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mercoledì 13 ottobre 2010

Paolo Sostero, Purgessimo UD

Nato il 30 giugno 1910

Nastro 1996/3 - Lato A                                 15 aprile 1996

I soldati venivano qua a riposare [...] restavano quindici venti giorni; si vedono ancora gli spiazzi che avevano preparato per gli attendamenti.
Quel monte che si vede, noi in friulano lo chiamiamo Uispít e ho letto nella storia che quando i longobardi venivano giù gli indicava la pianura, perché prima di venir avanti guardavano, mica andavano a mosca cieca. Uispít vuol dire punta, ma nella mappa viene chiamato Purgessimo.
Sopra al Purgessimo ora c'è il trasmettitore.
Si può salire da quelle case sopra il paese, prima della chiesa c'è un bar da dove parte la stradina a zig zag.
Vicino a Castelmonte, dove c'è il confine, era pieno di trincee. Sono andato a vedere quei posti, in motorino, quando ero più giovane.
Anche qua sopra sul Purgessimo le avevano fatte, e qualcosa si vede ancora [quando] a volte vado a raccogliere quella specie di asparagi selvatici (urtisúi).
Dopo la guerra sono stato consigliere di Purgessimo, per la Democrazia Cristiana. Ma adesso qua sono tutti quanti [della Lega], parlano tutti di Bossi.
[...]
All'epoca della prima guerra ero piccolo, e un giorno sono venuti tanti compressori, cinque sei, guidati da dei civili. Ero là con mio fratello e mi hanno detto: «Aspettate qua, state attenti se viene il nostro comandante e venite a chiamarci», e sono andati a bere mezzo litro di vino.
Poi hanno fatto il ponte. La piana non era come adesso, non era stata bonificata: c'erano tutti appezzamenti, acquitrini, e quando veniva un temporale si vedeva acqua dappertutto perché non c'era deflusso. È stato poi Pelizzo, il sindaco che è diventato anche onorevole, a bonificare. A ricordo gli hanno anche fatto una cappella che c'è ancora là. L'acqua veniva fatta defluire fino al Madriolo, attraverso i campi.
Nei giorni della ritirata gli italiani hanno portato quattro cannoni di grosso calibro, 305: ne ho anche un proiettile a casa, vuoto. Sopra il Purgessimo c'erano i 75.
Alcuni giorni prima [della ritirata] i soldati ad un certo punto erano partiti tutti da qua. «Guarda, non si vede più nessun soldato», diceva la gente meravigliata che veniva a curiosare con i mezzi che c'erano allora, che non c'era neanche la bicicletta. Erano andati via, erano andati tutti a rinforzare le linee.
Da qua i cannoni italiani di grosso calibro sparavano in direzione di Luico e del Matajur. Gli altri hanno risposto ma hanno sbagliato tiro e tutti i proiettili sono finiti nei campi. Hanno fatto dei buchi ma non sono riusciti a prendere i nostri cannoni che erano postati vicino alla bottega di Margutti che vendeva pane (ma all'epoca era dei fratelli Busolini, uno Beppo, uno Antonio e un altro non mi ricordo).
I cannoni erano proprio in centro al paese. Sono venuti una mattina. Noi si andava a scuola: c'era un capannone, non la scuola come c'è adesso che l'hanno fatta nel '35. Eravamo in venti nella mia classe, fra bambini e bambine, in prima elementare. Noi bambini si andava un giorno a scuola e un giorno si andava a cercar carrube (sa che i soldati mangiano carrube), si andava a cercar pagnotte. Poi c'era la cavalleria, i cavalli, c'era un sacco di gente e noi eravamo curiosi di vedere. [...]
In quella casa di Margutti detto Cencic – sono slavi venuti da Montefosca, mi pare – là, in quella zona, avevano fatto un poligono. Tante baracche. Hanno chiamato le donne per portare la polvere, mi pare che poi abbiano anche scioperato. O Dio, ma tante cose non me le ricordo. Facevano dei sacchetti. C'erano tante stoffe e le donne facevano dei sacchetti per mettere questa polvere da sparo per i cannoni. La pallottola poi aveva dentro come delle piastrine, come fossero delle caramelle.
Insomma noi ragazzi si andava a vedere.
Nel 1917 è stata un'annata un pochino scabra [magra] perché c'è stata la siccità, e qua nel Friuli se non piove un mese addio granoturco.
Io e mio fratello si andava a prendere acqua là, dove c'è una sorgiva che noi chiamavamo di Bachetti e adesso chiamano della Madonnina, perché c'è una cappellina dietro quella catasta di legna e adesso ci vanno anche tanti ragazzi a drogarsi e lasciano le siringhe per terra; un'altra sorgiva è la vicina e si chiamava di Quain, è un soprannome locale, poi c'e n'era un'altra ancora. Erano due tre fontane, sorgenti, e le si chiamava come la prima, la seconda, la terza... Poi c'era anche un acquedotto [militare]. Mi ricordo quando hanno portato la tubatura, ma noi l'acqua non l'abbiamo mai bevuta perché la portavano fino a Pavia [di UD].
Dietro la fontana di Bachetti i soldati avevano fatto una buca dove portavano ad abbeverare i cavalli, altrimenti avrebbero dovuto andare sul Natisone. Là c'erano questi depositi di polvere da sparo e qualche giorno prima della ritirata il deposito ha preso fuoco, non so se per una sigaretta o per quale altro motivo.
Quando c'è stata la battaglia [di Caporetto] la gente scappava. Venivano da Castelmonte e da tutte le parti, da Tribil, da tutti quei paesetti e quando arrivavano qua gridavano «scappate, scappate».
Certuni dicevano: «Io non scappo, saranno mica demoni! saranno mica bestie!»
Difatti mio padre e mio fratello sono restati qua, mentre mia mamma con sei di noi altri, tutti bambini – il più grande aveva 14 anni io ne avevo sette – siamo andati via. [...]
Siamo venuti via, abbiamo caricato; mi ricordo che io non trovavo una scarpa, uno zoccolo e così sono scappato con un solo zoccolo ai piedi tic, tac, tic, tac ... abbiamo caricato un camion.
I soldati sono venuti giù, hanno lasciato tutto abbandonato, però sono riusciti a tirare giù i cannoni: mi ricordo che quei cannoni li avevano portati su con i cavalli, ma poi non so come li abbiano portati giù.
Da Purgessimo c'era anche un telefono che andava al corpo d'Armata che era a Spessa o a Corno di Rosazzo, mi pare. Poi c'era un comando di divisione anche in Carraria, qua vicino nella villa di un signore, che noi si chiamava l'Umanitaria (più tardi, al tempo del fascio).
I soldati che venivano giù ci hanno detto «scappiamo». C'era un camion vuoto e vi siamo saliti in quattro cinque famiglie su un unico camion. Mi ricordo che vi era montata una vecchia. Piangeva e teneva in braccio un bambino piccolo di tre anni e mi diceva «stai vicino a me, tieniti alle gonne».
Non siamo andati a Udine direttamente per Moimacco, ma dapprima verso Manzano.
Io non avevo mai visto le lampadine ... vedere una lampadina rossa, una lampadina verde.
La gente veniva dall'alto Friuli, da Gemona. Tutti quanti sapevano. Spingi, spingi.
Ci siamo fermati alla stazione di Udine. Prima ci hanno mandati in prefettura da dove ci hanno detto: «Andate alla stazione, ci sono gli ordini di andare alla stazione.»
C'erano i carabinieri, confusione, scuro. C'era solo qualche lampadina rossa. La gente spingeva, mi sono perso. Mia mamma! piangeva, «dov'è il mio bambino?»
Mi ricordo l'indomani mattina m'ha ritrovato e m'ha fatto sedere sul treno e là sono stato senza mangiare, fino a Bologna.
Nelle stazioni venivano sempre le crocerossine. Davano una scatoletta di carne, o una pagnotta, o qualcosa da bere.
Ma quanta confusione, quanti profughi!
Siamo andati fino a Sessa Aurunca. Mi ricordo che siamo passati per Roma che pioveva e pioveva e in questo vagone, che era stato un pochettino in abbandono, pioveva anche dentro.
Due miei fratelli sono andati dove si appoggiano le valigie e dormivano là. Insomma siamo arrivati fin laggiù.
A Sessa Aurunca si andava a scuola. Noialtri, poiché parlavamo in friulano, la gente ci era un pochettino avversa, ci dicevano «tedeschi».
Eravamo in un castello, e due anni fa sono tornato da quelle parti anche se non sono andato proprio in quel castello.
Era la diocesi più piccola del mondo. [...]
Il Castello era nel centro del paese. Là c'erano le scuole, proprio sul cucuzzolo: c'era una scalinata e si andava su.
Noi però si dormiva dabbasso, in un convento di frati. Sotto c'era anche una centrale elettrica che funzionava non con la dinamo ma scaldando l'acqua, come con una locomotiva. Ottenevano la corrente elettrica con cui facevano illuminare il paese fino a mezzanotte. Era un paese vecchio, con viuzze così.
In questo convento ci avevano preparato bene da dormire, per ogni famiglia, e quando siamo arrivati ci avevano preparato anche un pranzo. Sono venuti a prenderci coi camion a Sparanise, e poi ci hanno fatto una bella festa in una chiesetta antica sconsacrata.
Io riuscivo a capire la loro lingua u napoletano, e anche adesso ... quando qua da noi sentivo i soldati napoletani che parlano con quella enfasi, con quella maniera di esprimersi, mi piaceva sentirli parlare. Il romano no, mi è antipatico, perché non parlano neanche con le labbra, non è vero?
Mi ricordo che si andava a scuola e il mio compagno di banco mi portava sempre una mela.
Un giorno siamo andati a fare una passeggiata col maestro. Eravamo in 28-30 in classe, in seconda elementare, e il maestro aveva detto: «Portate qualcosa da mangiare anche ai profughi», e tutti portavano qualcosa, chi una mela, chi un po' di pane.
Mia madre mi svegliava alla mattina quando dovevo andare a scuola e prima mi diceva: «Vai a prendere il pane». Bisognava andare sul cucuzzolo di questo paese, su per gli scalini. Appena arrivavi là c'era il vigile che ci conosceva e diceva: «Avanti, prima i profughi». Allora c'era sempre qualcuno che protestava: «Accidenti ai profughi, è colpa loro se ci hanno messo la tessera sul pane», come fosse colpa nostra quando in realtà era una cosa nazionale. Dopo portavo a casa il pane e si mangiava quello che c'era.
Comunque non è che si abbia patito la fame, ci si arrangiava.
Eravamo in diversi del nostro paese, tutte famiglie del paese. Eravamo andati giù con i camion e volevamo stare tutti assieme.
Siamo stati là fino in febbraio-marzo del 1918 quando ci hanno detto che chi voleva lavorare, guadagnarsi qualcosa ... perché con il sussidio noi prendevamo una lira e i vecchi due, come si fa a mangiare, vestirsi, con così pochi soldi? ... ci hanno detto che se volevamo lavorare potevamo andare in Lombardia.
Siamo andati a Rezzato, in provincia di Brescia. Il paese è sotto una montagna, ma la ferrovia passa tanto in giù.
Noi bambini si andava a scuola, ma io non sono stato promosso perché sono arrivato in ritardo. Dopo mi è venuta anche la spagnola.
Andavo anche a risponder messa e il prete mi dava una scodella di caffelatte, mi voleva anche bene.
La spagnola per me è consistita in un po' di mal di testa e vomito. Mia mamma a tutti quanti ci ha messo nel letto, ci ha portato del brulè, un po' di vino. Chi andava a badare che il ragazzo non deve bere? e io mi sono poi alzato. Ho visto invece morire un altro ragazzo, che stava davanti a casa mia, figlio unico con il padre al fronte, c'erano la nonna e la mamma con lui. Il ragazzo si è ammalato ed è morto, in due giorni.
Della nostra famiglia non è morto nessuno, anzi, dicevano in paese: «Guarda, i profughi hanno portato il male! di loro non muore nessuno.»
[C'era sempre un po' di diffidenza], come adesso che sono qua i bosgnacchi, oppure i croati, i sloveni, che ancora sussiste una politica di odio e di rancore, che non vogliono pagare i debiti di guerra, le foibe. Potevano ben pensarci prima, ma hanno aspettato che morisse Tito, per risolvere, ma non si risolve più.
A Rezzato, i nostri paesani hanno fatto sapere che volevano mangiare polenta. Il comune ci ha portato una "caldaia" di rame: si comprava la farina e si faceva polenta col radicchio, polenta e salame. Si mangiava con le mani o col pirü come dicevano i lombardi.
A Sessa Aurunca gli abitanti del paese non mangiavano polenta, erano tutti pecorai.
Sono stato poco tempo fa in quel paese, con mio cognato. Il paese è sotto e io gli ho detto andiamo a veder sopra. Ma poi lui non aveva tempo perché voleva tornare a casa in serata.
A Rezzato i grandi li mandavano in una fabbrica di birra che c'è prima di arrivare a Brescia, una di quelle rinomate, e questi ragazzi che avevano finito la quinta elementare andavano a lavorare, per due lire al giorno.

Nastro 1996/3 - Lato B

Di Sessa Aurunca nel complesso il ricordo è positivo. Era buona gente ... poi c'è sempre l'ostile. Hanno detto quelle donne, anche un prete ha detto: «Potevate stare nei vostri paesi.»
A Sessa Aurunca eravamo in sei famiglie di Purgessimo, quelli che erano stati caricati sul camion, sull'unico camion. Eravamo sempre stati assieme. Erano i camion 15 Ter della Fiat, con le gomme piene. Era un camion grande, ci stavano tante persone.
Dopo la guerra 15-18, nella guerra successiva, io ero soldato a Sassari e li avevamo ancora in dotazione nella nostra compagnia.
[Nel camion 15 Ter] ci eravamo stati stretti stretti, in piedi. Arrangiarsi.
Non ci siamo portati via niente da casa. solo un po' di roba da vestire. Qualcuno è riuscito a portarsi un paio di lenzuola, un ricambio di biancheria, un po' di soldi o qualche ricordo caro.
A Rezzato, c'era con noi il marito di una sorella di mia madre, ed eravamo solo in nove. C'era un ragazzo che era andato a lavorare in una fattoria, là a Rezzato.
[...]
Siamo ritornati a casa nel mese di marzo del 1919, e in una casa qua nel centro del paese c'erano una trentina di prigionieri austriaci e ungheresi, tutti insieme.
Ai prigionieri hanno fatto esumare i soldati italiani che erano morti sulla collina durante la ritirata: erano 11 casse.
Durante la ritirata [i soldati italiani] erano arrivati non da Stupizza, ma attraverso le montagne [...] i nostri non sapevano neanche le strade.
Me l'ha raccontato mio padre che aveva voluto rimanere in paese, cosa è successo quella volta. A tutte quelle baracche gli italiani in fuga hanno dato fuoco, mio padre è andato là e ha portato via quattro lamiere che abbiamo ancora.
C'era un lanciafiamme, e c'era anche una scuola di lanciafiamme qua a Purgessimo; mi ricordo che si era ragazzi e si andava a vedere.
Mio padre diceva che i soldati sono venuti giù... Un italiano è stato colpito. È rimasto là a terra per due giorni e chiamava «aiuto!», ma nessuno aveva coraggio di andarlo a prendere, per paura che ci fosse una spia o qualcuno di guardia e così è morto. Gli hanno messo una croce, che c'era ancora là nel '19. L'hanno sotterrato proprio là, dove c'è quella catasta di legna vicino alla fontana della Madonna.
Lassù sulla montagna invece erano in undici, i morti. Erano su per la montagna, si vedeva la croce. Quando li hanno raccolti li hanno portati un po' nel cimitero di Cividale e un po' in quello di Udine.
A mio padre i tedeschi che stavano scendendo dietro alla gran massa degli italiani hanno chiesto:
«Dove sono gli italiani? Dove sono?»
«Eh, sono giù di là», indicando Cividale, e l'hanno lasciato andare.
Mio padre, Antonio, era del '62 del secolo scorso.
Mio padre aveva voluto restare a casa assieme al figlio (Antonio anche quello, classe 1904). Ha seguito per un po' la gran massa che scappava ma poi è tornato subito indietro, perché aveva le mucche, a casa.
C'era una croce [sepoltura] anche giù di qua, appena fuori del paese, poi ce n'erano altre due [...] sulla strada.
Dice mio padre che ha visto la truppa austriaca venire avanti: è venuto giù anche il comandante a cavallo e c'era un soldato italiano davanti a loro che correva e correva, ma a Cividale avevano fatto saltare mezzo ponte. Il soldato non riusciva a passare, ogni tanto veniva fuori per vedere se riusciva a trovare la strada per passare ... e in quello un tedesco gli ha mirato e lo ha fatto fuori. L'ufficiale ha estratto la pistola e ha ammazzato il soldato che aveva ucciso l'italiano.
[...]
Durante l'anno di occupazione, a Cividale c'era un monsignore decano, si chiamava Liva e lui sapeva il tedesco. È venuto come a patrocinare gli interessi dei parrocchiani, a dirimere le questioni, anche le ruberie, perché c'erano anche dei borghesi che andavano nella casa del confinante.
Mio padre che aveva un dieci dodici pezzi tra pentole e rami vari, li ha sotterrati, perché il rame era ricercato per le spolette delle bombe. Ma andavano a vedere dove la terra era mossa: erano i borghesi, i friulani stessi, gente del paese. Se non era di questo paese era di un paese vicino, oppure era gente che era scappata, disertori, gente che si nascondeva e che si metteva in combutta con questi civili perché avevano bisogno di soldi.
Mo padre aveva una mucca e ha sempre fatto il vitello. Faceva 24 litri di latte quando era fresca di parto, per due-tre mesi; dopo ne faceva dieci, undici. L'ha tenuta per tanti anni che era venuta tanto vecchia questa bestia. L'ha presa e l'ha portata dove ci sono quelle rocce là, sulla montagna, ma erano quelli del paese, che venivano a vedere e ti facevano la spia e [volevano soldi] «altrimenti ti denuncio.»
C'erano delle commissioni per la distribuzione, come poi al tempo dei partigiani, e se c'era qualcuno che aveva odio contro di te ... senza sapere perché e per cosa ti ammazzavano.
La gente dava un milione di corone per avere un litro di latte. Erano soldi grandi come fazzoletti. Mio padre un giorno ha detto «ma cosa vuoi fare di queste qua», ha preso le corone e le ha buttate sul fuoco. Tutti si sono scandalizzati: «Oh, Antonio "soci" - che vuol dire cieco, il soprannome - Antonio ha bruciato i soldi, che ricco che è». Ma poi quando era andato a fare il cambio non gli hanno dato niente. Vai, vai, gli hanno detto.
È venuto su uno giovane, un disertore che non era riuscito a passare il Piave. Con lui erano altri due e sono rimasti nascosti a casa. Mio padre li guardava e appena finita la guerra sono tornati a casa. Uno era di San Donà di Piave, giù di là. Io non li ho visti, perché quando sono tornato da profugo erano già partiti. C'erano delle spie, gente invidiosa [...] e sono venuti i soldati tedeschi con la baionetta in canna a cercarli, ma mai sono stati scoperti.
Degli altri due disertori, uno era originario di Mantova, proveniva da un ospedale militare perché aveva preso la sifilide e poi è morto.
Dicono poi, così raccontavano i vecchi, che c'era un comando di divisione che aveva la cassaforte, durante la ritirata. Da quella casa che si vede là davanti, sulla collina, sono venuti giù con il mulo portando la cassaforte del reggimento. Ora è un'osteria, da Mosolo; la chiamavano l'osteria a Mezzastrada, nei pellegrinaggi per Castelmonte. Là si dice che gli italiani abbiano lasciato la cassaforte. L'hanno sotterrata con l'accordo che quando sarebbero tornati avrebbero diviso il capitale, perché la chiave l'avevano portata via con sé i militari. Sono tornati poi i militari, ma dov'era la cassaforte? Quello dell'osteria gli ha detto: «Io non vi conosco, io non so niente». Da quella volta l'osteria ha cominciato a marciare bene, la casa è stata aggiustata, hanno messo a posto bene il tutto, e la gente di queste cose si è accorta...
Il paese di Purgessimo non è stato né bombardato né rovinato; aveva preso fuoco appena qualcosa... Quando da Luico sparavano di qua, tutti i proiettili sono andati nel terreno paludoso, c'erano un mucchio di buche.
Durante l'anno dell'occupazione c'era molta miseria. Morire di fame no, ma miseria sì. [...]
Quando siamo tornati, nel 1919 al mese di marzo, non siamo neanche andati a scuola perché avevano bombardato la scuola perché là dentro ci avevano messo un magazzino di bombe. Nel resto del paese era solo stato bruciato qualche fienile.
Questo monsignor Liva aveva la funzione di paciere. Più di una volta a mio padre diceva: «Se non porti il latte all'ospedale ti denuncio alle autorità tedesche, ti faccio mettere nel concentramento». Mio padre gli rispondeva: «Ma se non ne ho». Perché la mucca fa latte quei tre quattro mesi ma dopo non ne fa più, eh! E se fa un litro di latte dobbiamo pur mangiare anche noi. [...]
Ognuno cercava di arrangiarsi. Vicino a noi un uomo aveva undici mucche. Ognuno che veniva, tagliava la catena e si portava via la mucca. Non era tanto il tedesco che rubava, ma la gente del luogo che poi ti vendeva la carne al mercato nero, come è stato anche in questa guerra qua.
In quei giorni della ritirata di Caporetto è stata una baraonda, saranno restate qua in paese neppure ottanta persone, su duecento scarsi che erano. [...]
C'erano tante di quelle armi! Dio quante armi che c'erano! Munizioni da tutte le parti. In un posto poi le hanno fatte saltare, nel 20-21. Noialtri ragazzi si andava a vedere, le si trovava lungo i fossi, si avvisava la maestra e la maestra avvisava i carabinieri. C'erano quelle bombe con il manico che chiamavano "le signorine", oppure quelle altre che chiamavano "sipe". [...]
Il parroco di Purgessimo era scappato [...] Tanti qua del paese sono scappati anche con i buoi. Caricavano sul carro il maiale, e dicevano che poi per strada lo avrebbero ammazzato.
All'inizio in paese e dappertutto c'è stato un gran spreco e poi, dopo la prima fase, sono venute le truppe di stanza che non trovavano più niente ed erano inferociti.
Mi raccontava un vecchio che abitava nel mio cortile che il 1917 era stata una buona annata di vino. Non era Tocai o Verduzzo, quella volta. Era Malvasia, vino americano, ma allora bastava far vino, nero o bianco che fosse. Sono venuti giù i tedeschi e tam, tam, tam nelle botti: fuori il vino a volontà. Dapprima facevano bere il padrone, e diceva questo vecchio che in cantina c'era vino per terra alto fino al ginocchio.
Qualcuno aveva il maiale che ormai era quasi pronto. Mio zio che aveva il porcile proprio a portata di mano, là sulla porta di casa, si è visto tirar fuori il maiale e squartarlo. Lo facevano cuocere, mangiavano e bevevano e poi molti morivano, perché anche per loro erano mesi che stentavano in linea, lassù. Dopo davano la colpa ai paesani e volevano bruciare il paese...
Quando abbiamo dovuto scappare [...] qualcuno ha detto di essere andato fino a Manzano, qualcuno un pochino più in giù fino a Basagliapenta, Codroipo, ma poi sono tornati a casa con le pive nel sacco, senza riuscire a passare il Tagliamento.
[...] In principio, appena dichiarato guerra, ce n'era della roba! [...] A Sanguarzo c'era una fila di forni e facevano pane per tutti, ma montagne di pane.

sabato 9 ottobre 2010

Renato Schioppalalba, Varago TV

Nato il 6 febbraio 1903

Nastro 1994/1 - Lato A                                     Giovedì 3 marzo 1994


Renato Schioppalalba, Varago di Maserada, 1903
Sono nato nel "palazzo" [villa veneta] che si vede dietro la chiesa e che in questi giorni stanno restaurando. I miei antenati erano signori da Venezia, proprietari di quel palazzo e di 160 campi di terra in paese. Inoltre avevano un negozio di pellicceria a Venezia. Un fratello di mio bisnonno era un canonico che è stato seppellito nella chiesa di Santa Maria del Giglio a Venezia.
Mio padre si chiamava Elia e mia madre Tersilia Pianca, rispettivamente nati nel 1872 e nel 1881. Hanno avuto cinque maschi e una femmina.
[...]
Sono andato a imparare il mestiere di fabbro a 13 anni nel 1916, a Vascon, da Cuzzato. Era un vecchio che aveva i figli soldati. Aveva una botteghetta da fabbro, prima dei portici.
Sono rimasto là un pochino e poi sono andato a Spresiano a fare il maniscalco in una bottega mandata avanti da due ragazzi perché il padre era morto da poco; il più vecchio dei due era del 1900. Mettevamo i ferri ai cavalli e le ciape [appositi ferri] ai piedi dei buoi.
All'epoca di Caporetto lavoravo a Spresiano. 
La bottega di maniscalco era proprio in centro, un poco prima di dove hanno poi costruito il monumento, lungo la strada statale. Ricordo che lungo la strada c'erano tutti paracarri a intervalli regolari. A fianco della chiesa di Spresiano c'era inoltre un portego che passava sopra la strada, da un lato all'altro. Sopra c'erano delle abitazioni, di cui era proprietario o un Mingotto o un Beltrame (non ricordo). In paese lo chiamavano "el portego de Bressan" e sotto al portico c'era uno stallo per i cavalli. L'osteria di Beltrame era più indietro, prima del monumento, dove c'è l'osteria anche adesso.
Sotto il portico si fermavano i cavalli. Avevano la possibilità di mangiare l'avena sulle mangiatoie e anche si riparavano se pioveva. Lo stallo era di proprietà di Bressan.
La nostra bottega da maniscalco era proprio piccola, 'na botegheta: sarà stata tre metri per tre. Oltre alla nostra bottega in paese c'era un altro maniscalco.
Io ho sempre avuto passione di fare il fabbro e per le macchine, fin da piccolo. Ricordo che quando venivano in paese le macchine da battere frumento, quelle a vapore ... "mi iera mato pa e machine". Mio padre voleva farmi studiare, o ingegnere o dottore, ma io niente, avevo passione per le macchine.
Mio padre faceva il tessitore, come i fratelli Monti. Lavorava in proprio, a casa sua e ha lavorato fino all'epoca di Caporetto. Faceva la tela: tela da braghe, tela da camice. Aveva un unico telaio. Faceva la tela e poi la vendeva a metri. Lavorava soprattutto il cotone, che andava a comperare a Treviso.
Ritirata di Caporetto
Ricordo tutto questo via vai di gente che vedevo dalla nostra botteghetta. Profughi che scendevano con i carri e i buoi, con i cavalli. Venivano giù dal Friuli, perché i tedeschi venivano avanti e loro scappavano. Tutta una processione di gente. Soldati con i camion. Chi andava, chi veniva, un'enorme confusione. Finché l'ultima sera che siamo rimasti in paese abbiamo iniziato a sentire le sciopetae qua sul Piave.
Così mio padre ha preso la decisione: «Fagoti e via!»
Abbiamo fatto fagotti. Eravamo cinque fratelli e io era il primogenito. [...] Siamo partiti a piedi portandoci dietro quel po' di roba che si poteva prendere. 
Avevo messo i viveri dentro a un sacco legato sopra e legato sotto in modo da poterlo mettere in spalla a mo' di zaino. Dentro ci ho messo del pane, dei salami, vino, formaggio, farina da fare la polenta, fagioli, cipolle ... quello che c'era.
Mio padre su un altro sacco più grande aveva messo dentro le pignatte, i mestoli, i cucchiai, i coltelli.
Nel palazzo di famiglia sono rimasti il fratello e la sorella di mio padre (Bepi e Maria), che erano da sposare. Sono rimasti "par tendarghe [vigilare] a so roba". E vi sono rimasti per tutta la guerra. Non gli è successo niente anche se il palazzo è stato colpito da dodici granate (ma è rimasto in piedi).
Dentro al palazzo si è messo il comando di presidio e gli zii si sono stabiliti in una loro casetta adiacente. La scritta "comando di presidio" è rimasta impressa ancora per anni sulla facciata, sopra la porta centrale.
Avevamo tutti un sacco in spalla, un saco par omo
Mia mamma aveva in braccio mio fratello Bepi; mia sorella che era piccola aveva solo un fagotèl, una roba piccola. Ognuno secondo le sue possibilità. Tutti a piedi, senza carri.
Siamo partiti da casa nostra di sera, noi cinque fratelli con il papà e la mamma; siamo partiti per andar a prendere il treno a Treviso. Era sul tardi, circa le otto della sera. Niente dormire, camminare a piedi nel buio, colonne di militari che scendevano e che salivano.
Quando siamo arrivati a Lancenigo – dove ora c'è la pizzeria e all'epoca c'era una fornace (fornace Bettiol) – abbiamo trovato una colonna di militari con i camion 18 BL che risalivano la strada verso il Piave.
Mio padre ci chiamava sempre per nome, perché era buio e aveva paura di perderci. C'era un'enorme confusione, movimento di soldati e di profughi; ci tenevamo per mano, con i sacchi in spalla.
Sulla colonna di militari che risalivano si trovava quella sera anche il proprietario dello stabilimento Monti, che era il figlioccio di mio padre: si chiamava Bruno Monti, e quando ha sentito mio padre chiamarci ha chiamato a sua volta: «Sàntolo! Aristide!»
Ci ha chiamato e ha chiesto a mio padre:
«Santolo, dove andate?»
«Eh – ha risposto mio padre – vuoi che restassimo qua che si sentivano già le schioppettate? Vado via, vado via.»
Monti gli ha detto: «Spetè santolo, che chiedo al tenente se vi può portare avanti un po' con il camion, magari fino a Treviso.»
È andato a chiederlo al tenente ma è ritornato dopo poco dicendo che no, non era proprio possibile, perché c'erano molti blocchi, uno a Lancenigo, uno al capitello di Sant' Artemio...
Abbiamo continuato a piedi. Abbiamo camminato per tutta la notte; piano, perché c'erano dei bambini piccoli. Alle prime luci del mattino, verso le sei, siamo arrivati alla stazione di Treviso, senza aver dormito niente. 
Non pioveva, era una notte nuvolosa.
Le strade erano piene, c'era confusione. La strada non era asfaltata.
Nessuno era passato ad avvisarci e a farci partire. Siamo partiti per iniziativa di mio padre. Il prete è rimasto in paese.
Mio padre originariamente era intenzionato di dirigersi all'isola d'Elba, perché aveva conosciuto in paese un militare che gli aveva detto di andare a casa sua, all'Elba, dove ci sarebbe stato solo suo padre e sua madre che li avrebbero di sicuro accettati in casa.
Arrivati alla stazione di Treviso c'erano le crocerossine che distribuivano generi di conforto. Ci hanno dato del caffelatte e dei biscotti. C'erano anche delle suore.
Verso le otto ci hanno imbarcati in un treno e siamo partiti con quelle vaporiere di una volta, ciuf ciuf ciuf ciuf, e avanti fino a Bologna, dove siamo arrivati alla sera. Dalle 8 della mattina alle 8 della sera.
A Bologna ci hanno mandato in sala d'aspetto. Anche là c'erano delle crocerossine che ci hanno dato caffelatte e biscotti.
Siamo rimasti a Bologna per la notte. Al mattino ci hanno caricati su un treno e ci hanno detto che si doveva andare a Pistoia, dove forse c'era posto per i profughi.
Siamo arrivati a Pistoia verso le 10 e siamo stati fermi alla stazione, in treno. Poi sono venuti a dirci che posto non ce n'era, e bisognava andare a Pescia.
Metti in moto ancora il treno e andiamo a Pescia. A Pescia ci tengono fermi un'altra ora e neanche là c'era posto; bisognava andare a Montecatini.
Intanto si era fatto il primo pomeriggio e finalmente siamo arrivati a Montecatini dove abbiamo trovato posto.
Ci hanno sistemati da un'affittacamere. [...] Eravamo su due stanze e una cucina fuori della casa, di là del cortiletto, su un'altro edificio.
L'affittacamere era una donna anziana, con una nipote, non del tutto apposto con la testa.
Siamo rimasti a Montecatini fino alla fine della guerra.
Ci trovavamo bene e poi andavamo anche a lavorare.
All'inizio ci passavano 250 grammi di pane al dì a testa, con la tessera; e anche il riso e la pasta, ma tutto con la tessera.
Ci davano un sussidio di una lira e 50 a testa e due lire al capofamiglia.
Certo che duecentocinquanta grammi di pane noi lo mangiavamo già prima de far marenda [prima colazione]. Allora io e mio fratello Aristide andavamo per la campagna con il sacco. Mio padre ci aveva dato dieci lire d'argento per comperare la farina. Noi chiedevano ai contadini se avevano un po' di farina da vendere e questi contadini rispondevano: «Oh bimbo mio non ce n'abbiamo manco per noi! Il governo ci ha sequestrato tutto, ma se ne volete una brancata.» Avevamo un sacchetto per la farina e un sacchetto per il pane e così un po' di qua un po' di là alla sera venivamo a casa con i sacchetti pieni di roba e tutta la famiglia poteva mangiare.
E soldi non ne volevano.
Tutti i profughi andavano in giro per le case in cerca di mangiare.
Per far fuoco andavamo per le pinete in cerca di pigne. I pinoli erano già usciti e le pigne cadevano per terra; si andavano a raccogliere le pigne con il sacco e con quelle si faceva fuoco. Si andava in collina, sulle montagne che circondavano Montecatini, io e i miei fratelli Ferilio e Aristide. Ci eravamo fatti prestare un carretto e con i sacchi si andava su, e in qualche maniera si faceva fuoco per una settimana. Per mangiare avevamo un focolare
Niente stufa in camera, niente gabinetto in casa ma fuori.
Poi siamo andati a lavorare, io e mio padre, in un'officina in cui si producevano granate. Officina che era venuta profuga anche lei a Montecatini, da Castelfranco Veneto: l'officina Rebellato, di cui era capotecnico militarizzato Menon Guglielmo da Roncade. In quest'officina lavoravano una cinquantina di persone sia maschi che femmine a turni continuati notte e giorno. 11 ore a turno più un'ora di riposo a mezzogiorno e una a mezzanotte.
Io avevo poco più di quattordici anni e mi hanno messo a lavorare al tornio (avevo già un'infarinatura da casa). Si trattava comunque di un lavoro "fisso": tirar giù il pezzo finito, mettere su quello grezzo e mettere in moto il tornio che era già programmato. Lavoravo "a contratto" [a cottimo] e sono arrivato a prendere sette lire al giorno – mi sembra che fossero circa 20 centesimi al pezzo – mentre la paga normale era sulle tre lire e mezzo al giorno. Cioè prendevo circa il doppio; ed erano bei soldi.
Mio padre l'hanno messo invece al montaggio, dove provavano le ogive e i diaframmi dentro. 
Facevamo granate da 149 e da 105 mm diametro, lunghe circa mezzo metro.
Mai nessun incidente in fabbrica e neppure scioperi o proteste.
C'erano sia uomini che donne ma le donne erano di meno. Inoltre c'erano una ventina di operai specializzati con la fascia tricolore sul braccio che coordinavano il lavoro; cioè impostavano il lavoro delle singole macchine in modo che noi non facevamo alto che prendere il pezzo grezzo e portarlo a compimento.
I militarizzati erano una specie di capi. Poi c'era il capotecnico Menon che era sopra tutti.
Nessun problema in fabbrica, di nessun genere.
Con la gente del posto mi trovavo bene, ma in fabbrica lavoravano prevalentemente profughi. Pochi erano del posto; gli operai erano profughi e militarizzati.
Montecatini anche all'epoca aveva alberghi e l'ippodromo.
I toscani ci trattavano bene, altro che qualche volta dicevano, magari ai bambini loro: «Stai zitto sennò ti faccio mangiare dal profugo!». 
Però non c'era ostilità nei nostri riguardi. Noi ne abbiamo conosciuti tanti del posto.
Recentemente – sette anni fa – sono ritornato a Montecatini. Ho rivisto la casa d'allora. Non c'è più l'affittacamere ma la casa, sia pur rinnovata, c'è ancora e si trova all'angolo di Via del Salsaro [Salsero]. In quell'occasione ho trovato l'attuale proprietario e gli ho detto che nel 1917 ero stato profugo là, e il proprietario mi ha fatto festa e mi ha invitato in casa sua.
Siamo ritornati a casa appena finita la guerra. 
Già il giorno 10 [novembre 1918] eravamo a Varago, io e mio padre, anche se non si poteva. 
Non ti davano il permesso di ritornare in quella che era la zona di guerra, ma noi siamo ritornati da "clandestini", senza permesso e senza niente. Un "franco" in tasca l'avevamo, perché da profughi eravamo riusciti a metter da parte 10.000 lire. Tutti soldi che tenevamo in casa, non in banca; tutte carte da mille, quelle grandi.
Arrivati di sera alla stazione di Mestre vi troviamo sentinelle dappertutto che ci chiedono cosa facciamo là. Con le sentinelle non si poteva pensare di uscire... Siamo rimasti un po' in sala d'aspetto e poi siamo andati un pochino in giro all'interno della stazione, fino all'una circa. All'una, me lo ricordo come fosse adesso, c'è la sentinella seduta là con il fucile sulle ginocchia, che dormiva. Abbiamo provato a fare un po' di rumore e il soldato non si muoveva. Mio padre ha detto: «Proviamo ad andar fuori». E pian piano, pian piano ce l'abbiamo fatta ad uscire dalla stazione.
Siamo arrivati a casa a piedi. Dall'una di notte alle undici e mezzo del mattino. Lungo la strada c'erano camion di soldati, ma non ci hanno fermato.
Quando siamo arrivati a casa nessuno ci aspettava. Abbiamo trovato i fratelli del papà che - sorpresi - ci hanno chiesto: «Qua siete voi? come mai ?»
Poi io sono rimasto a casa, mentre mio papà è ritornato a Montecatini.
A Montecatini eravamo venuti a sapere subito di questo armistizio.
La notizia si era diffusa subito e non si è andati più a lavorare in officina. Tutti fuori a far festa, una festa che non so. Tutti in piazza con le bandiere a sigàr [urlare] che la guerra è finita.
Quando sono arrivato nei miei campi a Varago, proprio dove c'era un filare di viti ci saranno stati due quintali di cartucce, baionette e munizioni varie. Perché nei nostri campi, oltre ad esserci il comando nel palazzo, c'era un accampamento di militari con le tende. E proprio a cinquecento metri dal centro del paese, sulla nostra proprietà, c'erano quattro piazzole di cannoni da 149, lo stesso tipo di granate che facevamo noi.
Tutte le siepi di acacie erano sparite. I soldati avevano tagliato tutto. Secondo me era per facilitare il transito delle truppe che dovevano passare dappertutto. Però a ben pensarci le viti erano rimaste in piedi. Allora forse le siepi erano state tagliate per far legna da fuoco...
A casa nostra, nella stalla, aveva trovato alloggio la Settima compagnia inglese dei pontieri, quella a cui è stato dedicato il monumento di Salettuol. Quando noi siamo tornati gli inglesi erano già partiti perché erano andati a fare il ponte sul Piave e ci hanno rimesso le penne quasi tutti, tanto che gli hanno fatto il monumento. Ed erano partiti proprio da casa nostra, dove avevano dormito sulla tèda [deposito di fieno sopra la stalla].
La nostra campagna era tutta devastata perché vi avevano camminato sopra con i camion, con i trattori, con i cannoni. La nostra terra in linea d'aria è distante circa due chilometri dal Piave, ma non c'erano trincee e non c'erano neppure morti.
Ma ne ho visti di morti, sul Piave. Perché sono andato subito sul Piave – dalla parte dei tedeschi sulla sinistra – e sono passato sulla passerella a Salettuol (ma ce n'erano diverse di passerelle). Vi sono andato assieme ai miei amici, a quelli che non erano andati via, perché in tanti erano rimasti a Varago, anche ragazzini della mia età o più giovani.
Siamo andati subito a vedere e ricordo un ricovero. Era stato sfondato perché vi era caduta una granata che aveva forato i travi di acacia, sopra i quali era stata distesa della terra. Dentro là ho visto tre morti tedeschi che erano ancora là dopo una settimana.
La campagna un po' alla volta l'hanno messa a posto mio zio e mia zia che erano senza figli e che lavoravano sette campi di terra [...].

Nastro 1994/1 - Lato B  fino 19:37 [su cassetta]  venerdì 4 marzo 1994 

[...]
00:45 Monti, quello della tessitura, era anche lui come mio padre un piccolo tessitore di paese. Erano alcuni fratelli ma due in particolare facevano quel mestiere: Venerio ed Evaristo, mentre Bruno, che era figlioccio di mio padre faceva il falegname. I due tessitori avevano un telaio ciascuno e inoltre avevano altri telai per alcuni dipendenti. Tre di questi telai erano meccanici, e non essendoci la corrente li facevano andare con il motore a scoppio. Pon pon pon pon pon, si sentiva il rumore.
Erano partiti dal nulla e hanno trovato l'articolo giusto.
Prima della [grande] guerra facevano la tela, perché i contadini della zona coltivavano la canapa e il lino. Lo lavoravano in casa, in famiglia – lo filavano – e poi lo davano ai tessitori che preparavano la tela che serviva per le braghe, le giacche, uso familiare e consumo locale.
*
03:06 Le munizioni che ho visto appena arrivato a casa sono state raccolte poco dopo da una squadra di soldati che è venuta a pulire tutto, anche le bombe.
Io poi sono andato a lavorare con le cooperative che erano sorte per la ricostruzione, bianche e rosse. Sono andato a lavorare come fabbro per una cooperativa e facevo canevassi [catenacci] per le porte, bartoèi [cerniere] per i balconi, ecc. Era una cooperativa rossa di cui non ricordo il nome, sorta ad opera di piccoli impresari della zona. Era di Maserada, ma non ricordo con precisone, perché non vi sono rimasto molto parché no i pagava mia, i iera tuti deinquenti. Facevano lavorare e poi non pagavano.
04:49 Sono andato via e ho impiantato una bottega di fabbro a casa mia. Avevo 19 anni [...] e mio fratello dell'11, Ferilio, mi faceva da garzone. Lavoravo lo stesso per le cooperative, però mi facevo pagare alla consegna della merce.
Erano tutti ladri uguali, quelli delle cooperative, tanto che Bruno Monti che faceva il falegname assieme allo zio Renato, fratello di mia mamma, si è messo in società con una grossa falegnameria per costruire i serramenti delle case. Questa società "Monti-Pianca" è andata in fallimento, perché le cooperative non pagavano. Hanno chiuso con un deficit di 44.000 lire, di quegli anni.
06:24 Chiusa la società, Bruno Monti è entrato nello stabilimento che avevano aperto i suoi fratelli, mentre invece mio zio Giuseppe Pianca è stato sistemato dal senatore Caccianga che gli ha dato una mano ad avere l'appalto [rivendita generi di monopolio] e un'osteria. L'osteria c'è ancora a Saltore, ma ora è un bar. Là vicino c'è anche la villa di Caccianiga, che però non si vede dalla strada perché è in mezzo a un bosco. Sempre là vicino c'è anche la villa del senatore Visentini, che un tempo era anche quella proprietà di Caccianiga: infatti il senatore ha sposato una Caccianiga ed è venuto ad abitare in una di queste due ville.
08:13 Ad un certo punto le cooperative hanno finito di lavorare e a me è rimasto ben poco lavoro per i contadini: fare i carri, i cerchi per i carri, gli attrezzi di campagna. Ma i contadini soldi non ne avevano e ho dovuto chiudere bottega, perché quando era ora di andare a comperare il carbone e il ferro per fare il lavoro non avevo i soldi per farlo. Li "avanzavo" ... e ancora li avanzo!
Il fatto è che anche i contadini non avevano soldi. Aspettavano sempre quando avevano le gaete [i bozzoli], quando avevano un vitello da vendere, il frumento, il granoturco...
09:37 Sono stato costretto a smettere e nel 1921 sono andato a lavorare da Ronfini, [in via Roggia] a Treviso e vi sono rimasto finché sono venuti i fascisti che hanno spaccato tutto perché il padrone era repubblicano [...] 

13:27 Ho fatto il militare in artiglieria a Ferrara e finito il militare sono andato a lavorare da Menon a Roncade, da quello che era stato il mio capo a Montecatini. A Roncade faceva motorini, biciclette, automobili, di tutto.
Io ho cambiato specializzazione e sono andato sui motori e sulle macchine a vapore che venivano riparate là da Menon.
Da Menon ho lavorato poco più di un anno. Poi mi sono licenziato perché si trattava di fare 11 ore di lavoro al giorno e 16 km all'andata e 16 al ritorno con una bicicletta tedesca che se gli metti un motorino di quelli di oggi non riesce neppure ad andare avanti.
14:49 Ho trovato posto a Treviso nel garage di via Canova dove lavoravo sempre nelle macchine – manutenzione dei motori – e dove sono rimasto fino al 1930.
Nel 1930 sono andato a Spresiano, davanti alla stazione, come meccanico da un padrone che aveva tre macchine a noleggio e un camion a rimorchio. Il padrone si chiamava Roberto detto Bala ... il vecchio padrone era Luigi, con i figli Ciliano e Ferruccio che avevano anche osteria e ristorante.
16:05 Sono rimasto a Spresiano cinque anni finché sono partito per l'Africa orientale, dove sono stato 13 anni a l'Asmara. Ma ho girato tutto l'impero come camionista. Lavoravo per conto dei Bet di Treviso: Angelo Bet e Giuseppe, Bepi, e i suoi tre fratelli più giovani. Angelo no, lui era rimasto a Treviso.
17:00 La sede della ditta era a Decamerè, a circa 40 km dall'Asmara e là vicino c'era l'aeroporto di Gura dove si trovavano tutti gli autotrasportatori italiani.
Io sono arrivato fino a Gima, al lago Tana, a Gondar. Trasportavo tutta roba dei soldati; non era difficile il lavoro.
Sono ritornato nel 1948 perché prima non si poteva rientrare: ci voleva il permesso dei signori inglesi. Ero stato prigioniero, ma sono scappato due volte dal campo di concentramento... [19:37 - fine intervista]

martedì 21 settembre 2010

Primo Martin, Rovarè di San Biagio di Callalta (TV)

Nato il 26 ottobre 1907. Residente sul Montello in località Santa Maria della Vittoria.


Nastro 1986/25 - Lato A       (Dall'inizio su nastro orig.)                           26 ottobre 1986

La nostra famiglia si è divisa nel 1921. Prima si mangiava tutti in una pignata ed eravamo in 127 persone, che abitavano però in quattro case. Si era fittavoli del barone Onesti da Paese. 
Una casa era a Rovarè di San Biagio, località Ca' Lion, un'altra lungo la strada Callalta, un'altra ancora lungo la Callalta in località Fatutto e una in comune di Breda. [...]
Si pagava l'affitto a generi al Barone Onesti di Paese... [spiega il tipo di conduzione agraria e la produzione dell'azienda].

Nastro 1986/25 - Lato B   

[...]
02:58 Nel 1917 abitavo a Rovarè lungo la Callalta in zona chiamata Fatutto. Da Treviso ad andare a Ponte di Piave è a sinistra. La terra era attraversata dalla ferrovia, la casa era di là della ferrovia e la Callalta faceva confine con la nostra terra.
Tre giorni prima de San Martin ... oramai erano venti giorni che avevano chiuso le scuole perché c'era la truppa che passava sulla Callalta e si dovevano fare tre chilometri di strada per andare a scuola; si doveva camminare lungo la Callalta fino vicino ai carabinieri di San Biagio...
Quando è venuta la disfatta io ero ragazzino. Vedevo tutti questi soldati e mi chiedevo: «Ma dove andranno, pori fioi
Tutti questi soldati che camminavano, e noi ragazzini si era entusiasti.
C'erano quelli del parco buoi che andavano a sequestrare le bestie, e sono venuti anche a casa nostra. Erano montati a cavallo delle vacche e dei buoi; camminavano lungo la Callalta venendo da Ponte di Piave e andando verso Treviso. Per tre giornate.
Dopo – tutto ad un tratto – bloccato. Marcia indietro. 
Perché, mi avevano spiegato degli ufficiali, [dapprima] Cadorna aveva intenzione di fare la linea di sbarramento sul Po, invece dopo è venuto che l'hanno fatta sul Piave. E noi saremmo stati neppure a cinquecento metri dal Piave.
Quando hanno iniziato a tornare indietro, venivano dentro per la casa nostra, dentro per la campagna, che era anche larga oltre che lunga.
Una sera è venuto dentro un plotone di carabinieri e hanno detto a mio nonno: «Nonno, dov'è che hai il pagliaio?» Il nonno gliel'ha indicato: «È laggiù», perché mio padre era soldato anche lui.
Avevamo una cucina lunga come tutta la casa e i carabinieri si sono messi la paglia lungo i muri della cucina, da una parte e dall'altra con in mezzo la tavola, e non hanno neanche disturbato. Stavano là chiacchierando, così, con un boccale di vino sulla tavola, ma un boccalone di quelli che tenevano dieci litri, quando è venuto dentro un capitano degli arditi.
Quelli non chiedevano il permesso. È venuto dentro, si è presentato là, ha guardato attorno: «Nonno, chi è che ha preparato questa paglia qui?» E il nonno: «Poveri fioi, devono dormire... ». Il capitano si è abbassato, ha preso lo stiletto che aveva sugli stivali, l'ha piantato sulla tavola e: «Voi andate a trovarvi un altro posto» ha detto «perché questo serve a me!» E anche se erano carabinieri, hanno dovuto andar via. 
Dopo neanche un quarto d'ora sono entrati gli arditi, che hanno preso il posto dei carabinieri.
Il capitano entra per ultimo e dice al nonno: «Qua non c'è più vino, dov'è che hai la botte?» E il nonno: «Vien de qua fiol, vieni di qua». Tremava di paura perché, ciò, un vecchiotto ... e ha portato il capitano di là dove, sotto una scala, c'era una botte da cinque ettolitri, una botte grande così.
Sotto, sa che hanno el spinèl [lo zipolo], le botti ... mio nonno ha preso el bocal [caraffa] ed è andato per spillargli il vino, e il capitano dietro. Quando ha visto questo spinèl, prima che si riempisse el bocal il capitano tira fuori la pistola. Tre quattro schioppettate ... ed era italiano. [Forata la botte].
Alla mattina quelli sono partiti presto. Partiti loro, e non so dove li abbiano mandati ... verso le nove e mezza-dieci vengono dentro tre ufficiali. Non ricordo che grado avessero, e io tutto contento «guarda, ho detto, ci sono qua soldati ancora».
Loro mi hanno detto: «Bocia, dov'è tuo padre?»
«Mio padre è militare», gli ho risposto.
«E chi hai a casa?»
«Mio nonno»
«Va a chiamarmi tuo nonno!»
Era in stalla. Sono andato: «Nonno, vien fuori che ci sono i soldati che vogliono parlare con te.» – «Chi sono?» – «Non lo so, sono montati a cavallo»
E mio nonno viene fuori.
«Nonno - ha detto - quel portico là, devi liberarcelo. Tira fuori i carri...» 
C'erano carri, versori [aratri], rastrelli, di tutto.
«Perché, fiol?» ha detto mio nonno.
«Perché ci occorre a noi» – «Si ma io... » – «Beh, fai quello che puoi»
Dopo un'ora, un'ora e mezzo, è entrato uno squadrone di cavalleria e hanno tirato fuori tine, tinassi, tutti quanti gli attrezzi che si adoperavano per l'agricoltura. Hanno tirato due corde metalliche da una parte all'altra ma per [legare] i cavalli non erano ancora sufficienti, allora hanno piantato una corda nel cortile, distante quattro metri da casa.
Dopo sono andati sul solaio, che il solaio era pieno di pannocchie, e hanno preso la palota [pala] di legno – che una volta si aveva quella palota di legno apposta per mischiare le pannocchie – e butta fuori pannocchie per il balcone, per dare da mangiare ai cavalli.
Questi soldati hanno detto al nonno di non andare via, perché «fra due-tre giorni i tedeschi passano e tu resti qua». Sarà stato il 7 o l'8 di novembre.
Invece, l'11, il giorno di San Martino, quando erano le tre e mezza-quattro è entrato un plotone di carabinieri, con il fucile e la baionetta innestata: «Via da qui, via da qui, via, via [...] perché c'è l'ultimo treno che parte da Spercenigo.»
Mia madre ha chiesto:«Ma dov'è che ci portate?» Stava cucinando la oca per la festa di San Martino e gli toccava lasciar là tutto sulla pignatta, tutto il pollame ... bestie, piena la stalla.
Ci hanno portati a Spercenigo e siamo saliti sul treno.
Abbiamo chiesto: «Dov'è che ci portate?» – «Eh, han detto, appena di là di Treviso, prima di Padova.» E abbiamo corso tre notti e tre giorni. Ci hanno portato a Napoli!
Era una tradotta che aveva tre macchine a vapore e deve essere stata anche lunga. Perché aveva preso su gente da tutte le parti, anche quelli del Friuli, non solo i nostri. Dopo si sono attaccate delle altre tradotte, alle altre macchine.
Una macchina è rimasta senza carbone quando si era a Ferrara, giù per quelle campagne là, che si sono quei vigneti con i pali. Hanno fermato e sono andati a levare i pali delle viti per far fuoco sulla macchina del treno.
Le ho detto che ci vorrebbe una giornata a raccontare tutto!
A Napoli, quando siamo arrivati ci hanno messo sulle case dell'Ospizio Marino. [...]
Siamo arrivati come questa sera verso le sette e domani mattina ci hanno messo a dormire su un salone. Si era cinque figli, e mia madre fa sei.
Alla mattina passava il dottore a fare la visita e ha trovato un fratello mio, quattro anni più giovane, che aveva tutti gli occhi rossi e ha detto: «Questo bisogna portarlo sull'ospedale». Mentre lo portavano via, mia madre si è messa a piangere. Il dottore le ha detto: «Signora, mettiamo un cartello sulla porta, che lei non viene disturbata. Finché suo figlio non guarisce, lei da qui non si muove.»
Dopo hanno iniziato a venire dei signori a portare caramelle e questo e quello, per questi profughi che arrivavano; anche roba da vestire. Al terzo giorno che si era là, ormai si era lusingati, quando si vedevano questi gruppetti di signori si correva per prendere qualcosa.
Un dopopranzo, verso le tre, un signore grande come mio figlio, così, più grosso un poco, mi fa: «Vieni qui, bocia, vieni qui».
Io mi sono avvicinato, credevo che mi desse qualcosa, invece mi chiede: «Dov'è il papà?»
«È militare»
«Tua mamma, dov'è?»
«È dentro in sala, in camera»
«In quanti siete»
«Siamo in cinque»
«Vammi a chiamare tua mamma», e io vado.
«Màre, vien fora che ghe xe un sior che vol parlar co ti.»
Mia madre è venuta fuori, con le lacrime agli occhi, e lui:
«Signora, guardi, se lei accetta ... io - ormai ne ho trovati degli altri qua - mi occorre [ho posto per] ancora un poca di gente.»
Questo sior era il principe Colonna di Napoli.
A Posillipo c'è l'Ospizio Marino, e loro l'avevano vuoto. Il principe ha detto: «Se lei mi dice [di sì], prepari quel po' di robe che ha e io vengo qui col tram» – che là c'erano i tram che circolavano – «e vi porto là.»
Mia madre ha detto di sì, e siamo stati là.
[Della nostra famiglia] eravamo noi soli e la mamma, perché tutti gli altri si erano sparpagliati. Non ci siamo riuniti che quando, nel '19, siamo venuti a casa, dopo la guerra.
A casa abbiamo trovato tre baracche. 
La nostra casa era sparita, invece quella del Calion e quella del Faon erano rimaste in piedi, ma era rimasto in piedi solo lo scheletro delle case. Tranne a quella del Calion – che la stalla era col solaio fatto di cemento – i militari, o per far fuoco, o per fare i ricoveri e i rifugi hanno tirato via tutti i solai, i balconi, le porte. Era tutto sparito.
E la campagna? Non si poteva neppure uscire finché non fosse passato il rastrellamento. Hanno fatto il rastrellamento prima di congedare i prigionieri tedeschi. Ma saremo stati tre mesi sotto sorveglianza, con le sentinelle dei militari che non ci lasciavano andar fuori nella campagna, perché se si andava fuori c'erano munizioni dappertutto.
Io sono scappato diverse volte, ho visto un po' di terra mossa, ho trovato una "signorina". Sa com'erano le signorine, una volta? Erano un pezzo di legno lungo così, con un bussolotto come quelli della birra. Nella punta avevano l'elica.
Avevo visto gli altri soldati come facevano ... l'elica aveva un cerchietto [na sc'ionèa]. Bisognava tirarlo via e svitarlo.Quando la si lanciava con il manico e [la signorina] cadeva, l'elica aveva un percussore che andava a battere la capsula e scoppiava.
Così, quando io ne ho trovata una, ho fatto anch'io come avevo visto fare gli altri, perché quando si è boce si imparano le malagrazie alle svelte. Ho preso di quelle pedate sul culo, quando hanno sentito questa schioppettata!
[Le signorine] erano come bombe a mano, ma diverse dalle Sipe.
Siamo arrivati a casa dopo la guerra, nel mese di settembre del 1919. Era passato quasi un anno dalla guerra. C'erano ancora i prigionieri tedeschi e la terra non era ancora bonificata.
Abbiamo dovuto [aspettare] la primavera successiva perché in tutto l'inverno non abbiamo mai potuto far niente. Neanche seminare. Perché le viti e i gelsi, per la maggior parte, erano tutti quanti falciati a questa altezza qua, perché i combattimenti erano venuti anche oltre il Piave e noi si era a cinquecento metri dall'argine.
Abbiamo iniziato a seminare nel '20, nella primavera del 1920. [...]
Nel 1921 si era ancora sulle baracche. A Faon avevamo tre baracche e gli altri ceppi della famiglia ne avevano due ciascuno. Altri si erano sistemati nelle tèze, se c'erano.
Dopo, le cooperative hanno fatto subito i solai e hanno iniziato a mettere a posto le case che erano rimaste in piedi. [Perché] una era stata annientata completamente: quella che era anche la più vicina alla linea del fuoco e si trovava sul paese che si chiama San Bortolo.
Poi è venuto che ci siamo divisi perché non c'era più posto per tutti, e ci siamo divisi nel 1921.
Mio povero padre con mio fratello più vecchio ha preso una campagna giù nella palude delle Sette Sorelle a San Stino, tra la ferrovia e la Triestina.
Là il primo anno è andata ancora il manco peggio. Dopo è venuto che Mussolini ha fatto la bonifica, che ha tirato a bonificare la palude delle Sette Sorelle, e abbiamo preso la malaria.
Noi che si veniva da un posto che non c'era la malaria siamo stati i primi a prenderla, perché quelli che erano nati là erano più resistenti. [...]