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martedì 31 agosto 2010

Luigi (Vittorio) Rosiglioni, Noventa di Piave VE

Nato il 6 febbraio 1903

Nastro 1993/6 - Lato A                          11 settembre 1993

Luigi (Vittorio) Rosiglioni, 1903, Noventa di Piave
Figlio di Vittorio (cl. 1849) e di Maria Pasqualini.
Eravamo 11 fratelli, di cui 4 (due maschi e due femmine) sono morti da bambini. Mio padre era negoziante (commerciante) di cavalli. Andava in Jugoslavia, in Austria. Abitavamo in via Calnova ed eravamo abbastanza benestanti, ma non avevamo campagna: solo la casa con attorno un campo di terra.
Ricordo che ad un certo punto si è sparsa la voce: «I riva, i riva, i riva, bisogna scampar, riva el nemico.»
Arrivavano frotte di militari [italiani], ammalati, feriti. Noi siamo scappati; altri invece sono rimasti come ad esempio mia moglie Ida Polita, da Romanziol, poi trasferitasi in via Roma, vicino all'attuale osteria da Elio.
Mio padre ha detto: «È meglio scampar via.»
Mio padre conosceva uno che era proprietario di cavalli e di carri.
Hanno caricato un po' di roba su due carri trainati da tre cavalli, e sul carro sono saliti anche un mio zio (Giovanni Rosiglioni) con la famiglia; zio che abitava a Calnova.
In tutto saremmo stati una ventina di persone, e nei carri siamo riusciti a mettere poca roba, soprattutto da mangiare.
Hanno preso la direzione di Mestre e la prima notte ci siamo fermati fra Mestre e Padova, un po' più in là di Dolo, mi sembra.
Siamo scappati di mattina, e per poco io ho rischiato di rimanere di qua del Piave perché mio fratello Giovanni, che era in guerra, aveva lasciato la sua bicicletta dalla fidanzata Elisa Schiabello che abitava in via Lampol, qua a Noventa.
Sono andato a prendere la bicicletta e i miei nel frattempo erano già arrivati al ponte di barche costruito dai soldati italiani per congiungere le due sponde del Piave all'altezza del passo a barca, proprio dove anche adesso c'è il ponte di barche. Per pochi minuti ho rischiato di restare da questa parte di qua. I miei erano già passati e io ho fatto appena tempo di passare, che il ponte è stato fatto saltare.
Avevo fatto appena in tempo di andare sull'argine di Fossalta quando hanno fatto saltare il ponte di barche. Mio padre e mio zio mi aspettavano un poco più avanti e mi hanno preso su.
08:00 Mio fratello era soldato dalle parti di Gorizia e non è mai stato mai ferito. Avevo anche altri quattro fratelli in guerra e se la sono cavata anche loro. Uno (Giovanni) era di fanteria; un altro (Giuseppe) era di artiglieria pesante campale; un altro ancora (Antonio) era di artiglieria mentre l'ultimo dei fratelli, cl. 1899, era dei pontieri e si chiamava Pietro.
Mio fratello Giovanni quando aveva dovuto andare in guerra aveva lasciato la sua bicicletta dalla fidanzata Elisa, che era operaia nella fabbrica dello jutificio [di San Donà]. Lo jutificio c'è ancora ed è in funzione, anche se adesso vi lavorano al massimo 150 operai, contro i quasi 1500 di allora. Mi sembra che allora il padrone dello jutificio fosse un certo Nardini. La maggior parte degli operai erano donne, come Elisa la morosa di mio fratello. Elisa utilizzava la bicicletta di mio fratello (che era da donna, stranamente) per andare lavorare.
Quando io ho attraversato il ponte avevano ancora da iniziare le sparatorie e le bombe. C'erano migliaia di soldati e di persone; tutte a piedi, civili e militari.
11:25 Nel paese di Noventa di Piave, tre quarti delle persone sono scappate, compreso il prete che si chiamava don Lino, ed anche il sindaco Vittorio Crico, che se n'è andato verso Milano o Torino, non so. Il prete e il sindaco sono scappati prima di noi, e sono scappati in treno, perché erano dei signori.
Noi invece siamo andati via con i cavalli, ma tanti andarono via a piedi.
Quella che sarebbe diventata mia moglie (che è morta ormai da dieci anni) è rimasta invece a Noventa. I tedeschi portarono la sua famiglia a Palmanova, dove è rimasta fino alla fine della guerra.
Il ponte di barche, quando lo hanno fatto saltare saranno state le undici del mattino.
Noi, con i cavalli, siamo andati verso Mestre, e poi abbiamo proseguito verso Padova.
Ci siamo fermati prima di Padova, lungo la strada. A Dolo, Stra, Mira, non ricordo, e abbiamo dormito in una casa che ci ha trattati abbastanza bene. Ci hanno dato delle coperte per la notte e anche da mangiare.
16:03 La mattina dopo pensavamo dapprima di andare verso Milano dove mio padre e mio zio conoscevano delle persone per via del loro mestiere di commercianti di cavalli.
I miei erano proprio commercianti di cavalli, solo di cavalli, non mediatori di terra. La famiglia Rosiglioni, sentivo dire dai vecchi che sarebbe originaria di Rimini, tanto che avevano il soprannome di "Rimini". Anche mio padre Vittorio aveva il soprannome di Rimini.
Dopo Padova abbiamo proseguito verso Rovigo. Arrivati al Po ci siamo fermati nel paese di Massa Superiore [dal 1928 Castelmassa] in prov. di Rovigo [...]. In quel paese, infatti, mio padre conosceva un suo collega commerciante di cavalli che lo ha invitato a fermarsi in paese e gli ha trovato una sistemazione, con tanto di casa e di lavoro, come cariòto (cioè trasportatore) presso una fabbrica del luogo, una fabbrica che lavorava juta. Così si guadagnava anche da vivere.
E proprio a Massa Superiore è morta mia madre, di ulcera. Una malattia che allora era difficile da curare, specie in quelle condizioni.
Quando due miei fratelli hanno saputo che la mamma era gravemente ammalata di ulcera, hanno ottenuto il permesso di venire a trovarla.
Mi ricordo che quando è morta mia mamma, c'era sulla porta della stanza mia sorellina Carolina di cinque anni e c'erano questi due miei fratelli che tenevano la mamma per le braccia, mentre si contorceva dal dolore e dallo spasimo. L'hanno tenuta per le braccia finché è morta perché l'ulcera era scoppiata. È morta in braccio dei suoi figli Giuseppe, il più vecchio, che adesso avrebbe 108 anni, e di Giovanni che era del 1893.
Mia sorellina Carolina piangeva perché vedeva la madre morire...
Poco dopo che la mamma era morta è arrivato a casa anche mio fratello Pietro, (classe 1899). Antonio invece, che era del 1897, era rimasto prigioniero in Ungheria.
21:55 Quando Pietro è tornato a casa sua mamma era morta da due giorni. Allora si è messo a gridare e a scalciare disperato invocando, gridando e chiamando "Mamma mia, mamma mia". Gli altri fratelli, almeno, erano riusciti a vederla viva.
Il dottore era venuto a casa nostra ma aveva detto «non si può fare niente.»
La mamma è stata seppellita là e io non ne ho saputo più niente. L'hanno seppellita là in quel cimitero, che poi io neppure sapevo con precisione dove. L'hanno seppellita senza una croce e senza una lapide.
Io andavo a lavorare con mio padre. Si andava soprattutto fino a Badia Polesine a fare trasporti per questa fabbrica. A volte portavamo la juta anche verso Rovigo e verso Verona.
Finita la guerra siamo ritornati in paese. La nostra casa era a pezzi, completamente distrutta, solo qualche pezzo di muro, e basta. A Noventa non ce n'era una di casa, in piedi. Ci hanno dato una baracca e poi, con l'aiuto dei prigionieri austriaci, ci siamo costruita la casa nuova nello stesso posto della vecchia.
Mio padre dopo la guerra ha cambiato attività, dedicandosi prevalentemente al commercio del pesce e dei crostacei (masanéte).
Si andava in valle Grassabò, dalle parti di Caposile. Si arrivava fin dove possibile con il cavallo e poi con la barca si entrava in laguna fino al Cason di valle, il palazzo dei pescatori che vendevano la loro merce.
Poi mio papà questo pesce in parte lo vendeva direttamente nei mercati della zona e in parte lo rivendeva ad altri piccoli negozianti o commercianti. Lavorava cioè sia all'ingrosso che al minuto. Andava con i cavalli ai mercati di Oderzo e di Motta di Livenza...
Mio papà aveva smesso di fare il mercante di cavalli perché, essendo del 1849, dopo la guerra era ormai anzianotto. Morirà verso i 90 anni. [...]    
Il commercio, ritornati da profughi, era soprattutto pesce e masanéte, la cui stagione è di autunno - inverno. Con il pesce si riusciva a vivere abbastanza bene.
31:35 Io però a quindici anni ho iniziato a "menar la carriola", e dopo vari lavoretti come operaio semplice, manovale, ho iniziato a lavorare per delle imprese. Il mio vero mestiere è stato il muratore.
Degli altri fratelli: uno era falegname, un altro muratore, un altro ferraiolo e un altro ancora facchino, quello della classe 1899, che era molto robusto.
Io invece ho lavorato sempre nell'impresa Rado (Giuseppe e Giovanni) di Noventa di Piave, come muratore, nella costruzione di case e palazzi. Non solo a Noventa, ma anche a Mestre.
A Noventa era importante l'impresa di Pietro Orlando, che lavorava la sabbia e la ghiaia del Piave. Lavoravano ai lati della strada per San Donà, ma sabbia e ghiaia la estraevano a Salgareda. Poi con le barche la portavano fino a Noventa. Vi lavoravano fino a 100-150 persone.
35:00 A Noventa arrivavano i burci grandi che venivano da Rovigo o Ferrara e portavano via la roba. Inoltre anche nel paese c'erano numerosi barcaioli; secondo me erano più di cento.
Adesso le racconto un episodio. Quando ero a Massa Superiore ero giovane. Abitavamo in una bella casa, e sono sempre stato bene. Si mangiava bene, abitavamo proprio in paese e anche se non avevo fatto particolare amicizia con la gente del paese mi trovavo bene.
37:25 Ricordo che vicino a casa mia c'era una donna che aveva il marito morto in guerra. A volte mi diceva «vieni, vieni a casa mia ... perché non vieni a casa mia?» Voleva che andassi a letto con lei, ma io avevo solo 15 anni e poi lei aveva un figlio che aveva la mia stessa età. Mi iera putel, chi xe che ndava a pensar a chée robe là.
In osteria a Noventa, ora mi bevo ogni sera una "rossetta" e inoltre mi fumo un paio di sigarette; però in tutto mai più di 5, massimo 6 sigarette al giorno. Piuttosto di bere del vino semplice preferisco questa specie di aperitivo, la "rossetta": vino bianco, acqua minerale, campari bitter e una fettina di limone.
Mangiando, invece, bevo tre quarti di bicchiere di acqua e un po' di vino. Una volta invece bevevo molto, anche un bottiglione al giorno, e poi al ritorno dal lavoro ancora mi bevevo qualche onbreta in osteria.
Ho sempre lavorato con l'impresa Rado, anche tre anni a Trieste. 
39:30 Durante l'ultima guerra sono stato cinque anni in Germania, a Norimberga e quando sono venuti avanti i russi e gli americani siamo scappati tutti quanti e siamo tornati a Noventa. Così, scappando, ho perso i contributi di quattro anni di Germania, mentre con il primo anno di Germania (ero con un'altra ditta ed ero in regola) prendo la pensione: poco, 40.000 lire al mese, ma la prendo.
Comunque sono ruscito a non fare la seconda guerra. 
In compenso avevo avuto ben quattro fratelli che avevano fatta la prima guerra. Tutti quattro si sono salvati, per fortuna. Uno è stato prigioniero in Ungheria dove ha trovato sistemazione presso una famiglia di contadini. Mangiava e dormiva con loro e poi andava a lavorare i campi con loro. «Meglio così», raccontava, «se fossi rimasto in guerra non so se mi sarei salvato.» Questo era Antonio, classe 1897.
Dei miei fratelli, il più vecchio è morto di broncopolmonite; due di ulcera e un altro di avvilimento perché aveva la figlia ammalata.
*
43:03 Un pacchetto di sigarette, ora, mi basta tre giorni.
Anche se ho quasi 91 anni sto bene e corro ancora in bicicletta. Tanti invece che hanno la mia età sono insemenìi e imbaucài. Non gioco più a carte, però, anche se tanti mi invitano, perché tutti mi conoscono in questa osteria dove vengo ogni giorno tranne al mercoledì quando chiude.
Tutti mi conoscono come Vittorio, lo stesso nome di mio padre; come Luigi invece non mi conosce nessuno.
Da ragazzo ero molto sportivo, facevo ginnastica, mi piaceva correre a piedi e anche fare lunghe escursioni con la mia bici Ganna.
Ho tre figli: Armando, Ferdinando e Mario [?]. Mi sono sposato tardi, a 37 anni. 
Mio figlio Armando ora si trova in Cina con una ditta di Genova. Fa il perito elettrotecnico strumentista e guadagna 12 milioni di lire al mese. Sua moglie invece è americana.
*


Mi dà il nome di sua cognata Isolina Polita che ha 84 anni e che rimase di qua del Piave. Abita nelle case popolari a dx della strada per San Donà.

martedì 24 agosto 2010

Celso Piccoli, Codroipo UD

Nato il 7 settembre 1908

Nastro 1998/3 - Lato B                                  18 febbraio 1998
    
Io ricordo che se i tedeschi avevano da mangiare andavano a Roma, quella volta. Ma avevano fame e han ceduto.
C'era una grande confusione di tedeschi, pieni di fame. Sono venuti qua e sono andati verso il Tagliamento.
Che io ricordi qua in centro a Codroipo non ci sono stati scontri.
Piuttosto ricordo che - dopo - ci sono state delle scaramucce fra di loro, perché non hanno più voluto andare al Piave. Niente mangiare, niente combattere; questo a giugno del '18.
Sono arrivati di notte qua.
Alla mattina ci siamo alzati e abbiamo visto i primi tedeschi. Noi bambini non ne avevamo paura; non ci mangiavano mica, no!
All'inizio se c'era qualche mucca, qualche maiale per mangiare, lo portavano via. Se vedevano un maiale lo uccidevano, lo pelavano alla meglio e poi mangiavano tutto quel grasso là ... magari una squadra di loro.
Ma qua nel nostro borgo c'è stata sempre calma. Gli italiani non hanno fatto nessuna resistenza, qua a Codroipo.
Tanti del paese sono andati via, ma noi non siamo andati via perché avevo mia mamma ammalata. Aveva il tifo.
In famiglia eravamo in quattro: la mamma, il papà e due figli: io e uno della classe 1895, che era in guerra. Questo fratello è stato fatto prigioniero proprio nei giorni di Caporetto. L'hanno portato in Ungheria e alla fine della guerra è ritornato.
Mio papà era anziano e ha pensato di restare a casa. Tanti sono invece andati di là, in Toscana. Soprattutto quelli che sono partiti per primi e sono riusciti a passare il ponte, perché poi il ponte lo hanno fatto saltare.
[A Codroipo] c'è stata una grande sommossa fra i tedeschi perché non volevano andare al Piave [nel giugno 1918, battaglia Solstizio]. Si sono mitragliati fra di loro e ci sono stati quattro cinque morti.
Ce n'era uno morto proprio subito fuori qua (all'inizio del paese), poi ce n'era un altro in piazza. In tutto cinque morti, o sei. Uccisi fra di loro, eh!
Non si capiva niente, era tutta una confusione. Noi si sentiva che sparavano e allora si stava dentro in casa per non essere coinvolti. Poi è venuta la calma ... ed è là che loro hanno perso al Piave. Poi avevano paura, fra di loro, delle sommosse.
Non mi risulta che poi abbiano fucilato qualcuno di loro per punizione. 
Alla fine della guerra sono andati via senza accorgersi; ormai erano chiusi, gli italiani erano già a Trieste. E i tedeschi se ne sono andati via calmi, senza ruberie. Ormai erano pieni di fame e poi cosa potevano rubare che non c'era più niente!
Alla fine della guerra, verso il 4 novembre, noi eravamo in un campo qua vicino, che si vedeva che venivano avanti, che sparavano i colpi di cannone e una roba e l'altra. Si vedevano lampeggiare i colpi. Eravamo là nel campo, seduti, che si sentiva e fra noi si diceva: «Eh, sono qua, sono qua», perché li sentivamo venire sempre più avanti.
Sono arrivati qua alla mattina, gli italiani. Alle 4 - 5 della mattina. E il giorno prima già si vedeva che i tedeschi andavano in cerca di qualche vestito da borghese, di qualche cosa, ormai sapevano che...
A Codroipo, quelli che erano a capo del paese sono subito andati ad abbracciarli, i primi italiani che sono arrivati. [...]
Non ci sono stati morti, non c'è stata resistenza dei tedeschi. I tedeschi sono andati via in silenzio.
I capi erano il sindaco del paese, quelli che provvedevano all'approvvigionamento, perché la roba era tesserata.
L'anno dell'occupazione è stato l'anno della fame e della miseria per i tedeschi. E noi sempre arrangiarsi: patate, una cosa e l'altra, andare a macinare il grano per la polenta, al mulino, alla sera tardi, per non farsi vedere da loro che altrimenti te lo portavano via, e allora si andava sempre di nascosto, perché al mulino c'era una guardia, sempre. Così si andava quando non c'era la guardia, magari con 15-20 kg alla volta sulla bicicletta, e via di corsa.
Il grano lo prendevamo nei campi, quando lo raccoglievano e poi lo si comprava da qualche contadino. Non avevano requisito proprio tutto, i tedeschi. C'era sempre quello - più furbo dei tedeschi - che riusciva a nascondere la roba. Insomma in qualche maniera si riusciva ad arrangiarsi.
Mio padre faceva il bracciante, lavorava per una ditta che aveva grandi magazzini di olio: era la ditta Lotti di Codroipo.
Nessuno qua in paese è morto proprio di fame.
Pavan. Perché vicino al Piave, in certi paesi, sono morte 4-500 persone di fame.
Piccoli. Perché hanno voluto! Perché uno che sapeva arrangiarsi ... guardi ho fatto la prigionia anch'io, in questa guerra qua, ed ero in Francia, ma abbiamo mangiato più noi che i francesi. Sebben che era tutto a tessera, ci si arrangiava. Sì, uno che non sa arrangiarsi ... sicuro, se sta là ad aspettare...
Finita la guerra - la seconda guerra è finita il 9 maggio - noi si era in quattro di Codroipo. Abbiamo trovato una guida. Eravamo a Marsiglia e ci ha accompagnati fuori dai confini. Poi siamo venuti fino a Cuneo a piedi. E dopo, arrangiarsi! 
Perché di qua non c'erano né treni né niente. Qualche camion, a piedi ... e dal 9 maggio che è finita la guerra, il 1° giugno ero a casa, io!
*
[Durante la Prima guerra] qua in paese c'era il macello, dove uccidevano le bestie i tedeschi. Noi si stava là con loro, magari a dar botte alle bestie perché andassero dentro al macello. Così, si stava in compagnia. Non erano cattivi, perché erano tutti anziani e magari qualche volta, ma di rado, ci davano qualcosa anche a noi. [...]

domenica 23 maggio 2010

Romolo Corrà (Vas) e Zemira Curto (Càrpen) - BL

Coniugi, nati rispettivamente il 19 aprile 1905 e il 13 settembre 1908

Nastro 1994/33 - Lato A                  24 agosto 1994

Romolo Corrà. Io sono scappato prima che arrivassero i tedeschi. L'ultimo che è scappato dal paese è stato della nostra famiglia e quando siamo arrivati di là del ponte hanno fatto saltare gli archi.
All'epoca ero bocia, avevo 10-11 anni e mi viene in mente che il pensiero più grande che avevo in quel momento ... qua, durante l'estate, la montagna offre tante nocciole, e si mettevano via su un sacchettino di carta. Mia mamma e anche gli altri gli facevano i buchetti tutt'attorno con la forbice in modo che le nocciole prendessero aria. Io mi sono portato via un sacchetto di nocciole e mi pareva di essermi portato dietro un capitale... 
Mio padre invece aveva passione di allevare il maiale: l'ha legato con una cordicella e siamo andati fino a Quero. Quando vi siamo arrivati un suo parente che era farmacista gli dice: «Toni, fatu che col porzel? Guarda che l'ultimo treno è giù a Fener, e non è un treno passeggeri ma un treno merci. Se vuoi andar giù - poi sono scappati anche loro - fai a tempo di prenderlo, ma devi partire subito».
Così mio padre ha lasciato libero il maiale, che andasse per conto suo. Il farmacista si chiamava Corradino Corrà. Mio padre faceva il falegname.
Qua a Vas c'era una cartiera, l'unica che c'era in provincia di Belluno. Adesso è diventata una pescheria [allevamento di pesce] ... dopo l'ultima guerra era stata amministrata da uno che non sapeva fare e ha dovuto chiuderla. Si chiamava Zuliani.
Anche durante la prima guerra la cartiera funzionava. Vas infatti non è stata bombardata: una granata - due e basta.
C'era una chiesetta dove una volta c'era il cimitero, con il suo piccolo campanile che non funzionava però. [...]
Passati di là del ponte siamo andati a Fener. Siamo saliti sul treno merci e siamo arrivati a Padova dove hanno fatto lo smistamento. Il treno era pieno, tutto carico di gente che era saltata su per scappare e venir giù ... da su di là, da tutte le parti.
Da Padova siamo andati a Milano e da Milano ci hanno traslocato a Magenta, 25 - 26 chilometri più in là di Milano, vicino al Naviglio; c'è Ponte Nuovo e Ponte Vecchio, come li chiamavano allora. Il Naviglio ha una strada di fianco, dove passavano i buoi che trainavano i barconi; alla discesa salivano in barca anche i buoi, e per tornare indietro i buoi smontavano e tiravano su la barca.
Io ho trovato lavoro a Varese nell'impresa Macchi. All'epoca assumevano tutti, anche se io avevo solo 12-13 anni ... che non c'erano più uomini! 
Alla Macchi facevano gli idrovolanti, perché a Varese c'è un laghetto - a Varese è nato anche Pininfarina - e là lavoravano anche all'interno dei vagoni di prima classe.
A noi boce ci facevano fare di tutto, ma mi ricordo che a me piaceva tanto - siccome facevano anche le ruote delle biciclette in legno - ... c'era da arrotolare sulle sagome quel determinato legno con cui veniva fatto il cerchio; non so che tipo di legno fosse. Altre volte invece lavoravo dentro a un vagone, a grattare, a tirar via. D'altra parte tutta la mia famiglia lavorava il legno, prima di partire. Avevamo un grande stanzone a piano terra dove si lavorava tutti; c'era anche mio fratello che era bravo.
A Quero avevamo dei parenti, tre fratelli di mio papà, che erano meccanici. 
La nostra era una delle famiglie più ricche del paese. Mio padre quando è venuto  in paese ha iniziato a vivere in un pezzetto della casa qua di fronte, una casetta.  Poi lavorava alla cartiera e in più di notte lavorava magari fino alle tre per conto suo e poi ritornava a lavorare in cartiera. In questa maniera si è costruito ... [il resto della casa che ora si vede] mentre all'epoca non c'era neppure da mangiare polenta.
Mia mamma gli diceva: «Procurami un po' di farina», e non ce n'era, e non perché ci fossero le sanzioni, mancava proprio ... tanto è vero che una volta una vecchietta [in un negozio] ha chiesto due etti di zucchero e la padrona le ha risposto: «Ma devi fare la polenta che prendi due etti di zucchero?»
Sul Monfenera c'erano già le trincee preparate da due tre anni prima, come seconda linea, così i tedeschi sono arrivati come base a Feltre perché sul Grappa non erano in grado di sfondare.
Tedeschi a Feltre sì che ce n'erano tanti, ma qua c'era solo la Poliziei ... e a Vas erano scappati tutti. Noi di là del Piave; gli altri su di là, nei paesetti e in provincia di Udine, a Gemona, a Sequals.
Anche mia moglie è stata profuga, ma sopra Pedavena, a Murle.
Solo noi Corrà e un'altra famiglia del paese siamo riusciti ad andar di là del Piave, e anche quella famiglia era con noi a Magenta.
Le nocciole, saltando sul vagone, che era merci ... ho toccato da qualche parte e ho rotto il sacchetto e ti saluto le nocciole! Mi sono messo a piangere, non c'è mica da scherzare con le nosèle.
Mio zio Giovanni Vecellio era ingegnere, e abitava qua, aveva sposato una sorella di mia madre. Lui era un discendente del ceppo di Tiziano e poi è andato alla Pirelli. Ed è stato questo zio ingegnere a darci lo spunto, a convincerci e a dire 'ndém via.
I tedeschi, dopo, qua in paese hanno fatto sempre fuoco, tirando giù i balconi, la porta, tutto. È rimasto il paese vuoto, tutto "pelato"; però bombe non ne sono arrivate, se non una sola, laggiù nel cimitero.
Un capitano dell'artiglieria alpina, l'avv. Banchieri, mezzo parente dei Corrà, è arrivato fin sul Monfenera con 7-8 artiglieri. Si è fermato e sparava in direzione del castello di Quero, laggiù. È stato lui a fare resistenza contro i tedeschi per due tre giorni e dopo, gli ultimi due colpi li ha tirati qua sulla chiesetta di Vas...
Molti sono morti di spagnola, e anche a me è morto il fratello, da profugo. Per il resto noi stavamo bene, perché si andava a lavorare e si comprava da mangiare con la tessera.
Sulle nostre montagne c'erano dei soldati italiani, parenti della moglie, rimasti di qua delle linee.

Zemira Curto. Appena sono arrivati nel nostro paese, Càrpen in comune di Quero, io avevo 9 anni. Hanno cominciato i germanici ad ammazzare le bestie, a mollar fuori le spine dei vini che correvano per tutte le strade. Invece di far fuoco con la legna spaccavano la tavola, spaccavano le credenze, facevano il terrore dentro le porte. Questo me lo ricordo benissimo.
Mio padre, era in guerra e mi ha detto [?]: «Atenti cari, tolève su solo i fasoi che i fasoi i dura tant» ... e siamo andati a finire a Pedavena, in un paesino là vicino, a Murle.
Le granate arrivavano fin qua a Castelnovo di Quero, ed è capitato il momento che abbiamo dovuto scappare e lasciare là bestie, casa e tutto. E via, siamo andati profughi.
Vicino alla casa in cui eravamo profughi c'era uno spazio di un centinaio di metri ricoperto di erba, ma l'erba è rimasta sempre piccola perché l'abbiamo mangiata tutta e non faceva in tempo a crescere. La tagliavamo e la cucinavamo... Poi ci avevano dato anche un pochettino di campo perché mia madre aveva cinque figli, e andava a Feltre ogni giorno. Siccome ci avevano lasciato anche una bestia, una vacca, [mia madre] portava un fiasco di latte [a Feltre] facendo otto chilometri all'andata e otto al ritorno; in cambio portava a casa un paneto de pan nero. Così abbiamo passato un anno.
Quando c'è stata la liberazione, i tedeschi che erano qua, non volevano arrendersi, e mia madre era tutta spasemàda con tutte queste creature. È andata al molino che c'è ancora vicino alla chiesa di Pedavena, ed è riuscita ad avere un chilo di farina. Ha detto ai figli: «State buoni che per oggi facciamo un po' di polenta e il resto della farina la mettiamo via per buttare sulla minestrina di erba». È venuto dentro un tedesco con la rivoltella in mano, mi pare ancora di vederlo, e si è preso la polentina. Ci siamo messi tutti a piangere, tutti cinque i bambini, a piangere dalla disperazione. La fame fa così. E pensare che per un chilo di farina aveva dato la vera, l'anello e una collana [di oro]!
Un'altra volta, due miei zii che si chiamano uno Angelo e l'altro Luigi Mondin (e sono ancora vivi, classe 1902) si erano nascosti perché se i tedeschi li avessero presi li avrebbero portati in Russia. Loro avevano il terrore di essere portati via, e quando un gruppo di tedeschi è venuto in casa nostra a cercarli, io senza parlare - c'era una finestrella bassa nella casa dove noi si abitava - sono saltata fuori dalla finestra e di corsa, di corsa, sono andata avvertire gli zii di scappare subito. Qualche tempo fa sono andata su in questa montagna, il Ciladon, dove ancora abitano questi miei zii e loro mi hanno ricordato l'episodio ... e là sono riusciti a rimanere nascosti per tutto l'anno.
A Vas gli abitanti sono andati tutti de strassinón, ma più che sia sono andati in provincia di Udine.
Quando mio padre è arrivato dal fronte ... è arrivato a Feltre il giorno dopo l'armistizio. Lui aveva sempre fatto il macellaio, e quando ha visto che ormai poteva passare perché i tedeschi si erano ritirati...

Nastro 1994/33 - Lato B

... è arrivato a casa passando per il Grappa e ci ha detto: «Sono qua, stanco, perché ho camminato in montagna tutta la notte sopra i morti, nel "pozzo della morte", e là c'è ancora gente ferita che grida e chiama mamma.»
Quando mio papà è arrivato noi eravamo tutti ammalati, con la febbre spagnola che provocava tantissimi morti. Erano solo due tre giorni che erano scappati i tedeschi, e sulla nostra porta erano già morte due sorelle, una di diciotto e una di quindici anni. Mio papà è arrivato verso le tre di notte, con una mula e col suo carretto con gli attrezzi dietro perché anche sotto le armi lui era macellaio. Ci ha tirato fuori cognac, formaggio grana, pane, un mucchio di roba perché sapeva che qua si moriva da fame. [...] Eravamo tutti ammalati con febbre alta. «Ascoltami» ha detto a mia mamma «diamogli un po' di cognac ciascuno, un pochino, perché anche da noi il capitano ci ha sempre detto che la febbre scompare con il cognac». Ce l'ha dato e non siamo guariti per davvero!

Romolo Corrà. Io ero a Magenta, e c'era la spagnola. A me è morto il fratello, poverino, che era più debole. Un particolare: di notte, il più vecchio dei due fratelli, Tarcisio (1901) che dopo è morto qua in cartiera ... si era sul letto e mi ha detto: «Romolo, prendi quella bottiglia là in fondo» (era sopra una semplice cassa) «e dammela.» Io gliel'ho portata e lui si è messo a berla, e si è fatto mezza balla. Io gli ho detto: «Adesso dalla a me», e ho finito il resto. Il giorno dopo verso mezzogiorno: sparita la febbre e guariti tutti e due. L'altro fratello invece, che non ha potuto bere, gli è toccato cedere. Si chiamava Secondo ed era del Tre. [1903] [...]

Romolo Corrà. Non che gli austriaci fossero cattivi, hanno un altro cuore. I germanici, la stessa razza di quelli di Hitler, erano i peggiori ... e gli hanno portato via la polentina che stavano già per gustare.
Gli austriaci non avevano più niente da mangiare. Mangiavano prugne cotte, carote cotte, verdura e tutte quelle robe là. 
Curto. Come la popolazione... E quelli che dovevano andare al fronte li ubriacavano e poi tornavano indietro come morti, sembravano trasparenti dai patimenti.
Corrà. Io non ero qua, ma questa è una voce che sanno tutti. I tedeschi quando sono venuti giù, secondo loro dovevano sfondare sul Grappa... 
La parte di qua davanti alle Boccarole dove c'erano le mitragliatrici, la chiamavano il "pozzo della morte", perché i (capi) tedeschi, sebbene sapessero che gli italiani li avrebbero ammazzati, facevano avanzare allo scoperto i loro soldati sotto il fuoco delle mitragliatrici.
I tedeschi ad un certo punto avevano deciso di lasciarsi ammazzare a Feltre, piuttosto che andare sul Grappa. Allora i capi per convincerli dicevano ai soldati che sarebbero andati sul monte Fiore, perché altrimenti sul Grappa non sarebbero andati.
Curto. I tedeschi dicevano Nach Roma, Nach Roma...
Corrà [riferendosi alla famiglia della moglie]: Era una delle famiglie più agiate di tutti i paesi da Feltre fino a Montebelluna, perché suo padre aveva sempre in casa, continuamente, 40 bestie.
All'epoca della seconda guerra c'erano i partigiani ... che li hanno dichiarati - a dirselo qua - combattenti, patrioti. Se invece proprio proprio volete sapere la verità e uno ha il coraggio di dirlo, erano una manica di delinquenti. Non tutti, ma dentro, in mezzo... Non hanno mai fatto niente; sul Grappa hanno fatto che? Niente. A quel tempo c'erano i casolari sparsi, non c'erano le latterie che ci sono adesso, i contadini andavano d'estate in montagna per risparmiare il fieno che serviva per l'inverno. E i partigiani che erano in montagna andavano da una casera all'altra: «dovete darmi un po' di burro, dovete darmi una pezzatella di formaggio... ». Se c'era una bestia che aveva fatto un vitello glielo portavano via, e se proprio proprio non trovavano niente gli portavano via anche le vacche.
Curto. Nella mia famiglia eravamo in tutto cinque fratelli. Uno dei miei fratelli era a Torino del Genio. Mio padre era padrone di quasi tutto il Ciladon, la montagna dietro alla quale c'è Schievenin.
Corrà. Una volta una carogna di fascista ... io sono stato segretario dei giovani fascisti del paese ... c'era una guardia a Feltre che una volta è venuta giù da Feltre in bicicletta. Arrivata a Sanzan, c'era un fratello della moglie là in una casa, e sono arrivati dei partigiani che erano su sul Ciladon... [ ? ]

Nastro 1994/35 - Lato B

Aggiunte e precisazioni, 16 settembre 1994

Corrà. Mia mamma era Alban Speranza e Corrà Antonio mio papà. Hanno avuto 5 maschi e 1 femmina, più una morta piccola. (7 figli).
Mia moglie si chiama Zemira Curto, è nata il 13-9-1908 da Giuseppe Curto e Mondin Maria. Lui era commerciante, uno dei più benestanti della zona. Aveva 40 vacche tutto il tempo dell'anno.
Noi due ci siamo sposati nel 1931 e abbiamo avuto tre figli, due femmine e un maschio.
Quando siamo scappati da Vas ci siamo portati dietro il maiale ... era l'ultimo treno da trasporto, portava tavole di legname ed era partito da Calalzo. Era fermo a Fener, ed è stato l'ultimo treno a passare. Eravamo a Quero e a piedi siamo andati a prendere il treno a Fener. [A un certo punto] mio papà si è stufato di portarsi dietro il maiale, lo ha lasciato libero e siamo saliti sul treno. Fino a Padova siamo andati con quel treno, e da Padova ci hanno smistato e siamo andati prima a Milano e poi a Magenta. Là sono andato a lavorare prima alla De Medici che lavorava solo fiammiferi e poi alla Macchi di Varese.

Nastro 1994/35 - Lato A

Durante la prima guerra a Vas il paese più che essere stato distrutto dalle bombe è stato svuotato dai tedeschi, che hanno utilizzato tutto il legname delle case.
Non era questa la prima linea. I tedeschi erano sul Monte Tomba e sul Monfenera.
Io sono scappato perché avevo uno zio che era ingegnere e lui vedeva le robe prima di noi [...] era un certo Vecellio dal Cadore, discendente del pittore. Lui era partito ancora prima, e noi l'abbiamo seguito. Ma tutti non credevano; solo dopo, quando hanno visto il ponte che era saltato... 
All'epoca non c'erano l'irrigazione e le prese d'acqua del Piave per l'elettricità; il Piave veniva tutto di qua ed era quasi sempre in piena. Era grande ... e i tedeschi non riuscivano a passarlo [...]. 
Il Grappa ad un certo punto ha cambiato di nome, perché i tedeschi altrimenti non andavano più su. Si facevano ammazzare a Feltre ma non partivano per il Grappa. Questa era una voce comune, tutti lo sapevano, mia moglie che era a Feltre me lo conferma: lo chiamavano il Monte Fiore. Facevano credere alle nuove truppe che arrivavano fresche che sarebbero andate sul Monte Fiore, perché sapevano che quelli che andavano sul Grappa non tornavano più indietro. Difatti sul Grappa vicino al Forcelletto - un posto che è molto conosciuto - c'è un bel albergo, e là si vede il col del Grappa e c'è la galleria con le mitraglie (otto-dieci bocche) che sparavano verso giù e i tedeschi volevano sfondare. Quella vallata era fatta a conca - dove mia moglie ha detto che suo padre appena ha sentito dire che i tedeschi erano in rotta ha caricato il mulo ed è andato a trovare i parenti camminando per un'ora sopra i morti - e quel posto là, insomma, lo chiamavano il pozzo della morte: ecco perché i tedeschi non vi volevano più andare. Ed erano tutti austriaci, non i germanici.
Io dopo la guerra sono stato là un anno a lavorare, durante le sanzioni e l'ultima guerra. I treni andavano a carbone di legname, e io ero lassù col camion, un po' prima della cima del Grappa, dove c'era ancora legna, perché sulla cima del Grappa c'è solo roccia. C'erano venti trenta famiglie dei paesetti della zona che tagliavano legna, e io e altri due si portava il legname alla stazione di Feltre, e quello serviva alle forze armate per andare avanti.
Zemira Curto. Mangiavamo talmente tanta erba che l'erba non riusciva a crescere. I tedeschi mangiavano erba e susini e avevano cognac da bere. Dell'erba, mangiavano le ortiche, e le più buone ... che mangiare non ne avevano neppure loro. L'erba veniva cucinata.
Là vicino, a Pedavena, tornavano indietro i soldati, i tedeschi, i romeni, i bulgari ... ma trovavano da mangiare solo carote e susine. Tornavano indietro tutti ammalati dal fronte, e i soldati chiedevano ai bambini se avevano pane e noi dicevamo di no.
Mangiare non ce n'era per nessuno. I tedeschi mangiavano sempre carote e susine e alle volte tiravano su le pannocchie e le mangiavano così, crude.
Distruttori proprio erano i germanici, non gli austriaci. Anche adesso i tedeschi sono cattivi, è una razza così: è meglio l'Austria. Però sono giusti (i tedeschi).
Anche la prima ondata di tedeschi che sono arrivati qua fino al castello ... loro entravano nelle case e se c'erano le botti di vino, pum, una pacca spaccano le botti e lasciano che il vino corra per la strada. Davanti, i distruttori erano loro, i tedeschi. E poi: "Nach Roma" ... e invece non ci sono arrivati.