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martedì 17 agosto 2010

Angelo Dalla Palma, presa 10 Montello

Nato il 2 febbraio 1912 a Coldarco frazione di Enego (VI). 
All'intervista è presente (e partecipa) anche la moglie Teresa Francescato, nata nel 1913 a Coldarco frazione di Enego (VI).
I coniugi Dalla Palma sono residenti a Santa Mama del Montello (TV).

Nastro 1994/12 - Lato A                   9 maggio 1994    

Siamo in via "Nord Montello" (Panoramica), vicino alla chiesetta di Santa Mama, al confine fra il confine di Volpago e quello di Crocetta, a poca distanza dal Cippo degli Arditi.

Marito. Prima abitavo sulla presa 14, ma sono nato sulla 10, e sono rimasto sulla 14 dal 1936 al 1962.
Pensavo di non arrivare neppure ai 50 anni, perché non sono mai stato un uomo molto forte, invece ... comunque ora sento che a machinéta non va tanto bene e non posso neppure aiutare la moglie.
*
La sera che siamo andati profughi, a casa mia c'erano 18 ettolitri di vino, e li abbiamo lasciati là. Ma io non pensavo a quelle cose, ero un bambino e pensavo a una cassa di pere che avevamo e volevo prenderne un pochine.
Siamo partiti con una famiglia che abitava là vicino e aveva le bestie da lavoro, abituate al giogo. Le hanno attaccate alla carretta e davanti ci hanno messo una mussa. Noi bambini siamo saliti sulla carretta e siamo andati su per la presa 10 - la nostra casa era sul versante nord del Montello - e ci siamo diretti verso Volpago. Poi siamo andati profughi verso Camposampiero, a Villa del Conte.
*
Moglie. Abito in questo posto fin da piccolissima. Sono del 1913 [...]
Marito. Sono stufo di vedere gli zingari che vogliono entrare in casa mia, e una volta ho preso la forca e li ho fatti correre.
*
Quando sono andato profugo avevamo una cassa di pere e non pensavo ad altro, non certo alle vacche, o al vino o a tutto il capitale che rimaneva là. Mio padre si è portato dietro una vacca e l'ha mantenuta poi in una stalla.
Le pere erano in una cassa grande, di circa un quintale, e prima dell'inverno le avremmo mangiate. Erano pere grosse così, e quelle che non mangiavamo noi le regalavamo. Non avevano un nome preciso ... mi pare ancora di vederle. Erano buone e avevamo un solo pero.
Abitavamo sulla presa 10, sopra il tronco che va a Santi Angeli, a circa un km dalla chiesa. Case comunque ce n'erano anche allora sparse un po' dovunque sul Montello. [....]
Moglie. [...] Mi ricordo che qua, dopo la prima guerra, era tutto differente. Sul confine fra Volpago e Crocetta, c'erano tutte morerine [gelsi selvatici], piantate da una e dall'altra parte del confine. Senza viti.

Nastro 1994/12 - Lato B

Era tutto differente. La strada c'era anche prima, ma non era asfaltata e parte per parte c'erano due file di moreri che la fiancheggiavano.
Da bambina sono venuta sul Montello in casa dei miei zii che non avevano figli. Vi sono rimasta finché mi sono sposata.
Gli zii si chiamavano Pietro Dalla Palma e la zia (sorella di mia mamma) Cappello Giustina. Avevano comprato sul Montello ancora prima della guerra.
Marito. Tutti quelli della montagna sono venuti giù nel Montello. La gran parte degli abitanti del Montello sono originari dalla montagna! [...] 
*
Finita la guerra del '18 abbiamo trovato la nostra casa senza coperto e senza solai, solo con i muri. Vi abbiamo messo sopra dei teli di tenda per ripararci dalla pioggia, e un po' di paglia per terra per dormire. 
Alla notte ci voleva uno che restasse sveglio a far la guardia perché i topi mangiavano le orecchie! I topi erano arrivati in tempo di guerra: il fieno non era  stato mai tagliato e sul prato i passaggi dei topi avevano formato come delle gallerie fitte fitte. Non regnavano altro che i topi. 
La causa della loro presenza erano anche i rifiuti che i militari avevano lasciato e in più l'erba non era stata tagliata. 
I topi che «me magnava e recie», non è un modo di dire: di notte bisognava far la guardia.
*
A Villa del Conte, dove eravamo profughi, abitavamo in casa di Stellin Pietro. Ricordo che i contadini piantavano nell'orto un po' di tutto e io andavo negli orti a rubare gli zucchini e le zucche per darle alla vacca che ci eravamo portati dietro, perché facesse latte ... e i proprietari mi correvano dietro col bastone.
Siamo venuti via da Villa del Conte appena finita la guerra. Ma anche durante la guerra mio padre ritornava a volte a casa, "su al Diese" (su, sulla presa 10) a prendere il fieno con un cavallo che noleggiava.
Sul Montello sentiva i tedeschi di là del Piave che tiravano col cannone, perché sopra il Montello gli italiani avevano fatto una trincea profonda e larga due metri. Là era il fronte. 
Il padrone del cavallo diceva a mio padre: «Scappiamo perché i tedeschi ci ammazzano».
«No, no, diceva mio padre, stanno bombardando più in su, e noi siamo sotto», cioè più in basso della linea che dovevano colpire i tedeschi. La nostra casa infatti era sul versante nord del Montello e malgrado le linee di difesa italiane e le granate tedesche mio padre riusciva a portare a casa il fieno, in piena guerra.
Al ritorno sul Montello abbiamo trovato degli austriaci che erano prigionieri. Erano pieni di fame. Ce n'era una compagnia su una buca. Io sono andato a portargli un po' di pane e loro mi hanno dato 'na spineta [un'armonica a bocca] lunga così: più contento di me non c'era nessuno, suonava proprio bene.
I prigionieri erano sulla presa 10, proprio sopra casa nostra. Erano là, dentro a una buca, pieni di fame.
*
Io sono andato a scuola "alla Peschiera", che si trova in cima alla 12, vicino all'osteria di Sbeghen. La Peschiera era un laghetto "fermo". Da dove abitavo ai Santi Angeli per arrivare a scuola dovevo camminare un'ora. Ma allora eravamo boce e si camminava forte...
*
Mi ricordo che quando siamo tornati da profughi qua a S. Mama c'era lungo la strada una fila di granate alta un metro e lunga venti metri, che poi le hanno portate via. Per terra c'erano petardi, "signorine", bombe.
Le chiamavano signorine perché avevano il manico di legno e una sottanina sottile e dentro c'era l'esplosivo. I petardi erano come una scatoletta, facili da esplodere e ancora carichi.
Ricordo un caporale che andava a trovare una ragazza vicino a casa mia e "per farsi vedere" ha colpito con una fucilata (1 colpo del fucile '91) un petardo che era a una ventina di metri, giù in fondo a una buca, e gli è arrivata una scheggia proprio in mezzo alla fronte; per fortuna era superficiale.
Ricordo inoltre che sul nostro confine mi è capitato di piantare il vanghetto per terra e ho colpito esattamente il teschio di un austriaco. Gli ho spezzato giusto la mandibola, con tutti i suoi denti. L'ho presa in mano e l'ho portata a casa. Qualche giorno dopo è venuta a trovarci una donna di Camposampiero che avevamo conosciuta da profughi e io le ho messo la mandibola dentro la sporta. Quando se n'è accorta per poco sveniva. 
I boce no capisce gnente! Robe che non si dovrebbero fare.
Poi il morto l'hanno portato via. Non ricordo chi l'abbia portato via e dove l'abbia portato. Ricordo solo l'episodio di questa ganascia intera che si è staccata con tutti i suoi denti.
*
Quando siamo scappati dal Montello c'era la nostra famiglia assieme a quella che abitava sotto di noi e che aveva il carro e le bestie che erano in grado di lavorare. Sul carro siamo saliti solo io e un altro bocia di quella famiglia che era un anno più giovane di me. 
Siamo rimasti al coperto di questo telo che avevano tirato sopra al carro in qualche maniera, perché era sera e piovigginava. Ci siamo diretti su per la Dieci e c'erano tutti camion che andavano su e giù per le strade. Siamo arrivati a Volpago [...]
L'altra famiglia si chiamava Forlin (il marito) e aveva sposato Rosina Malacarne. Ricordo che era lei che conduceva le bestie. Era di sera e stava per venir notte, buio.
Della nostra famiglia eravamo il papà, la mamma e quattro fratelli di cui la più vecchia era Giacoma (1901). Davanti al carro c'erano due bestie e una mussa. Noi avevamo in stalla tre bestie e purtroppo due abbiamo dovuto lasciarle in stalla perché non sapevano lavorare. Ne abbiamo portato con noi solo una, legata dietro il carro.
Moglie. Anche i miei zii avevano le bestie ma non le facevano lavorare perché perdevano il latte. Questa era l'idea.
Marito. Abbiamo portato via poca roba per vestire, anche perché l'altra famiglia aveva caricato più roba. Il carro era carico e ci hanno fatto salire solo noi due bambini più piccoli. Tutti gli altri camminavano a piedi.
L'altra famiglia non ricordo più di quante persone fosse composta.
Delle mie pere, che erano in una cassa appena su della scala, sono riuscito a portarne via solo un poche.
Moglie. Anche mia mamma ha dovuto andar via dal paesino della montagna, da Coldarco ... e piangeva per aver dovuto lasciare a casa le pere: aveva quell' albero e altro non aveva!
Marito. Quando siamo ritornati da Villa del Conte mio padre si diede da far per ricostruire la casa, anche perché lui si arrangiava a far tutto, capomastro ma anche balconi, finestre e tutto.
Moglie. Mio zio ha ricostruito la casa con i sassi del Piave.
Marito. Mio padre ha utilizzato la roccia di una buca che avevamo nei campi. Per far saltare la roccia si comprava la polvere. Era una roccia viva, che mio padre sapeva anche ritagliare nella misura richiesta.
Per far saltare la roccia si faceva un buco con dei ferri lunghi un metro e mezzo-due metri (circa) che si chiamavano "barramine". Con questi ferri si faceva un buco battendo la roccia fino alla profondità richiesta. Dentro al buco si versava la polvere e poi le si dava fuoco con una miccia.
Sulla presa 14 avevamo un'altra cava ancora più grande e uno del posto con quella roccia si è costruito una gran casa. E io (all'epoca dell'ultima guerra) ho avuto bisogno di chiedergli due secchi di calce, che in tempo di guerra non si trovava, e loro - che ne avevano una buca piena - non volevano darcela, eppure continuavano a cavar crode lo stesso. Solo dopo molte insistenze ci hanno dato questa poca di calce.
Su per la Dieci c'erano dei ricoveri fatti dai soldati italiani. Uno in particolare, là dal tronco di strada fatta per andare ai SS. Angeli, si inoltrava nel monte per più di dieci metri. In quel ricovero c'era acqua nascente e dopo la guerra andavamo a prenderla là. Ma un anno, nel 1922, acqua non ce n'era sul Montello e per trovarne abbiamo dovuto andare dalle parti di Sernaglia. 
[...]
Marito. Ricoveri ce n'erano dappertutto. Erano come delle caverne, dei buchi; penso che ci siano ancora, anche se l'ingresso è ormai ostruito con un po' di terra davanti. Questi buchi erano stati aperti dai soldati, ma erano al naturale, senza armature, senza niente.
[...]

Nastro 1994/13 - Lato A

Moglie. [...] E la falce? (el faldìn). Quando avevo 10-12 anni mi hanno dato el faldìn per segare l'erba. Cosa crede, non provavano mica pietà per questi bambini, li facevano lavorare.
La famiglia dei miei zii era composta di 12 figli di cui due sono morti da piccoli: uno si è annegato in un mastello d'acqua e una è morta appena nata.
Quando mia zia da bambina mi mandava ad acqua, mi dava dei recipienti piccoli adatti all'età.
Scendendo verso il Piave a fianco della chiesetta di Santa Mama, fiancheggiata da tutte acacie, un boschetto fitto - poi quando hanno fatto il canale è cambiato tutto - passavo e vedevo che c'erano queste bombe. 
Ce n'erano di quelle tonde e di quelle col bastoncino che avevano una cordicella con una "forchetta" che la teneva ferma. 
Mia zia mi diceva: «No sta mia tocar!»
Ricordo che una volta ho appoggiato per terra questi secchielli e mi sono detta: «Ma guarda che belle cordicelle che hanno queste cose qua». Era appena finita la guerra e mi faceva voglia di prenderle queste cordèle. Sono andata proprio vicino a questa bomba, me lo ricordo come fosse adesso, e l'ho presa in mano. 
Volevo strappare la forchetta perché allora avevo i capelli lunghi e mi sarebbe andata bene per trattenerli. Stavo per farlo, ma poi mi sono detta: «Mi hanno detto di non toccare, è meglio che lasci là». Così l'ho messa giù, ma ce n'erano dappertutto di queste bombe e sono rimaste là per molto tempo, anche dopo che erano passati i soldati a prenderle.
Nel terreno erano sparsi picconi, badili e i miei zii si sono tenuti un pochi di questi attrezzi perché andavano bene per il lavoro, gli altri li hanno messi da una parte per venderli.
[...]
Altre bombe erano lunghe una trentina di centimetri, quelle che avevano il manico. Molti sono morti o feriti maneggiandole. 
Uno qua vicino, ad esempio, Antonio Dalla Costa, è rimasto ucciso dallo scoppio di una di queste bombe. Avrà avuto 18-19 anni ed era parente di mio zio. La bomba è scoppiata mentre cercava di svuotarla ... e mio zio è stato chiamato appena avvenuto lo scoppio. Arrivato sul posto ha visto questo giovane che aveva appena mangiato [...] e ha detto mio zio che aveva ancora la pastasciutta che gli usciva di bocca. Gli era scoppiata la bomba in mano e gli si era aperto tutto il canale davanti.
Anche cartucce c'erano per terra, numerosissime e si raccoglievano per vendere. E ce ne sono ancora anche adesso: sono andata a zappare proprio prima qua dietro sui fagioli e ne ho viste due, ma non le raccolgo neanche più. Una volta però si vendevano. C'era gente che passava a prenderle su. 
C'era in particolare una vecchia che passava con l'asino e vendeva forchette cordelle aghi... [?]
I miei genitori non si sono mossi mai da Coldarco o meglio mia madre non si è mossa mai. È nata ed è morta a Coldarco; invece mio padre andava emigrante.
Mia madre si è mossa solo quando l'hanno portata a Bassano perché le è venuto un infarto ed è morta (aveva 75 anni). 
Per la verità ha dovuto andarsene via anche durante la guerra. È andata profuga ma non mi ricordo dove. Quando è partita piangeva perché non aveva potuto portarsi via niente, neppure le pere. [...]
MaritoIl caporale che si è preso la scheggia in fronte, poi non è andato più a trovare la ragazza del Montello, e la gente (i ragazzi) del posto lo prendevano in giro e gli cantavano una canzone: «El caporale, dà un colpo e poi va via, e la Maria lo piangerà», sull'aria della Biondina capricciosa garibaldina trulla là
Poi questa Maria ha sposato uno di Sernaglia. Quando è morto il padre di Maria, suo marito - che si chiamava Jijo - è venuto in chiesa col cappello senza levarselo dalla testa (forse era ubriaco) mentre tutti in chiesa avevano il cappello in mano. Da allora tutti l'hanno chiamato Jijio cavete el capel. Per dire l'ignoranza del tipo.

MoglieMi chiamo Francescato Teresa e sono figlia di Giuseppe e di Cappello Margherita. Ho abitato con gli zii fino a quando mi sono sposata con Angelo, nel 1935.
Dopo sposati siamo andati ad abitare a SS. Angeli nella casa della famiglia di Angelo, sulla 10, dove i Dalla Palma erano proprietari di 8 campi di terra e dove ho anche avuto la prima figlia.  In tutto abbiamo avuto quattro figli, tre femmine e un maschio che ora abita a Ciano e fa il carpentiere, mentre le tre figlie si sono sposate e sono casalinghe.
Marito. Dopo un po' siamo andati a stare sulla 14, su una campagna di 8 campi di terra comprati da mio padre e là siamo rimasti fino agli anni '60, quando sono morti gli zii di mia moglie - che non avevano figli - e siamo venuti ad abitare qua.
Ma sulla 14 andava male. La terra non rendeva niente. Vi siamo rimasti trent'anni ma non abbiamo risparmiato neppure i soldi per riparare un balcon (erano tutti rotti). Poi per fortuna sono cresciuti i figli. 
Il ragazzo ha imparato a fare il carpentiere qua a Ciano e due delle ragazze sono andate in Svizzera e si sono messe da parte i soldi per il corredo, perché noi non si aveva neanche sinque schèi
[...] La figlia più giovane è riuscita a fare le scuole medie a Montebbeluna - è stato un gran sacrificio - e poi è stata assunta come collaboratrice in una farmacia a Crocetta, dove è rimasta per quattro anni.
Qua sul Montello erano condizioni di vita tremende. D'inverno le prese diventavano quasi impraticabili. 
Una sera uno che abitava su per il Montello, Tommaso Cavalli, si è presentato a casa mia e mi ha chiesto il favore di andar a cercare qualcuno che gli prestasse calesse e cavallo per poter accompagnare il dottore a visitare sua moglie (Savarise Carmela) che stava male. 
Il dottore si chiamava Giuseppe Calderino, era zoppo e aveva la moto, ma su quelle strade la moto non riusciva a correre. 
Allora abbiamo chiesto a uno là vicino che aveva cavallo e calesse se ce li prestava. Ma quello ha detto che ci avrebbe dato solo la barachina (il calesse, el sarét) e che dovevamo arrangiarsi a trovare il cavallo da un'altra parte. 
Abbiamo trovato il cavallo da un tipo piuttosto strano - De Faveri Giuseppe detto Nini Zacaria - che ha accettato subito di venire. Con lui ci siamo recati da chi aveva promesso di prestarci il calesse, ma quello intanto ci aveva ripensato e si è rifiutato di darci il calesse. 
Allora Nini Zacaria prende la coperta che c'era sopra el sarét e la mette sopra il cavallo. 
Siamo andati a prendere il dottore; era sera e stava quasi per diventare notte. 
Il dottore non era mai stato sopra un cavallo e così - dopo averlo messo in groppa - io e Tommaso lo tenevamo in equilibrio uno da una parte e uno dall'altra, mentre Nini camminava davanti. E il dottore scherzava: «Adesso facciamo la fuga in Egitto, come nostro Signore». 
Ma alla fine siamo arrivati a destinazione.
Sulle stradine del Montello, non asfaltate, c'era un pantano alto così.
[...]
Era dura per i dottori, ma neanche il postino ce la faceva a venire su quando era brutto tempo. Allora lasciava la posta giù, alla bottega-osteria da Martinel, e quando si andava a bottega ci si prendeva la posta...

Tabacco nel Canale del Brenta e nel Montello


Testimonianza di Angelo Dalla Palma, nato nel 1912 a Coldarco, frazione di Enego (VI) e residente a Santa Mama del Montello (TV). All'intervista è presente anche la moglie Teresa Francescato, nata nel 1913 a Coldarco di Enego.
Questo brano fa parte di una più ampia intervista effettuata da Camillo Pavan nel corso delle sue ricerche sull'ultimo anno della prima guerra mondiale.

Nastro 1994/12 - Lato A                    9 maggio 1994

Ci troviamo in via Nord Montello ("Panoramica"), vicino alla chiesetta di Santa Mama, al confine fra il confine di Volpago e quello di Crocetta, a poca distanza dal Cippo degli Arditi.

Mio padre si chiamava Pietro e el xe vegnùo do da a montagna. È morto a 79 anni, nel 1952.
Mia madre si chiamava Dalla Palma Caterina e proveniva anche lei dalla provincia di Vicenza, comune di Enego, località Coldarco di Sotto.
I miei sono venuti sul Montello perché dove abitavano prima era una montagna ripidissima, tanto che mio suocero (anche mia moglie è nata a Coldarco) aveva la casa con un cortile che sarà stato largo due metri e sul limitare del cortile aveva messo delle tavole perché altrimenti c'era il pericolo che i bambini cadessero nel vuoto, fin giù a Primolano sul Canale del Brenta.
A Coldarco gli uomini andavano tutti a lavorare fuori, in Svizzera. Facevano le stagioni, e ogni volta che tornavano a casa si trovavano un figlio in più che era stato concepito prima della partenza
Il padre di mia moglie faceva il muratore ed era bravo.
Là in paese avevano poi un po' di bosco e per l'orto avevano spostato un po' di sassi. [Imperdibile, al riguardo, il documentario di Giuseppe Taffarel "Fazzoletti di terra", 1963, recentemente restaurato a cura del comune di Valstagna e visibile presso il museo etnografico "Canal di Brenta", sempre a Valstagna VI]
Con difficoltà, erano riusciti a recuperare qualche metro di terra per mettere un po' di radicchi, di vérde [verze], fasói, patate, ecc.
Avevano fatto tutti campetti di due metri di larghezza, con i sassi, per metter il tabacco.
El tabaco del canal del Brenta el iera el meio che ghi n'era in tuta Italia...
Il contrabbando di tabacco era la prima cosa! 
Consisteva nel vendere di nascosto dalla finanza un po' di tabacco. Cioè, se la finanza aveva contato cento foglie, cento foglie bisognava consegnarle ... ma i nostri riuscivano a consegnare quelle piccole e a tenersi quelle grandi e venderle.
Moglie. Ho visto anch'io come si faceva: il tabacco sotto, le prime foglie che hanno toccato terra e non servono più per vendere ... quando dovevano consegnare alla finanza - che seguiva le operazioni - rompevano sì tutte le foglie, ma quelle che pensavano di tenersi per sé le rompevano il meno possibile.
Marito. Anche sul Montello mettevamo il tabacco. A Santi Angeli noi piantavamo ben 12.000 piante di tabacco e si ottenevano 75.000 foglie di tabacco: ogni pianta faceva 7-8 foglie.
Veniva uno della finanza a contarle prima del raccolto. Ogni dieci file contava una fila e vedeva quante foglie c'erano per pianta e quante piante c'erano per fila.
E par ciapàr un franco, io che ero il più piccolo, mi facevano andare sotto la baracca (allora c'erano le baracche, parliamo di dopo la guerra del '18) e dovevo nascondere il tabacco sotto la baracca e lasciarlo là finché maturava. Quando la foglia diventava gialla la si appendeva e poi la si sarebbe pestata, per fare tabacco da presa.
Un anno abbiamo fatto un quintale e dieci di tabacco da naso, de sfrusa [di contrabbando]. Era venuta la tempesta e abbiamo dovuto pestarlo tutto, non si poteva portare al magazzino. Sono venuti a controllare che si facesse un gran solco nel campo e vi abbiamo buttato dentro le foglie di tabacco coprendole con la terra in modo si marcisse.
Dopo otto giorni - per fortuna il tempo era andato bene e non aveva piovuto - abbiamo dissotterrato il tabacco ed era proprio giusto, tutto giallo. Lo abbiamo messo a bójar, a masarìr [a macerare] in un angolo all'ombra, accatastato, in un mucchio. Poi lo abbiamo messo al sole e pestato. È venuto fuori un quintale e dieci di tabacco da naso e abbiamo guadagnato dei bei soldi.
Lo abbiamo portato giù alla latteria ed è passato uno con un cavallo a prenderlo, un contrabbandiere. Se ci pescavano ci avrebbero mangiata tutta la terra! Abbiamo fatto il trasporto a mezzogiorno in punto.
Ci è capitato una volta di vendere venti chili di tabacco di contrabbando e ... quello a cui lo abbiamo venduto ci ha mandato in casa la finanza. Era una spia e abitava a Bigolino.
All'una del pomeriggio di un giorno di maggio, quando doveva arrivare il compratore, al suo posto è arrivata la finanza.
Era il tabacco dell'anno prima, perché il tabacco si pianta a maggio-giugno e lo si raccoglie in settembre.
Ci è capitato anche di nascondere venti chili di tabacco nel bosco e ce l'hanno portato via. 
Dopo che noi lo avevamo nascosto nel bosco è venuta la finanza in casa a controllare, perché quello che doveva comprarlo aveva fatto la spia. Prima ci aveva mandato in casa una sua figlia per dirci che suo padre non poteva venire a prendere il tabacco perché a casa loro c'erano quelli della finanza. Dopo dieci minuti che lei era andata via sono arrivati sette finanzieri, con brigadiere e appuntato. Ma noi nella notte precedente, io e mio fratello, avevamo tirato su il tabacco - che avevamo nascosto sotto terra nella greppia delle mucche - lo avevamo dissotterrato e nascosto nel barco del fieno, mettendolo però in un sacco, in modo da essere svelti a consegnarlo al compratore, fuori della casa.
I finanzieri per prima cosa hanno guardato in stalla e giunti alla greppia hanno detto: «Qua c'era il tabacco e lo avete nascosto questa notte».
Dunque vuol dire che in quella notte c'era stata la spia che ci aveva tendùo. Era uno del paese; c'erano tante spie.
I finanzieri sono andati direttamente verso il barco del fieno e là con gli aghi di ferro lunghi un metro e mezzo che avevano un piccolo arpionetto sulla punta (a forcèa) per poter prelevare un eventuale campione, si sono messi a pungere il fieno. Ma il tabacco era nel sacco, assieme al fieno ed evidentemente non sono riusciti a sentirne l'odore.
Sotto la greppia il tabacco era stato sotterrato dentro a vasi di metallo - una specie di quelli del latte - fatti fare apposta da un favaro, in modo che sotto terra il tabacco non si marcisse. Era un fabbro che girava per le case a raccogliere ordini, e poi li faceva, come faceva anche altri lavori. Durante il giro dormiva nelle stalle.
Quella volta, i finanzieri, visto che non riuscivano a trovare il tabacco nel fieno e che dovevano andare anche in altre due case, se ne ne sono andati.
Il tabacco lo avevamo nascosto in cinque posti fuori di casa e avevamo lavorato dalla mattina fino a mezzogiorno a pestare tabacco in una radura del bosco, tanto che alla fine c'erano le foglie di acacia tutte piene di polvere di tabacco; per fortuna è arrivato un temporale che ha lavato tutte le foglie. E intanto che le finanze erano andate via da casa nostra per andare dalle altre due famiglie io e mia sorella abbiamo caricato i due sacchi di tabacco, uno per ciascuno, e lo abbiamo portato oltre la presa 10, là in un bosco e lo abbiamo nascosto dentro un ricovero della prima guerra.
Dopo, quando le finanze sono tornate ancora, si sono messe con la forca a descuèrsar [scoprire e sparpagliare] tutto il fieno del barco, ma il tabacco non sono riuscite a trovarlo perché noi lo avevamo portato via prima, e così se ne sono andati via.
Alla fine siamo andati per riprenderci questo benedetto tabacco nel ricovero ma non lo abbiamo trovato più ... ma più di tanto non ce la siamo presa: l'importante era che non ci avesse trovato la finanza.
Per pestare il tabacco avevamo una apposita "pila", un grosso mortaio in pietra (alto circa 40 e largo 50 cm) che ci era stato prestato.
*
Quella volta della grandine, io e mio padre avevamo lavorato dalla mattina fino a mezzogiorno a pestare tabacco, e ne abbiamo fatto un quintale e dieci.