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domenica 10 ottobre 2010

Annunzio Putto, Segusino TV

Nato il 24 marzo 1902

Nastro 1994/11 - Lato B                         24 agosto 1994

[Dopo Caporetto] per un po' di tempo siamo rimasti qua e dopo ci hanno dato lo sgombero. Metà degli abitanti li hanno mandati dalle parti di Vittorio Veneto e Fregona, metà siamo andati su per Feltre. Io sono andato a Feltre.
Siamo partiti a piedi, di notte, quando avevano già iniziato ad arrivare le granate degli italiani.
Con i riflettori gli italiani guardavano la strada verso Vas dove noi camminavamo. Hanno visto che si trattava di borghesi e non hanno più sparato. Erano qua sul Monfenera.
Siamo partiti di sera tardi.
Il prete invece è andato dall'altra parte, verso Vittorio Veneto.
Mezzi da una parte e mezzi dall'altra, ogni gruppo ha girato per conto suo.
A Feltre sono stato fino a febbraio e poi sono andato su a Santa Giustina.
A Feltre abbiamo trovato un palazzo lasciato vuoto dai padroni, siori che erano scappati. Siamo andati su in soffitta di questo palazzo e abbiamo bruciato libri tutta la notte perché era freddo. Era il tredici dicembre e c'era un po' di neve per terra. Non so che libri fossero, erano libri, romanzi. Il palazzo era di certi signori Sasso, ma non ne sono del tutto sicuro, so solo che erano scappati.
Eravamo in 19 in questo palazzo, noi e altre tre famiglie. 
Noi eravamo la mamma (Flora Zanella), il papà (Pietro) e tre figli: Luigi (1905), io (1902) e Giovanna (1896). In totale cinque persone. Ora di questa famiglia sono rimasto io solo. [...] 
C'erano inoltre la famiglia di Tomaso Doro e i fratelli Antonio e Angelo Furlan, nostri vicinanti.
A Feltre ce la siamo passata male. La prima notte abbiamo bruciato i libri in soffitta. Abbiamo potuto far fuoco perché il pavimento era di "terrazzo", non di tavole.
Era una bella casa, piena di soldati ungheresi che poi sono andati loro di sopra e noi ci hanno messo al piano terra, in una cucina dove si faceva fuoco per tutti 19 e si dormiva per terra.
Per mangiare si andava in cerca di farina, a Feltre ma soprattutto fuori per i paesi. Siamo andati fino a Fonzaso. Erano soprattutto mio papà e mia mamma che andavano "par carità". Qualche volta andavo anch'io – che allora avevo quindici anni – specie nel primo periodo quando eravamo a Feltre. Poi quando sono andato a Santa Giustina ho lavorato, ho trovato un padrone e facevo il calzolaio.
In città a Feltre erano rimasti quasi tutti gli abitanti. Erano scappati i siori perché erano stati più furbi di noi. Era pieno di tedeschi e i negozi erano pieni di cavalli. Nei negozi non c'era più niente: portato via tutto e dentro vi avevano messo i cavalli.
Gli ungheresi che erano sulla nostra casa facevano i forneri, bekerèi gli si diceva noi ... e si prendeva qualche pagnottella. Avevano dei forni mobili, su macchine e camion.
Ma ormai si iniziava a non trovare quasi più niente, allora siamo scappati e siamo andati su a Santa Giustina che è un paese più agricolo e si riusciva a trovare qualcosa in più da mangiare.
A Santa Giustina siamo stati in casa di ... non ricordo il nome. Nella casa abitava una signora che aveva una bambina di un anno e mezzo-due e che aveva il marito militare.
In quella casa eravamo la nostra famiglia e quella di Doro: una decina di persone.
Io ho trovato lavoro da scarper [calzolaio] e così avevo da mangiare a mezzogiorno, ma fame ne avevo sempre tanta lo stesso.
C'era una signora che abitava là vicino e che in casa aveva un comando tedesco. Ogni tanto mi chiamava e mi dava un piatto di pastasciutta perché sapeva che ero profugo. Non mi ricordo più come si chiamasse, so che aveva una cucina di militari nella sua casa.
El scarper invece più di tanto non mi poteva dare da mangiare perché aveva una famiglia con sette figli da mantenere. Era un uomo sulla mezza età e si chiamava Adriano. Sapeva il tedesco come il padreterno perché era stato in Svizzera tanti anni. 
A Santa Giustina c'erano questi fornai e noi avevamo lavoro. Si preparavano le scarpe, le si rivoltava e in cambio si prendevano tante pagnotte di pane. Il padrone aveva il contratto di lavoro in cambio di pane. Fin che c'erano loro il calzolaio stava bene. Dopo io l'ho lasciato e sono andato da un altro scarpèr, perché da Adriano non c'erano più i forneri: erano andati via e lui non mi voleva più dare da mangiare.
Per fortuna in paese c'era un altro calzolaio. [...]
I fornai avevano da mangiare di più perchè dall'Ungheria veniva il grano bianco; bella farina e bel pane bianco.
L'altro calzolaio di Santa Giustina come paga mi dava da mangiare, e io sono andato da lui. Si chiamava B. e aveva la bottega vicino alla stazione. Era vedovo, con un figlio un po' deformato perché l'aveva avuto con sua figlia. La figlia nel frattempo era morta. Tutti morti, morta la moglie e anche la figlia. Quel calzolaio mi ha trattato abbastanza bene e mi dava da mangiare.
La fame l'ho patita soprattutto a Feltre, perché i feltrini stessi dentro in città non avevano niente.
Andavano fuori "par carità" mio papà e mamma, su per Fara, Foén, fino a Fonzaso e qualcosa portavano a casa.
Pochi soldi avevamo portati via da casa. So che a S. Giustina c'era un'altra famiglia che stava abbastanza bene e ci ha prestato dei soldi, quelli italiani, con i quali si riusciva ancora a trovare qualche chilo di farina dal mugnaio. Nei soldi tedeschi invece non c'era nessuna fiducia. In questa famiglia di Santa Giustina avevano anche dei marenghi dalla Svizzera e con i soldi italiani e con i marenghi si comprava un poca di biava che si macinava nei mulini che ancora funzionavano. In particolare noi andavamo dal mulino di un certo Dal Pont che mi sembra funzionasse con l'acqua del Cordevole.
Poi mio padre e mia sorella sono andati a lavorare con i tedeschi e gli hanno fatto fare non so che lavori. So che mentre io andavo a fare il calzolaio loro andavano dai tedeschi che a mezzogiorno gli davano la minestra e poi gli pagavano anche qualche corona. Lavoravano soprattutto sulla strada.
Per le donne e le ragazze il pericolo è stato quando si era ancora a Segusino, quando sono arrivati i tedeschi. Siamo rimasti in paese quasi un mese, poi siamo andati su a Miliès. Tanti sono scappati sui casolari in montagna. 
Quando c'erano le famiglie isolate così, là aggredivano le donne. Ne hanno violentate tre [...] che non hanno avuto figli come conseguenza. Erano i germanici soprattutto, poi sono rimasti gli austriaci.
I germanici erano terribili, più cattivi, facevano spavento. Erano loro fatti così. Invece gli austriaci erano come nostrani, più boni, e poi gli austriaci sono un po' anche cattolici e avevano si vede un po' più di misericordia nei confronti della popolazione.
Per il mangiare i tedeschi erano padroni loro. Hanno pestato tutto, hanno portato via le vacche e i vitelli.
Su questa casa che c'è qua in paese vicino all'osteria, lungo la strada c'erano dentro gli austriaci. Arrivano i germanici: fuori gli austriaci ed entrano loro.
A Miliès ci hanno trovato subito perché i tedeschi arrivavano tutti da quella parte, dalle montagne. Da Valdobbiadene facevano il passo di Marièch e venivano giù per la valle, di Miliès. Passavano di là perché altrimenti gli italiani che erano sul Monfenera li avrebbero visti. Lassù a Marièch non c'erano cannoni, i cannoni li hanno portati lungo le rive quaggiù.
Siamo rimasti a Miliès per un mese, poi sono stati i tedeschi ad ordinarci di partire.
A Miliès le bombe non arrivavano, a Segusino sì.
Quelli che erano rimasti a Segusino sono partiti quindici giorni prima e sono andati per Vittorio Veneto e Fregona con il parroco Don Antonio Riva. 
Con il parroco sono partiti metà dei paesani. Si sono avviati verso Valdobbiadene, anche loro sotto il tiro ... ma si vede che poi hanno visto che erano borghesi e non hanno più sparato. Il sindaco comunque è stato ferito durante il percorso, dalle parti di San Vito. Beniamino Verri, si chiamava. È stato ferito ad un piede, ma è riuscito comunque a proseguire. Il sindaco non era scappato.
Tanti erano scappati, quelli un po' più intelligenti.
A casa mia sono stato io a non voler scappare. È stata colpa mia, proprio mia. Mi sembrava impossibile che la guerra dovesse fermarsi qua. Mia mamma e mia sorella invece dicevano «'ndón via» e avevano la carrettina pronta. Si sarebbe caricata un po' di roba e si sarebbe andati di là del Piave. Bastava passare il ponte di Fener e si sarebbe stati a posto.
Neanche il parroco è scappato. Voleva stare con la gente.
Io speravo che fosse un passaggio, che andassero avanti e invece si sono fermati proprio qua.
Tanti sono morti, da fame più che sia. Chi non era messo troppo bene col fisico ci è rimasto, a Fregona soprattutto.
Invece noi e la famiglia Doro ce la siamo cavata tutti dieci.
[Finita la guerra], appena scappati i tedeschi noi siamo ritornati, siamo venuti giù di corsa. Li avevamo visti partire, con gli italiani che gli correvano dietro. Mi ricordo che sono arrivati gli italiani e noi eravamo matti dalla contentezza. Mi vengono ancora i brividi e mi commuovo a pensarci...
Abbiamo trovato un camion che veniva giù di qua a far rifornimento, perché i ponti erano tutti saltati e ci hanno preso su. Era un "15 Terzi" e ci hanno portato fino a Segusino.
Qua abbiamo trovato tutto un quarantotto. Per fare fuoco e riscaldarsi avevano levato i suoli e le travi delle case. I muri comunque erano in piedi, la nostra casa aveva preso una granata su un fianco ma era rimasta su; tante invece erano state abbattute.
Il comune di Quero ha avuto le conseguenze peggiori. Le trincee tedesche erano sulla collina che domina il paese, il "Pianà", e da là sparavano sul Monfenera.
Ritornati a Segusino ci siamo arrangiati in qualche modo nella nostra casa; abbiamo trovato una stanza che aveva ancora il suolo e là ci siamo messi.
[Quando sono arrivati, nel 1917], i tedeschi hanno adoperato le botti per fare le passerelle sul Piave. Mollavano il vino e portavano le botti laggiù, al termine della strada che dal paese porta al Piave.
A noi non hanno dato la baracca, siamo rimasti sempre a casa nostra. Tanti invece hanno avuto la baracca.
La casa era di nostra proprietà e dopo ci hanno dato dei soldi, è venuta la perizia.
Appena arrivati, gli italiani non ci hanno dato niente; dopo sì che sono venuti con i viveri.
Gli italiani sono arrivati subito dopo che i tedeschi erano andati via. Gli erano sempre adosso, ai tedeschi. Infatti un italiano, poveretto, è stato ammazzato proprio sull'ultimo giorno, dopo tre anni di guerra, e proprio là a Santa Giustina. Era un soldato anziano, avrà avuto sui 35 anni. Era un ciclista ed è stato colpito allo stomaco, lungo la strada. Io non l'ho visto ma sentivo che dicevano che era successo: gli austriaci si ritiravano facendo resistenza.
Sono cose che non dimenticherò mai e mi commuovo a ricordarle.
I giovani non sanno queste cose e, se le racconto, a loro sembra impossibile che siano successe.
Di tutto Segusino, secondo me, ben 5-600 non sono tornati, per malattie fame o altro: tanti! ... più che sia i vecchiotti. Si può dire che siano morti più civili nel solo ultimo anno che militari durante tutta la guerra.
All'epoca Segusino aveva tremila abitanti, adesso invece siamo duemila.
Nella mia vita io ho sempre continuato a fare il mestiere di calzolaio, in paese. Mi sono sposato vecchio, avevo quasi cinquant'anni e ho avuto una figlia quando avevo 52 anni.
Oramai sono rimasto il più vecchio del paese, come uomo; di donne invece ce ne sono ancora cinque di più vecchie.
Io non ci arrivo no ai cento...

Nastro 1994/35 - lato B

Aggiunte e precisazioni (16 settembre 1994)
Mia mamma era casalinga e mio papà ha fatto il carabiniere per una trentina d'anni e poi, ritornato a casa, ha comperato un po' di terra e ha fatto la guardia campestre.
[...]
Da Segusino, quando siamo partiti per Miliès, la strada è: Riva Grassa e Stramare. Da là venivano anche i tedeschi. C'era la strada, ma non asfaltata come adesso.
Per andare a Feltre siamo ritornati in paese e abbiamo preso la strada per Vas. Abbiamo passato il ponte sul Piave e siamo andati a Feltre. 

lunedì 6 settembre 2010

Giovanna e Maria De Zorzi, Fener BL



Nate rispettivamente nel 1912 e 1910

Nastro 1994/19 - Lato A                                        30 maggio 1994

Il nastro inizia con una brevissima intervista al maestro Cristiano Codemo, 1912, testimone e studioso della guerra, autore di pubblicazioni in materia e direttore del museo della Grande Guerra di Alano di Piave, aperto al mattino della domenica.
Racconta che una parte degli abitanti di quei paesetti (e di Fener) riuscì a scappare di notte con il vecchio parroco lungo la ferrovia e andò profuga in Calabria.
Il maestro Codemo andò profugo a Fara di Feltre, dove suo padre morì di fame. Lui personalmente andava con una piccola gamella in giro dai tedeschi sperando che avessero un po' di compassione, e qualcosa davano, quel che potevano.
«Ero in un cortile e ogni sera, essendo piccolo e smilzo, mi alzavano e mi facevano passare per una finestrella per andar a rubare le uova delle galline»...
I tedeschi lungo la strada arrivarono fino a San Sebastiano; c'è una chiesetta. S. Sebastiano era controllata dagli italiani [...].

Inizio testimonianza delle sorelle De Zorzi.
[A parlare è quasi sempre Giovanna]

Mio padre faceva il postino e mio nonno  era ufficiale di posta [...]
All'epoca della guerra mio padre Antonio De Zorzi, 1879, era soldato a Modena dove faceva il falegname addetto agli apparecchi militari.
Mia madre si chiamava Meneghin Pierina, nata nel 1882.
Il giorno che siamo partiti, ricordo che mia mamma aveva in braccio il bambino più piccolo (aveva un anno) e passavano i bersaglieri ... quando sono passati questi bersaglieri gli hanno messo il cappello loro in testa. Stavano andando in direzione  di Treviso. Camminavano tutti in fila.
A dirci di andare dove siamo andati è stato un certo Segato.
Noi saremmo potuti andare dove sono andati tutti gli altri di Fener, a Tortoreto in Bassa Italia, invece questo Segato Giuseppe che era un maresciallo dei carabinieri ha detto: «No, no, l'é na roba de passajo» (me le diceva mia mamma, queste cose) «basta andare verso Schievenin e dopo, attraverso la montagna, si va verso Feltre».
Siamo andati a Schievenin, ma là c'erano i soldati e tiravano anche là. 
Ricordo - avevo cinque anni - che è caduta una bomba proprio davanti alla grotta dove eravamo noi. Sono andata fuori a vedere e mia mamma "noo, non andar fuori!"; tutto un fumo ho visto!
Il parroco invece è partito ed è andato giù per la Bassa Italia, a Tortoreto in Abruzzo e là se la sono passata bene, la fame non la hanno patita.
Invece noi...
Mia mamma andava a lavorare con i tedeschi a raccogliere le carote e riusciva a nascondere qualche carota dentro il risvolto della sottana, in basso. Quando arrivava a casa io andavo subito a toccarle la sottana per vedere se c'erano carote. I tedeschi le seminavano nelle campagne di Feltre.
La maggior parte del paese è andata a Tortoreto.
Anche il maresciallo Segato ha ritenuto opportuno, a un certo punto, di andare anche lui a Tortoreto con la famiglia; ma è stata una fortuna, un caso, non una sua cattiveria.
Noi invece, i miei nonni Meneghin e un'altra famiglia di Meneghin, eravamo a Prada di Schievenin, sulla montagna, in una malga assieme ai contadini. Non ricordo il nome di quella famiglia.
Da Schievenin, con il carrettone e i cavalli, i tedeschi ci hanno portato a Feltre. 
Per arrivarci c'erano due strade: una che andava con una rampa così in mezzo alla montagna e una era la strada provinciale dove passavano le macchine.
Siccome che stando lassù i nostri italiani si erano accorti che c'erano i carretti che camminavano lungo la strada hanno iniziato a sparare, e i tedeschi ci hanno fatto scendere giù tutti e abbiamo preso la scorciatoia nella montagna.
C'era con noi anche la famiglia di Onorato Menin.
A Feltre ci hanno messo in un palazzo che era tutto vuoto, in città, in piazza, insieme ad altre famiglie.
Ci siamo messi a dormire per terra e siamo rimasti là non molto tempo. Poi siamo andati in una casa a Umin di Villabruna. Là una sera è scoppiata la polveriera di Umin e ci siamo dovuti chiudere tutti in casa. Era una roba spaventosa.
Da Umin siamo andati a Sospirolo, dove siamo rimasti fino alla fine della guerra quando siamo ritornati a Fener.
Eravamo (siamo) tre fratelli: Maria, Giovanna e Giovanni (1907) che ora abita ad Asti dove era andato a lavorare, ha trovato la fidanzata ed è rimasto. Dapprima ha lavorato a Cairo Montenotte e al tempo della seconda guerra si è ferito in fabbrica così si prende l'invalidità. [...]
Quando ad Umin è scoppiata la polveriera, noi eravamo molto distanti e non ci è successo niente, è solo arrivata qualche scheggia.
In seguito siamo andati via da quel paese, ma sarebbe meglio dire "ci hanno mandati via", perché i profughi non li potevano vedere.
Una volta andavo "par carità" [a elemosinare] io e mia cugina Angelina, che ha un anno di meno di me, e siamo capitati in una famiglia che ha dato ad Angelina una scodelletta di minestra, piccola come quelle da caffè. Di minestra. 
Prima di darla anche a me la padrona mi ha detto: «Te la do, ma tu bisogna che mi dica un'Ave Maria». Mia cugina l'aveva recitata quest'Ave Maria, ma io ho detto alla padrona di no e così non mi ha dato la minestra. Per avere una scodelletta del genere io avrei dovuto dirle un'Ave Maria? Piuttosto sono rimasta senza minestra.
Ah, lascia stare. I bellunesi sono pessimi, cattivi!
Intervistatore. Forse avevano poca roba anche loro...
Giovanna. Ma che avevano la loro casa, le loro bestie, la loro roba, avevano tutto!
Mia sorella era seduta giù in una panchina e osservava i padroni di casa che mangiavano le patate, e le sbucciavano per mangiarle. Quando avevano finito di mangiarle, mia sorella è andata a raccogliere tutte le bucce, cercando di non farsi vedere. Ma i padroni l'hanno vista lo stesso e hanno detto: «Varda, varda, la magna quel che traón via noaltri!» Ci prendevano in giro, e io sono magra per natura ma mangerei tanto. Avevo sempre fame.
Per fortuna che i nostri nonni avevano dei soldi e potevano comprare in qualche maniera dello zucchero, del caffè, della grappa. Poi mia mamma e mia zia vendevano la roba e con i soldi ricavati andavano dai contadini e compravano sorgo, farina per far la polenta, fagioli, patate, roba da mangiare.
Mio nonno Andrea Meneghin ... di famiglia erano siori. Erano contadini con terra propria, andavano vendere i loro prodotti a Montebelluna. Grano e legna, perché erano padroni di bosco e montagna sulla Monfenera. Mio nonno era un contadino che se la passava discretamente, e in più facevano anche tanto vino. Facevano del vino buono, sulle rive lungo la strada. Era vino bianco, buono. Si vedono anche adesso passando lungo la strada quelle viti. Per questo aveva dei soldi, o meglio aveva i marenghi d'oro, messi da parte.
Soprattutto mia zia Corona era in gamba in questi traffici. Era scaltra, perché lei aveva l'osteria prima della guerra, e aveva anche lavorato in filanda. Magari ... parlando con le donne chiedeva dove si potesse trovare qualcosa, pagando. 
Malgrado tutto questo darsi da fare poco si mangiava lo stesso. Ne ho patita tanta!
Mangiavo i cavi delle viti, dalla fame che avevo. E ho preso anche le botte dalla mamma perché faceva male quella roba là. E poi mangiavo el pancuc [panevin, Rumex acetosa], una pianta che è dolce e si trova in mezzo all'erba. Io andavo là, mi sedevo per terra e mangiavo quello.
Tanta fame!
Si mangiavano e mòse, cioè quando si fa una polentina molla molla molla e poi la si versa sul piatto con il latte, e la si mangiava con il cucchiaio.
A Sospirolo si stava un po' meglio, ma anche là erano cattivi.[...] A Sospirolo non ti guardavano; i profughi non li potevano vedere. 
È come adesso che portano qua i negri e non li possono vedere, una roba simile, ecco.
Qua non ci sono i negri, qua da noi? Perché vogliono venire qua? Che stiano giù di là, no? Non c'è nessuno che li vuol vedere.
Quando siamo siamo tornati qua, subito dopo la fine della guerra, Fener era tutto per terra. I miei nonni laggiù alla stazione hanno fatto su come un baraccon. E là si dormiva sul fieno. 
Dopo ci hanno costruito le baracche, quassù vicino alla chiesa di San Michele.

Nastro 1994/19 - Lato B

Quando siamo tornati dalla guerra mandavano roba, pacchi, qua a Fener. Roba da a vestire, e altro, ma noi siamo proprio stati sfortunati.
Quando eravamo su di là si pativa la fame, siamo venuti giù di qua ed eravamo sempre senza niente. C'erano vestiti, c'erano lenzuola, c'era roba ... come fanno adesso che mandano via tutta questa roba per i poveri. Una volta mio padre ha detto al parroco: «Almeno dateci qualcosa anche per i nostri figli» e il parroco ci ha dato una scarpa par sòrt [spaiate].
E pensare che quelli che sono andati giù di là non hanno patito né fame, né niente. E bevevano, perché giù di là c'è vino buono. E le femene erano sempre ciòcc (ubriache). 
Noi invece non abbiamo preso niente.
Il parroco vecchio di Fener si chiamava Don Rizzardo Ferretto ed è andato a Tortoreto. 
Noi per aver ascoltato quel sapiente là siamo rimasti di qua del Piave. I Segato in un primo tempo sono rimasti di qua poi invece sono andati di là del Piave ... perché si erano portati in montagna molta roba, le bestie, ecc. Poi chissà dove è andata a finire tutta quella roba.
I tedeschi hanno ammazzato tutte le bestie e noi bambini andavamo in cerca di quello che c'è dentro alle bestie, l'intestino, el tampinàss. Ma poi lo mangiavano dei ragazzi più grandi di noi che avevano sui sedici diciassette anni ed erano sempre nascosti per paura che i tedeschi li portassero via. [...]
A Schievenin siamo rimasti abbastanza giorni, perché ricordo che quando ci hanno portato a Feltre c'era la neve per terra. Me lo ricordo perché avevo e dàlmede ai piedi, cioè come delle scarpe solo che avevano la suola di legno.
I ragazzi grandi si erano nascosti perché avevano paura che i tedeschi li portassero a far la guerra con loro. Si erano nascosti nella greppia delle bestie in stalla e si facevano mettere sopra il fieno. Ogni tanto venivano fuori, ma appena vedevano movimento di soldati tedeschi si nascondevano sotto la greppia.
Quando siamo partiti da Feltre ci siamo persi di vista con questi ragazzi perché ognuno è andato per conto suo.
A Feltre siamo rimasti nel palazzo per un po' di giorni e secondo me non ci doveva essere rimasta tanta gente, in centro a Feltre, perché lasciare i palazzi vuoti, così. Neanche i mobili c'erano, perché mi ricordo che dormivo per terra, sul legno. A Feltre vedevo solo soldati.
A Umin non ricordo di preciso come sia successo che è esplosa la polveriera. Forse qualche soldato ha sbagliato a toccare...
A Sospirolo si stava un po' meglio, ma si andava sempre "par carità". Là il ponte [sul torrente Mis] era stato fatto saltare e allora con il carretto con cui si andava par carità ... io e mia cugina portavamo su per l'altra sponda una delle due ruote, mio fratello l'altra, mia madre e mia zia il resto del carretto. 
Così ci toccava fare se volevamo portare a casa quel poco che avevamo trovato andando par carità.
Una volta i tedeschi hanno portato via mio nonno. L'hanno portarono dalle parti di Udine e gli hanno sequestrato tutta la roba che era riuscito a portarsi da casa [?].
Tanta fame, mia mamma piangeva.
«Mama, mi ó fàm.»
«E cossa te dae da magnar, che no go gnent.»
Allora via par carità. Qualcosa magari si riusciva a comprare con i marenghi, dai contadini, ma in ultima neanche con i soldi si riusciva a comprare più niente.
Anche i todeschi erano pieni di fame. Tedeschi ce n'erano dappertutto, anche a Sospirolo. La zona era tutta piena di tedeschi.
Molti sono morti di fame, cascavano per terra lungo la strada, ma non della nostra famiglia e noi li si trovava mentre andavamo par carità. Vecchi seduti là per terra, lungo la strada.
Perché noi camminavamo e si faceva tanta strada. 
Si prendeva questo carretto e sempre si spingeva, sempre con il carretto anche perché un pezzettino l'uno e un pezzetto l'altro si saliva sopra, a turno, e si faceva un po' di strada sedute sul carretto. Invece Nane, mio fratello che aveva quindici anni, camminava e me àmia [zia] e mia mamma tiravano il carretto.
Mia sorella più piccola stava a casa con sua cugina che aveva tre anni in meno e con suo cugino Andrea che aveva solo un anno e che da grande è diventato prete. Anche i nonni rimanevano a casa.
Sul carrettino si caricava farina, se si riusciva a trovarne, magari pagandola; oppure semola [crusca], che si mangiava anche quella.
Appena finita la guerra sono venute subito in paese mia madre e mia zia, assieme a mio nonno che ha costruito una specie di portico vicino alla stazione.
Dopo hanno costruito le baracche e el ministereto [Ministero delle Terre Liberate] ha ricostruito tutte le case di Fener. Era una ditta; la chiamavano el ministereto, gente che faceva le case, operai.
Tornata in paese, mia zia è venuta a sapere che il marito era morto in ospedale a Piove di Sacco.
Qua a Fener era tutto per terra. Ma tutto.
Non c'era niente in piedi, solo la Madonna della Salute - un capitello - era rimasto in piedi e aveva preso qualche scheggia. Prima era di là della strada ora non c'è più, l'hanno spostato.
Tutto per terra, tutti sassi, e non si poteva neppure camminarci sopra, perché c'erano le bombe sotto e magari si muovevano e rischiavano di esplodere.
Tanti sono saltati per aria, qua. Anche i nostri due cugini Forcellini. Camminavano lungo la strada dalla ferrovia verso il paese e hanno raccolto un petardo, una bomba a mano con il manico. Si sono messi a disfarlo e gli è esploso in mano.
Il parroco è ritornato quando ormai c'era la canonica ricostruita.
Hanno lavorato svelti, tanto che si può dire che nel 1920 Fener era stato ricostruito e così anche noi siamo ritornati nella nostra casa ricostruita.
*
Mio padre era postino, e quando è ritornato ha ripreso subito il lavoro. Anch'io dopo ho fatto la postina.
Mio nonno, De Zorzi Giacomo, era ufficiale postale ed è morto ancora prima della guerra, nel 1913. Allora l'ufficio lo ha preso mio zio Vittore e - morto lo zio Vittore - l'ufficio postale è stato preso in gestione da foresti.
Mio padre è andato in pensione da postino nel 1971. Si è fatto oltre sessant'anni di lavoro. [...]
Io mi sono sposata con Alessandro Bozzato e ho avuto una sola figlia.
Una figlia ha avuto anche mia sorella Maria, sposata con Giacomo Bozzato che faceva il pittore decoratore.