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domenica 10 ottobre 2010

Annunzio Putto, Segusino TV

Nato il 24 marzo 1902

Nastro 1994/11 - Lato B                         24 agosto 1994

[Dopo Caporetto] per un po' di tempo siamo rimasti qua e dopo ci hanno dato lo sgombero. Metà degli abitanti li hanno mandati dalle parti di Vittorio Veneto e Fregona, metà siamo andati su per Feltre. Io sono andato a Feltre.
Siamo partiti a piedi, di notte, quando avevano già iniziato ad arrivare le granate degli italiani.
Con i riflettori gli italiani guardavano la strada verso Vas dove noi camminavamo. Hanno visto che si trattava di borghesi e non hanno più sparato. Erano qua sul Monfenera.
Siamo partiti di sera tardi.
Il prete invece è andato dall'altra parte, verso Vittorio Veneto.
Mezzi da una parte e mezzi dall'altra, ogni gruppo ha girato per conto suo.
A Feltre sono stato fino a febbraio e poi sono andato su a Santa Giustina.
A Feltre abbiamo trovato un palazzo lasciato vuoto dai padroni, siori che erano scappati. Siamo andati su in soffitta di questo palazzo e abbiamo bruciato libri tutta la notte perché era freddo. Era il tredici dicembre e c'era un po' di neve per terra. Non so che libri fossero, erano libri, romanzi. Il palazzo era di certi signori Sasso, ma non ne sono del tutto sicuro, so solo che erano scappati.
Eravamo in 19 in questo palazzo, noi e altre tre famiglie. 
Noi eravamo la mamma (Flora Zanella), il papà (Pietro) e tre figli: Luigi (1905), io (1902) e Giovanna (1896). In totale cinque persone. Ora di questa famiglia sono rimasto io solo. [...] 
C'erano inoltre la famiglia di Tomaso Doro e i fratelli Antonio e Angelo Furlan, nostri vicinanti.
A Feltre ce la siamo passata male. La prima notte abbiamo bruciato i libri in soffitta. Abbiamo potuto far fuoco perché il pavimento era di "terrazzo", non di tavole.
Era una bella casa, piena di soldati ungheresi che poi sono andati loro di sopra e noi ci hanno messo al piano terra, in una cucina dove si faceva fuoco per tutti 19 e si dormiva per terra.
Per mangiare si andava in cerca di farina, a Feltre ma soprattutto fuori per i paesi. Siamo andati fino a Fonzaso. Erano soprattutto mio papà e mia mamma che andavano "par carità". Qualche volta andavo anch'io – che allora avevo quindici anni – specie nel primo periodo quando eravamo a Feltre. Poi quando sono andato a Santa Giustina ho lavorato, ho trovato un padrone e facevo il calzolaio.
In città a Feltre erano rimasti quasi tutti gli abitanti. Erano scappati i siori perché erano stati più furbi di noi. Era pieno di tedeschi e i negozi erano pieni di cavalli. Nei negozi non c'era più niente: portato via tutto e dentro vi avevano messo i cavalli.
Gli ungheresi che erano sulla nostra casa facevano i forneri, bekerèi gli si diceva noi ... e si prendeva qualche pagnottella. Avevano dei forni mobili, su macchine e camion.
Ma ormai si iniziava a non trovare quasi più niente, allora siamo scappati e siamo andati su a Santa Giustina che è un paese più agricolo e si riusciva a trovare qualcosa in più da mangiare.
A Santa Giustina siamo stati in casa di ... non ricordo il nome. Nella casa abitava una signora che aveva una bambina di un anno e mezzo-due e che aveva il marito militare.
In quella casa eravamo la nostra famiglia e quella di Doro: una decina di persone.
Io ho trovato lavoro da scarper [calzolaio] e così avevo da mangiare a mezzogiorno, ma fame ne avevo sempre tanta lo stesso.
C'era una signora che abitava là vicino e che in casa aveva un comando tedesco. Ogni tanto mi chiamava e mi dava un piatto di pastasciutta perché sapeva che ero profugo. Non mi ricordo più come si chiamasse, so che aveva una cucina di militari nella sua casa.
El scarper invece più di tanto non mi poteva dare da mangiare perché aveva una famiglia con sette figli da mantenere. Era un uomo sulla mezza età e si chiamava Adriano. Sapeva il tedesco come il padreterno perché era stato in Svizzera tanti anni. 
A Santa Giustina c'erano questi fornai e noi avevamo lavoro. Si preparavano le scarpe, le si rivoltava e in cambio si prendevano tante pagnotte di pane. Il padrone aveva il contratto di lavoro in cambio di pane. Fin che c'erano loro il calzolaio stava bene. Dopo io l'ho lasciato e sono andato da un altro scarpèr, perché da Adriano non c'erano più i forneri: erano andati via e lui non mi voleva più dare da mangiare.
Per fortuna in paese c'era un altro calzolaio. [...]
I fornai avevano da mangiare di più perchè dall'Ungheria veniva il grano bianco; bella farina e bel pane bianco.
L'altro calzolaio di Santa Giustina come paga mi dava da mangiare, e io sono andato da lui. Si chiamava B. e aveva la bottega vicino alla stazione. Era vedovo, con un figlio un po' deformato perché l'aveva avuto con sua figlia. La figlia nel frattempo era morta. Tutti morti, morta la moglie e anche la figlia. Quel calzolaio mi ha trattato abbastanza bene e mi dava da mangiare.
La fame l'ho patita soprattutto a Feltre, perché i feltrini stessi dentro in città non avevano niente.
Andavano fuori "par carità" mio papà e mamma, su per Fara, Foén, fino a Fonzaso e qualcosa portavano a casa.
Pochi soldi avevamo portati via da casa. So che a S. Giustina c'era un'altra famiglia che stava abbastanza bene e ci ha prestato dei soldi, quelli italiani, con i quali si riusciva ancora a trovare qualche chilo di farina dal mugnaio. Nei soldi tedeschi invece non c'era nessuna fiducia. In questa famiglia di Santa Giustina avevano anche dei marenghi dalla Svizzera e con i soldi italiani e con i marenghi si comprava un poca di biava che si macinava nei mulini che ancora funzionavano. In particolare noi andavamo dal mulino di un certo Dal Pont che mi sembra funzionasse con l'acqua del Cordevole.
Poi mio padre e mia sorella sono andati a lavorare con i tedeschi e gli hanno fatto fare non so che lavori. So che mentre io andavo a fare il calzolaio loro andavano dai tedeschi che a mezzogiorno gli davano la minestra e poi gli pagavano anche qualche corona. Lavoravano soprattutto sulla strada.
Per le donne e le ragazze il pericolo è stato quando si era ancora a Segusino, quando sono arrivati i tedeschi. Siamo rimasti in paese quasi un mese, poi siamo andati su a Miliès. Tanti sono scappati sui casolari in montagna. 
Quando c'erano le famiglie isolate così, là aggredivano le donne. Ne hanno violentate tre [...] che non hanno avuto figli come conseguenza. Erano i germanici soprattutto, poi sono rimasti gli austriaci.
I germanici erano terribili, più cattivi, facevano spavento. Erano loro fatti così. Invece gli austriaci erano come nostrani, più boni, e poi gli austriaci sono un po' anche cattolici e avevano si vede un po' più di misericordia nei confronti della popolazione.
Per il mangiare i tedeschi erano padroni loro. Hanno pestato tutto, hanno portato via le vacche e i vitelli.
Su questa casa che c'è qua in paese vicino all'osteria, lungo la strada c'erano dentro gli austriaci. Arrivano i germanici: fuori gli austriaci ed entrano loro.
A Miliès ci hanno trovato subito perché i tedeschi arrivavano tutti da quella parte, dalle montagne. Da Valdobbiadene facevano il passo di Marièch e venivano giù per la valle, di Miliès. Passavano di là perché altrimenti gli italiani che erano sul Monfenera li avrebbero visti. Lassù a Marièch non c'erano cannoni, i cannoni li hanno portati lungo le rive quaggiù.
Siamo rimasti a Miliès per un mese, poi sono stati i tedeschi ad ordinarci di partire.
A Miliès le bombe non arrivavano, a Segusino sì.
Quelli che erano rimasti a Segusino sono partiti quindici giorni prima e sono andati per Vittorio Veneto e Fregona con il parroco Don Antonio Riva. 
Con il parroco sono partiti metà dei paesani. Si sono avviati verso Valdobbiadene, anche loro sotto il tiro ... ma si vede che poi hanno visto che erano borghesi e non hanno più sparato. Il sindaco comunque è stato ferito durante il percorso, dalle parti di San Vito. Beniamino Verri, si chiamava. È stato ferito ad un piede, ma è riuscito comunque a proseguire. Il sindaco non era scappato.
Tanti erano scappati, quelli un po' più intelligenti.
A casa mia sono stato io a non voler scappare. È stata colpa mia, proprio mia. Mi sembrava impossibile che la guerra dovesse fermarsi qua. Mia mamma e mia sorella invece dicevano «'ndón via» e avevano la carrettina pronta. Si sarebbe caricata un po' di roba e si sarebbe andati di là del Piave. Bastava passare il ponte di Fener e si sarebbe stati a posto.
Neanche il parroco è scappato. Voleva stare con la gente.
Io speravo che fosse un passaggio, che andassero avanti e invece si sono fermati proprio qua.
Tanti sono morti, da fame più che sia. Chi non era messo troppo bene col fisico ci è rimasto, a Fregona soprattutto.
Invece noi e la famiglia Doro ce la siamo cavata tutti dieci.
[Finita la guerra], appena scappati i tedeschi noi siamo ritornati, siamo venuti giù di corsa. Li avevamo visti partire, con gli italiani che gli correvano dietro. Mi ricordo che sono arrivati gli italiani e noi eravamo matti dalla contentezza. Mi vengono ancora i brividi e mi commuovo a pensarci...
Abbiamo trovato un camion che veniva giù di qua a far rifornimento, perché i ponti erano tutti saltati e ci hanno preso su. Era un "15 Terzi" e ci hanno portato fino a Segusino.
Qua abbiamo trovato tutto un quarantotto. Per fare fuoco e riscaldarsi avevano levato i suoli e le travi delle case. I muri comunque erano in piedi, la nostra casa aveva preso una granata su un fianco ma era rimasta su; tante invece erano state abbattute.
Il comune di Quero ha avuto le conseguenze peggiori. Le trincee tedesche erano sulla collina che domina il paese, il "Pianà", e da là sparavano sul Monfenera.
Ritornati a Segusino ci siamo arrangiati in qualche modo nella nostra casa; abbiamo trovato una stanza che aveva ancora il suolo e là ci siamo messi.
[Quando sono arrivati, nel 1917], i tedeschi hanno adoperato le botti per fare le passerelle sul Piave. Mollavano il vino e portavano le botti laggiù, al termine della strada che dal paese porta al Piave.
A noi non hanno dato la baracca, siamo rimasti sempre a casa nostra. Tanti invece hanno avuto la baracca.
La casa era di nostra proprietà e dopo ci hanno dato dei soldi, è venuta la perizia.
Appena arrivati, gli italiani non ci hanno dato niente; dopo sì che sono venuti con i viveri.
Gli italiani sono arrivati subito dopo che i tedeschi erano andati via. Gli erano sempre adosso, ai tedeschi. Infatti un italiano, poveretto, è stato ammazzato proprio sull'ultimo giorno, dopo tre anni di guerra, e proprio là a Santa Giustina. Era un soldato anziano, avrà avuto sui 35 anni. Era un ciclista ed è stato colpito allo stomaco, lungo la strada. Io non l'ho visto ma sentivo che dicevano che era successo: gli austriaci si ritiravano facendo resistenza.
Sono cose che non dimenticherò mai e mi commuovo a ricordarle.
I giovani non sanno queste cose e, se le racconto, a loro sembra impossibile che siano successe.
Di tutto Segusino, secondo me, ben 5-600 non sono tornati, per malattie fame o altro: tanti! ... più che sia i vecchiotti. Si può dire che siano morti più civili nel solo ultimo anno che militari durante tutta la guerra.
All'epoca Segusino aveva tremila abitanti, adesso invece siamo duemila.
Nella mia vita io ho sempre continuato a fare il mestiere di calzolaio, in paese. Mi sono sposato vecchio, avevo quasi cinquant'anni e ho avuto una figlia quando avevo 52 anni.
Oramai sono rimasto il più vecchio del paese, come uomo; di donne invece ce ne sono ancora cinque di più vecchie.
Io non ci arrivo no ai cento...

Nastro 1994/35 - lato B

Aggiunte e precisazioni (16 settembre 1994)
Mia mamma era casalinga e mio papà ha fatto il carabiniere per una trentina d'anni e poi, ritornato a casa, ha comperato un po' di terra e ha fatto la guardia campestre.
[...]
Da Segusino, quando siamo partiti per Miliès, la strada è: Riva Grassa e Stramare. Da là venivano anche i tedeschi. C'era la strada, ma non asfaltata come adesso.
Per andare a Feltre siamo ritornati in paese e abbiamo preso la strada per Vas. Abbiamo passato il ponte sul Piave e siamo andati a Feltre. 

sabato 9 ottobre 2010

Renato Schioppalalba, Varago TV

Nato il 6 febbraio 1903

Nastro 1994/1 - Lato A                                     Giovedì 3 marzo 1994


Renato Schioppalalba, Varago di Maserada, 1903
Sono nato nel "palazzo" [villa veneta] che si vede dietro la chiesa e che in questi giorni stanno restaurando. I miei antenati erano signori da Venezia, proprietari di quel palazzo e di 160 campi di terra in paese. Inoltre avevano un negozio di pellicceria a Venezia. Un fratello di mio bisnonno era un canonico che è stato seppellito nella chiesa di Santa Maria del Giglio a Venezia.
Mio padre si chiamava Elia e mia madre Tersilia Pianca, rispettivamente nati nel 1872 e nel 1881. Hanno avuto cinque maschi e una femmina.
[...]
Sono andato a imparare il mestiere di fabbro a 13 anni nel 1916, a Vascon, da Cuzzato. Era un vecchio che aveva i figli soldati. Aveva una botteghetta da fabbro, prima dei portici.
Sono rimasto là un pochino e poi sono andato a Spresiano a fare il maniscalco in una bottega mandata avanti da due ragazzi perché il padre era morto da poco; il più vecchio dei due era del 1900. Mettevamo i ferri ai cavalli e le ciape [appositi ferri] ai piedi dei buoi.
All'epoca di Caporetto lavoravo a Spresiano. 
La bottega di maniscalco era proprio in centro, un poco prima di dove hanno poi costruito il monumento, lungo la strada statale. Ricordo che lungo la strada c'erano tutti paracarri a intervalli regolari. A fianco della chiesa di Spresiano c'era inoltre un portego che passava sopra la strada, da un lato all'altro. Sopra c'erano delle abitazioni, di cui era proprietario o un Mingotto o un Beltrame (non ricordo). In paese lo chiamavano "el portego de Bressan" e sotto al portico c'era uno stallo per i cavalli. L'osteria di Beltrame era più indietro, prima del monumento, dove c'è l'osteria anche adesso.
Sotto il portico si fermavano i cavalli. Avevano la possibilità di mangiare l'avena sulle mangiatoie e anche si riparavano se pioveva. Lo stallo era di proprietà di Bressan.
La nostra bottega da maniscalco era proprio piccola, 'na botegheta: sarà stata tre metri per tre. Oltre alla nostra bottega in paese c'era un altro maniscalco.
Io ho sempre avuto passione di fare il fabbro e per le macchine, fin da piccolo. Ricordo che quando venivano in paese le macchine da battere frumento, quelle a vapore ... "mi iera mato pa e machine". Mio padre voleva farmi studiare, o ingegnere o dottore, ma io niente, avevo passione per le macchine.
Mio padre faceva il tessitore, come i fratelli Monti. Lavorava in proprio, a casa sua e ha lavorato fino all'epoca di Caporetto. Faceva la tela: tela da braghe, tela da camice. Aveva un unico telaio. Faceva la tela e poi la vendeva a metri. Lavorava soprattutto il cotone, che andava a comperare a Treviso.
Ritirata di Caporetto
Ricordo tutto questo via vai di gente che vedevo dalla nostra botteghetta. Profughi che scendevano con i carri e i buoi, con i cavalli. Venivano giù dal Friuli, perché i tedeschi venivano avanti e loro scappavano. Tutta una processione di gente. Soldati con i camion. Chi andava, chi veniva, un'enorme confusione. Finché l'ultima sera che siamo rimasti in paese abbiamo iniziato a sentire le sciopetae qua sul Piave.
Così mio padre ha preso la decisione: «Fagoti e via!»
Abbiamo fatto fagotti. Eravamo cinque fratelli e io era il primogenito. [...] Siamo partiti a piedi portandoci dietro quel po' di roba che si poteva prendere. 
Avevo messo i viveri dentro a un sacco legato sopra e legato sotto in modo da poterlo mettere in spalla a mo' di zaino. Dentro ci ho messo del pane, dei salami, vino, formaggio, farina da fare la polenta, fagioli, cipolle ... quello che c'era.
Mio padre su un altro sacco più grande aveva messo dentro le pignatte, i mestoli, i cucchiai, i coltelli.
Nel palazzo di famiglia sono rimasti il fratello e la sorella di mio padre (Bepi e Maria), che erano da sposare. Sono rimasti "par tendarghe [vigilare] a so roba". E vi sono rimasti per tutta la guerra. Non gli è successo niente anche se il palazzo è stato colpito da dodici granate (ma è rimasto in piedi).
Dentro al palazzo si è messo il comando di presidio e gli zii si sono stabiliti in una loro casetta adiacente. La scritta "comando di presidio" è rimasta impressa ancora per anni sulla facciata, sopra la porta centrale.
Avevamo tutti un sacco in spalla, un saco par omo
Mia mamma aveva in braccio mio fratello Bepi; mia sorella che era piccola aveva solo un fagotèl, una roba piccola. Ognuno secondo le sue possibilità. Tutti a piedi, senza carri.
Siamo partiti da casa nostra di sera, noi cinque fratelli con il papà e la mamma; siamo partiti per andar a prendere il treno a Treviso. Era sul tardi, circa le otto della sera. Niente dormire, camminare a piedi nel buio, colonne di militari che scendevano e che salivano.
Quando siamo arrivati a Lancenigo – dove ora c'è la pizzeria e all'epoca c'era una fornace (fornace Bettiol) – abbiamo trovato una colonna di militari con i camion 18 BL che risalivano la strada verso il Piave.
Mio padre ci chiamava sempre per nome, perché era buio e aveva paura di perderci. C'era un'enorme confusione, movimento di soldati e di profughi; ci tenevamo per mano, con i sacchi in spalla.
Sulla colonna di militari che risalivano si trovava quella sera anche il proprietario dello stabilimento Monti, che era il figlioccio di mio padre: si chiamava Bruno Monti, e quando ha sentito mio padre chiamarci ha chiamato a sua volta: «Sàntolo! Aristide!»
Ci ha chiamato e ha chiesto a mio padre:
«Santolo, dove andate?»
«Eh – ha risposto mio padre – vuoi che restassimo qua che si sentivano già le schioppettate? Vado via, vado via.»
Monti gli ha detto: «Spetè santolo, che chiedo al tenente se vi può portare avanti un po' con il camion, magari fino a Treviso.»
È andato a chiederlo al tenente ma è ritornato dopo poco dicendo che no, non era proprio possibile, perché c'erano molti blocchi, uno a Lancenigo, uno al capitello di Sant' Artemio...
Abbiamo continuato a piedi. Abbiamo camminato per tutta la notte; piano, perché c'erano dei bambini piccoli. Alle prime luci del mattino, verso le sei, siamo arrivati alla stazione di Treviso, senza aver dormito niente. 
Non pioveva, era una notte nuvolosa.
Le strade erano piene, c'era confusione. La strada non era asfaltata.
Nessuno era passato ad avvisarci e a farci partire. Siamo partiti per iniziativa di mio padre. Il prete è rimasto in paese.
Mio padre originariamente era intenzionato di dirigersi all'isola d'Elba, perché aveva conosciuto in paese un militare che gli aveva detto di andare a casa sua, all'Elba, dove ci sarebbe stato solo suo padre e sua madre che li avrebbero di sicuro accettati in casa.
Arrivati alla stazione di Treviso c'erano le crocerossine che distribuivano generi di conforto. Ci hanno dato del caffelatte e dei biscotti. C'erano anche delle suore.
Verso le otto ci hanno imbarcati in un treno e siamo partiti con quelle vaporiere di una volta, ciuf ciuf ciuf ciuf, e avanti fino a Bologna, dove siamo arrivati alla sera. Dalle 8 della mattina alle 8 della sera.
A Bologna ci hanno mandato in sala d'aspetto. Anche là c'erano delle crocerossine che ci hanno dato caffelatte e biscotti.
Siamo rimasti a Bologna per la notte. Al mattino ci hanno caricati su un treno e ci hanno detto che si doveva andare a Pistoia, dove forse c'era posto per i profughi.
Siamo arrivati a Pistoia verso le 10 e siamo stati fermi alla stazione, in treno. Poi sono venuti a dirci che posto non ce n'era, e bisognava andare a Pescia.
Metti in moto ancora il treno e andiamo a Pescia. A Pescia ci tengono fermi un'altra ora e neanche là c'era posto; bisognava andare a Montecatini.
Intanto si era fatto il primo pomeriggio e finalmente siamo arrivati a Montecatini dove abbiamo trovato posto.
Ci hanno sistemati da un'affittacamere. [...] Eravamo su due stanze e una cucina fuori della casa, di là del cortiletto, su un'altro edificio.
L'affittacamere era una donna anziana, con una nipote, non del tutto apposto con la testa.
Siamo rimasti a Montecatini fino alla fine della guerra.
Ci trovavamo bene e poi andavamo anche a lavorare.
All'inizio ci passavano 250 grammi di pane al dì a testa, con la tessera; e anche il riso e la pasta, ma tutto con la tessera.
Ci davano un sussidio di una lira e 50 a testa e due lire al capofamiglia.
Certo che duecentocinquanta grammi di pane noi lo mangiavamo già prima de far marenda [prima colazione]. Allora io e mio fratello Aristide andavamo per la campagna con il sacco. Mio padre ci aveva dato dieci lire d'argento per comperare la farina. Noi chiedevano ai contadini se avevano un po' di farina da vendere e questi contadini rispondevano: «Oh bimbo mio non ce n'abbiamo manco per noi! Il governo ci ha sequestrato tutto, ma se ne volete una brancata.» Avevamo un sacchetto per la farina e un sacchetto per il pane e così un po' di qua un po' di là alla sera venivamo a casa con i sacchetti pieni di roba e tutta la famiglia poteva mangiare.
E soldi non ne volevano.
Tutti i profughi andavano in giro per le case in cerca di mangiare.
Per far fuoco andavamo per le pinete in cerca di pigne. I pinoli erano già usciti e le pigne cadevano per terra; si andavano a raccogliere le pigne con il sacco e con quelle si faceva fuoco. Si andava in collina, sulle montagne che circondavano Montecatini, io e i miei fratelli Ferilio e Aristide. Ci eravamo fatti prestare un carretto e con i sacchi si andava su, e in qualche maniera si faceva fuoco per una settimana. Per mangiare avevamo un focolare
Niente stufa in camera, niente gabinetto in casa ma fuori.
Poi siamo andati a lavorare, io e mio padre, in un'officina in cui si producevano granate. Officina che era venuta profuga anche lei a Montecatini, da Castelfranco Veneto: l'officina Rebellato, di cui era capotecnico militarizzato Menon Guglielmo da Roncade. In quest'officina lavoravano una cinquantina di persone sia maschi che femmine a turni continuati notte e giorno. 11 ore a turno più un'ora di riposo a mezzogiorno e una a mezzanotte.
Io avevo poco più di quattordici anni e mi hanno messo a lavorare al tornio (avevo già un'infarinatura da casa). Si trattava comunque di un lavoro "fisso": tirar giù il pezzo finito, mettere su quello grezzo e mettere in moto il tornio che era già programmato. Lavoravo "a contratto" [a cottimo] e sono arrivato a prendere sette lire al giorno – mi sembra che fossero circa 20 centesimi al pezzo – mentre la paga normale era sulle tre lire e mezzo al giorno. Cioè prendevo circa il doppio; ed erano bei soldi.
Mio padre l'hanno messo invece al montaggio, dove provavano le ogive e i diaframmi dentro. 
Facevamo granate da 149 e da 105 mm diametro, lunghe circa mezzo metro.
Mai nessun incidente in fabbrica e neppure scioperi o proteste.
C'erano sia uomini che donne ma le donne erano di meno. Inoltre c'erano una ventina di operai specializzati con la fascia tricolore sul braccio che coordinavano il lavoro; cioè impostavano il lavoro delle singole macchine in modo che noi non facevamo alto che prendere il pezzo grezzo e portarlo a compimento.
I militarizzati erano una specie di capi. Poi c'era il capotecnico Menon che era sopra tutti.
Nessun problema in fabbrica, di nessun genere.
Con la gente del posto mi trovavo bene, ma in fabbrica lavoravano prevalentemente profughi. Pochi erano del posto; gli operai erano profughi e militarizzati.
Montecatini anche all'epoca aveva alberghi e l'ippodromo.
I toscani ci trattavano bene, altro che qualche volta dicevano, magari ai bambini loro: «Stai zitto sennò ti faccio mangiare dal profugo!». 
Però non c'era ostilità nei nostri riguardi. Noi ne abbiamo conosciuti tanti del posto.
Recentemente – sette anni fa – sono ritornato a Montecatini. Ho rivisto la casa d'allora. Non c'è più l'affittacamere ma la casa, sia pur rinnovata, c'è ancora e si trova all'angolo di Via del Salsaro [Salsero]. In quell'occasione ho trovato l'attuale proprietario e gli ho detto che nel 1917 ero stato profugo là, e il proprietario mi ha fatto festa e mi ha invitato in casa sua.
Siamo ritornati a casa appena finita la guerra. 
Già il giorno 10 [novembre 1918] eravamo a Varago, io e mio padre, anche se non si poteva. 
Non ti davano il permesso di ritornare in quella che era la zona di guerra, ma noi siamo ritornati da "clandestini", senza permesso e senza niente. Un "franco" in tasca l'avevamo, perché da profughi eravamo riusciti a metter da parte 10.000 lire. Tutti soldi che tenevamo in casa, non in banca; tutte carte da mille, quelle grandi.
Arrivati di sera alla stazione di Mestre vi troviamo sentinelle dappertutto che ci chiedono cosa facciamo là. Con le sentinelle non si poteva pensare di uscire... Siamo rimasti un po' in sala d'aspetto e poi siamo andati un pochino in giro all'interno della stazione, fino all'una circa. All'una, me lo ricordo come fosse adesso, c'è la sentinella seduta là con il fucile sulle ginocchia, che dormiva. Abbiamo provato a fare un po' di rumore e il soldato non si muoveva. Mio padre ha detto: «Proviamo ad andar fuori». E pian piano, pian piano ce l'abbiamo fatta ad uscire dalla stazione.
Siamo arrivati a casa a piedi. Dall'una di notte alle undici e mezzo del mattino. Lungo la strada c'erano camion di soldati, ma non ci hanno fermato.
Quando siamo arrivati a casa nessuno ci aspettava. Abbiamo trovato i fratelli del papà che - sorpresi - ci hanno chiesto: «Qua siete voi? come mai ?»
Poi io sono rimasto a casa, mentre mio papà è ritornato a Montecatini.
A Montecatini eravamo venuti a sapere subito di questo armistizio.
La notizia si era diffusa subito e non si è andati più a lavorare in officina. Tutti fuori a far festa, una festa che non so. Tutti in piazza con le bandiere a sigàr [urlare] che la guerra è finita.
Quando sono arrivato nei miei campi a Varago, proprio dove c'era un filare di viti ci saranno stati due quintali di cartucce, baionette e munizioni varie. Perché nei nostri campi, oltre ad esserci il comando nel palazzo, c'era un accampamento di militari con le tende. E proprio a cinquecento metri dal centro del paese, sulla nostra proprietà, c'erano quattro piazzole di cannoni da 149, lo stesso tipo di granate che facevamo noi.
Tutte le siepi di acacie erano sparite. I soldati avevano tagliato tutto. Secondo me era per facilitare il transito delle truppe che dovevano passare dappertutto. Però a ben pensarci le viti erano rimaste in piedi. Allora forse le siepi erano state tagliate per far legna da fuoco...
A casa nostra, nella stalla, aveva trovato alloggio la Settima compagnia inglese dei pontieri, quella a cui è stato dedicato il monumento di Salettuol. Quando noi siamo tornati gli inglesi erano già partiti perché erano andati a fare il ponte sul Piave e ci hanno rimesso le penne quasi tutti, tanto che gli hanno fatto il monumento. Ed erano partiti proprio da casa nostra, dove avevano dormito sulla tèda [deposito di fieno sopra la stalla].
La nostra campagna era tutta devastata perché vi avevano camminato sopra con i camion, con i trattori, con i cannoni. La nostra terra in linea d'aria è distante circa due chilometri dal Piave, ma non c'erano trincee e non c'erano neppure morti.
Ma ne ho visti di morti, sul Piave. Perché sono andato subito sul Piave – dalla parte dei tedeschi sulla sinistra – e sono passato sulla passerella a Salettuol (ma ce n'erano diverse di passerelle). Vi sono andato assieme ai miei amici, a quelli che non erano andati via, perché in tanti erano rimasti a Varago, anche ragazzini della mia età o più giovani.
Siamo andati subito a vedere e ricordo un ricovero. Era stato sfondato perché vi era caduta una granata che aveva forato i travi di acacia, sopra i quali era stata distesa della terra. Dentro là ho visto tre morti tedeschi che erano ancora là dopo una settimana.
La campagna un po' alla volta l'hanno messa a posto mio zio e mia zia che erano senza figli e che lavoravano sette campi di terra [...].

Nastro 1994/1 - Lato B  fino 19:37 [su cassetta]  venerdì 4 marzo 1994 

[...]
00:45 Monti, quello della tessitura, era anche lui come mio padre un piccolo tessitore di paese. Erano alcuni fratelli ma due in particolare facevano quel mestiere: Venerio ed Evaristo, mentre Bruno, che era figlioccio di mio padre faceva il falegname. I due tessitori avevano un telaio ciascuno e inoltre avevano altri telai per alcuni dipendenti. Tre di questi telai erano meccanici, e non essendoci la corrente li facevano andare con il motore a scoppio. Pon pon pon pon pon, si sentiva il rumore.
Erano partiti dal nulla e hanno trovato l'articolo giusto.
Prima della [grande] guerra facevano la tela, perché i contadini della zona coltivavano la canapa e il lino. Lo lavoravano in casa, in famiglia – lo filavano – e poi lo davano ai tessitori che preparavano la tela che serviva per le braghe, le giacche, uso familiare e consumo locale.
*
03:06 Le munizioni che ho visto appena arrivato a casa sono state raccolte poco dopo da una squadra di soldati che è venuta a pulire tutto, anche le bombe.
Io poi sono andato a lavorare con le cooperative che erano sorte per la ricostruzione, bianche e rosse. Sono andato a lavorare come fabbro per una cooperativa e facevo canevassi [catenacci] per le porte, bartoèi [cerniere] per i balconi, ecc. Era una cooperativa rossa di cui non ricordo il nome, sorta ad opera di piccoli impresari della zona. Era di Maserada, ma non ricordo con precisone, perché non vi sono rimasto molto parché no i pagava mia, i iera tuti deinquenti. Facevano lavorare e poi non pagavano.
04:49 Sono andato via e ho impiantato una bottega di fabbro a casa mia. Avevo 19 anni [...] e mio fratello dell'11, Ferilio, mi faceva da garzone. Lavoravo lo stesso per le cooperative, però mi facevo pagare alla consegna della merce.
Erano tutti ladri uguali, quelli delle cooperative, tanto che Bruno Monti che faceva il falegname assieme allo zio Renato, fratello di mia mamma, si è messo in società con una grossa falegnameria per costruire i serramenti delle case. Questa società "Monti-Pianca" è andata in fallimento, perché le cooperative non pagavano. Hanno chiuso con un deficit di 44.000 lire, di quegli anni.
06:24 Chiusa la società, Bruno Monti è entrato nello stabilimento che avevano aperto i suoi fratelli, mentre invece mio zio Giuseppe Pianca è stato sistemato dal senatore Caccianga che gli ha dato una mano ad avere l'appalto [rivendita generi di monopolio] e un'osteria. L'osteria c'è ancora a Saltore, ma ora è un bar. Là vicino c'è anche la villa di Caccianiga, che però non si vede dalla strada perché è in mezzo a un bosco. Sempre là vicino c'è anche la villa del senatore Visentini, che un tempo era anche quella proprietà di Caccianiga: infatti il senatore ha sposato una Caccianiga ed è venuto ad abitare in una di queste due ville.
08:13 Ad un certo punto le cooperative hanno finito di lavorare e a me è rimasto ben poco lavoro per i contadini: fare i carri, i cerchi per i carri, gli attrezzi di campagna. Ma i contadini soldi non ne avevano e ho dovuto chiudere bottega, perché quando era ora di andare a comperare il carbone e il ferro per fare il lavoro non avevo i soldi per farlo. Li "avanzavo" ... e ancora li avanzo!
Il fatto è che anche i contadini non avevano soldi. Aspettavano sempre quando avevano le gaete [i bozzoli], quando avevano un vitello da vendere, il frumento, il granoturco...
09:37 Sono stato costretto a smettere e nel 1921 sono andato a lavorare da Ronfini, [in via Roggia] a Treviso e vi sono rimasto finché sono venuti i fascisti che hanno spaccato tutto perché il padrone era repubblicano [...] 

13:27 Ho fatto il militare in artiglieria a Ferrara e finito il militare sono andato a lavorare da Menon a Roncade, da quello che era stato il mio capo a Montecatini. A Roncade faceva motorini, biciclette, automobili, di tutto.
Io ho cambiato specializzazione e sono andato sui motori e sulle macchine a vapore che venivano riparate là da Menon.
Da Menon ho lavorato poco più di un anno. Poi mi sono licenziato perché si trattava di fare 11 ore di lavoro al giorno e 16 km all'andata e 16 al ritorno con una bicicletta tedesca che se gli metti un motorino di quelli di oggi non riesce neppure ad andare avanti.
14:49 Ho trovato posto a Treviso nel garage di via Canova dove lavoravo sempre nelle macchine – manutenzione dei motori – e dove sono rimasto fino al 1930.
Nel 1930 sono andato a Spresiano, davanti alla stazione, come meccanico da un padrone che aveva tre macchine a noleggio e un camion a rimorchio. Il padrone si chiamava Roberto detto Bala ... il vecchio padrone era Luigi, con i figli Ciliano e Ferruccio che avevano anche osteria e ristorante.
16:05 Sono rimasto a Spresiano cinque anni finché sono partito per l'Africa orientale, dove sono stato 13 anni a l'Asmara. Ma ho girato tutto l'impero come camionista. Lavoravo per conto dei Bet di Treviso: Angelo Bet e Giuseppe, Bepi, e i suoi tre fratelli più giovani. Angelo no, lui era rimasto a Treviso.
17:00 La sede della ditta era a Decamerè, a circa 40 km dall'Asmara e là vicino c'era l'aeroporto di Gura dove si trovavano tutti gli autotrasportatori italiani.
Io sono arrivato fino a Gima, al lago Tana, a Gondar. Trasportavo tutta roba dei soldati; non era difficile il lavoro.
Sono ritornato nel 1948 perché prima non si poteva rientrare: ci voleva il permesso dei signori inglesi. Ero stato prigioniero, ma sono scappato due volte dal campo di concentramento... [19:37 - fine intervista]

lunedì 27 settembre 2010

Sebastiano Pessotto, Bibano di Sotto (Godega Sant'Urbano, TV)

Nato il 23 settembre 1912

Informatore-accompagnatore: Renzo Cuch, Gruppo Alpini di Gaiarine.

Nastro 1998/8 - Lato A                                  Giovedì 2 aprile 1998

[...]
Il «papa Cappellari»
C'era una chiesetta in via Cappellari, davanti a Barlese, quasi in piazza di Gaiarine. La chiesetta l'ha demolita poi Barlese, non sono stati i tedeschi.
Dentro c'era la statua del "papa Cappellari", tanto che la chiamavano «a ceséta de Capeari», che era un papa.
Si vede che i soldati tedeschi erano di un'altra religione ... un bel giorno si vedono venir su questi soldati con una macchina su cui era caricata la statua in gesso del papa Cappellari.
Il «barba», fratello di mio povero nonno, ha chiesto loro cosa stessero facendo, ma loro non l'hanno badato. Siccome la statua aveva la corona, hanno tirato via la corona; poi con il ferro da barba hanno tagliato la barba [in gesso, della statua].
Era un sabato di sera, e mi ricordo come fosse adesso.
C'erano le tose che scopavano il cortile, come si faceva di solito, perché i soldati avevano lasciato in casa la nostra famiglia, per far vedere che vi abitava una famiglia normale, che non c'era un campo d'aviazione.
I soldati prendono questo papa e lo mettono in parte, lungo la siepe, perché c'era la siepe [di recinzione] davanti alle case. Prendono una sàca [un vimine] e legano il papa e ci dicono che non bisognava toccarlo, ma noi certo non volevamo toccarlo, noi eravamo bambini; poi i soldati se ne sono andati.
Il giorno successivo i soldati vengono di nuovo a casa nostra perché «i à da far manéjo co l'aparechio» [devono fare esercitazioni con l'aereo]. Mettono un soldato sull'aereo per addestrarlo a fare il mitragliere e la statua fa da bersaglio. L'aereo era a terra, da fermo, messo a una certa distanza dalla statua. Il mitragliere sparava e, se riusciva a far centro, il giorno dopo doveva andare sul Piave a combattere [perché aveva dimostrato di essere in grado di usare l'arma] e c'era bisogno di mitraglieri.
Mio zio li rimprovera per quanto stanno facendo ma loro ci scherzano su e gli rispondono ja, ja, ja.
Insomma, il mattino dopo, i tedeschi prendono un carretto, di quelli da spingere a mano, in legno, un bel carrettino fatto da noi in casa, vi distendono sul pianale una bracciata di paglia e sopra ci mettono la statua del papa. Poi fanno il loro lavoro [cioè sparano contro la statua].
Il barba gli dice «vedrete che la pagherete per quello che avete fatto».
I soldati dopo qualche giorno, o il giorno dopo, non ricordo, partono e vanno sul Piave in linea ... e il mitragliere che aveva sparato alla statua venne ucciso.
La statua era stata rotta completamente e noi bambini con i suoi pezzi di gesso giocavamo a capanón, un gioco che consiste nello spingere avanti un sasso con un piede e farlo cadere in un buco.
Poi è successo che dopo la sua morte il mitragliere - il suo spirito - continuava a farsi vedere. Alla sera quando era una certa ora i cani abbaiavano e qualcuno della nostra famiglia diceva «ah, varda lavìa, é el tedesco»....
E andata avanti così per un bel pezzo di tempo, perché ricordo che – noi si faceva il formaggio in casa, una volta, e allora ci si univa una famiglia con l'altra in modo da avere più latte – il tedesco ha continuato a farsi vedere per qualche anno.
Una sera mio povero papà ci ha detto: «Andate a prendere su un po' di erba per la maiala che ha i maialini». Noi bambini siamo andati. Eravamo io e mia cugina Rosa e quando siamo arrivati in fondo là, dove la stradina si congiunge con la strada che va in su, ho detto a mia cugina: «Vàrda el tedesco!»
Era dentro al cespuglio [bàr] dove avevano portato il gesso della statua rotta. Allora io, siccome avevo sentito dire che se lo spirito continuava a farsi vedere voleva dire che aveva bisogno di qualcosa, mi son detto «aspetta che gli vado a chiedere cosa vuole, di cosa ha bisogno». Mi son fatto coraggio e gli sono andato incontro, ma appena arrivato dove l'avevo visto, il tedesco non c'era più, si era spostato di lato. Mi sposto anch'io, ma ancora una volta quando arrivo dove lui c'era fino a un attimo prima, lo spirito non c'è più.
*
La luminaria invece era un gas che [a Gaiarine] veniva fuori dal terreno, dai fossi: un metano, che prendeva fuoco.
*
Ritornando allo spirito. Una sera, una donna della famiglia Maso, viene a portarci il latte per fare il formaggio e ci dice che passando davanti al cespuglio dove erano stati messi i resti della statua aveva sentito una tale raffica di vento che i rami dell'albero si erano piegati fino a terra. Era un grosso cespuglio di arnèr [ontano].
E prima ancora, uno dei Benedet che abitavano in una casa qua vicino, un certo Luigi, a volte quando gli capitava di tornare a casa con la mussa [asina] da Gaiarine gli succedevano delle strane cose. Una sera gli tirano giù la giacca, da dietro; veniva a casa dopo essere stato dalla morosa, non lo so, sta di fatto che si trova la giacca per terra e non vede nessuno, non c'è nessuno. Un'altra sera, raccontava sempre questo Benedet, tornava ancora a casa con la mussa e giunto in quel punto la mussa si ferma, non vuole più andare avanti e non ha potuto pensare altro che fosse lo spirito del tedesco.
Finché un'altra sera è venuta questa Maso e lei ha pensato che se c'era questo spirito bisognava far dire una messa. Abbiamo fatto dire la messa, e da quella volta non abbiamo più visto lo spirito.
Sarà stato circa nel 1924, perché la famiglia Maso era venuta ad abitare in paese qualche anno dopo la guerra.
Ritorniamo a parlare del campo d'aviazione.
Una volta un pilota, un ufficiale – perché gli ufficiali arrivavano a casa nostra alla mattina, con le auto, da Gaiarine – insomma uno si era come innamorato di me. Io ormai capivo cosa lui diceva, e mi diceva che lui mi avrebbe voluto portare in Germania, perché lui figli non ne aveva e voi siete tanti fratelli e uno può venire con me.
Un giorno, cosa fa? Prende l'apparecchio e mi fa salire su. Io ero già salito qualche volta sugli apparecchi, quando erano a terra e loro li lasciavano là, ma quella volta il pilota è partito, e io avevo una paura...
Non ricordo il nome di quel pilota, ricordo invece i nomi degli altri soldati che erano alloggiati a casa nostra. Il falegname aveva nome Carlo e faceva tutto quello che serviva in legno, sagome da tiro, ecc. Edoardo era quello che faceva l'autista e li portava fino al Piave, in qua e in là. Insomma ce n'era un bel gruppetto a casa nostra, saranno stati una ventina.
Io li capivo perché un po' si sforzavano loro e un po' ci sforzavamo noi, così ci si capiva.

Nastro 1998/8 - Lato B

Vicino a casa c'era una polveriera grossa. Era un deposito di munizioni da apparecchio, bombe da sganciare grandi come me (quando ero bambino).
Questo deposito più grande si trovava vicino alla chiesetta di [...]
Un altro deposito più piccolo, che si trovava dove ora hanno fatto il capannone, conteneva munizioni e bombe a mano. Con quelle, una volta finita la guerra, è morta una mia cugina che ha tirato via il nastro a un petardo. Questi petardi avevano attorno un nastro rosa, verde o celeste a seconda della portata, e poi un anello [la s'ciòna]. Tenevano il petardo in mano e lo lanciavano con il nastro, per dargli più slancio.
Mia cugina, che si chiamava Gianna e aveva sui 10 anni, ha tirato via il nastro tenendo in mano il petardo che gli è esploso e l'ha uccisa.
Campo d'aviazione: vi erano vari angàr [hangar]. Uno davanti e uno dietro casa, un altro dai miei cugini che fa tre, altri due erano lungo la strada dei miei cugini dalla casa rossa (la strada di Belcorbo) e poi quassù da Janotto non so se c'erano tre o quattro angàr, perché erano di due qualità, gli apparecchi. Quelli quassù erano rossi e quelli laggiù erano gialli, erano di due squadriglie, cioè. Su ogni angàr ci stavano dentro due o tre apparecchi. Alla sera i soldati li spingevano dentro e alla mattina li tiravano fuori. Per metterli in moto facevano girare l'elica con le mani tuf, stuf, stuf. A un soldato là dietro alle nostre case un'elica gli ha portato via il braccio; l'elica è partita e lui non ha fatto in tempo a ritirare il braccio. Ma non è morto, è rimasto mutilato.
Quella volta che io ho fatto il giro in aereo ho volato là intorno e avevo paura soprattutto perché i miei non ne sapevano niente.
Mio padre si chiamava Costante ed era in guerra sul Sabotino, ma durante i giorni di Caporetto era a casa. Era rimasto ferito due volte. Era andato a dare il cambio ai bersaglieri che erano stati attaccati con il gas. Prima è rimasto ferito mentre si trovava in trincea e una croda lo ha colpito alla schiena ed è rimasto ricoverato per qualche mese in ospedale. Una volta guarito è ritornato di nuovo in trincea.
Era cuciniere e una volta l'hanno fatto prigioniero, di sera. Si sapeva che forse quella sera ci sarebbe stato un attacco e lui ha detto ai suoi compagni: «Se per caso vi ritirate, avvertitemi.» Invece non l'hanno avvertito ed è stato fatto prigioniero. Era caporalmaggiore e non l'hanno avvertito. Il combattimento è stato grosso e i nostri si sono ritirati, e lui - venuta la notte - si è messo a dormire sotto le casse di cottura.
Alla mattina si trova con gli ufficiali tedeschi che camminano davanti a loro, contenti perché stavano avanzando. Allora mio padre ha detto ai suoi soldati: «Tosat, toén i mùi e scampén». Hanno caricato i muli e tutto; quando sono scappati c'era una valle stretta, i tedeschi gli sparavano, ma le pallottole restavano alte e non riuscivano a prenderli.
Un'altra volta mio padre è stato ferito. Era di sera tardi, ormai notte, era su in trincea che distribuiva un po' di caffè e di quello che c'era, perché ormai era tardi. Uno voleva mangiare, un altro non ne voleva più; ormai erano sfiniti, i soldati. Gli capita una pallottola. Si vede che hanno sentito qualcosa che si muoveva, gli altri gli hanno tirato e l'hanno colpito in petto sotto la spalla sinistra. La pallottola lo ha perforato, ma non ha colpito il cuore e così si è salvato.
L'hanno portato all'ospedale da campo e quando ha iniziato a stare un po' meglio ha chiesto di venir a casa in licenza, anche perché aveva saputo che gli era morto il nonno. Allora il tenente medico gli ha detto: «Ti posso mandare a casa anche entro 24 ore, però devi fare la "rinuncia", devi sottoscrivere che sei stato "ferito in prima linea, non per causa di servizio" e in questo caso non avrai più la pensione.» E mio padre gli ha detto: «Piuttosto di finirla qua, finché ho le gambe che mi tengono ancora in piedi me ne vado. Poi, sarà quel che sarà.»
Per questo, quattro giorni prima della ritirata di Caporetto lui era qua a casa.
Nei giorni della ritirata ha visto arrivare i tedeschi, che son venuti su per la Cal di Mezzo. Sono arrivati dietro le case e chiamavano, chiedendo della "quota Vinello". Mio padre gli ha indicato il posto che cercavano: era la chiesa di San Cristoforo.
I tedeschi hanno portato tutti i cannoni sul prato davanti, dove adesso c'è a beussera [il vigneto "alla Bellussi"], sopra Fantuz. Là dove c'è il capannone prima non c'era la belussera, c'era tutta pradarìa.
Hanno iniziato ad arrivare con i cavalli e i muli, hanno sistemato i cannoni tutti in fila, con la bocca verso il Piave. I cavalli li hanno messi sulla terra dei miei cugini, legati ai gelsi o lasciati così com'erano.
Le piste per gli aerei le hanno fatte sul terreno dietro le case, dove c'era la jèra [ghiaia]. Anche là c'erano piantajón [piantate, filari di viti sostenute da gelsi] che hanno fatto tagliare tutte da borghesi fatti venire apposta da Gaiarine. Hanno tagliato le piante senza estirpare le radici, perché sopra vi hanno steso della ghiaia prelevata da una cava che hanno scavato qua vicino di là della strada, dalla parte dove c'era la famiglia di Bortolo Brisotto con i suoi due figli Francesco e Giusto, e dove ora c'è Nardi detto Mattìo.
Hanno fatto questa cava e vi hanno messo a lavorare dei prigionieri mutilati, senza una mano.
D. Come facevano a lavorare, se erano mutilati?
R. Eppure li facevano lavorare, eh! Erano prigionieri italiani, ma ce ne saranno stati anche di stranieri e lavoravano con quello che potevano, con il piccone ... e quelli che stavano meglio con i carrelli portavano fuori la ghiaia e preparavano le piste.
*
Renzo Cuch gli chiede se sa chi abbia raccolto i volantini austriaci di propaganda che Bruno (figlio di Piero Pessotto) ha donato al Gruppo alpini.
Sebastiano, risponde che volantini ne buttavano giù in continuazione, quando passavano...
«Li buttavano giù per i borghesi, poi i boce li raccoglievano e li buttavano via.»
*
Ai prigionieri mutilati, pur di farli lavorare, avevano dato una paletta di quelle che adoperano le donne in cucina per raccogliere la cenere sul camino [?] e sia pure con questi piccoli attrezzi, alla sera i carri erano carichi, anche se i prigionieri avevano una mano sola, oppure avevano le mani senza qualche dito.
D. Sono mai venuti gli italiani qui di sopra, con i loro aerei a bombardare il campo?
R. Una sera, o meglio ad una certa ora di un giorno, arriva un apparecchio italiano e le mitraglie che erano attorno al campo ... e io so dove erano le mitraglie ... perché ce n'era una dietro le case dove abitavamo noi; una davanti alla nostra casa; una era sul palù davanti alla casa rossa dei miei cugini, di là della strada; una era sopra Zamai; una era quassù da Janotto; una nel terreno di Brisotto, che fa sei e una sulla strada, lo stesso, che va dentro e che fa sette, e una che faceva otto...
Il campo d'aviazione sarà stato grande non più di dieci campi di terreno, anche meno, non era tanto grande. La pista sarà stata lunga come dalla casa in cui siamo adesso fino alla strada, saranno stati un cinquecento metri. Ce n'erano due di piste, una per ciascuna squadriglia.
Allora ... un giorno arriva un apparecchio italiano, ma l'aviatore era uno dei nostri qua e si butta sul prato. Siccome c'erano i rivai [tratti erbosi usati per gli spostamenti di uomini e animali] alle testate della campagna, l'apparecchio si rovescia all'incontro con questo rival. Ma dentro non c'era un italiano, c'era un aviatore tedesco che di là del Piave - non si sa come - era riuscito a portar via un apparecchio italiano e a passare le linee fino al nostro campo.
Mi ricordo che siamo corsi tutti a vedere, anche con paura, perché sull'aereo ci sono le munizioni. Arrivati vicino mi ricordo che dicevano che quello che era dentro alla guida era morto. Infatti il sangue colava giù dall'apparecchio, dove l'aviatore era legato, con la testa voltata in giù. I tedeschi sono riusciti a girare l'apparecchio e l'aviatore invece era ancora vivo, ed era uno dei loro, un ufficiale. Come fosse riuscito ad impossessarsi di un apparecchio italiano, non si sa.
Dopo qualche giorno, è successo che dal Piave gli aerei tedeschi venissero verso di qua, con gli italiani a corrergli dietro. Parlavano sempre di Baracca, e forse era Baracca ... e così gli italiani hanno scoperto il campo. Allora, furbi i tedeschi, cosa hanno fatto? Tutti gli angàr - che erano coperti con teli di colore tendente al bianco - hanno preso dell'olio nero e li hanno dipinti come fossero degli alberi. Poi i tedeschi sono andati sui prati oltre l'acqua del Rald [?], hanno portato là dei nuovi teli, fingendo che là ci fossero gli angàr del campo d'aviazione.
Quando sono venuti ancora gli italiani, hanno iniziato a lasciar cadere qualche bomba già dal Restéja, ma non hanno mai colpito il campo.
I tedeschi, quando venivano via dal Piave con i camion pieni di feriti ancora sanguinanti ci chiedevano le lenzuola, in questo modo ci hanno portato via tutta la biancheria.

Nastro 1998/8 - Lato B 9 aprile 1998

[Ci dirigiamo in auto verso il luogo dove sorgeva l'aeroporto. Soffia un forte vento che disturba la registrazione, sta per arrivare un temporale.
Passiamo a fianco della casa di Janotto e il testimone dice che dietro c'erano gli hangar. Poi indica la disposizione delle mitragliatrici antiaeree che erano piazzate attorno all'aeroporto. La prima era nascosta in mezzo ai filari delle viti, nei pressi della casa all'epoca abitata dalla fam. Zamai.
Ci fermiamo con l'auto davanti alla casa dei suoi cugini, dove – durante la Prima guerra mondiale – abitava la famiglia di Pietro Pessotto]
* 
Il testimone indica il luogo dove c'erano i prigionieri italiani «borghesi però» [?], portati qui per lavorare, anche se erano invalidi...
«Quando prendevano tanto - da mangiare - era pane e acqua e si sedevano a mangiare là, ai bordi della strada.»
*
Una volta è arrivato al campo un ufficiale aviatore morto, colpito durante un'azione (uno dei due che erano a bordo di ogni aereo). L'hanno seppellito qua [vicino alla casa presso cui siamo fermi]. Hanno fatto una buca e l'hanno messo dentro a una cassa di zinco, a sua volta messa dentro una di tavole. Terminata la guerra la moglie dell'ufficiale è venuta da Vienna a esumarlo.
[Sempre nella casa davanti alla quale siamo fermi] c'era il comando dell'aeroporto, c'erano degli ufficiali. E c'era una camera in cui alloggiava il tenente medico.
Dietro la casa, che allora era più piccola, c'erano gli hangar, in legno.
Di questo tenente medico ricordo che lo vedevo curare i feriti: era come un "pronto soccorso".
Gli hangar erano fatti con le tavole, coperti sempre in tavole e di forma quadrata. Ho bruciato le ultime tavole di questi hangar qualche giorno fa. Erano in abete o pino e si sono conservate così tanto tempo perché ne avevamo utilizzate alcune per fare la greppia della stalla del cavallo.
Un altro hangar, molto grande, si trovava dove ora si vedono quegli scatoloni.
Gli hangar avevano le porte scorrevoli per far entrare gli aerei.
La pista dell'aeroporto era però più avanti e partiva da dietro alla casa in cui sono nato.
A circa duecento metri dalla mia casa natale c'era una polveriera piccola, dove venivano "innestate" le bombe che poi venivano caricate sugli aerei. Un'altra polveriera piccola, con le stesse funzioni, era là vicino, e in quella polveriera è saltata in aria anche una bambina, che era una mia cugina, giocando con un petardo.
In quello stesso posto, una ventina d'anni fa, quando hanno fatto un capannone nuovo della ditta Fantuz, sono state trovate ancora delle bombe, anche se nessuno ci credeva quando io li avvertivo - perché io lo sapevo - che lì ci sarebbero state delle bombe. Erano tutte bombe cariche e innestate. A toccarle potevano scoppiare tutte, come poi hanno detto i soldati che sono venuti a prenderle.
La polveriera in tempo di guerra era coperta con dei teli sopra ai quali era stata messa della terra in modo che crescesse l'erba, per nasconderla.
Dopo la guerra la polveriera era ancora là quando io andavo a scuola, e mio povero papà è andato a Conegliano, dai carabinieri, a denunciarla. Sono arrivati gli artificieri d'artiglieria. Sono venuti qua due tre volte, hanno preso le bombe e le hanno portate su quel fosso laggiù. Dicevano che le bombe non avrebbero fatto un grande scoppio, ma quando sono state fatte scoppiare hanno fatto uno scoppio grandissimo, un grande buco, e la terra è stata lanciata dappertutto e molto lontano.
Dopo di allora gli artificieri non sono tornati più, ma sono rimaste ancora delle bombe "signorine", che avevano come delle gonnelline.
La direzione della pista era sulla linea Gaiarine-Bibano [sud-est/nord-ovest]...
Sempre vicino al fosso avevano scavato una buca che avevano riempito di benzina per il rifornimento dell'autocentro. Questo serbatoio di benzina è stato poi svuotato dagli italiani.
[...] Le piste erano due, una per andare e una per tornare, e due erano anche le squadriglie che erano dislocate nel campo, una con gli aerei dipinti di rosso e una con gli aerei dipinti di giallo. Aerei che erano comunque più o meno uguali, a parte il colore.
[...]
Una volta un aereo scendendo è andato a cozzare con un'ala contro la noghèra [il noce], ma gli aviatori che erano a bordo si sono salvati. Sono rimasti feriti e li hanno portati all'ospedale. Quello che è arrivato qua morto, è arrivato dal Piave già morto.
[...]

Nastro 1998/08 - Lato B

[...]
Mio povero papà, beh, [i tedeschi] l'hanno portato via anche lui [assieme ad altri del paese]. Li hanno portati in Cansiglio, a tagliare piante che portavano sul Piave.
Li hanno portati lassù, ma siccome c'erano le malghe, e conoscevano quelli delle malghe, alla seconda volta mio padre è scappato da prigioniero, ed è venuto a casa.
D. Ma poi l'hanno ripreso, qui a casa?
R. I "carabinieri", quasi ogni giorno venivano - quelli di Godega - a fare il giro a cavallo. Quando è arrivato a casa mio povero papà, siccome c'erano tutte le sentinelle attorno alla casa, i "carabinieri" venivano sì a prendere informazioni, ma le sentinelle non li facevano entrare in casa. Perché, anche prima, mio povero papà [aveva un incarico di fiducia]: custodiva i soldi e quello che avevano [di caro, di prezioso] i soldati che andavano al Piave, e quando tornavano restituiva i loro soldi, le corone. Tanti gli affidavano anche l'anello.
Mio padre prima aveva fatto tre anni di carabiniere, poi è diventato caporale e caporale maggiore di cucina. È stato ferito sul Sabotino.
A Opacchiasella gli austriaci hanno lanciato il gas sui bersaglieri, e quando i nostri sono andati su hanno dovuto fare, a braccia, cataste di morti. Tutti morti, perché avevano lasciato uscire il gas nella valle. Diceva mio padre che le piante erano lustre [avevano il tronco lucido] a forza di tentativi di sollevarsi da terra per sfuggire al gas, ma riuscivano a restare sollevati da terra un poco, poi cadevano.
Insomma mio padre non è stato più toccato, niente.
Quando [i tedeschi] hanno caricato - la sera prima che andassero via da qua – hanno chiesto a mio padre e a quelli che erano qua di aiutarli a caricare la roba, ma senza ridere. Non ridere.
Noi avevamo anche i maiali. C'era una maiala con i suoi maialini e uno di questi maialini è scappato; l'abbiamo cercato nel campo ma non lo abbiamo trovato più. [...] Il soldato che accudiva i maiali era di un'altra religione, perché si buttava a terra per pregare, e aveva nome Elia.
[...]
C'era la polveriera lassù, e quando i tedeschi sono scappati hanno portato via quello che sono riusciti a portar via, di munizioni. Ma molte munizioni sono rimaste là.
Poi sono venuti gli italiani con la trattrice a caricarle. I nostri uomini erano laggiù nel campo, me lo ricordo, perché non era bene stare vicino a dove caricavano le munizioni, e c'era un certo Leone che portava la trattrice. Leone era il gestore del dopolavoro, dell'osteria che c'era ad Orsago.
Terminato di raccogliere queste bombe, si mettono, ufficiali e sottufficiali - in otto di loro - a pulire una bomba, a disinnescarla. E mentre stavano disinnescandola è scoppiata e sono morti tutti quanti, anche la cagnetta bianca che era con loro. Me lo ricordo: tutti i militari e anche Leone. Era subito dopo la guerra, c'erano ancora le canne del granoturco sui campi.
Negli ultimi giorni della guerra, gli austriaci hanno preso gli apparecchi, e via.
Gli italiani non sono passati di qua a corrergli dietro, loro passavano per le strade grosse, non per le stradine, non per le campagne.
Gli austriaci prima di partire si sono fatti aiutare dai nostri uomini a caricare la roba, quello che sono riusciti. Non hanno rubato roba nostra, perché non c'era più niente da portar via. Perché quando erano arrivati hanno portato via tutta la biada e il raccolto ormai fatto del 1917. Quando sono arrivati hanno detto: «per domani sera che siano via tutti - i miei cugini - e vuota la casa». I miei cugini in parte sono venuti a casa nostra e in parte si sono sparsi per le case di conoscenti: da Segato Giuseppe, quaggiù, da Brisotto e in altre case nei dintorni.
[...] Comunque mio padre è riuscito a salvare un po' di vino. Una botte l'hanno sotterrata, l'hanno portata sul campo, l'hanno messa in un fosso e l'hanno interrata là. I tedeschi non se ne sono accorti.
Poi gli austriaci hanno portato via le campane e anche tutto il rame per le case, per fare bombe.
[...]
Gli aviatori austriaci, durante la guerra parlavano sempre di Baracca, ce l'avevano fissa con Francesco Baracca e cercavano di buttarlo giù. Conoscevano il suo apparecchio e ne avevano paura.
Molti degli ufficiali aviatori parlavano italiano, perché erano magari qua, da Fiume.
[...] Ce n'era due di campi di aviazione, a Godega, là dove fannno la discarica a Campardo. Erano chiamati "campo di sopra e campo di sotto". Uno era sotto Godega e l'altro era sotto Colle Umberto, che è là vicino, fa confine.
Il figlio di Luigi Bongiorno, che si chiamava Giuseppe – soprannominato el Piave, perché suonava la canzone del Piave con la fisarmonica, ed era del '900 – quando sono arrivati i tedeschi da Iseo Boldan, dove c'era una strada che veniva dentro, fra la famiglia Bongiorno e quella dei Pavan, si era nascosto in una buca ai bordi della strada in mezzo ai rovi insieme con [un altro ragazzo] per non essere portato via dai tedeschi. Là gli portavano da mangiare ed è rimasto per molto tempo. La cavalleria dei tedeschi andava nei prati a pascolare e a fare "maneggio", passando sopra la strada; e loro erano sotto. Così si sono salvati la pelle, altrimenti i tedeschi li avrebbero portati via. Non so quanto siano rimasti là, so che in questa maniera sono riusciti a salvarsi.
Quella di Caporetto, so anche quella, io.
25:35 Mio zio era presente, la notte della battaglia, quando hanno sparato la mina sul Monte Nero. Alla sera avevano capito che ormai c'era movimento sulle altre linee, e allora si sono preparati. Il tenente Copassi ha detto a mio zio: «Pessotto, cerca di starmi vicino stasera, perché penso che ci attacchino». Mio zio Battista (classe 1887) era caporal maggiore di sanità, della 1104. compagnia mitraglieri, e nel rifugio, sotto, c'era un ospedaletto di pronto soccorso. Quando i tedeschi hanno attaccato mio zio è andato a portare fuori munizioni.
Hanno attaccato per primi i tedeschi e quando la montagna è saltata in aria in seguito alla mina lo zio ricordava "di aver visto le stelle per tre volte". Tre volte la montagna si è aperta e si è chiusa sopra di lui. Il tenente Copassi è rimasto ferito, gli era stato portato via tutto davanti qua, il petto. Ha fatto in tempo a dire: «Pessotto sono morto!». Era rimasta in vista la pelle del polmone e del cuore. Pareva proprio finito, invece l'hanno portato giù e dopo la guerra il tenente e mio zio si sono ritrovati.
Mio zio è stato fatto prigioniero e l'hanno portato in Germania, in Westfalia, a Colonia da quelle parti là. Ricordava che erano partiti da dove era stato fatto prigioniero e avevano superato dodici montagne...
29:33 Poi ho visto anch'io [quei posti] nel '40, nella Seconda guerra, quando ero militare a Idria con il 1° reggimento fanteria. Con l'articolo 136, da permanente, ero rimasto a casa "rivedibile" perché non stavo bene, ma nel 1940 mi hanno richiamato. Da recluta sarei stato del 5. artiglieria campale pesante, di stanza a Pola. Da richiamato ho fatto domanda di andare nel 73. fanteria di Sacile. Mi hanno detto che non potevano mandarmi perché non c'erano più posti, e volevano mandarmi a L'Aquila. Alla fine mi hanno mandato nel 1° Reggimento fanteria, di stanza a Cividale.
La siepe del cortile era in legno vivo, di onastrele ... [Cornus sanguinea?].
Il fratello del nonno, che ha chiesto ai tedeschi che sparavano al papa Cappellari cosa stessero facendo, si chiamava Giacinto. I mitraglieri che sparavano contro il papa erano in tanti, ma solo uno di loro è morto.
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Sono nato il 23 settembre 1912. Al tempo della prima guerra mondiale eravamo tre fratelli: io, Antonio del 1914 e Pietro che è nato nel 1917.
Quando il pilota mi ha fatto fare il giro in aereo io avevo paura, ma non dell'aereo, ma perché i miei genitori non lo sapevano. A me gli aviatori volevano bene, mi prendevano in braccio, non avevano cattiveria.
C'erano le ragazze, ma non hanno fatto niente di male. Però una sera due soldati sono andati sulla camera in cui dormiva l'Antonietta, una mia cugina figlia di Pietro Pessotto. Mio povero papà, che dormiva sulla camera a fianco, ha fatto finta che ci fosse là vicino la polizia e ha fatto finta di chiamarla, così i due soldati sono scappati. Non siamo riusciti a capire chi fossero quei due soldati, né da dove venissero. Certo non erano fra quelli che erano stabili in casa. Venivano da fuori.
L'Antonietta comunque già aveva fatto amicizia con un soldato austriaco, che diceva che poi sarebbe tornato da lei.
Vicino alla chiesetta di San Cristofaro c'era la polveriera grande e nei pressi c'era anche un appezzamento di terreno destinato ad ortaggio, coltivato dai soldati. Io a volte andavo a prendervi qualcosa, i soldati mi davano delle bietole, qualcosa, che io mettevo in tasca.
Una volta, a un centinaio di metri dalla chiesetta, un soldato giovane incontra un altro soldato più anziano che aveva del tabacco e che gli chiede se ne voleva anche lui. Il soldato più giovane ha detto di no, perché i più anziani glielo avrebbero preso. Ma l'altro ha messo il tabacco dentro a una bomba a mano, dopo averla svuotata e aver dato a me le palline che c'erano dentro la bomba, ma erano poche. Così un'altra volta, ormai avevo capito come si faceva, ho disinnescato io una bomba a mano. Mi son preso tutte le palline che c'erano dentro e le ho portate a casa per giocare. Non mi rendevo conto di quello che facevo, del pericolo.
Ora la chiesetta di San Cristoforo è chiusa; le chiavi le ha una famiglia là vicino, uno che fa l'autista. Una volta invece era Janotto e si faceva sagra il 25 di luglio. Veniva tanta gente, anche da fuori. Si faceva la messa e il vespro, poi c'era il gioco delle bocce e un po' di osteria che veniva aperta da quelli che avevano l'osteria a Biban e mettevano una baracca o due. C'erano dolci e biscotti portati da Angelo Pianca e sua moglie che aveva nome Catina (Caterina). Si cantava.
I tedeschi, quando c'erano le loro feste, venivano nella casa di Janotto e là c'era uno che suonava la fisarmonica e facevano i loro balli. Poi bevevano il te. Non si ubriacavano mica, eh. Non potevano bere vino.
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