutti gli autotrasportatori italiani.
Io sono arrivato fino a Gima, al lago Tana, a Gondar. Trasportavo tutta roba dei soldati; non era difficile il lavoro.
Sono ritornato nel 1948 perché prima non si poteva rientrare: ci voleva il permesso dei signori inglesi. Ero stato prigioniero, ma sono scappato due volte dal campo di concentramento... [19:37 - fine intervista]

mercoledì 15 settembre 2010

Angelo Furlan, Stabiuzzo frazione di Cimadolmo (TV)



Nato il 23 giugno 1912, residente a San Michele di Piave (TV).

Nastro 1994/28 - Lato B 18 agosto 1994

Mi ricordo quando siamo andati profughi a Rai [di San Polo di Piave]; da Rai a Pordenone e da Pordenone a Udine. Siamo tornati dopo due anni a Rai, da Bonotto. Da là siamo ritornati a Stabiuzzo e abbiamo fatto su un "casotto" per poterci ricoverare. C'erano tutte le granate, il demonio...
Appena ritornati – avevo sette anni e mezzo, otto anni – si andava a prendere il rancio dai militari che erano ancora qua.
Io sono nativo di Stabiùss (Stabiuzzo), frazione di Cimadolmo, e là c'era un disastro.
Mio padre si chiamava anche lui come me Angelo Furlan [...], mia mamma si chiamava Amalia Vidotto. Eravamo in dieci fratelli [...] Mio padre e mio zio erano in guerra e si trovavano: mio zio a Zenson di Piave e mio padre a Treviso, sotto il Ponte della Gobba. Mio padre, siccome aveva tanti figli l'hanno lasciato nelle retrovie, ma tra militare e guerra si è fatto lo stesso nove dieci anni di guerra.
Ricordo che a dare il segnale che bisognava partire hanno suonato una tromba; veniva giù suonando una tromba avvisando di allontanarsi dal Piave.
Da Stabiuzzo siamo andati a Rai, da un certo Bonotto. Non avevamo fatto un chilometro che una granata ha colpito in pieno la nostra casa, fracassandola. Dentro avevamo delle bestie, dei tori: tutti morti. Abbiamo fatto appena in tempo di scappare. [...]
Siamo partiti che avevamo due vacche e appena arrivati da Bonotto ce ne hanno portato via una subito, i tedeschi. Perché noi eravamo stati mandati via dagli italiani e siamo andati incontro ai tedeschi.
Da Guido Bonotto siamo rimasti un paio di giorni. Abbiamo dormito due notti nel cimitero di Rai e da là ci hanno portato a Codroipo dove, con le barche, ci hanno passato oltre il Tagliamento e siamo andati a Udine, nella frazione di Santa Caterina. Là siamo stati tutto il tempo, in una famiglia ... ma abbiamo cambiato due tre volte, abbiamo dormito anche sotto un pajèr de paja [un pagliaio].
I furlani non ci trattavano troppo bene, perché noi avevamo fame e si andava in cerca di mangiare e ne avevano poco anche per loro.
[Qualche anno dopo] sono stato a casa della famiglia che ci aveva ospitati, perché ho fatto il militare a Udine e allora sono andato a trovarli, in piena amicizia, perché [durante l'occupazione] non ce n'era per noi e non ce n'era neppure per loro da mangiare. Perché dove passavano i tedeschi facevano piazza pulita, portavano via tutto, neanche la calièra [il paiolo] non gli lasciavano, niente!
A Udine, da profugo, sono andato anche ad elemosinare [in mòsina]. Andavo con i miei fratelli e mie sorelle in cerca di sale o di qualcosa per poter mangiare. Qualcosa si trovava.
Quando tagliavano frumento si andava a spighe. Se ndéa a mùssoe [scarti di pannocchie] dove c'era da prendere su la biava. Si cercava di arrangiarsi meglio che si poteva.
Fame vera e propria non ne abbiamo patito, se non all'inizio, anche perché ci siamo fatti una provvista di due quintali di frumento raccogliendo le spighe e potevamo farci il pane. Un mio zio con un bato-c [battocchio] dentro un bossolo di granata faceva farina, pestando come in un mortaio. La farina veniva utilizzata così come usciva, "integrale", con le scorze e tutto. Le donne cuocevano questi "panettoni" - grossi pani - sotto a un coperchio di lamiera, senza forno.

Nastro 1994/29 - Lato A

Noi siamo stati fortunati perché eravamo riusciti a tenerci una vacca. L'avevamo tenuta nascosta sempre sotto la paglia e così riuscivamo ad avere il latte nostro. I tedeschi andavano con quelle sciabolone a pungere dentro alla paglia e noi siamo sempre riusciti a tenerla nascosta quando si sapeva che erano in giro. Dentro a un gran pagliaio si era fatto un ripostiglio, e poi si era d'accordo con le famiglie dei dintorni.
A proposito di sciaboloni. Ricordo che alla fine della guerra quando gli inglesi avanzavano, con quegli sciaboloni si sono scontrati con i tedeschi e andavano giù, si colpivano e si tagliavano come le cipolle. Avevano di quelle sciabole lunghe un metro, un metro e mezzo e si sbregàvano come sbregàr le angurie. Erano gli inglesi con i cavalli.
Noi abbiamo anche patito la fame, ma c'era chi ne ha patita più di noi.
Andavamo a rubare per i campi e non avevano niente, neppure il coltello per ammazzarci, i furlani. Si andava a rubare quei ravi dolci e rossi e ci correvano dietro con la forca.
Un mio cognato è stato tre giorni legato ad un pino perché è andato a rubargli due susine; legato con le mani dietro al culo. Si chiamava Arturo Barbaress. Il padrone lo aveva preso e legato; era un omenon grando che gli correva dietro con la forca. Si chiamava Papanòte.
I tedeschi dove passavano portavano via tutto. Era per quello che i furlani erano cattivi, perché i tedeschi dove erano passati avevano lasciato piazza pulita ... come poi hanno fatto giù per la Grecia, e qua avevano fatto uguale: anche le caliere avevano portato via.
Siamo stati profughi circa un anno e mezzo - due.
Siamo tornati dapprima a Rai e là siamo rimasti fermi per qualche mese. Mio padre veniva a prenderci e portarci dove si abitava prima. Abbiamo fatto su un baracchino per poterci ricoverare; senza baracca vera e propria, che ce l'hanno data dopo un anno-due.
In attesa delle baracche abbiamo dovuto arrangiarci. Questo baracchino era fatto con lamiere e tavole, ed era appoggiato a un muro della casa rimasto in piedi.
La terra era tutte buche. Su sei campi avevamo seimila buche di granata.
Noi eravamo a non più di duecento-trecento metri dal Piave.
C'erano trincee e tante buche. [...]
I tedeschi avevano trovato un mucchio di vino ed erano tutti ubriachi. I nostri hanno lasciato libero il Piave [hanno chiuso le prese d'acqua di Brentella e Piavesella] e così li hanno fermati, altrimenti i tedeschi andavano giù diretti, invece così li hanno annegati.
Non solo la nostra terra, ma quella di tutti era così colpita dalle granate.
Io sono stato a lavorare per trent'anni in un'azienda delle grave [di Papadopoli], l'Ente delle Tre Venezie. Arando si trovavano ancora granate e ossi, e anche barche. E non è tanto tempo che delle persone sono morte [maneggiando] i proiettili della prima guerra.
Quante granate abbiamo seppellito e quante ne sono state portate via! Un'infinità di munizioni. Era tutti i giorni un incidente.
Il Genio aveva tolto su il più grosso e allora i nostri vecchi le hanno anche seppellite, magari in queste buche dove ci starebbe stata una casa intera. C'era "una strage" di munizioni. Di quelle granate!
La terra che lavoravamo a mezzadria apparteneva a un certo Biffis Gerolamo da Mareno: non era particolarmente ricco ma aveva due tre campagne.
La baracca, prima di darcela, ci hanno fatto aspettare di sicuro due anni, là nel baracchino coperto di lamiere, uno sopra all'altro.
Poi fu rifatta anche la casa, ma noi siamo andati dentro alla casa nuova nel 1928-29. Eravamo tutti nelle baracche. Da noi era venuta un'impresa da Verona a ricostruire il paese.
Il paese di Cimadolmo, quando noi siamo ritornati, aveva poche case in piedi. O meglio, c'era solo qualche pezzo di casa in piedi, ma qua lungo il Piave non ce n'era nessuna. Chiesa e campanile, tutto a terra. Era rimasto in piedi qualche frontàl [facciata], qualche pezzo di muro.
Oggi siamo tuti siori, ma poareti di salute. In quegli anni io pensavo solo a riuscir a mangiare, questo era il pensiero ricorrente. Sono arrivato a vent'anni senza mettere un paio di scarpe. Eravamo in tanti in casa, dieci fratelli. Io ne ho avuti tre, di figli.
Noi siamo stati fortunati con i residuati bellici. Eravamo dieci fratelli e siamo stati forse l'unica famiglia a non aver avuto incidenti.
Tanti si sono fatti male, tanti anche si sono ammazzati, con petardi, bombe, sipe. Tutte schegge (petardi e sipe): quando ne esplodeva una eri morto.
Sono stato ferito anch'io con una di quelle, giù per la Grecia [durante la Seconda guerra mondiale]. Alle mani e a una gamba. Mi sono fatto dieci anni con le stellette, mi sono arrivate tante di quelle cartoline...
Vorrei soprattutto che mi domandasse dell'ultima guerra. Sono ritornato a casa per un pelo, dalla Grecia, su in montagna. Uno ti tirava sulla schiena e un altro sulla fronte e noi eravamo in mezzo; se non arrivavano i tedeschi a liberarci non si sarebbe qua nessuno.
Noi avevamo un portico grande [interviene la moglie] e mia mamma e mio papà sono ritornati a casa a riprendersi quel poco che era rimasto.
Uno sdrapnel li ha colpiti e a mio nonno ha tagliato il tacco della scarpa. Mia mamma si è presa due pallottole, sul petto e la spalla. Mia zia invece è stata ferita da una pallottola a una gamba. Sono state caricate in una carretta bastarda e portate all'ospedale di Oderzo. Dicevano che mia madre sarebbe morta e mia zia si sarebbe salvata, invece è avvenuto il contrario. Abitavamo a San Michele del Piave.

Nastro 1994/29 - Lato A

Aggiunte e precisazioni (13 settembre 1994)

Furlan. Ricordo di aver sentito questa tromba "a farfalla" [?] che suonava per avvertirci di scappare.
Abitavamo proprio in centro a Stabiuzzo, in via Castellana.
Abbiamo dormito nel cimitero, nel recinto del cimitero. Non era un cimitero come quello di adesso, era un cimitero dei poareti, senza tettoie e colombere.
Da Bonotto, dove abbiamo dormito per due notti, ricordo che nella prima notte uno che abitava qui vicino — chiamato Jijéto dea Ghitara, (era uno che andava poi anche a strass e oss e all'inizio, appena tornati qua, vendeva anche aghi) — ha fatto una fasoràda de garnèi co i scorsi del porsèl [una padellata di "pop corn" con le cotiche del maiale]. Garnèi, cioè le s-ciòche.
Non è che noi abbiamo mangiato le s-cioche assieme, ma io le ho viste fare.
La casa dei Bonotto era una gran casa e là c'era anche un reparto di tedeschi.
Ho visto anche che hanno impiccato un soldato, perché avevano scagliato una bomba ed erano morti un pochi di soldati. Ho visto che il soldato responsabile è stato legato ad un palo con le mani dietro il culo. Io l'ho visto solo legato a un palo, e ho sentito dire che l'hanno ammazzato.
Il cimitero di Rai era lontano dalla chiesa.
Da Stabiuzzo siamo partiti con un gruppo di famiglie, aiutandoci uno con l'altro, con mezzi propri. Le altre famiglie erano: i Barbaress, Segat Giovanni, Pietro Furlan, Jijio Furlan, Antonio Furlan. Con loro siamo arrivati fino a Udine.
"In elemosina" sono andato a Pordenone. Là si mangiava la polenta di sorgo e si andava in elemosina di sale. Pordenone è stata una tappa nella fuga verso Udine.
Mussoe: sarebbero panocchie scarte, piccole, ammalate, lasciate in dietro; gli scarti.
Io ero il più vecchio di sette fratelli e andavo in elemosina con la sorella più vecchia, Elvira, del '6, e l'altra sorella più grande, Teresa.
Mio zio Luigi Furlan, era lui che macinava il grano col batocio di ferro dentro al bossolo. Batteva dentro questo vaso, dentro questo grosso bossolo di granata.
Per fare il pane sul larín [focolare] avevamo un coperchio di latta. Era una specie di pentola, di bacinella rovesciata sotto la quale mettevamo il pane a cuocere, mettendoci sopra delle braci dopo aver pulito le pietre del larin.
Moglie. Anch'io l'ho fatto così, il pane, e fino a non tanto tempo fa.
Prima si scaldavano le pietre del larin... Chi aveva la cucina economica era un conto, ma chi aveva il larín faceva così, dappertutto, nella zona.
Furlan. Gli inglesi li ho visti che punzecchiavano dentro ai covoni di canne di granoturco, per cercare se c'erano tedeschi, con gli sciaboloni.
Quando gli inglesi correvano dietro ai tedeschi erano a cavallo.
Mio cognato Arturo Barbaress è rimasto legato 2-3 giorni, da Papanòte, che era il padrone cui aveva rubato delle susine e che ci correva sempre dietro con la forca.
Le baracche, il Genio ce le ha date solo nel 1921. Prima ci siamo arrangiati noi costruendo una specie di baracca appoggiata a quello che era rimasto della casa. Ricordo che andavo a prendere il rancio con la gavetta dai soldati del Genio, che venivano a chiudere le buche.
Eravamo in cinque fratelli: io, Giovanni 1913, Rino 1915, le due sorelle più i genitori.
Non ricordo se gli abitanti hanno fatto proteste per le baracche.
Ricordo che mio padre mi portava sulle spalle, e c'erano tutte buche.
Strade non ce n'erano. C'erano munizioni dappertutto, gran cataste di munizioni, a destra a sinistra, dappertutto.
Strade non ce n'erano, c'era solo qualche tròi [viottolo] per camminare. Poi il Genio ha sistemato tutte le buche.
Era tutto sbusà.
Il Genio ha dovuto lavorare tantissimo: c'erano di quelle buche che dentro ci stava una casa. Era impossibile lavorare la terra; c'erano erbacce...

Noi da profughi si andava a spighe e siamo riusciti a mettere via, a raccogliere tre quintali di frumento, fra fratelli e sorelle. Portavamo a casa un mazzetto ciascuno di spighe e a forza di tanto sono saltati fuori tre quintali. Così ci siamo fatti un po' di riserva.

martedì 14 settembre 2010

Ernesto Favretto + Elvira Girardi, Santa Maria della Vittoria (Volpago del Montello), TV

Nati rispettivamente nel 1907 e nel 1912.

All'epoca della Prima guerra entrambi abitavano sul Montello: Favretto in località Fontana Bochin e la moglie a Santi Angeli.
È presente e talvolta interviene Primo Martin (loro amico, originario di Fagarè di San Biagio di Callalta).

Nastro 1986-28 Lato A                                 16 novembre 1986

[...]
Pavan. Ad un certo punto arriva la guerra, nel 1917...
Favretto. «Mi ricordo come adesso, il giorno di San Martino! Siamo andati via, mi ricordo. Sono arrivati i carabinieri dopo mezzogiorno. Due, a cavallo: «Sgombrare!».
Mia sorella Regina, quella lì, aveva una lingua: «Cosa, ha detto? Dov'è mia sorella?», che era quella che era su da Sbèghen, «quella non è a casa!».
Mio papà era fuori [...] che faceva trincee, era venuto a casa, l'ultimo tempo lavorava qua. «Mio papà, dov'è? non è a casa! mio fratello neanche!»
«Via da qua, e non si parla!» ripetono i carabinieri.
«Sì!», ha detto mia sorella.
Ma quando erano passate altre tre ore: quattro carabinieri a cavallo, ancora!
«Ma, avete sgombrato o no?»
«No, no, no», ha detto mia sorella, «e neppure andiamo via. No, no.»
«I tedeschi sono sul Piave!»
Era vero. Erano tre quattro giorni che erano sul Piave!
Perché [...] non c'era neanche truppa qua. Non c'erano ancora militari [italiani].[C'erano] due batterie, una sulla [presa] 16 e una era di là, che sparavano sul Ponte di Vidor e sul Ponte della Priula. Tenevano i due ponti bloccati. Erano minati, ma continuamente sparavano ai due ponti. Altri militari non c'erano.
Insomma quando era verso notte, proprio, sono arrivati ancora i quattro carabinieri.
«Bisogna andar via, sta arrivando la truppa e non riuscirete più a passare per le strade!»
Allora ci siamo decisi. Io avevo ormai nove anni. Va su, ammazza due galline, tre. Si aveva un forno per il pane, fa su un poco di pane, non era né lievitato né cotto. Butta dentro, fa fuoco, cuoci due galline. Si aveva fatto, era un anno pieno, 18 ettolitri di vino clinto.
Mio padre: «Guai toccare un bicchiere di vino, guai bere un bicchiere di vino», diceva a noi, perché dopo si fa confusione.»
Metti su sta roba su un sacco, e parti... Quando siamo stati là a casa tua [rivolto a Primo Martin], sulla tua stradina, ho incontrato le prime truppe che venivano su. Tutti che piangevano. Ah, voi andate a salvarvi e noi andiamo alla morte. E un altro: «Mamma, papà! voi andate al salvo e noi andiamo alla morte». Le prime truppe!
Dopo, quando siamo stati giù per Sala, Pezzan, giù per di là cominciavamo a incontrare gli inglesi, con i cavalli, con i carrettoni. Avevano i cavalli, perché noi se ne aveva pochi. Le strade erano piene così, non si poteva proprio passare. [...] Finché siamo arrivati a Castelfranco.
C'era l'ordine: «Non rifiutare i profughi», «Obbligo di dare alloggio ai profughi»; e là ci hanno dato alloggio. Una cameretta solo in tutti, per dormire così, con la paglia e una bella cucina, sì, grande.
D. Chi vi ha dato alloggio?
R. Una famiglia di contadini, contadini grossi. E là siamo stati fino al giorno dell'armistizio. Era la famiglia Marcon, a Castelfranco, in Borgo Asolo. Era in centro, appena fuori della città.
D. Come vi hanno trattato?
R. Ah, niente! Non c'entravano con noi. Per mangiar ci davano il sussidio, non ricordo quanto fosse, ma si riusciva a vivere, appena appena.
Però c'erano tutti i militari che venivano giù dal Grappa, a riposo, e quelli che venivano giù dal Montello. Si era sempre stretti così [in quella casa].
Pagnocca! Ne avevano loro, da mangiare! Caffè. Mangiare ce n'era sufficiente. C'era anche la tessera dello zucchero; se ne avanzava, anche, di zucchero.
Siamo venuti a casa e avevamo mille lire.
Il quattro novembre hanno firmato l'armistizio; si aveva sentito dire ... alla sera. Sull'imbrunire sentiamo questi militari che sparano, bombe a mano, qua e là, campane che suonavano dappertutto. Mai sentite le campane fino ad allora, c'era un silenzio. L'armistizio! L'armistizio!
Alla mattina, subito siamo partiti io e mio papà, e siamo venuti qua; non la famiglia.
La casa era senza suoli, senza finestre, bruciato tutto. [I soldati] facevano fuoco, non c'erano "legne"! La casa però era in piedi. Pioveva dentro, ma insomma!
Le schegge di granata avevano spaccato le tegole. Dalle granate, proprio, ne sono andate giù poche [case], danneggiate sì. Quella qua dietro, quella è andata rasa al suolo, ma non è andata a causa delle granate: quando i militari hanno levato tutti i suoli, e i serramenti per far fuoco, queste casette fatte su di mezza pietra sono crollate da sole.
[...] Altrimenti le altre case qua, erano danneggiate, ma non rase al suolo.
C'era quella di Piovesan che è andata distrutta - me l'hanno raccontato i militari - perché là c'era il comando. Però sapevano che ormai c'era quest'offensiva, sapevano fra ufficiali, e hanno portato via il comando e l'hanno portato giù sulla "fonda bis", la chiamano.
È arrivato il 305, la granata più grossa che c'era, ed è arrivato proprio sotto. È rimasta una buca di acqua - io sono andato a prendere le rane - al posto della casa [Piovesan]. Neanche le pietre sono rimaste; neanche vedevi una pietra, neanche una. Perché era una buca che era grande come tutta la casa. Non c'era un sasso, portati via tutti, non si sa neppure dove. Quella è stata distrutta dalle granate.
Martin. Deve sapere che il 305 faceva una buca che ci stava dentro tutta questa casa qua. Noi, quando ne era caduta una neanche a venti metri di distanza dalla casa - quando si era a Ca' Lion di San Biagio di Callalta, come le ho già spiegato - sa quanti anni ci è toccato lavorare per portarla al livello del campo, quella buca lì?
Favretto. Nel cimitero ce ne sono due; anche al monumento di Venegazzù ce ne sono due da 305. Se fossero stati capaci di averlo prima, quel cannone là non avrebbero perso la guerra.
Pavan a Favretto. Quanti eravate in casa, quel San Martin, quando sono arrivati i carabinieri?
R. Io ero il più piccolo, poi c'era la sorella che "rispondeva" ai carabinieri e che si chiamava Regina. Ma prima di lei ce n'erano ancora: l'Albina, la Maria e mio fratello Giuseppe, in più mia mamma Margherita. Poi c'erano le ragazze più vecchie: la Emma e ...
Insomma eravamo sei figli più il papà e la mamma.
D. Voi non avevate visto, i giorni precedenti, che ormai c'era movimento?
R. Macché! C'erano i militari, quelli che le ho detto, questa batteria che era qua e quella là. Venivano nel cortile, perché c'era solo uno che comandava queste due batterie. Passava per il cortile, tutte le sere, andavano a trovarsi, si fermavano con le ragazze, con le mie sorelle. Sono stati quelli che dopo ci hanno ammazzato, ci hanno mangiato il maiale: quei militari là, che ormai erano amici. Erano otto giorni che loro erano là. Hanno mangiato il maiale, perché noi abbiamo lasciato vacche, maiale...
D. Non vi hanno fatto né ricevuta, né niente?
R. Eh! Dopo otto giorni ci hanno scritto. Hanno scritto alle mie sorelle dove ci trovavamo e hanno risposto: «Se ci portate su un pacco di toscani - perché erano veneti, questi artiglieri - vi diamo due braciole del vostro maiale! Basta che ci portiate un pacco di toscani!»
D. Non avete preso niente, insomma?
R. No. Dopo però hanno pagato i danni di guerra.
Le due batterie erano una sulla 16, dove attualmente c'è la famiglia Sartor ma all'epoca c'era la fam. Basilio; l'altra era sul bosco e non c'erano case là.
Noi, cosa vuole che si sapesse di guerra! A quei tempi là non c'erano mai state guerre. Non si credeva neanche. Non si credeva. Erano solo le due batterie italiane e i tedeschi, quando sono arrivati sul Piave, non hanno mica sparato un colpo! Erano là già da tre-quattro giorni.
D. E cosa facevano?
R. Dicono che loro avevano viveri per dieci giorni, per tutta la Germania. Hanno fatto il conto che avevano viveri per dieci giorni. Loro, dopo dieci giorni sarebbero andati a casa da soli, non avevano più niente [prima di Caporetto].
Quando hanno preso tutta la zona del Friuli, S. Biagio di Callalta, tutto il Basso Piave con quelle aziende che c'erano là - tu lo sai [rivolto a Primo Martin] - hanno trovato frumento, polenta, vino, buoi, vacche. Ne hanno trovato che hanno vissuto un anno. Di qua e di là del Piave, maiali, vacche. Quando sono arrivati qua, con il sonno che avevano! Perché hanno mangiato e bevuto, loro...
Martin. Noi sulla nostra campagna avremo avuto cento mucche, senza mettere le oche, le anatre, i piòti [tacchini], le galline, i capponi e tutta l'altra roba. Noi alla sera di San Martino ... noi si aveva la batteria. La batteria l'hanno messa a quattro metri dietro la casa. Si aveva un prato e c'era l'artiglieria da montagna. Siamo stati tre giornate che sparavano.
Io, quando sentivo le pallottole che fischiavano, facevo con il cappello così ... perché mi sembrava fosse un aeroplano che passasse. Ma dopo ho cominciato a vedere che a duecento metri partivano per aria quegli oppi e quelle viti là, che vedevi tutto.
Quando sono venuti i carabinieri la prima volta mia mamma e mio nonno hanno detto di no, ma dopo, alla seconda volta, quando sono venuti con la baionetta innestata ... «Via, hanno detto, bisogna che andiate a Lancenigo, che c'è l'ultimo treno che parte».
D. Con la baionetta, proprio?
R. Con la baionetta innestata, per convincerci, per far paura. È rimasto là [a casa], tanto perché possano andar portar via un pochi di attrezzi, mio nonno, mia nonna e due miei fratelli più vecchi, Toni e Virginio.
Favretto. Siamo partiti alla mattina. Gli abbiamo detto, alla fine: «Sì, andiamo via quando viene giorno». Era il giorno dopo di S. Martino [12 novembre 1917].»
E io, per guardare l'artiglieria che c'era là - che sentivi il colpo qua e dopo sentivi biii...svraàm sul Ponte, che cadeva il proiettile - sono andato in cima a una pianta [...] e sono caduto giù, e mi sono scavezzato il braccio. C'erano già i tenenti medici; su quella casa alta dove c'è la tezza c'era un tenente medico. Sono andato da lui e mi ha ingessato il braccio.
Alla sera, alla notte, venendo giù con la confusione, si è rotto il gesso.
Siamo arrivati a Venegazzù, al palazzo di Gasparini. Là c'era un altro ospedaletto da campo, già arrivati prima, loro, è logico. Sono andato a farmi vistare. «Niente da fare, hanno detto; rotto il gesso, oramai deve guarire così.» E così è guarito. Così faccio, ma non così. [Mi mostra il ridotto movimento del braccio]. «Perché non ho la pensione di guerra? Sì o no? Mi sono rotto scappando, io. Da profugo».
Moglie. Sai cosa prende di pensione lui? Prende trentamila lire meno di me! E sarà quarant'anni che è invalido! Che pensione è, quella? E io non avevo le marchette della filanda, perché al tempo della guerra del '40 sono andate sparite. A Treviso non hanno trovato più niente. Tutte quelle come me non hanno preso niente! [...]
Marito. Al mattino siamo partiti appena faceva giorno e siamo andati fin giù a Venegazzù, con due vacche e il carro. Sì, ma cosa vuole caricare? Abbiamo caricato due tre coperte, un po' di pane per mangiare. Siamo arrivati là, pioveva. I militari che arrivavano ci hanno coperto con un tendone e dopo abbiamo lasciato là il carro, le vacche. Abbiamo lasciato là tutto. Dove volevi andare per le strade, con il carro, che non passavi neanche a piedi. Lasciato là tutto, e basta!
Moglie. Perso vacche e perso tutto!
Pavan. Potevate portarvi via le vacche, almeno.
Favretto. Certo, ma come si fa, che ci sono le strade piene di truppa!
Martin. Per fortuna che da noi sono rimasti a casa mio nonno e due miei fratelli più vecchi, fin tanto che la truppa ... perché la truppa era quattro cinque giorni che andava giù [verso Treviso] e dopo sono tornati indietro. Quando la truppa si è sistemata tutta, allora i miei hanno potuto portare le bestie, [che] le ha requisite subito la sussistenza, tutta la boaria e ci ha lasciato una ricevuta. Dopo, un po' di attrezzi li hanno portati a Melma - ora Silea - che mio padre aveva una prima cugina sposata dai Massarotto, là. E quelli sono stati salvati.
Favretto. Invece noi a Venegazzù abbiamo lasciato là tutto, e via a piedi.
Pavan. E lei, signora, dov'era in quei giorni là?
Moglie. Io ero a Santi Angeli. In quei giorni là mi hanno portato giù.
Sono nata a Santi Angeli nel 1912 e anch'io mi ricordo, come fosse adesso, anche se avevo solo cinque anni. Mi ricordo che mi hanno messo sopra a un carro e mi hanno portato a Caerano e quando eravamo a Caerano, la prima notte siamo stati là con mio nonno, mia nonna, mia mamma. Mio padre era soldato, ha fatto sette anni di guerra, e mia povera madre mi ha detto: «Eh, tu è meglio che vada in Bassa Italia.» Mi hanno mandato in Bassa Italia e sono andata fino a Riccia, Campobasso.
Ci hanno caricato su un carro, tutti noi bambini, che non si era solo io e i miei fratelli, si era in tre, c'erano anche quelli delle altre mie zie. La mia casa c'è ancora a Santi Angeli, sulla strada 11, proprio sul confine di Santa Maria.
Ci hanno caricato sul carro e i buoi, hanno caricato tutti i boce e ci hanno portato a Caerano. Per la strada basso, i soldati ... chi ci dava un pezzo di pane, che vedevano questi bambini. I soldati, tutti con questo fucile in mano, chi con e cotolete [le gonnelline], chi con le braghe, perché c'erano anche gli scozzesi. Ci hanno portato a Caerano.
Marito. Non ci si rendeva neanche conto, non si sapeva neanche cosa accadeva. Anche noi quando siamo arrivati a Castelfranco sono arrivati subito i carabinieri. «Non si può, via, via, in Bassa Italia». Ma mio padre e mio fratello che era bociassa allora, 14 anni - 15, hanno iniziato a lavorare subito sulle strade, perché con tutte le truppe, e cavalli e buoi, bisognava pulire la strada.
Hanno iniziato subito, il giorno dopo, a lavorare. Per quello le ho detto che sono venuti a casa con mille lire, perché loro due lavoravano.
I carabinieri ci chiedono: «Dove sono i genitori?» Gli ho detto che mio papà lavorava sulla strada, sotto il comune o sotto il governo, non so e mio fratello anche; sono tutti e due occupati. Allora ci hanno lasciati là.

Nastro 1986/28 - Lato B

Continua Favretto. I soldati quando venivano sul Montello piangevano, tutti. Pensi che erano partiti dal Carso, da Redipuglia...
Qua sono stati pochi morti, in confronto al Carso o ad Asiago.
Pavan. Erano preoccupati questi soldati...
Favretto. Per forza erano preoccupati, Maria Vergine. [...]
All'inizio, subito, erano tutti italiani. Dopo abbiamo incominciato ad incontrare le truppe inglesi, ma dopo due tre giorni, gli inglesi sono arrivati.
Martin. Quando hanno fatto la disfatta di Caporetto, Cadorna aveva intenzione di formare la barriera sul Po, mentre dopo - visto che hanno ingrossato il Piave, che hanno chiuso tutte le Brentelle, che l'acqua entrava tutta sul Piave - allora gli è toccato tornare indietro perché erano quattro cinque giorni che andavano in giù. Avevano passato Treviso, avevano passato Padova, ormai.
Pavan. E gli inglesi, come erano, piangevano anche loro?
Favretto. Ah, erano pacifici loro! Con la fanfara davanti, che noialtri boce si andava sempre ad ascoltare la fanfara! Dietro c'era la truppa, con le sue cucine che fumavano. Facevano da mangiare per la strada [marciando]. Avevano la loro cucina, si vedevano tutte queste marmitte che fumavano. E davanti la fanfara, ah! ma che brava che era. Con questi cannoni che erano lucidi che i te toéa i oci [ti accecavano]. I cannoni, prolungati, ohh! tirati dai cavalli. Avevano di quei cavalli che avevano di quelle zampe!
Ritorno sul Montello. Subito dopo l'armistizio.
Pavan. Vi hanno lasciato tornare qui. Non c'erano i carabinieri?
Favretto. Prima sì, ma si veniva sempre noi, lo stesso.
Pavan. E come facevate?
Favretto. Qua dabbasso alla [presa] 14 c'era Onorato Pellegrin, un carabiniere che abitava da Sbeghen, là, basso. Era anche il fidanzato di una mia sorella. Era carabiniere sul ponte della 14, di guardia, di turno; non sempre lui. Quando c'era lui ci diceva sottovoce «per l'amor di Dio, adesso!»
Per vedere la nostra casa, se era stata buttata giù, o no, quando ti hanno lasciato passare loro [i carabinieri], riesci a venire. E lui si raccomandava: «Non state dirgli che siete passati di qua, ditegli che avete saltato la Brentella, che avete saltato l'acqua. Guai che gli diciate che siete passati di qua, perché vado alla fucilazione!»
Pavan. Vi hanno mai pescato?
Favretto. Una volta siamo venuti fino a dove ci sono le caserme adesso, io e mia sorella Emma. E sparavano, là. Non sparavano mica sempre; qualche giorno sparavano, qualche altro era tranquillo, come adesso.
Sparavano a tutto andare. «Per l'amor di Dio, non state andar avanti, perché qua c'è un macello», ci hanno detto i militari, e ci è toccato tornare indietro. Io ero "appeso" su per un nocciolo che piangevo, perché non volevo tornare indietro. Volevo venire qua. «Eh, andrò a vedere la nostra casa, o no? Se è ancora su o se è giù.»
Insomma mi è toccato tornare indietro, quella volta.
Un'altra volta hanno preso mia sorella, quella famosa, che le ho detto che era un po'... beh, aveva il moroso, avrà avuto vent'anni. Lei e la Emma. Non le hanno prese qua, i militari!
Ormai era anche un pezzo che c'era la guerra. Le hanno prese là e gli hanno chiesto dove andavano, cosa facevano. Gli hanno chiesto tutto e loro gli hanno detto la verità: «Siamo a Castelfranco, siamo venute a vedere la nostra casa.» Per l'amor di Dio! Caricate sul camion, fatto il giro della strada per Ciano, sotto le granate, e portate a Castelfranco.
Eh, siamo venuti qua quattro - cinque volte di sicuro! Venivamo a piedi, da Castelfranco. A piedi, andata e ritorno. Sì, le mie sorelle per prime, ma io volevo essergli sempre dietro, curioso.
Mio padre no, non veniva su. Loro erano a lavorare; e poi era anche più difficile, un uomo, sebben che era vecchiotto, aveva 45-50 anni ormai. Mentre le ragazze e i bambini ... ma anche a loro gli chiedevano come e cosa, e poi hanno voluto anche portarle a casa e hanno voluto venir vedere.
Degli uomini, avevano paura di spionaggio, o no?
Pavan. Al ritorno, come avete trovato questo Montello?
Favretto. La casa era in piedi, c'era anche il tetto, che però spandeva.Era senza solai, balconi, finestre; i solai di legno erano stati bruciati.
La terra era netta, non c'erano più piante. I filari di viti erano tutti rasi al suolo, pestati. Qualche albero c'era, li hanno tenuti in qualche posto. C'erano i castagni. Su qualche posto li hanno lasciati per nascondere la vista, che non vedessero; ma pochi, pochi.
Moglie. Prima della guerra non c'erano neanche le acacie, le hanno piantate dopo.
Pavan. Al tempo della guerra, allora, qui non c'era bosco, era tutto nudo il Montello!
Favretto e moglie. Niente! Bastava guardasse verso il ponte di Vidor, lo si guardava così, si vedeva uno camminare. Il ponte della Priula, da casa nostra [...] neanche; si guardava il ponte della Priula, bene. Non c'erano piante che nascondevano.
Pavan. Allora anche i soldati erano un po' esposti.
Favretto. Certo. Mettevano tutte quelle griglie, c'erano tutte frandhe [letteralmente "frange"]. Le mettevano attraverso le strade, per nascondere. Sembrava come una paglia, una cosa così, insomma.
Martin. Come c'è la plastica adesso, ma allora non esisteva.
Favretto. Quano siamo arrivati qua, era tutto pestato, materiali dappertutto. Carne, se la si voleva mangiare, era ancora - si può dire - calda.
Pavan. A casa vostra cosa avete trovato?
Favretto. Niente, casa vuota. Fuori c'era di tutto. Armi, fucili; giù per le buche, là, giacche, munizioni, bombe, granate, bombe a mano.
Pavan. Ancora in buono stato?
Favretto. Ho tutte schegge qua! Si era tutto il giorno con quella roba là in mano. Una volta mi è scoppiato il fucile; sparando è scoppiata la canna. Ho preso una scheggia sotto la lingua, mi ha spaccato un dente. Ero tutto il giorno con quel mestiere là. Mi piaceva, così. Sparare, sparare.
Martin. Casse intere di cartucce, di bombe a mano, di "signorine", granate. Da noi, finché non sono venuti a fare il rastrellamento i tedeschi che erano stati fatti prigionieri, non ti lasciavano neanche andare a farti l'orto.
Favretto. Nella campagna sono venuti dopo, a cercare questa roba.
Pavan. Dopo quanti giorni?
Favretto. Eh, sono venuti un anno dopo.
Martin. Sono venuti a domandarmi se sapevo dove c'erano granate. Io quelle che sapevo dov'erano gliel'ho indicate.
Pavan. Ma nel frattempo avete venduto il materiale, come ferro, ecc.?
Favretto + moglie + Martin. Ma allora non si vendeva, chi prendeva ferro vecchio? Non lo prendeva nessuno.
Favretto. Sai invece cosa ho venduto tanto? Stracci. Se poi era roba di lana la pagavano anche abbastanza, questi strazzèri. Poco furbi, però, anche noi, baùchi. Perché c'era roba di rame, di ottone fin che si voleva, dio c.!
Pavan. Perché non l'avete venduta voi?
Favretto. Paura, perché non la si può prendere su, è roba del governo.
Moglie. Non si può, non si può. Dopo sì, dopo un pochi di anni si andava anche a palline di piombo, giù per le buche, sotto terra a trovarne un qua e una là. Allora sì che andavano, quelle.
Favretto. Si sarebbe potuto averne fatto piena una galleria di quella roba là.
Martin. Io, che ero della sua età, con la sciabola quando si trovavano questi bossoli grossi gli levavo la corona e si vendeva il rame.
Favretto. Eh, ben. Ne ho levato io di corone, anche su quelle cariche l'ho levata!
Pavan. Non avete fatto i soldi, con il recupero del materiale.
Favretto + moglie. No, no. Tanto per vivere, dio caro; per vivere così, boce.
Pavan. Ma avreste potuto guadagnare, però.
Favretto. Dio! con tutti quei bossoli di ottone e di rame. Che c'erano gli americani che avevano i bossoli di rame ... se li avessimo buttati dentro su una buca e seppellito là. Ma no, perché si aveva paura! Paura perché non si può toccare la roba del governo! Non paura di altro.
Moglie. Se prendono uno lo legano...
Martin. Si aveva paura e dopo si era anche controllati. Là da noi si avevano sempre i militari che venivano a ispezionare, perché prima che andasse via il comando militare, là da noi a Rovarè, ne hai voglia! Sarà stato là tre anni!
Pavan. E qua venivano a controllare spesso?
Favretto. I militari sono stati qua, anche le pattuglie [...] che mi hanno portato anche i travi per mettere sulla stalla. C'era una batteria di militari; otto, dieci, erano. Erano quelli che facevano servizio qua, ma non hanno mai controllato.
Pavan. Insomma avreste potuto nascondere e mettere via molto materiale.
Favretto. Ma quanto! Invece abbiamo lasciato tutto intatto.
Pavan. Le avrete almeno spostate e messe in parte, per poter lavorare la terra?
Favretto. Sono venuti a prenderle su, dopo.
Ma era soprattutto sulle valli, sulle vallate, sulle buche che c'era tanta roba, perché le buttavano proprio a posta.
Gli ossi ho venduto. Gli ossi del bestiame, quelli ce n'erano e ne compravano.
Pavan. Ma che non siano state anche ossa di soldati?
Favretto. Eh, ho trovato anche una gamba, andando a palline, ma insomma. Dietro alla casa là c'erano due muli, seppelliti. Erano appena coperti là. Muli che le granate hanno ammazzato, e sono andato a prendere su gli ossi. È venuto fuori questo straccivendolo e gli ho venduto questi ossi. Prendevo qualcosa; boce! Mi ha detto "andate a prendere anche la testa"... Guarda cosa andavo a vendere, gli ossi.
C'era tanta di quella roba, là, che faceva paura.
In quei primi tempi non prendeva su niente nessuno [anche se] il commercio ci sarebbe stato. Vendevo i fili del telefono. Erano fili grossetti, di rame. Avevo coraggio di bruciarlo con i boce qua della zona. Bruciavo la gomma e dopo si facevano dei mazzetti e lo si vendeva. Quello, si vendeva; ma guarda tu che testa che si aveva!
Pavan. Dove andavate a prenderlo, il filo del telefono?
Favretto. Ma ce n'era a quintali!
Martin. Da noi, sulla nostra campagna era passato un filo telefonico che sarà stato, mettiamo, 40 cm sottoterra. Era grosso così e avrà avuto una trentina di fili di ferro attorno. Dentro c'erano quattro fili di rame. Quando abbiamo levato, si può dire, più di un km di questo cavo. Quando sono venuti a casa i soldati della nostra famiglia e abbiamo allevato i cavalieri [bachi da seta] lo hanno tagliato a pezzi di quattro cinque metri e con quei fili di ferro là hanno sostenuto tutti i grisoloni per i cavalieri, che una volta si mettevano le grisiole [stuoie di canna].
Favretto. Eh, ce n'erano di materiali, qua!
Il filo di ferro, so che c'erano di quei rotoli così e si stentava a portarlo. Era sopra la terra. Quello l'abbiamo venduto, ma venti anni dopo. Abbiamo venduto le palline di piombo; non si trovava più niente ormai, ormai ero già sposato!
Moglie. Siamo andati assieme
Marito. Su questa buca, c'erano i 149. Pesa 45 kg; 16 kg pesa il bossolo, 12 kg sono di palline, poi c'è la corona, la spoletta. Quarantacinque chili, insomma. Il ferro valeva poco poco.
Le palline ... ma dove scoppiava non trovavi più dodici kg, se ne trovavano 8, se erano rimaste là, perché quelli dovevano scoppiare in aria.
Martin. Ma questi proiettili non erano mica tutti con le palline di piombo. C'erano anche quelli con le palline di ferro.
Favretto. Di 149 ce n'erano pochi con le palline di ferro, tutti col piombo, più che sia. I 105, quelli più piccoli, quelli avevano le palline di ferro.
Pavan. Come avete ripreso, a lavorare?
Favretto. Con la vanga, vangare!
Moglie. Me madona [mia suocera] metteva su per le finestre il legno della porta. Per forza, perché, d'inverno, erano rimasti senza porte e senza finestre, al freddo. Dormivano in terra perché il letto non lo trovavano più. Dormire in terra...
Non voglio più neanche pensarci a quelle cose, neanche pensarci!
Favretto. Sulla prima casa che viene dal basso, sulla 12, quella casa grande di contadini più in là degli arditi, una pattuglia di militari [italiani] si sono scontrati con una pattuglia di tedeschi, cinque sei tedeschi, che si erano imbucati dentro la casa, nascosti.
Sono arrivati i nostri e gli hanno sparato. [I tedeschi] volevano difendersi, in sette-otto, ma i nostri li hanno circondati e li hanno presi. Il comandante lo hanno ammazzato subito e gli altri li hanno fatti prigionieri. Aver coraggio di difendersi, in sette-otto; guarda che erano!
Avevano i cavalli, questa pattuglia nostra, e venivano a "tirarmi un tocco di terra" con i cavalli. Han detto: «Trovatevi, l'aratro e noi venivamo con i cavalli», e ci hanno arato un pezzo di terra, gratuito. Altrimenti la vanga, e il picco, e la zappa.
Dopo, un po' alla volta la terra l'abbiamo sistemata.
Martin. Noi invece, laggiù, subito ci hanno passato, una pariglia di cavalli e due muli e dopo, dopo tre quattro mesi, hanno cominciato a mandarci un paio di buoi. Ma erano di quelli piemontesi là, con i corni lunghi, che non erano neanche abituati a tirare. Perché tiravano con le corna, loro, non con il giogo come costumiamo noi.
Pavan. E allora come avete fatto?
Martin. Tribolare. Perché neanche capivano il nostro dialetto... Poi siamo riusciti a farglielo capire!
Dopo abbiamo cominciato a fare amicizia con i mercanti. Ci dicevano: «Guarda, noi andiamo a Conegliano, ci vendi un bue e noi magari ti diamo un paio di vacche, che poi hai il latte e hai il vitello.» Così abbiamo fatto, e li abbiamo cambiati.
Favretto. A noialtri dapprima [quelli del governo] ci hanno dato due vitelle. O meglio, ci hanno dato una vitella e un mulo. Noi abbiamo detto: «Non ci serve il mulo.» e l'abbiamo dato a Moéta che aveva l'osteria qua, dove adesso c'è il dottor Perissinotto. Gli ho dato il mulo e lui mi ha dato una vitella. A lui serviva il mulo, lui faceva l'osteria e gli serviva perché andava a prendersi il vino. Doveva andar oltre il Piave a prendere il vino, perché qua non c'era mica vino, non c'era più niente, avevano tagliato via anche le viti, per far fuoco.
Così noi abbiamo avuto due vitelle.
A Valdobbiadene c'era il vino, e per arrivarci attraversavano il ponte di Vidor.
Le due vitelle che ci hanno dato per aiutare questa gente, ce le avranno date perché le tenessimo, o no? Dopo un poco ci hanno mandato il conto e ci è toccato andar a Nervesa, al comando, a pagarle!
Avevano detto che ci avrebbero aiutato, che ci sarebbero venuti incontro, che ci davano queste bestie perché ci si potesse avviare ma dopo un anno ci hanno mandato il conto e siamo andati al comando di Nervesa a pagarle. Ci è toccato pagarle. [...]
Gli inglesi, i danni che hanno fatto li hanno pagati, subito, prima di partire. Fine della guerra hanno pagato il danno che hanno fatto, perché erano qua sulla costa, erano tutte artiglierie, non erano mica al fronte, loro.
Quello che avevano rotto quando avevano fatto ricoveri ... qua i ricoveri li hanno fatti tutti gli inglesi; piene le valli, tutti ricoveri. Buchi per nascondersi.
Prima di partire hanno pagato: [solo] il danno che hanno fatto loro, però e hanno pagato direttamente il contadino, il proprietario.
Dopo, quando gli italiani ci hanno pagati i loro, di danni, abbiamo dovuto andare a Istrana a portare indietro i soldi che ci avevano dato gli inglesi. Non so perché; quelli che abbiamo preso dagli inglesi abbiamo dovuto darli indietro.
Alla fine della guerra abbiamo fatto denuncia. Tanto danno della casa, tanto danno del terreno, tanto danno di tutto. Abbiamo fatto il conto e ci hanno dato 25.000 lire, di danni.
La casa, se si vuole ripararsela noi possiamo farlo ... se vogliamo darla a una cooperativa, a un'impresa ... ma le imprese dopo hanno mangiato. Noi ci siamo arrangiati fra di noi, come abbiamo potuto. 25.000 lire era compreso tutto.
Ma alla fine ci hanno dato 22.000 lire...
Pavan. Perché?
Favretto. Mi dica un po' lei.
Pavan. Perché avete dovuto rimborsare gli inglesi.
Favretto. No, quelli erano già stati dati. Non ce li hanno dati tutti, io non so il perché.
Moglie. Perché si era ignoranti e di "studiati" non ce n'erano, e loro hanno fatto quel che hanno voluto.
Pavan. I soldi, dove siete andati a ritirarli, poi?
Favretto. Al comando? C'era il comando a Nervesa; mi sembra fosse là.
Martin. I nostri dovevano andare a Roncade.
Noi si era in affitto "a generi". Il bestiame era nostro, tutti quanti gli attrezzi erano nostri: ci hanno pagato bene; non si era mezzadri.
La casa che era stata buttata giù, quella che era sul comune di Breda e che c'è ancora oggi ... c'erano le cooperative. Se si voleva prendersi un'impresa, sennò la cooperativa, tramite quest'agenzia che pagava i danni. Facevano il preventivo: la casa era così e bisogna fare così. A noi ci avrebbero dato la casa finita, completa. Della casa non si prendevano i danni; si prendevano i danni dell'agricoltura, della campagna, degli attrezzi, del bestiame, di tutto quello ma della casa no.
Favretto. Abbiamo preso meno soldi e le vitelle abbiamo dovuto pagarcele.
Perché, chi si faceva avanti. Da chi?
Che si era tutti che non si sapeva fare neanche il nostro nome!
Io ho fatto la prima elementare [anche Primo Martin] e dopo, dieci giorni della seconda, perché il giorno di San Martino siamo andati via. La scuola era cominciata come adesso, no so se il primo ottobre. Dopo non ne ho più fatta.
Moglie. Io invece ho fatto la terza.