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mercoledì 13 ottobre 2010

Paolo Sostero, Purgessimo UD

Nato il 30 giugno 1910

Nastro 1996/3 - Lato A                                 15 aprile 1996

I soldati venivano qua a riposare [...] restavano quindici venti giorni; si vedono ancora gli spiazzi che avevano preparato per gli attendamenti.
Quel monte che si vede, noi in friulano lo chiamiamo Uispít e ho letto nella storia che quando i longobardi venivano giù gli indicava la pianura, perché prima di venir avanti guardavano, mica andavano a mosca cieca. Uispít vuol dire punta, ma nella mappa viene chiamato Purgessimo.
Sopra al Purgessimo ora c'è il trasmettitore.
Si può salire da quelle case sopra il paese, prima della chiesa c'è un bar da dove parte la stradina a zig zag.
Vicino a Castelmonte, dove c'è il confine, era pieno di trincee. Sono andato a vedere quei posti, in motorino, quando ero più giovane.
Anche qua sopra sul Purgessimo le avevano fatte, e qualcosa si vede ancora [quando] a volte vado a raccogliere quella specie di asparagi selvatici (urtisúi).
Dopo la guerra sono stato consigliere di Purgessimo, per la Democrazia Cristiana. Ma adesso qua sono tutti quanti [della Lega], parlano tutti di Bossi.
[...]
All'epoca della prima guerra ero piccolo, e un giorno sono venuti tanti compressori, cinque sei, guidati da dei civili. Ero là con mio fratello e mi hanno detto: «Aspettate qua, state attenti se viene il nostro comandante e venite a chiamarci», e sono andati a bere mezzo litro di vino.
Poi hanno fatto il ponte. La piana non era come adesso, non era stata bonificata: c'erano tutti appezzamenti, acquitrini, e quando veniva un temporale si vedeva acqua dappertutto perché non c'era deflusso. È stato poi Pelizzo, il sindaco che è diventato anche onorevole, a bonificare. A ricordo gli hanno anche fatto una cappella che c'è ancora là. L'acqua veniva fatta defluire fino al Madriolo, attraverso i campi.
Nei giorni della ritirata gli italiani hanno portato quattro cannoni di grosso calibro, 305: ne ho anche un proiettile a casa, vuoto. Sopra il Purgessimo c'erano i 75.
Alcuni giorni prima [della ritirata] i soldati ad un certo punto erano partiti tutti da qua. «Guarda, non si vede più nessun soldato», diceva la gente meravigliata che veniva a curiosare con i mezzi che c'erano allora, che non c'era neanche la bicicletta. Erano andati via, erano andati tutti a rinforzare le linee.
Da qua i cannoni italiani di grosso calibro sparavano in direzione di Luico e del Matajur. Gli altri hanno risposto ma hanno sbagliato tiro e tutti i proiettili sono finiti nei campi. Hanno fatto dei buchi ma non sono riusciti a prendere i nostri cannoni che erano postati vicino alla bottega di Margutti che vendeva pane (ma all'epoca era dei fratelli Busolini, uno Beppo, uno Antonio e un altro non mi ricordo).
I cannoni erano proprio in centro al paese. Sono venuti una mattina. Noi si andava a scuola: c'era un capannone, non la scuola come c'è adesso che l'hanno fatta nel '35. Eravamo in venti nella mia classe, fra bambini e bambine, in prima elementare. Noi bambini si andava un giorno a scuola e un giorno si andava a cercar carrube (sa che i soldati mangiano carrube), si andava a cercar pagnotte. Poi c'era la cavalleria, i cavalli, c'era un sacco di gente e noi eravamo curiosi di vedere. [...]
In quella casa di Margutti detto Cencic – sono slavi venuti da Montefosca, mi pare – là, in quella zona, avevano fatto un poligono. Tante baracche. Hanno chiamato le donne per portare la polvere, mi pare che poi abbiano anche scioperato. O Dio, ma tante cose non me le ricordo. Facevano dei sacchetti. C'erano tante stoffe e le donne facevano dei sacchetti per mettere questa polvere da sparo per i cannoni. La pallottola poi aveva dentro come delle piastrine, come fossero delle caramelle.
Insomma noi ragazzi si andava a vedere.
Nel 1917 è stata un'annata un pochino scabra [magra] perché c'è stata la siccità, e qua nel Friuli se non piove un mese addio granoturco.
Io e mio fratello si andava a prendere acqua là, dove c'è una sorgiva che noi chiamavamo di Bachetti e adesso chiamano della Madonnina, perché c'è una cappellina dietro quella catasta di legna e adesso ci vanno anche tanti ragazzi a drogarsi e lasciano le siringhe per terra; un'altra sorgiva è la vicina e si chiamava di Quain, è un soprannome locale, poi c'e n'era un'altra ancora. Erano due tre fontane, sorgenti, e le si chiamava come la prima, la seconda, la terza... Poi c'era anche un acquedotto [militare]. Mi ricordo quando hanno portato la tubatura, ma noi l'acqua non l'abbiamo mai bevuta perché la portavano fino a Pavia [di UD].
Dietro la fontana di Bachetti i soldati avevano fatto una buca dove portavano ad abbeverare i cavalli, altrimenti avrebbero dovuto andare sul Natisone. Là c'erano questi depositi di polvere da sparo e qualche giorno prima della ritirata il deposito ha preso fuoco, non so se per una sigaretta o per quale altro motivo.
Quando c'è stata la battaglia [di Caporetto] la gente scappava. Venivano da Castelmonte e da tutte le parti, da Tribil, da tutti quei paesetti e quando arrivavano qua gridavano «scappate, scappate».
Certuni dicevano: «Io non scappo, saranno mica demoni! saranno mica bestie!»
Difatti mio padre e mio fratello sono restati qua, mentre mia mamma con sei di noi altri, tutti bambini – il più grande aveva 14 anni io ne avevo sette – siamo andati via. [...]
Siamo venuti via, abbiamo caricato; mi ricordo che io non trovavo una scarpa, uno zoccolo e così sono scappato con un solo zoccolo ai piedi tic, tac, tic, tac ... abbiamo caricato un camion.
I soldati sono venuti giù, hanno lasciato tutto abbandonato, però sono riusciti a tirare giù i cannoni: mi ricordo che quei cannoni li avevano portati su con i cavalli, ma poi non so come li abbiano portati giù.
Da Purgessimo c'era anche un telefono che andava al corpo d'Armata che era a Spessa o a Corno di Rosazzo, mi pare. Poi c'era un comando di divisione anche in Carraria, qua vicino nella villa di un signore, che noi si chiamava l'Umanitaria (più tardi, al tempo del fascio).
I soldati che venivano giù ci hanno detto «scappiamo». C'era un camion vuoto e vi siamo saliti in quattro cinque famiglie su un unico camion. Mi ricordo che vi era montata una vecchia. Piangeva e teneva in braccio un bambino piccolo di tre anni e mi diceva «stai vicino a me, tieniti alle gonne».
Non siamo andati a Udine direttamente per Moimacco, ma dapprima verso Manzano.
Io non avevo mai visto le lampadine ... vedere una lampadina rossa, una lampadina verde.
La gente veniva dall'alto Friuli, da Gemona. Tutti quanti sapevano. Spingi, spingi.
Ci siamo fermati alla stazione di Udine. Prima ci hanno mandati in prefettura da dove ci hanno detto: «Andate alla stazione, ci sono gli ordini di andare alla stazione.»
C'erano i carabinieri, confusione, scuro. C'era solo qualche lampadina rossa. La gente spingeva, mi sono perso. Mia mamma! piangeva, «dov'è il mio bambino?»
Mi ricordo l'indomani mattina m'ha ritrovato e m'ha fatto sedere sul treno e là sono stato senza mangiare, fino a Bologna.
Nelle stazioni venivano sempre le crocerossine. Davano una scatoletta di carne, o una pagnotta, o qualcosa da bere.
Ma quanta confusione, quanti profughi!
Siamo andati fino a Sessa Aurunca. Mi ricordo che siamo passati per Roma che pioveva e pioveva e in questo vagone, che era stato un pochettino in abbandono, pioveva anche dentro.
Due miei fratelli sono andati dove si appoggiano le valigie e dormivano là. Insomma siamo arrivati fin laggiù.
A Sessa Aurunca si andava a scuola. Noialtri, poiché parlavamo in friulano, la gente ci era un pochettino avversa, ci dicevano «tedeschi».
Eravamo in un castello, e due anni fa sono tornato da quelle parti anche se non sono andato proprio in quel castello.
Era la diocesi più piccola del mondo. [...]
Il Castello era nel centro del paese. Là c'erano le scuole, proprio sul cucuzzolo: c'era una scalinata e si andava su.
Noi però si dormiva dabbasso, in un convento di frati. Sotto c'era anche una centrale elettrica che funzionava non con la dinamo ma scaldando l'acqua, come con una locomotiva. Ottenevano la corrente elettrica con cui facevano illuminare il paese fino a mezzanotte. Era un paese vecchio, con viuzze così.
In questo convento ci avevano preparato bene da dormire, per ogni famiglia, e quando siamo arrivati ci avevano preparato anche un pranzo. Sono venuti a prenderci coi camion a Sparanise, e poi ci hanno fatto una bella festa in una chiesetta antica sconsacrata.
Io riuscivo a capire la loro lingua u napoletano, e anche adesso ... quando qua da noi sentivo i soldati napoletani che parlano con quella enfasi, con quella maniera di esprimersi, mi piaceva sentirli parlare. Il romano no, mi è antipatico, perché non parlano neanche con le labbra, non è vero?
Mi ricordo che si andava a scuola e il mio compagno di banco mi portava sempre una mela.
Un giorno siamo andati a fare una passeggiata col maestro. Eravamo in 28-30 in classe, in seconda elementare, e il maestro aveva detto: «Portate qualcosa da mangiare anche ai profughi», e tutti portavano qualcosa, chi una mela, chi un po' di pane.
Mia madre mi svegliava alla mattina quando dovevo andare a scuola e prima mi diceva: «Vai a prendere il pane». Bisognava andare sul cucuzzolo di questo paese, su per gli scalini. Appena arrivavi là c'era il vigile che ci conosceva e diceva: «Avanti, prima i profughi». Allora c'era sempre qualcuno che protestava: «Accidenti ai profughi, è colpa loro se ci hanno messo la tessera sul pane», come fosse colpa nostra quando in realtà era una cosa nazionale. Dopo portavo a casa il pane e si mangiava quello che c'era.
Comunque non è che si abbia patito la fame, ci si arrangiava.
Eravamo in diversi del nostro paese, tutte famiglie del paese. Eravamo andati giù con i camion e volevamo stare tutti assieme.
Siamo stati là fino in febbraio-marzo del 1918 quando ci hanno detto che chi voleva lavorare, guadagnarsi qualcosa ... perché con il sussidio noi prendevamo una lira e i vecchi due, come si fa a mangiare, vestirsi, con così pochi soldi? ... ci hanno detto che se volevamo lavorare potevamo andare in Lombardia.
Siamo andati a Rezzato, in provincia di Brescia. Il paese è sotto una montagna, ma la ferrovia passa tanto in giù.
Noi bambini si andava a scuola, ma io non sono stato promosso perché sono arrivato in ritardo. Dopo mi è venuta anche la spagnola.
Andavo anche a risponder messa e il prete mi dava una scodella di caffelatte, mi voleva anche bene.
La spagnola per me è consistita in un po' di mal di testa e vomito. Mia mamma a tutti quanti ci ha messo nel letto, ci ha portato del brulè, un po' di vino. Chi andava a badare che il ragazzo non deve bere? e io mi sono poi alzato. Ho visto invece morire un altro ragazzo, che stava davanti a casa mia, figlio unico con il padre al fronte, c'erano la nonna e la mamma con lui. Il ragazzo si è ammalato ed è morto, in due giorni.
Della nostra famiglia non è morto nessuno, anzi, dicevano in paese: «Guarda, i profughi hanno portato il male! di loro non muore nessuno.»
[C'era sempre un po' di diffidenza], come adesso che sono qua i bosgnacchi, oppure i croati, i sloveni, che ancora sussiste una politica di odio e di rancore, che non vogliono pagare i debiti di guerra, le foibe. Potevano ben pensarci prima, ma hanno aspettato che morisse Tito, per risolvere, ma non si risolve più.
A Rezzato, i nostri paesani hanno fatto sapere che volevano mangiare polenta. Il comune ci ha portato una "caldaia" di rame: si comprava la farina e si faceva polenta col radicchio, polenta e salame. Si mangiava con le mani o col pirü come dicevano i lombardi.
A Sessa Aurunca gli abitanti del paese non mangiavano polenta, erano tutti pecorai.
Sono stato poco tempo fa in quel paese, con mio cognato. Il paese è sotto e io gli ho detto andiamo a veder sopra. Ma poi lui non aveva tempo perché voleva tornare a casa in serata.
A Rezzato i grandi li mandavano in una fabbrica di birra che c'è prima di arrivare a Brescia, una di quelle rinomate, e questi ragazzi che avevano finito la quinta elementare andavano a lavorare, per due lire al giorno.

Nastro 1996/3 - Lato B

Di Sessa Aurunca nel complesso il ricordo è positivo. Era buona gente ... poi c'è sempre l'ostile. Hanno detto quelle donne, anche un prete ha detto: «Potevate stare nei vostri paesi.»
A Sessa Aurunca eravamo in sei famiglie di Purgessimo, quelli che erano stati caricati sul camion, sull'unico camion. Eravamo sempre stati assieme. Erano i camion 15 Ter della Fiat, con le gomme piene. Era un camion grande, ci stavano tante persone.
Dopo la guerra 15-18, nella guerra successiva, io ero soldato a Sassari e li avevamo ancora in dotazione nella nostra compagnia.
[Nel camion 15 Ter] ci eravamo stati stretti stretti, in piedi. Arrangiarsi.
Non ci siamo portati via niente da casa. solo un po' di roba da vestire. Qualcuno è riuscito a portarsi un paio di lenzuola, un ricambio di biancheria, un po' di soldi o qualche ricordo caro.
A Rezzato, c'era con noi il marito di una sorella di mia madre, ed eravamo solo in nove. C'era un ragazzo che era andato a lavorare in una fattoria, là a Rezzato.
[...]
Siamo ritornati a casa nel mese di marzo del 1919, e in una casa qua nel centro del paese c'erano una trentina di prigionieri austriaci e ungheresi, tutti insieme.
Ai prigionieri hanno fatto esumare i soldati italiani che erano morti sulla collina durante la ritirata: erano 11 casse.
Durante la ritirata [i soldati italiani] erano arrivati non da Stupizza, ma attraverso le montagne [...] i nostri non sapevano neanche le strade.
Me l'ha raccontato mio padre che aveva voluto rimanere in paese, cosa è successo quella volta. A tutte quelle baracche gli italiani in fuga hanno dato fuoco, mio padre è andato là e ha portato via quattro lamiere che abbiamo ancora.
C'era un lanciafiamme, e c'era anche una scuola di lanciafiamme qua a Purgessimo; mi ricordo che si era ragazzi e si andava a vedere.
Mio padre diceva che i soldati sono venuti giù... Un italiano è stato colpito. È rimasto là a terra per due giorni e chiamava «aiuto!», ma nessuno aveva coraggio di andarlo a prendere, per paura che ci fosse una spia o qualcuno di guardia e così è morto. Gli hanno messo una croce, che c'era ancora là nel '19. L'hanno sotterrato proprio là, dove c'è quella catasta di legna vicino alla fontana della Madonna.
Lassù sulla montagna invece erano in undici, i morti. Erano su per la montagna, si vedeva la croce. Quando li hanno raccolti li hanno portati un po' nel cimitero di Cividale e un po' in quello di Udine.
A mio padre i tedeschi che stavano scendendo dietro alla gran massa degli italiani hanno chiesto:
«Dove sono gli italiani? Dove sono?»
«Eh, sono giù di là», indicando Cividale, e l'hanno lasciato andare.
Mio padre, Antonio, era del '62 del secolo scorso.
Mio padre aveva voluto restare a casa assieme al figlio (Antonio anche quello, classe 1904). Ha seguito per un po' la gran massa che scappava ma poi è tornato subito indietro, perché aveva le mucche, a casa.
C'era una croce [sepoltura] anche giù di qua, appena fuori del paese, poi ce n'erano altre due [...] sulla strada.
Dice mio padre che ha visto la truppa austriaca venire avanti: è venuto giù anche il comandante a cavallo e c'era un soldato italiano davanti a loro che correva e correva, ma a Cividale avevano fatto saltare mezzo ponte. Il soldato non riusciva a passare, ogni tanto veniva fuori per vedere se riusciva a trovare la strada per passare ... e in quello un tedesco gli ha mirato e lo ha fatto fuori. L'ufficiale ha estratto la pistola e ha ammazzato il soldato che aveva ucciso l'italiano.
[...]
Durante l'anno di occupazione, a Cividale c'era un monsignore decano, si chiamava Liva e lui sapeva il tedesco. È venuto come a patrocinare gli interessi dei parrocchiani, a dirimere le questioni, anche le ruberie, perché c'erano anche dei borghesi che andavano nella casa del confinante.
Mio padre che aveva un dieci dodici pezzi tra pentole e rami vari, li ha sotterrati, perché il rame era ricercato per le spolette delle bombe. Ma andavano a vedere dove la terra era mossa: erano i borghesi, i friulani stessi, gente del paese. Se non era di questo paese era di un paese vicino, oppure era gente che era scappata, disertori, gente che si nascondeva e che si metteva in combutta con questi civili perché avevano bisogno di soldi.
Mo padre aveva una mucca e ha sempre fatto il vitello. Faceva 24 litri di latte quando era fresca di parto, per due-tre mesi; dopo ne faceva dieci, undici. L'ha tenuta per tanti anni che era venuta tanto vecchia questa bestia. L'ha presa e l'ha portata dove ci sono quelle rocce là, sulla montagna, ma erano quelli del paese, che venivano a vedere e ti facevano la spia e [volevano soldi] «altrimenti ti denuncio.»
C'erano delle commissioni per la distribuzione, come poi al tempo dei partigiani, e se c'era qualcuno che aveva odio contro di te ... senza sapere perché e per cosa ti ammazzavano.
La gente dava un milione di corone per avere un litro di latte. Erano soldi grandi come fazzoletti. Mio padre un giorno ha detto «ma cosa vuoi fare di queste qua», ha preso le corone e le ha buttate sul fuoco. Tutti si sono scandalizzati: «Oh, Antonio "soci" - che vuol dire cieco, il soprannome - Antonio ha bruciato i soldi, che ricco che è». Ma poi quando era andato a fare il cambio non gli hanno dato niente. Vai, vai, gli hanno detto.
È venuto su uno giovane, un disertore che non era riuscito a passare il Piave. Con lui erano altri due e sono rimasti nascosti a casa. Mio padre li guardava e appena finita la guerra sono tornati a casa. Uno era di San Donà di Piave, giù di là. Io non li ho visti, perché quando sono tornato da profugo erano già partiti. C'erano delle spie, gente invidiosa [...] e sono venuti i soldati tedeschi con la baionetta in canna a cercarli, ma mai sono stati scoperti.
Degli altri due disertori, uno era originario di Mantova, proveniva da un ospedale militare perché aveva preso la sifilide e poi è morto.
Dicono poi, così raccontavano i vecchi, che c'era un comando di divisione che aveva la cassaforte, durante la ritirata. Da quella casa che si vede là davanti, sulla collina, sono venuti giù con il mulo portando la cassaforte del reggimento. Ora è un'osteria, da Mosolo; la chiamavano l'osteria a Mezzastrada, nei pellegrinaggi per Castelmonte. Là si dice che gli italiani abbiano lasciato la cassaforte. L'hanno sotterrata con l'accordo che quando sarebbero tornati avrebbero diviso il capitale, perché la chiave l'avevano portata via con sé i militari. Sono tornati poi i militari, ma dov'era la cassaforte? Quello dell'osteria gli ha detto: «Io non vi conosco, io non so niente». Da quella volta l'osteria ha cominciato a marciare bene, la casa è stata aggiustata, hanno messo a posto bene il tutto, e la gente di queste cose si è accorta...
Il paese di Purgessimo non è stato né bombardato né rovinato; aveva preso fuoco appena qualcosa... Quando da Luico sparavano di qua, tutti i proiettili sono andati nel terreno paludoso, c'erano un mucchio di buche.
Durante l'anno dell'occupazione c'era molta miseria. Morire di fame no, ma miseria sì. [...]
Quando siamo tornati, nel 1919 al mese di marzo, non siamo neanche andati a scuola perché avevano bombardato la scuola perché là dentro ci avevano messo un magazzino di bombe. Nel resto del paese era solo stato bruciato qualche fienile.
Questo monsignor Liva aveva la funzione di paciere. Più di una volta a mio padre diceva: «Se non porti il latte all'ospedale ti denuncio alle autorità tedesche, ti faccio mettere nel concentramento». Mio padre gli rispondeva: «Ma se non ne ho». Perché la mucca fa latte quei tre quattro mesi ma dopo non ne fa più, eh! E se fa un litro di latte dobbiamo pur mangiare anche noi. [...]
Ognuno cercava di arrangiarsi. Vicino a noi un uomo aveva undici mucche. Ognuno che veniva, tagliava la catena e si portava via la mucca. Non era tanto il tedesco che rubava, ma la gente del luogo che poi ti vendeva la carne al mercato nero, come è stato anche in questa guerra qua.
In quei giorni della ritirata di Caporetto è stata una baraonda, saranno restate qua in paese neppure ottanta persone, su duecento scarsi che erano. [...]
C'erano tante di quelle armi! Dio quante armi che c'erano! Munizioni da tutte le parti. In un posto poi le hanno fatte saltare, nel 20-21. Noialtri ragazzi si andava a vedere, le si trovava lungo i fossi, si avvisava la maestra e la maestra avvisava i carabinieri. C'erano quelle bombe con il manico che chiamavano "le signorine", oppure quelle altre che chiamavano "sipe". [...]
Il parroco di Purgessimo era scappato [...] Tanti qua del paese sono scappati anche con i buoi. Caricavano sul carro il maiale, e dicevano che poi per strada lo avrebbero ammazzato.
All'inizio in paese e dappertutto c'è stato un gran spreco e poi, dopo la prima fase, sono venute le truppe di stanza che non trovavano più niente ed erano inferociti.
Mi raccontava un vecchio che abitava nel mio cortile che il 1917 era stata una buona annata di vino. Non era Tocai o Verduzzo, quella volta. Era Malvasia, vino americano, ma allora bastava far vino, nero o bianco che fosse. Sono venuti giù i tedeschi e tam, tam, tam nelle botti: fuori il vino a volontà. Dapprima facevano bere il padrone, e diceva questo vecchio che in cantina c'era vino per terra alto fino al ginocchio.
Qualcuno aveva il maiale che ormai era quasi pronto. Mio zio che aveva il porcile proprio a portata di mano, là sulla porta di casa, si è visto tirar fuori il maiale e squartarlo. Lo facevano cuocere, mangiavano e bevevano e poi molti morivano, perché anche per loro erano mesi che stentavano in linea, lassù. Dopo davano la colpa ai paesani e volevano bruciare il paese...
Quando abbiamo dovuto scappare [...] qualcuno ha detto di essere andato fino a Manzano, qualcuno un pochino più in giù fino a Basagliapenta, Codroipo, ma poi sono tornati a casa con le pive nel sacco, senza riuscire a passare il Tagliamento.
[...] In principio, appena dichiarato guerra, ce n'era della roba! [...] A Sanguarzo c'era una fila di forni e facevano pane per tutti, ma montagne di pane.

domenica 23 maggio 2010

Romolo Corrà (Vas) e Zemira Curto (Càrpen) - BL

Coniugi, nati rispettivamente il 19 aprile 1905 e il 13 settembre 1908

Nastro 1994/33 - Lato A                  24 agosto 1994

Romolo Corrà. Io sono scappato prima che arrivassero i tedeschi. L'ultimo che è scappato dal paese è stato della nostra famiglia e quando siamo arrivati di là del ponte hanno fatto saltare gli archi.
All'epoca ero bocia, avevo 10-11 anni e mi viene in mente che il pensiero più grande che avevo in quel momento ... qua, durante l'estate, la montagna offre tante nocciole, e si mettevano via su un sacchettino di carta. Mia mamma e anche gli altri gli facevano i buchetti tutt'attorno con la forbice in modo che le nocciole prendessero aria. Io mi sono portato via un sacchetto di nocciole e mi pareva di essermi portato dietro un capitale... 
Mio padre invece aveva passione di allevare il maiale: l'ha legato con una cordicella e siamo andati fino a Quero. Quando vi siamo arrivati un suo parente che era farmacista gli dice: «Toni, fatu che col porzel? Guarda che l'ultimo treno è giù a Fener, e non è un treno passeggeri ma un treno merci. Se vuoi andar giù - poi sono scappati anche loro - fai a tempo di prenderlo, ma devi partire subito».
Così mio padre ha lasciato libero il maiale, che andasse per conto suo. Il farmacista si chiamava Corradino Corrà. Mio padre faceva il falegname.
Qua a Vas c'era una cartiera, l'unica che c'era in provincia di Belluno. Adesso è diventata una pescheria [allevamento di pesce] ... dopo l'ultima guerra era stata amministrata da uno che non sapeva fare e ha dovuto chiuderla. Si chiamava Zuliani.
Anche durante la prima guerra la cartiera funzionava. Vas infatti non è stata bombardata: una granata - due e basta.
C'era una chiesetta dove una volta c'era il cimitero, con il suo piccolo campanile che non funzionava però. [...]
Passati di là del ponte siamo andati a Fener. Siamo saliti sul treno merci e siamo arrivati a Padova dove hanno fatto lo smistamento. Il treno era pieno, tutto carico di gente che era saltata su per scappare e venir giù ... da su di là, da tutte le parti.
Da Padova siamo andati a Milano e da Milano ci hanno traslocato a Magenta, 25 - 26 chilometri più in là di Milano, vicino al Naviglio; c'è Ponte Nuovo e Ponte Vecchio, come li chiamavano allora. Il Naviglio ha una strada di fianco, dove passavano i buoi che trainavano i barconi; alla discesa salivano in barca anche i buoi, e per tornare indietro i buoi smontavano e tiravano su la barca.
Io ho trovato lavoro a Varese nell'impresa Macchi. All'epoca assumevano tutti, anche se io avevo solo 12-13 anni ... che non c'erano più uomini! 
Alla Macchi facevano gli idrovolanti, perché a Varese c'è un laghetto - a Varese è nato anche Pininfarina - e là lavoravano anche all'interno dei vagoni di prima classe.
A noi boce ci facevano fare di tutto, ma mi ricordo che a me piaceva tanto - siccome facevano anche le ruote delle biciclette in legno - ... c'era da arrotolare sulle sagome quel determinato legno con cui veniva fatto il cerchio; non so che tipo di legno fosse. Altre volte invece lavoravo dentro a un vagone, a grattare, a tirar via. D'altra parte tutta la mia famiglia lavorava il legno, prima di partire. Avevamo un grande stanzone a piano terra dove si lavorava tutti; c'era anche mio fratello che era bravo.
A Quero avevamo dei parenti, tre fratelli di mio papà, che erano meccanici. 
La nostra era una delle famiglie più ricche del paese. Mio padre quando è venuto  in paese ha iniziato a vivere in un pezzetto della casa qua di fronte, una casetta.  Poi lavorava alla cartiera e in più di notte lavorava magari fino alle tre per conto suo e poi ritornava a lavorare in cartiera. In questa maniera si è costruito ... [il resto della casa che ora si vede] mentre all'epoca non c'era neppure da mangiare polenta.
Mia mamma gli diceva: «Procurami un po' di farina», e non ce n'era, e non perché ci fossero le sanzioni, mancava proprio ... tanto è vero che una volta una vecchietta [in un negozio] ha chiesto due etti di zucchero e la padrona le ha risposto: «Ma devi fare la polenta che prendi due etti di zucchero?»
Sul Monfenera c'erano già le trincee preparate da due tre anni prima, come seconda linea, così i tedeschi sono arrivati come base a Feltre perché sul Grappa non erano in grado di sfondare.
Tedeschi a Feltre sì che ce n'erano tanti, ma qua c'era solo la Poliziei ... e a Vas erano scappati tutti. Noi di là del Piave; gli altri su di là, nei paesetti e in provincia di Udine, a Gemona, a Sequals.
Anche mia moglie è stata profuga, ma sopra Pedavena, a Murle.
Solo noi Corrà e un'altra famiglia del paese siamo riusciti ad andar di là del Piave, e anche quella famiglia era con noi a Magenta.
Le nocciole, saltando sul vagone, che era merci ... ho toccato da qualche parte e ho rotto il sacchetto e ti saluto le nocciole! Mi sono messo a piangere, non c'è mica da scherzare con le nosèle.
Mio zio Giovanni Vecellio era ingegnere, e abitava qua, aveva sposato una sorella di mia madre. Lui era un discendente del ceppo di Tiziano e poi è andato alla Pirelli. Ed è stato questo zio ingegnere a darci lo spunto, a convincerci e a dire 'ndém via.
I tedeschi, dopo, qua in paese hanno fatto sempre fuoco, tirando giù i balconi, la porta, tutto. È rimasto il paese vuoto, tutto "pelato"; però bombe non ne sono arrivate, se non una sola, laggiù nel cimitero.
Un capitano dell'artiglieria alpina, l'avv. Banchieri, mezzo parente dei Corrà, è arrivato fin sul Monfenera con 7-8 artiglieri. Si è fermato e sparava in direzione del castello di Quero, laggiù. È stato lui a fare resistenza contro i tedeschi per due tre giorni e dopo, gli ultimi due colpi li ha tirati qua sulla chiesetta di Vas...
Molti sono morti di spagnola, e anche a me è morto il fratello, da profugo. Per il resto noi stavamo bene, perché si andava a lavorare e si comprava da mangiare con la tessera.
Sulle nostre montagne c'erano dei soldati italiani, parenti della moglie, rimasti di qua delle linee.

Zemira Curto. Appena sono arrivati nel nostro paese, Càrpen in comune di Quero, io avevo 9 anni. Hanno cominciato i germanici ad ammazzare le bestie, a mollar fuori le spine dei vini che correvano per tutte le strade. Invece di far fuoco con la legna spaccavano la tavola, spaccavano le credenze, facevano il terrore dentro le porte. Questo me lo ricordo benissimo.
Mio padre, era in guerra e mi ha detto [?]: «Atenti cari, tolève su solo i fasoi che i fasoi i dura tant» ... e siamo andati a finire a Pedavena, in un paesino là vicino, a Murle.
Le granate arrivavano fin qua a Castelnovo di Quero, ed è capitato il momento che abbiamo dovuto scappare e lasciare là bestie, casa e tutto. E via, siamo andati profughi.
Vicino alla casa in cui eravamo profughi c'era uno spazio di un centinaio di metri ricoperto di erba, ma l'erba è rimasta sempre piccola perché l'abbiamo mangiata tutta e non faceva in tempo a crescere. La tagliavamo e la cucinavamo... Poi ci avevano dato anche un pochettino di campo perché mia madre aveva cinque figli, e andava a Feltre ogni giorno. Siccome ci avevano lasciato anche una bestia, una vacca, [mia madre] portava un fiasco di latte [a Feltre] facendo otto chilometri all'andata e otto al ritorno; in cambio portava a casa un paneto de pan nero. Così abbiamo passato un anno.
Quando c'è stata la liberazione, i tedeschi che erano qua, non volevano arrendersi, e mia madre era tutta spasemàda con tutte queste creature. È andata al molino che c'è ancora vicino alla chiesa di Pedavena, ed è riuscita ad avere un chilo di farina. Ha detto ai figli: «State buoni che per oggi facciamo un po' di polenta e il resto della farina la mettiamo via per buttare sulla minestrina di erba». È venuto dentro un tedesco con la rivoltella in mano, mi pare ancora di vederlo, e si è preso la polentina. Ci siamo messi tutti a piangere, tutti cinque i bambini, a piangere dalla disperazione. La fame fa così. E pensare che per un chilo di farina aveva dato la vera, l'anello e una collana [di oro]!
Un'altra volta, due miei zii che si chiamano uno Angelo e l'altro Luigi Mondin (e sono ancora vivi, classe 1902) si erano nascosti perché se i tedeschi li avessero presi li avrebbero portati in Russia. Loro avevano il terrore di essere portati via, e quando un gruppo di tedeschi è venuto in casa nostra a cercarli, io senza parlare - c'era una finestrella bassa nella casa dove noi si abitava - sono saltata fuori dalla finestra e di corsa, di corsa, sono andata avvertire gli zii di scappare subito. Qualche tempo fa sono andata su in questa montagna, il Ciladon, dove ancora abitano questi miei zii e loro mi hanno ricordato l'episodio ... e là sono riusciti a rimanere nascosti per tutto l'anno.
A Vas gli abitanti sono andati tutti de strassinón, ma più che sia sono andati in provincia di Udine.
Quando mio padre è arrivato dal fronte ... è arrivato a Feltre il giorno dopo l'armistizio. Lui aveva sempre fatto il macellaio, e quando ha visto che ormai poteva passare perché i tedeschi si erano ritirati...

Nastro 1994/33 - Lato B

... è arrivato a casa passando per il Grappa e ci ha detto: «Sono qua, stanco, perché ho camminato in montagna tutta la notte sopra i morti, nel "pozzo della morte", e là c'è ancora gente ferita che grida e chiama mamma.»
Quando mio papà è arrivato noi eravamo tutti ammalati, con la febbre spagnola che provocava tantissimi morti. Erano solo due tre giorni che erano scappati i tedeschi, e sulla nostra porta erano già morte due sorelle, una di diciotto e una di quindici anni. Mio papà è arrivato verso le tre di notte, con una mula e col suo carretto con gli attrezzi dietro perché anche sotto le armi lui era macellaio. Ci ha tirato fuori cognac, formaggio grana, pane, un mucchio di roba perché sapeva che qua si moriva da fame. [...] Eravamo tutti ammalati con febbre alta. «Ascoltami» ha detto a mia mamma «diamogli un po' di cognac ciascuno, un pochino, perché anche da noi il capitano ci ha sempre detto che la febbre scompare con il cognac». Ce l'ha dato e non siamo guariti per davvero!

Romolo Corrà. Io ero a Magenta, e c'era la spagnola. A me è morto il fratello, poverino, che era più debole. Un particolare: di notte, il più vecchio dei due fratelli, Tarcisio (1901) che dopo è morto qua in cartiera ... si era sul letto e mi ha detto: «Romolo, prendi quella bottiglia là in fondo» (era sopra una semplice cassa) «e dammela.» Io gliel'ho portata e lui si è messo a berla, e si è fatto mezza balla. Io gli ho detto: «Adesso dalla a me», e ho finito il resto. Il giorno dopo verso mezzogiorno: sparita la febbre e guariti tutti e due. L'altro fratello invece, che non ha potuto bere, gli è toccato cedere. Si chiamava Secondo ed era del Tre. [1903] [...]

Romolo Corrà. Non che gli austriaci fossero cattivi, hanno un altro cuore. I germanici, la stessa razza di quelli di Hitler, erano i peggiori ... e gli hanno portato via la polentina che stavano già per gustare.
Gli austriaci non avevano più niente da mangiare. Mangiavano prugne cotte, carote cotte, verdura e tutte quelle robe là. 
Curto. Come la popolazione... E quelli che dovevano andare al fronte li ubriacavano e poi tornavano indietro come morti, sembravano trasparenti dai patimenti.
Corrà. Io non ero qua, ma questa è una voce che sanno tutti. I tedeschi quando sono venuti giù, secondo loro dovevano sfondare sul Grappa... 
La parte di qua davanti alle Boccarole dove c'erano le mitragliatrici, la chiamavano il "pozzo della morte", perché i (capi) tedeschi, sebbene sapessero che gli italiani li avrebbero ammazzati, facevano avanzare allo scoperto i loro soldati sotto il fuoco delle mitragliatrici.
I tedeschi ad un certo punto avevano deciso di lasciarsi ammazzare a Feltre, piuttosto che andare sul Grappa. Allora i capi per convincerli dicevano ai soldati che sarebbero andati sul monte Fiore, perché altrimenti sul Grappa non sarebbero andati.
Curto. I tedeschi dicevano Nach Roma, Nach Roma...
Corrà [riferendosi alla famiglia della moglie]: Era una delle famiglie più agiate di tutti i paesi da Feltre fino a Montebelluna, perché suo padre aveva sempre in casa, continuamente, 40 bestie.
All'epoca della seconda guerra c'erano i partigiani ... che li hanno dichiarati - a dirselo qua - combattenti, patrioti. Se invece proprio proprio volete sapere la verità e uno ha il coraggio di dirlo, erano una manica di delinquenti. Non tutti, ma dentro, in mezzo... Non hanno mai fatto niente; sul Grappa hanno fatto che? Niente. A quel tempo c'erano i casolari sparsi, non c'erano le latterie che ci sono adesso, i contadini andavano d'estate in montagna per risparmiare il fieno che serviva per l'inverno. E i partigiani che erano in montagna andavano da una casera all'altra: «dovete darmi un po' di burro, dovete darmi una pezzatella di formaggio... ». Se c'era una bestia che aveva fatto un vitello glielo portavano via, e se proprio proprio non trovavano niente gli portavano via anche le vacche.
Curto. Nella mia famiglia eravamo in tutto cinque fratelli. Uno dei miei fratelli era a Torino del Genio. Mio padre era padrone di quasi tutto il Ciladon, la montagna dietro alla quale c'è Schievenin.
Corrà. Una volta una carogna di fascista ... io sono stato segretario dei giovani fascisti del paese ... c'era una guardia a Feltre che una volta è venuta giù da Feltre in bicicletta. Arrivata a Sanzan, c'era un fratello della moglie là in una casa, e sono arrivati dei partigiani che erano su sul Ciladon... [ ? ]

Nastro 1994/35 - Lato B

Aggiunte e precisazioni, 16 settembre 1994

Corrà. Mia mamma era Alban Speranza e Corrà Antonio mio papà. Hanno avuto 5 maschi e 1 femmina, più una morta piccola. (7 figli).
Mia moglie si chiama Zemira Curto, è nata il 13-9-1908 da Giuseppe Curto e Mondin Maria. Lui era commerciante, uno dei più benestanti della zona. Aveva 40 vacche tutto il tempo dell'anno.
Noi due ci siamo sposati nel 1931 e abbiamo avuto tre figli, due femmine e un maschio.
Quando siamo scappati da Vas ci siamo portati dietro il maiale ... era l'ultimo treno da trasporto, portava tavole di legname ed era partito da Calalzo. Era fermo a Fener, ed è stato l'ultimo treno a passare. Eravamo a Quero e a piedi siamo andati a prendere il treno a Fener. [A un certo punto] mio papà si è stufato di portarsi dietro il maiale, lo ha lasciato libero e siamo saliti sul treno. Fino a Padova siamo andati con quel treno, e da Padova ci hanno smistato e siamo andati prima a Milano e poi a Magenta. Là sono andato a lavorare prima alla De Medici che lavorava solo fiammiferi e poi alla Macchi di Varese.

Nastro 1994/35 - Lato A

Durante la prima guerra a Vas il paese più che essere stato distrutto dalle bombe è stato svuotato dai tedeschi, che hanno utilizzato tutto il legname delle case.
Non era questa la prima linea. I tedeschi erano sul Monte Tomba e sul Monfenera.
Io sono scappato perché avevo uno zio che era ingegnere e lui vedeva le robe prima di noi [...] era un certo Vecellio dal Cadore, discendente del pittore. Lui era partito ancora prima, e noi l'abbiamo seguito. Ma tutti non credevano; solo dopo, quando hanno visto il ponte che era saltato... 
All'epoca non c'erano l'irrigazione e le prese d'acqua del Piave per l'elettricità; il Piave veniva tutto di qua ed era quasi sempre in piena. Era grande ... e i tedeschi non riuscivano a passarlo [...]. 
Il Grappa ad un certo punto ha cambiato di nome, perché i tedeschi altrimenti non andavano più su. Si facevano ammazzare a Feltre ma non partivano per il Grappa. Questa era una voce comune, tutti lo sapevano, mia moglie che era a Feltre me lo conferma: lo chiamavano il Monte Fiore. Facevano credere alle nuove truppe che arrivavano fresche che sarebbero andate sul Monte Fiore, perché sapevano che quelli che andavano sul Grappa non tornavano più indietro. Difatti sul Grappa vicino al Forcelletto - un posto che è molto conosciuto - c'è un bel albergo, e là si vede il col del Grappa e c'è la galleria con le mitraglie (otto-dieci bocche) che sparavano verso giù e i tedeschi volevano sfondare. Quella vallata era fatta a conca - dove mia moglie ha detto che suo padre appena ha sentito dire che i tedeschi erano in rotta ha caricato il mulo ed è andato a trovare i parenti camminando per un'ora sopra i morti - e quel posto là, insomma, lo chiamavano il pozzo della morte: ecco perché i tedeschi non vi volevano più andare. Ed erano tutti austriaci, non i germanici.
Io dopo la guerra sono stato là un anno a lavorare, durante le sanzioni e l'ultima guerra. I treni andavano a carbone di legname, e io ero lassù col camion, un po' prima della cima del Grappa, dove c'era ancora legna, perché sulla cima del Grappa c'è solo roccia. C'erano venti trenta famiglie dei paesetti della zona che tagliavano legna, e io e altri due si portava il legname alla stazione di Feltre, e quello serviva alle forze armate per andare avanti.
Zemira Curto. Mangiavamo talmente tanta erba che l'erba non riusciva a crescere. I tedeschi mangiavano erba e susini e avevano cognac da bere. Dell'erba, mangiavano le ortiche, e le più buone ... che mangiare non ne avevano neppure loro. L'erba veniva cucinata.
Là vicino, a Pedavena, tornavano indietro i soldati, i tedeschi, i romeni, i bulgari ... ma trovavano da mangiare solo carote e susine. Tornavano indietro tutti ammalati dal fronte, e i soldati chiedevano ai bambini se avevano pane e noi dicevamo di no.
Mangiare non ce n'era per nessuno. I tedeschi mangiavano sempre carote e susine e alle volte tiravano su le pannocchie e le mangiavano così, crude.
Distruttori proprio erano i germanici, non gli austriaci. Anche adesso i tedeschi sono cattivi, è una razza così: è meglio l'Austria. Però sono giusti (i tedeschi).
Anche la prima ondata di tedeschi che sono arrivati qua fino al castello ... loro entravano nelle case e se c'erano le botti di vino, pum, una pacca spaccano le botti e lasciano che il vino corra per la strada. Davanti, i distruttori erano loro, i tedeschi. E poi: "Nach Roma" ... e invece non ci sono arrivati.