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giovedì 16 settembre 2010

Margherita Gemionite (Rita Bertolini), Maserada sul Piave TV

Nata il 20 dicembre 1903


Nastro 1994/4 - Lato A                                Sabato 23 aprile 1994

Il mio cognome deriva dal fatto che mio papà era un orfanello preso in ospedale. [...] Era nato nel 1871 e si chiamava Riccardo, detto Carlo. Era stato preso all'ospedale di Treviso, ma si diceva che fosse stato originario dalla provincia di Udine. Era stato preso subito, tanto che diceva sempre di non aver mangiato un centesimo dell'ospedale di Treviso, perché i nonni l'avevano portato a casa fin dal primo giorno, appena nato.
Mai saputo chi fossero i suoi veri genitori, e neppure voleva saperlo, tanto che a volte io gli chiedevo: «Se vien fora to mama, vatu trovarla?»
Lui rispondeva: «No, me mama la é questa che a me à levà.»
Mio papà era molto buono ed è morto nel 1918. Era andato, durante la guerra - alla fine - con un tenente a insegnargli a mettere giù le passerelle sul Piave. Ha preso una peritonite fulminante e in neppure 24 ore è morto all'ospedale militare di Carbonera.
La nostra casa era appena di là del primo argine e mio papà vi aveva costruito vicino un ricovero. [...]. Era su una leggera altura e quindi, anche quando il Piave si alzava, l'acqua non vi arrivava mai. [...] Quando il Piave tracimava, rompeva più su, dalla parte dei "comunali", su, sopra ai monumenti degli inglesi a Salettuol. Si trattava di un punto delle grave dove il Piave si divideva: un ramo andava per San Polo e San Michele e uno scendeva per Maserada. Mio papà aveva costruito il ricovero per la famiglia, perché ci avevano detto che là sul Piave sarebbe stato "un passaggio".
Aver visto cosa era il nostro argine, dopo Caporetto, questo primo, che chiamano l'argine di San Marco!
In questo ricovero abbiamo dormito tre notti, tutti raggomitolati sotto. Tre notti dopo l'arrivo dei tedeschi di là del Piave, finché sono venuti a mandarci via i carabinieri.
Me poro pupà me par ancora de védarlo in janòcio, in cusina davanti ai carabinieri. El ga ito "copéme qua, co i me fioi, ma mi via da qua no vao". [Mio povero papà mi sembra ancora di vederlo, in ginocchio, in cucina davanti ai carabinieri. Ha detto ammazzatemi qua, con i miei figli, ma io via da qua non vado].
Il maresciallo gli ha detto: «Basta che lei vada giù dell'argine, nella prima casa, perché qua è un passaggio: l'intenzione dei tedeschi è di andare al Po diretti».
Mio povero papà ha detto: «Cossa femo?» e mia mamma: «Carlo, ndémo de à de l'argine.»
Siamo andati verso la prima casa, dove c'è la Madonna delle Vittorie, dove fanno le sagre. Da là ci siamo uniti in tre famiglie e siamo andati sulla Postioma, sulla campagna del nonno di Cenedese, quello che ha le officine.
Eravamo in trenta. Noi bambine dormivamo assieme alla mamma nella stalla, con tre bestie e una mussa. A mia sorella che poi è diventata suora ed ora è morta e all'altra mia sorella il padrone della casa ha dato una camera perché il figlio era soldato.
La sera che c'è stata l'offensiva mia mamma ha detto: «Tose vegné su a stala» perché la camera era verso il fronte, e sono venute giù a dormire. Mia sorella suora ha dormito sulla greppia e l'altra ha dormito dove che veniva fatto convogliare l'orina delle bestie, di modo che si è trovata alla mattina con tutta la schiena bagnata. E i due poveri vecchi dormivano con la testa così, dalla parte in cui le bestie avevano il sedere.
Alla mattina, quel padrone di casa là — deve essere in inferno, mi dico sempre quando ci ripenso — alle cinque, d'inverno, veniva in stalla a governare le bestie e noi dovevamo ingrumàr tutta la paglia in un angolo, svegliarci e star seduti perché lui doveva governare le bestie.
Mia mamma gli diceva:«Ma Gigio, no podé farlo un'ora pi tardi?»
Avevo una sorella di tre anni, che poi è emigrata a Cuneo, che diceva: «Mama, no a macara a mi, no a màcara a mi». Non voleva la maschera — perché avevano distribuito le maschere [antigas] — invece si teneva sempre il crocefisso in mano: «Mama, ho Gesù mi, ho Gesù mi.»
Nella casa sulla Postioma a Varago, da Luigi Cenedese (Gigio Piovesanèl) siamo rimasti da Caporetto fino alla settimana santa del 1919, assieme alle famiglie Carraro e Rossetto, le tre famiglie che erano vicino all'argine. [...]
*
Noi tre ragazze (io e le due sorelle più grandi) siamo partite per la Toscana all'Epifania. La filanda di Lancenigo era stata chiusa perché il direttore era stato richiamato militare, e il padrone - Sigismondo Piva da Valdobbiadene - ne aveva un'altra in Toscana.
Mia mamma, che era rimasta nella stalla di Piovesanel, viveva "con la sussistenza dei soldati". Dato che in una casa vicina c'era un macello di bestie per i militari a mia mamma veniva sempre fuori qualcosa: la trippa, le ossa, i pezzi di gamba dal ginocchio in giù, e in più qualche pagnotta. [...] Mia mamma si chiamava Lucchese Maria, era nata anche lei nel 1871 ed è morta nel 1947.
[...]

Nastro 1994/4 - Lato B

Il ricovero che mio papà aveva fatto prima di abbandonare la casa di là dell'argine era coperto da talponi [talpon = varietà autoctona di pioppo bianco - Populus alba] vennero utilizzati come copertura del ricovero. E proprio sopra i talponi sono cadute due granate.
Il ricovero non è stato distrutto, tanto che al ritorno - finita la guerra – abbiamo trovato ancora la roba che il papà aveva nascosto là dentro in un cesto: bicchieri di Murano che il papà aveva avuto per mezzo di un santolo che lavorava in vetreria.
Io li conservo ancora questi bicchieri, tanto che una mia parente di Murano mi ha detto che se a Murano sanno che ho ancora dei bicchieri della guerra del '18 «i te copa», perché le fabbriche dovrebbero chiudere [se nessuno rompe i bicchieri e li cambia]. [...]
Mio papà si era deciso a fare il ricovero nei pressi della casa perché ormai aveva visto i soldài in giro par e campagne, con lo zaino e la gavetta.
A fianco della casa avevamo dei blocchi di cemento e delle putrelle di ferro che sostenevano le reti. Da un blocco all'altro i soldati hanno agganciato tutte gavette, e mia mamma vi metteva dentro da mangiare in ognuna.
Erano tutti sbandati.
Io con mia sorella più piccola - che aveva tre anni - una volta vado su per l'argine e vedo come delle formiche. Erano tutti questi soldati sdraiati dalla parte del sole e sento chiamare: «Margherita, rissòtta (perché una volta ero tutta riccia di capelli), rissòtta!»
Guardo e vedo uno che conosco: «Maresciallo!»
E lui: «Va da tuo papà e dì a tua mamma che sono qua, e che mi faccia da mangiare».
Era un maresciallo originario di Caltanissetta, che veniva tutte le domeniche con la banda militare a suonare in piazza a Maserada, perché c'era il palco della musica in piazza e venivano ogni domenica a tenere allegro il paese. Mio papà aveva fatto amicizia con lui, che quando aveva finito di suonare veniva a cena da noi, magari a mangiare radicchi e un uovo, quel che trovava, per stare in compagnia.
Si chiamava Garofano Coppola e ho ancora la sua forbice per ricordo, una piccola forbice. Era maresciallo del 55 Fanteria - o al distretto, non so - a Treviso.
Io sono andata a casa e ho detto: «Mamma ghe n'é Garofano, mamma ghe n'é Garofano sull'àrden.» [c'è Garofano sull'argine]. Lo abbiamo tenuto nascosto per tre giorni sotto la paglia, non voleva più andare al fronte. Poi è partito a piedi; l'avranno fucilato per strada, senz'altro. L'avranno considerato disertore.
Noi lo abbiamo tenuto nascosto tre giorni per vedere se si calmava la situazione, se finiva questo "passaggio" come ci aveva detto il maresciallo dei carabinieri. Garofano era anche senza armi, mentre gli altri soldati erano tutti con qualche arma addosso. Era un bell'uomo, ancora giovane. Quante volte, quando prendo la forbice in mano, ancora adesso mi chiedo: che fine avrà fatto?
[...]
Una mattina siamo nella chiesetta della Madonna delle Vittorie - è un santuario - e andiamo dentro per assistere alla messa. In quello inizia un'offensiva sul Piave. Noi avevamo un carretto: eravamo io, mia sorella più vecchia che è ancora viva e quella che sarebbe andata suora. Si andava nell'Istituto per mettere in salvo qualcosa dei quadri delle suore. In quello che entriamo in questa cappella che era aperta, vediamo una tenda in mezzo alla chiesa e degli scarponi fuori e un prete ufficiale, un cappellano, che diceva messa.
Io sono rimasta fuori per far la guardia al carretto e mi sono appoggiata ad un pilastro [...] e in quello è passata una granata proprio sopra e io mi sono trovata lunga e distesa. Sono entrata in chiesa e ho detto "basta, basta, basta!". Quanta paura. E mia sorella ha detto "maledetta quella volta che ti ho lasciato fuori."
Dove è caduta la bomba adesso hanno costruito il supermercato.
Hanno trovato l'acqua, da quanto profonda era andata la granata. Avesse visto quanta terra ha sollevato! E tutti hanno detto che era stato un miracolo, perché se avesse colpito la chiesetta...
Invece nella chiesetta è caduto solo uno sdrapnel. Ha fatto un buco nel soffitto ed è scoppiato. C'è ancora la nicchia che conserva i pezzi. Il resto della chiesa è rimasta intatta per tutto il corso della guerra. Ma anche la chiesa parrocchiale di Maserada se l'è cavata con pochi danni, a differenza delle case che sono andate quasi tutte distrutte.
A quel tempo si diceva: «A Maserada la Madonna è stata profuga.» Nel senso che per evitare danni la statua della Madonna era stata portata lontano, a Salzano.
Avesse visto la festa per il ritorno nella sua chiesa della statua, nella seconda domenica di luglio del 1919. Dapprima è arrivata nella chiesa di Varago, trainata da quattro cavalli bianchi dell'artiglieria, coperti da drappi. Tutto il popolo in processione da Varago a Maserada; si sono mossi per l'occasione tutti i paesi dei dintorni, tantissima gente.
[...]

Nastro 1994/5 - Lato A

Mio papà ritornava nella sua casa, da Varago, tutti i giorni. Perché andava a vedere...
Per arrivare a casa nostra non c'era un vero e proprio fronte custodito, c'erano postazioni di mitragliatrici, in casa nostra. Erano due bocche di mitraglia che guardavano il Piave; una di esse era nella "casetta del camin" (focolare).
Nella stalla invece avevano preparato in cemento armato una postazione di cannone di quelli leggeri che serviva anche contro gli aerei ... e quella hanno dovuto minarla e così è saltato per aria il tetto della stalla.
La nostra casa non è stata colpita, ma solo rovinata. Era una casa in sassi, molto vecchia. Adesso è stata modificata ma è ancora esistente e si trova appena giù dell'argine sulla strada che va verso il Piave e San Polo, sulla destra subito pochi metri avanti; si vede dall'argine. È un po' imboscata e un figlio del nuovo padrone vi ha anche costruito un'altra casetta nuova.
Si trova abbastanza distante dall'acqua del Piave, tanto che noi non abbiamo mai avuto l'acqua del Piave in casa, anche perché c'era - proprio davanti - un "basson'', una sacca dove si insaccava l'acqua. E a volte per andare a lavorare in filanda mia sorella, che non vi doveva andare, si alzava dal letto e ci portava a cavalloni fuori dell'acqua alta, sull'asciutto dell'argine.
Le trincee erano tutte attorno alla casa, ma il vero fronte era più avanti. [...]
Il grosso dei tedeschi non fece in tempo di venire di qua perché il Signore benedì l'Italia, quella volta. Perché fece voltare da questa nostra parte tutta l'acqua del secondo Piave. Fu un miracolo.
Successe che fino al 1918 il Piave prima di Maserada si divideva in due "ramoni". All'altezza dei "Comunali", si dividevano i due Piavi. Un Piave andava per San Micièl e uno veniva a Maserada, e il nostro era sempre il più grande. Con la ritirata, il Piave da di là si girò di qua e i tedeschi si sono trovati con i piedi asciutti, ma arrivati sul nostro Piave hanno trovato la gran massa d'acqua, tanto che le onde portavano via le passerelle e hanno dovuto fermarsi.
La cavalleria, i cavalli, andavano giù a rotoli. Questo avveniva a giugno, con l'ultima offensiva, e prima non era mai successo. Tutti l'hanno detto: «È stata la Madonna che ha fatto il miracolo.» Perché le due Piavi, da che erano al mondo, i nostri vecchi le avevano sempre viste. I vecchi non credevano ai loro occhi e dicevano "bisogna che sia un miracolo".
[...]
Mio papà quella volta che siamo scappati ci ha portato con a bunèa [la carriola senza sponde che si usa in stalla] su per l'argine. Ci siamo portati via solo le coperte e le lenzuola che erano sui letti. Poi mio papà è ritornato indietro e ha visto che i soldati erano già dentro la casa, con le mastelle di tela piene di vino.
Prima di essere costretti ad andarcene da casa abbiamo dormito per tre notti sotto il ricovero in cui era stata distesa un po' di paglia. Si dormiva su degli scabelli, raggomitolati, con le spalle appoggiate alla terra. Si dormiva seduti, appoggiati l'uno all'altro.
Sopra al ricovero, come copertura c'erano dapprima delle tavole e dopo dei travi di talpon; per ultimo la terra in zolle. Là sotto, nel ricovero, avevamo trovato posto papà, mamma e i dieci figli.
Vi siamo rimasti tre notti finché è arrivato il maresciallo.
Era un pomeriggio verso le tre e mi ricordo di aver avvertito io mio papà. «Popà ghe n'é un marescial».
È venuto dentro in cucina e ha detto: «Voi siete il padrone?»
«Sì.»
«Allontanatevi, perché è un passaggio, ma è pericoloso; basta che andiate di là, giù dell'argine.»
Di là dell'argine avevano fatto in tempo a seppellire la roba. Avevano scavato una buca sotto i pavimenti della cucina e vi avevano messo dentro dei cassoni. Così ha fatto Eugenio Rossetto e Carraro Giuseppe, che abitavano di là dell'argine, vicino all'oratorio della Madonna.
Appena il maresciallo ci ha detto di partire siamo partiti, lasciando là tutto tranne le coperte e le lenzuola. Abbiamo lasciato là le galline, tutto. Anche quei due tre salami conservati sotto la cenere in una cassa messa sotto la scala. (Dapprima si incartavano con carta da giornale e poi si mettevano in una cassetta, coprendoli con la cenere. Una riga di salami, una mano di cenere. Così mantenevano il loro grasso.)
Quei salami siamo riusciti a salvarli dopo, quando mio papà è tornato indietro per la seconda volta. Quell'anno non avevamo il maiale; avevamo fatto un bel prodotto con il maiale dell'anno precedente che pesava più di due quintali. [...]
Una volta giù dall'argine ci siamo incamminati a piedi verso Varago, e la "strada Postioma". Solo la famiglia Rossetto si è portata dietro due bestie che poi sono state alimentate - si può dire - con le pagnotte dei soldati, perché vicino alla nostra casa c'era la sussistenza che quando aveva del pane vecchio avanzato lo dava a mia mamma per le bestie.
Siamo arrivati "sulla Postioma" [la romana via Postumia] da Cenedese, che era il nonno di quello che ora ha l'officina. Questo Luigi Cenedese aveva un figlio al fronte, tre figlie e un altro figlio che non aveva voglia di fare niente e si chiamava G.
Fra i profughi, gli uomini dormivano sulla tièda [fienile – deposito di fieno sopra la stalla] e le donne e le bambine dormivano in stalla, con Gigio che alle 5 della mattina d'inverno veniva a dare da mangiare alle bestie, e noi dovevamo raccogliere e mettere in un angolo la paglia in cui avevamo dormito. E mia mamma, per lasciar dormire ancora un po' la bambina più piccola, vi si sdraiava sopra, in modo da coprirla.
Il vecchio portava fuori il letame, con le porte spalancate, e noi là in un angolo ingrumài. È la verità ... e sì che non aveva niente altro da fare.
Quando c'era "baruffa in aria" noi andavamo sotto un pagliaio e si sentivano tutte le palline che cadevano sulla paglia tec-tec-tec-tec; palline di piombo.
Prima di partire da casa non eravamo stati capaci di prendere una ciòca [chioccia], una gallina che stava covando 18 pitusséti [pulcini]. E mia mamma diceva sempre: «Me bastaria ciaparme che a ciòca là.»
Mio papà, che tornava a casa ogni giorno, le ha detto: «Sai Marieta che i soldati hanno una gran cura della ciòca.» Ogni sera la cioca si preparava davanti alla porta della stalla, pronta ad entrare. I soldati la facevano entrare e l'avevano abituata ad andare dentro un cesto, lei e i pulcini; poi prendevano il cesto e con una fune lo alzavano verso il soffitto. In questa maniera allevarono 18 pulcini di un kilo e mezzo di peso e alla fine, per fortuna, siamo riusciti a mangiarli noi, perché mio papà è andato a prenderseli.
[Finita la guerra], quando siamo ritornati a casa abbiamo trovato un cassetto del comò che era stato adattato per condirvi la pastasciutta e mia mamma ha dovuto lavorare parecchio per levare il grasso!
La casa era ancora in piedi [...] solo che abbiamo dovuto cambiare tutti i pavimenti perché rovinati dal continuo passaggio dei soldati, che usavano la casa anche come vedetta.
Anche vicino alla casa sulla "Postioma" c'era un posto di vedetta, [in località] Saltore, sopra due altissimi pioppi. Da là comunicavano con la sussistenza e anche avvertivano che in aria c'era un duello... Comunque noi ce ne accorgevamo quando arrivavano i primi colpi al nostro campanile [di Maserada], perché era di alluminio e di notte la punta rifletteva. Tutte le case là attorno erano rovinate, colpa del campanile, così i nostri soldati lo hanno minato, d'accordo con il parroco, a livello della cella campanaria. Lo hanno fatto saltare dopo aver fatto calare le campane, perché il campanile faceva spècio con la luna, serviva come punto di riferimento. Tanto che il parroco di Lovadina diceva sempre: «Quando torno a casa di sera mi faccio la barba sullo specchio del campanile di Maserada.» Il campanile era fatto come adesso, solo che [la cuspide] era in alluminio lucido.
Noi sentivamo che i soldati di guardia sui pioppi comunicavano "hai ricevuto un dispaccio [?]". Anche in filanda una volta, quando ancora non c'era il telefono, per comunicare dal primo al terzo piano si usava una trombetta legata a un fil di ferro, trombetta in rame.
Noi saremo stati distante dai soldati di guardia [sugli alberi] un 500 metri.
Una mattina ho voluto anch'io ritornare a casa mia assieme al papà. Prima di arrivare all'argine c'era un campo coltivato che aveva una "rivetta" che segnava il confine. Là ho iniziato a sentire le "baruffe in aria" e allora mi sono buttata a capofitto nella rivetta, come mi aveva urlato di fare mio papà: "butate sóto, butate sóto". Quando hanno finito di spararsi – si sentivano tutt'attorno cadere le palline – siamo andati a casa nostra, a vedere della ciòca.
Da casa nostra a Varago saranno stati quattro chilometri, tutti a piedi.
*
Io sono partita da Varago nell'Epifania del 1918 per la Toscana, in provincia di Arezzo a Rassina Casentino dove c'era un'altra filanda del signor Piva.
I paesi più vicini erano Bibbiena e Ponte a Poppi. Là ho fatto una vita difficile. Quel che se ga magnà mi penso ch'el gato no lo magnaria [quello che abbiamo mangiato, penso che il gatto non lo mangerebbe], perché ai profughi era destinato non il riso, ma la risèa [riso di scarto], che aveva più bissi [vermi] che riso. Erano bissi piccoli con le alette marrone, e rimanevano in superficie a quel brodo che preparavano per noi: non brodo di carne, ma di lardo misto all'olio. Per la verità l'olio era buono.
I bissi più grossi rimanevano sul fondo e allora io a mezzogiorno uscivo con il mio piatto. Fuori della porta c'era una mastella per i cani del direttore; con il cucchiaio tenevo su il riso e scolavo giù il brodo con i vermi piccoli e quelli più grossi invece li tiravo fuori con il cucchiaio.
Carne mai vista; mi davano qualche pesce che era una specie di sgombro [...]. Era un pesce bauco come el squal [cavedano, Leuciscus cephalus], una roba rossa; e quello era una volta due alla settimana. Oppure ci compravamo frutta. Il formaggio era cattivo, aveva una puzza e non si poteva mangiare.
Frutti ce n'erano in abbondanza.
Dopo la minestra si condiva alle volte qualche cespo d'insalata. 
Mia sorella suora che non era capace di mangiare la minestra dallo schifo che le faceva – non vorrei neppure pensarci, a quanti bissi che abbiamo mangiato "ma erano morti, veramente" – mia sorella ... via di corsa appena fuori dalla filanda fino all'ortolano che era là vicino e tornava con il cespo d'insalata. Quello era il suo mangiare di mezzogiorno, con il pane senza sale, e olio buono. 
Si tagliavano due fette di questo pane dalle pagnotte grandi, vi si spruzzava un po' di sale fino, si ungevano con l'olio e poi si mangiava.
E così mangiavano anche le ragazze toscane.
Alla fine della stagione si è trovato nel posto in cui lavoravano le ragazze del luogo moltissimo sale che si portavano da casa con dei cartoccetti. Poi [le ragazze di Rassina] mangiavano anche l'articiòco [carciofo] crudo, tociàndolo sul sale, come merenda; oppure i porri, anche quelli crudi sempre intingendoli nel sale. I cartoccetti li piazzavano nei cassoni dove giravano gli aspi per far su la seta. Mettevano là sopra questi cartoccetti di sale che a volte si liquefaceva, per il calore e dovevano stare attente che non penetrasse nella seta, che altrimenti si sarebbe macchiata e rovinata. 
Loro mangiavano anche durante il lavoro mentre noi venete uscivamo una mezz'ora, anche perché avevamo il dormitorio.
Quelle del paese nella mezz'ora per il pranzo non andavano a casa, ma stavano dentro in filanda e là tociàvano quello che si erano portate via da casa.
Si pensi che a Rassina le viti costeggiavano le strade ed erano piuttosto basse tanto che si poteva prendere l'uva facilmente. Al posto dei platani c'erano lungo le strade tutti gelsi, del comune. Le donne del posto (che si erano trattenute un ditale di uova di baco da seta) facevano nascere i bachi e alla mattina, prima di venir in filanda, gli davano tanta foglia da mangiare che bastasse fino a mezzogiorno quando ritornavano a casa per dare loro nuovamente da mangiare. Così riuscivano a farsi un po' di bozzoli tutti per loro.
Non c'era alcun mezzo di trasporto. Noi facevamo le nostre nove ore di lavoro e poi alla sera si faceva un po' di ricreazione, si lavorava chi a ferri e chi all'uncinetto, si faceva qualcosa per conto nostro.
Io ho trovato anche un'amica, una buona toséta [ragazzina] che mi ha invitato. Questa toséta era ancora troppo piccola per entrare in filanda e così ha dovuto restare fuori della porta per un mese e aspettare di raggiungere gli anni. Era là assieme a due sue sorelle di Lancenigo.
C'era anche una ragazza da Nervesa, ce n'erano inoltre da Cison e da Alano di Piave. Avevano le famiglie rimaste sotto i tedeschi e loro non potevano più ritornare a casa. Stavano già in filanda quando è successa la ritirata. Così abbiamo trovato la compagnia di altre venete, se non altro poter parlare la stessa lingua. Perché ad esempio una ragazza di Vascon non riusciva a dire una parola che fosse una in italiano.
Le ragazze del luogo erano anche tanto sporche: pidocchi ne avevano a volontà. Pineta Maso (quella da Vascon) diceva loro che erano "brute passe [luride] e sporche" e loro ridevano perché non capivano la lingua. Io dicevo alla Pineta "devi dirle che sono maiale e sudiciose", allora sì che avrebbero capito. Così si facevano anche quattro risate. 
Erano sporche, e per spidocchiarsi si tiravano giù i pidocchi dalla testa una con l'altra mentre noi non avevamo i pidocchi. Si sapeva, noi, come "tenersi"! [come evitare di prendere i pidocchi].
Noi avevamo i nostri pettini adatti e ci pettinavamo bene tutte le mattine. Io avevo proprio l'ambizione di farlo ogni mattina, guai se il nostro direttore ci avesse viste mal messe con la testa.
C'erano [in commercio] dei pettini fissi e una volta, in un negozio, un'assistente [della filanda] si è comprata un pettine con i denti ravvicinatissimi.
Una ragazza le ha detto: «Maestra, scommetto che lei ha i pidocchi».
L'assistente le ha risposto: «Io spero di no, tu sì che ce li avrai!»
«Eh, qualcuno ce l'avrò anch'io"!»
Io invece non li ho mai presi. Mia sorella suora aveva una passione a pettinarmi! Avevo dei capelli che mie sorelle erano tutte invidiose.
[A Rassina] per le strade si vedevano tanti ciechi, dalla nascita.
C'era lo zio del campaner, che era cieco. Lo era diventato da dieci anni ... e per le strade c'erano tanti pericoli, tanti cavalli che passavano con le carrette. Questi ciechi erano contadini, e anche non molto curati.
Quei paesi erano poveri, tanto poveri. Erano molto poveri quasi come a Cuneo. [...]

martedì 14 settembre 2010

Ernesto Favretto + Elvira Girardi, Santa Maria della Vittoria (Volpago del Montello), TV

Nati rispettivamente nel 1907 e nel 1912.

All'epoca della Prima guerra entrambi abitavano sul Montello: Favretto in località Fontana Bochin e la moglie a Santi Angeli.
È presente e talvolta interviene Primo Martin (loro amico, originario di Fagarè di San Biagio di Callalta).

Nastro 1986-28 Lato A                                 16 novembre 1986

[...]
Pavan. Ad un certo punto arriva la guerra, nel 1917...
Favretto. «Mi ricordo come adesso, il giorno di San Martino! Siamo andati via, mi ricordo. Sono arrivati i carabinieri dopo mezzogiorno. Due, a cavallo: «Sgombrare!».
Mia sorella Regina, quella lì, aveva una lingua: «Cosa, ha detto? Dov'è mia sorella?», che era quella che era su da Sbèghen, «quella non è a casa!».
Mio papà era fuori [...] che faceva trincee, era venuto a casa, l'ultimo tempo lavorava qua. «Mio papà, dov'è? non è a casa! mio fratello neanche!»
«Via da qua, e non si parla!» ripetono i carabinieri.
«Sì!», ha detto mia sorella.
Ma quando erano passate altre tre ore: quattro carabinieri a cavallo, ancora!
«Ma, avete sgombrato o no?»
«No, no, no», ha detto mia sorella, «e neppure andiamo via. No, no.»
«I tedeschi sono sul Piave!»
Era vero. Erano tre quattro giorni che erano sul Piave!
Perché [...] non c'era neanche truppa qua. Non c'erano ancora militari [italiani].[C'erano] due batterie, una sulla [presa] 16 e una era di là, che sparavano sul Ponte di Vidor e sul Ponte della Priula. Tenevano i due ponti bloccati. Erano minati, ma continuamente sparavano ai due ponti. Altri militari non c'erano.
Insomma quando era verso notte, proprio, sono arrivati ancora i quattro carabinieri.
«Bisogna andar via, sta arrivando la truppa e non riuscirete più a passare per le strade!»
Allora ci siamo decisi. Io avevo ormai nove anni. Va su, ammazza due galline, tre. Si aveva un forno per il pane, fa su un poco di pane, non era né lievitato né cotto. Butta dentro, fa fuoco, cuoci due galline. Si aveva fatto, era un anno pieno, 18 ettolitri di vino clinto.
Mio padre: «Guai toccare un bicchiere di vino, guai bere un bicchiere di vino», diceva a noi, perché dopo si fa confusione.»
Metti su sta roba su un sacco, e parti... Quando siamo stati là a casa tua [rivolto a Primo Martin], sulla tua stradina, ho incontrato le prime truppe che venivano su. Tutti che piangevano. Ah, voi andate a salvarvi e noi andiamo alla morte. E un altro: «Mamma, papà! voi andate al salvo e noi andiamo alla morte». Le prime truppe!
Dopo, quando siamo stati giù per Sala, Pezzan, giù per di là cominciavamo a incontrare gli inglesi, con i cavalli, con i carrettoni. Avevano i cavalli, perché noi se ne aveva pochi. Le strade erano piene così, non si poteva proprio passare. [...] Finché siamo arrivati a Castelfranco.
C'era l'ordine: «Non rifiutare i profughi», «Obbligo di dare alloggio ai profughi»; e là ci hanno dato alloggio. Una cameretta solo in tutti, per dormire così, con la paglia e una bella cucina, sì, grande.
D. Chi vi ha dato alloggio?
R. Una famiglia di contadini, contadini grossi. E là siamo stati fino al giorno dell'armistizio. Era la famiglia Marcon, a Castelfranco, in Borgo Asolo. Era in centro, appena fuori della città.
D. Come vi hanno trattato?
R. Ah, niente! Non c'entravano con noi. Per mangiar ci davano il sussidio, non ricordo quanto fosse, ma si riusciva a vivere, appena appena.
Però c'erano tutti i militari che venivano giù dal Grappa, a riposo, e quelli che venivano giù dal Montello. Si era sempre stretti così [in quella casa].
Pagnocca! Ne avevano loro, da mangiare! Caffè. Mangiare ce n'era sufficiente. C'era anche la tessera dello zucchero; se ne avanzava, anche, di zucchero.
Siamo venuti a casa e avevamo mille lire.
Il quattro novembre hanno firmato l'armistizio; si aveva sentito dire ... alla sera. Sull'imbrunire sentiamo questi militari che sparano, bombe a mano, qua e là, campane che suonavano dappertutto. Mai sentite le campane fino ad allora, c'era un silenzio. L'armistizio! L'armistizio!
Alla mattina, subito siamo partiti io e mio papà, e siamo venuti qua; non la famiglia.
La casa era senza suoli, senza finestre, bruciato tutto. [I soldati] facevano fuoco, non c'erano "legne"! La casa però era in piedi. Pioveva dentro, ma insomma!
Le schegge di granata avevano spaccato le tegole. Dalle granate, proprio, ne sono andate giù poche [case], danneggiate sì. Quella qua dietro, quella è andata rasa al suolo, ma non è andata a causa delle granate: quando i militari hanno levato tutti i suoli, e i serramenti per far fuoco, queste casette fatte su di mezza pietra sono crollate da sole.
[...] Altrimenti le altre case qua, erano danneggiate, ma non rase al suolo.
C'era quella di Piovesan che è andata distrutta - me l'hanno raccontato i militari - perché là c'era il comando. Però sapevano che ormai c'era quest'offensiva, sapevano fra ufficiali, e hanno portato via il comando e l'hanno portato giù sulla "fonda bis", la chiamano.
È arrivato il 305, la granata più grossa che c'era, ed è arrivato proprio sotto. È rimasta una buca di acqua - io sono andato a prendere le rane - al posto della casa [Piovesan]. Neanche le pietre sono rimaste; neanche vedevi una pietra, neanche una. Perché era una buca che era grande come tutta la casa. Non c'era un sasso, portati via tutti, non si sa neppure dove. Quella è stata distrutta dalle granate.
Martin. Deve sapere che il 305 faceva una buca che ci stava dentro tutta questa casa qua. Noi, quando ne era caduta una neanche a venti metri di distanza dalla casa - quando si era a Ca' Lion di San Biagio di Callalta, come le ho già spiegato - sa quanti anni ci è toccato lavorare per portarla al livello del campo, quella buca lì?
Favretto. Nel cimitero ce ne sono due; anche al monumento di Venegazzù ce ne sono due da 305. Se fossero stati capaci di averlo prima, quel cannone là non avrebbero perso la guerra.
Pavan a Favretto. Quanti eravate in casa, quel San Martin, quando sono arrivati i carabinieri?
R. Io ero il più piccolo, poi c'era la sorella che "rispondeva" ai carabinieri e che si chiamava Regina. Ma prima di lei ce n'erano ancora: l'Albina, la Maria e mio fratello Giuseppe, in più mia mamma Margherita. Poi c'erano le ragazze più vecchie: la Emma e ...
Insomma eravamo sei figli più il papà e la mamma.
D. Voi non avevate visto, i giorni precedenti, che ormai c'era movimento?
R. Macché! C'erano i militari, quelli che le ho detto, questa batteria che era qua e quella là. Venivano nel cortile, perché c'era solo uno che comandava queste due batterie. Passava per il cortile, tutte le sere, andavano a trovarsi, si fermavano con le ragazze, con le mie sorelle. Sono stati quelli che dopo ci hanno ammazzato, ci hanno mangiato il maiale: quei militari là, che ormai erano amici. Erano otto giorni che loro erano là. Hanno mangiato il maiale, perché noi abbiamo lasciato vacche, maiale...
D. Non vi hanno fatto né ricevuta, né niente?
R. Eh! Dopo otto giorni ci hanno scritto. Hanno scritto alle mie sorelle dove ci trovavamo e hanno risposto: «Se ci portate su un pacco di toscani - perché erano veneti, questi artiglieri - vi diamo due braciole del vostro maiale! Basta che ci portiate un pacco di toscani!»
D. Non avete preso niente, insomma?
R. No. Dopo però hanno pagato i danni di guerra.
Le due batterie erano una sulla 16, dove attualmente c'è la famiglia Sartor ma all'epoca c'era la fam. Basilio; l'altra era sul bosco e non c'erano case là.
Noi, cosa vuole che si sapesse di guerra! A quei tempi là non c'erano mai state guerre. Non si credeva neanche. Non si credeva. Erano solo le due batterie italiane e i tedeschi, quando sono arrivati sul Piave, non hanno mica sparato un colpo! Erano là già da tre-quattro giorni.
D. E cosa facevano?
R. Dicono che loro avevano viveri per dieci giorni, per tutta la Germania. Hanno fatto il conto che avevano viveri per dieci giorni. Loro, dopo dieci giorni sarebbero andati a casa da soli, non avevano più niente [prima di Caporetto].
Quando hanno preso tutta la zona del Friuli, S. Biagio di Callalta, tutto il Basso Piave con quelle aziende che c'erano là - tu lo sai [rivolto a Primo Martin] - hanno trovato frumento, polenta, vino, buoi, vacche. Ne hanno trovato che hanno vissuto un anno. Di qua e di là del Piave, maiali, vacche. Quando sono arrivati qua, con il sonno che avevano! Perché hanno mangiato e bevuto, loro...
Martin. Noi sulla nostra campagna avremo avuto cento mucche, senza mettere le oche, le anatre, i piòti [tacchini], le galline, i capponi e tutta l'altra roba. Noi alla sera di San Martino ... noi si aveva la batteria. La batteria l'hanno messa a quattro metri dietro la casa. Si aveva un prato e c'era l'artiglieria da montagna. Siamo stati tre giornate che sparavano.
Io, quando sentivo le pallottole che fischiavano, facevo con il cappello così ... perché mi sembrava fosse un aeroplano che passasse. Ma dopo ho cominciato a vedere che a duecento metri partivano per aria quegli oppi e quelle viti là, che vedevi tutto.
Quando sono venuti i carabinieri la prima volta mia mamma e mio nonno hanno detto di no, ma dopo, alla seconda volta, quando sono venuti con la baionetta innestata ... «Via, hanno detto, bisogna che andiate a Lancenigo, che c'è l'ultimo treno che parte».
D. Con la baionetta, proprio?
R. Con la baionetta innestata, per convincerci, per far paura. È rimasto là [a casa], tanto perché possano andar portar via un pochi di attrezzi, mio nonno, mia nonna e due miei fratelli più vecchi, Toni e Virginio.
Favretto. Siamo partiti alla mattina. Gli abbiamo detto, alla fine: «Sì, andiamo via quando viene giorno». Era il giorno dopo di S. Martino [12 novembre 1917].»
E io, per guardare l'artiglieria che c'era là - che sentivi il colpo qua e dopo sentivi biii...svraàm sul Ponte, che cadeva il proiettile - sono andato in cima a una pianta [...] e sono caduto giù, e mi sono scavezzato il braccio. C'erano già i tenenti medici; su quella casa alta dove c'è la tezza c'era un tenente medico. Sono andato da lui e mi ha ingessato il braccio.
Alla sera, alla notte, venendo giù con la confusione, si è rotto il gesso.
Siamo arrivati a Venegazzù, al palazzo di Gasparini. Là c'era un altro ospedaletto da campo, già arrivati prima, loro, è logico. Sono andato a farmi vistare. «Niente da fare, hanno detto; rotto il gesso, oramai deve guarire così.» E così è guarito. Così faccio, ma non così. [Mi mostra il ridotto movimento del braccio]. «Perché non ho la pensione di guerra? Sì o no? Mi sono rotto scappando, io. Da profugo».
Moglie. Sai cosa prende di pensione lui? Prende trentamila lire meno di me! E sarà quarant'anni che è invalido! Che pensione è, quella? E io non avevo le marchette della filanda, perché al tempo della guerra del '40 sono andate sparite. A Treviso non hanno trovato più niente. Tutte quelle come me non hanno preso niente! [...]
Marito. Al mattino siamo partiti appena faceva giorno e siamo andati fin giù a Venegazzù, con due vacche e il carro. Sì, ma cosa vuole caricare? Abbiamo caricato due tre coperte, un po' di pane per mangiare. Siamo arrivati là, pioveva. I militari che arrivavano ci hanno coperto con un tendone e dopo abbiamo lasciato là il carro, le vacche. Abbiamo lasciato là tutto. Dove volevi andare per le strade, con il carro, che non passavi neanche a piedi. Lasciato là tutto, e basta!
Moglie. Perso vacche e perso tutto!
Pavan. Potevate portarvi via le vacche, almeno.
Favretto. Certo, ma come si fa, che ci sono le strade piene di truppa!
Martin. Per fortuna che da noi sono rimasti a casa mio nonno e due miei fratelli più vecchi, fin tanto che la truppa ... perché la truppa era quattro cinque giorni che andava giù [verso Treviso] e dopo sono tornati indietro. Quando la truppa si è sistemata tutta, allora i miei hanno potuto portare le bestie, [che] le ha requisite subito la sussistenza, tutta la boaria e ci ha lasciato una ricevuta. Dopo, un po' di attrezzi li hanno portati a Melma - ora Silea - che mio padre aveva una prima cugina sposata dai Massarotto, là. E quelli sono stati salvati.
Favretto. Invece noi a Venegazzù abbiamo lasciato là tutto, e via a piedi.
Pavan. E lei, signora, dov'era in quei giorni là?
Moglie. Io ero a Santi Angeli. In quei giorni là mi hanno portato giù.
Sono nata a Santi Angeli nel 1912 e anch'io mi ricordo, come fosse adesso, anche se avevo solo cinque anni. Mi ricordo che mi hanno messo sopra a un carro e mi hanno portato a Caerano e quando eravamo a Caerano, la prima notte siamo stati là con mio nonno, mia nonna, mia mamma. Mio padre era soldato, ha fatto sette anni di guerra, e mia povera madre mi ha detto: «Eh, tu è meglio che vada in Bassa Italia.» Mi hanno mandato in Bassa Italia e sono andata fino a Riccia, Campobasso.
Ci hanno caricato su un carro, tutti noi bambini, che non si era solo io e i miei fratelli, si era in tre, c'erano anche quelli delle altre mie zie. La mia casa c'è ancora a Santi Angeli, sulla strada 11, proprio sul confine di Santa Maria.
Ci hanno caricato sul carro e i buoi, hanno caricato tutti i boce e ci hanno portato a Caerano. Per la strada basso, i soldati ... chi ci dava un pezzo di pane, che vedevano questi bambini. I soldati, tutti con questo fucile in mano, chi con e cotolete [le gonnelline], chi con le braghe, perché c'erano anche gli scozzesi. Ci hanno portato a Caerano.
Marito. Non ci si rendeva neanche conto, non si sapeva neanche cosa accadeva. Anche noi quando siamo arrivati a Castelfranco sono arrivati subito i carabinieri. «Non si può, via, via, in Bassa Italia». Ma mio padre e mio fratello che era bociassa allora, 14 anni - 15, hanno iniziato a lavorare subito sulle strade, perché con tutte le truppe, e cavalli e buoi, bisognava pulire la strada.
Hanno iniziato subito, il giorno dopo, a lavorare. Per quello le ho detto che sono venuti a casa con mille lire, perché loro due lavoravano.
I carabinieri ci chiedono: «Dove sono i genitori?» Gli ho detto che mio papà lavorava sulla strada, sotto il comune o sotto il governo, non so e mio fratello anche; sono tutti e due occupati. Allora ci hanno lasciati là.

Nastro 1986/28 - Lato B

Continua Favretto. I soldati quando venivano sul Montello piangevano, tutti. Pensi che erano partiti dal Carso, da Redipuglia...
Qua sono stati pochi morti, in confronto al Carso o ad Asiago.
Pavan. Erano preoccupati questi soldati...
Favretto. Per forza erano preoccupati, Maria Vergine. [...]
All'inizio, subito, erano tutti italiani. Dopo abbiamo incominciato ad incontrare le truppe inglesi, ma dopo due tre giorni, gli inglesi sono arrivati.
Martin. Quando hanno fatto la disfatta di Caporetto, Cadorna aveva intenzione di formare la barriera sul Po, mentre dopo - visto che hanno ingrossato il Piave, che hanno chiuso tutte le Brentelle, che l'acqua entrava tutta sul Piave - allora gli è toccato tornare indietro perché erano quattro cinque giorni che andavano in giù. Avevano passato Treviso, avevano passato Padova, ormai.
Pavan. E gli inglesi, come erano, piangevano anche loro?
Favretto. Ah, erano pacifici loro! Con la fanfara davanti, che noialtri boce si andava sempre ad ascoltare la fanfara! Dietro c'era la truppa, con le sue cucine che fumavano. Facevano da mangiare per la strada [marciando]. Avevano la loro cucina, si vedevano tutte queste marmitte che fumavano. E davanti la fanfara, ah! ma che brava che era. Con questi cannoni che erano lucidi che i te toéa i oci [ti accecavano]. I cannoni, prolungati, ohh! tirati dai cavalli. Avevano di quei cavalli che avevano di quelle zampe!
Ritorno sul Montello. Subito dopo l'armistizio.
Pavan. Vi hanno lasciato tornare qui. Non c'erano i carabinieri?
Favretto. Prima sì, ma si veniva sempre noi, lo stesso.
Pavan. E come facevate?
Favretto. Qua dabbasso alla [presa] 14 c'era Onorato Pellegrin, un carabiniere che abitava da Sbeghen, là, basso. Era anche il fidanzato di una mia sorella. Era carabiniere sul ponte della 14, di guardia, di turno; non sempre lui. Quando c'era lui ci diceva sottovoce «per l'amor di Dio, adesso!»
Per vedere la nostra casa, se era stata buttata giù, o no, quando ti hanno lasciato passare loro [i carabinieri], riesci a venire. E lui si raccomandava: «Non state dirgli che siete passati di qua, ditegli che avete saltato la Brentella, che avete saltato l'acqua. Guai che gli diciate che siete passati di qua, perché vado alla fucilazione!»
Pavan. Vi hanno mai pescato?
Favretto. Una volta siamo venuti fino a dove ci sono le caserme adesso, io e mia sorella Emma. E sparavano, là. Non sparavano mica sempre; qualche giorno sparavano, qualche altro era tranquillo, come adesso.
Sparavano a tutto andare. «Per l'amor di Dio, non state andar avanti, perché qua c'è un macello», ci hanno detto i militari, e ci è toccato tornare indietro. Io ero "appeso" su per un nocciolo che piangevo, perché non volevo tornare indietro. Volevo venire qua. «Eh, andrò a vedere la nostra casa, o no? Se è ancora su o se è giù.»
Insomma mi è toccato tornare indietro, quella volta.
Un'altra volta hanno preso mia sorella, quella famosa, che le ho detto che era un po'... beh, aveva il moroso, avrà avuto vent'anni. Lei e la Emma. Non le hanno prese qua, i militari!
Ormai era anche un pezzo che c'era la guerra. Le hanno prese là e gli hanno chiesto dove andavano, cosa facevano. Gli hanno chiesto tutto e loro gli hanno detto la verità: «Siamo a Castelfranco, siamo venute a vedere la nostra casa.» Per l'amor di Dio! Caricate sul camion, fatto il giro della strada per Ciano, sotto le granate, e portate a Castelfranco.
Eh, siamo venuti qua quattro - cinque volte di sicuro! Venivamo a piedi, da Castelfranco. A piedi, andata e ritorno. Sì, le mie sorelle per prime, ma io volevo essergli sempre dietro, curioso.
Mio padre no, non veniva su. Loro erano a lavorare; e poi era anche più difficile, un uomo, sebben che era vecchiotto, aveva 45-50 anni ormai. Mentre le ragazze e i bambini ... ma anche a loro gli chiedevano come e cosa, e poi hanno voluto anche portarle a casa e hanno voluto venir vedere.
Degli uomini, avevano paura di spionaggio, o no?
Pavan. Al ritorno, come avete trovato questo Montello?
Favretto. La casa era in piedi, c'era anche il tetto, che però spandeva.Era senza solai, balconi, finestre; i solai di legno erano stati bruciati.
La terra era netta, non c'erano più piante. I filari di viti erano tutti rasi al suolo, pestati. Qualche albero c'era, li hanno tenuti in qualche posto. C'erano i castagni. Su qualche posto li hanno lasciati per nascondere la vista, che non vedessero; ma pochi, pochi.
Moglie. Prima della guerra non c'erano neanche le acacie, le hanno piantate dopo.
Pavan. Al tempo della guerra, allora, qui non c'era bosco, era tutto nudo il Montello!
Favretto e moglie. Niente! Bastava guardasse verso il ponte di Vidor, lo si guardava così, si vedeva uno camminare. Il ponte della Priula, da casa nostra [...] neanche; si guardava il ponte della Priula, bene. Non c'erano piante che nascondevano.
Pavan. Allora anche i soldati erano un po' esposti.
Favretto. Certo. Mettevano tutte quelle griglie, c'erano tutte frandhe [letteralmente "frange"]. Le mettevano attraverso le strade, per nascondere. Sembrava come una paglia, una cosa così, insomma.
Martin. Come c'è la plastica adesso, ma allora non esisteva.
Favretto. Quano siamo arrivati qua, era tutto pestato, materiali dappertutto. Carne, se la si voleva mangiare, era ancora - si può dire - calda.
Pavan. A casa vostra cosa avete trovato?
Favretto. Niente, casa vuota. Fuori c'era di tutto. Armi, fucili; giù per le buche, là, giacche, munizioni, bombe, granate, bombe a mano.
Pavan. Ancora in buono stato?
Favretto. Ho tutte schegge qua! Si era tutto il giorno con quella roba là in mano. Una volta mi è scoppiato il fucile; sparando è scoppiata la canna. Ho preso una scheggia sotto la lingua, mi ha spaccato un dente. Ero tutto il giorno con quel mestiere là. Mi piaceva, così. Sparare, sparare.
Martin. Casse intere di cartucce, di bombe a mano, di "signorine", granate. Da noi, finché non sono venuti a fare il rastrellamento i tedeschi che erano stati fatti prigionieri, non ti lasciavano neanche andare a farti l'orto.
Favretto. Nella campagna sono venuti dopo, a cercare questa roba.
Pavan. Dopo quanti giorni?
Favretto. Eh, sono venuti un anno dopo.
Martin. Sono venuti a domandarmi se sapevo dove c'erano granate. Io quelle che sapevo dov'erano gliel'ho indicate.
Pavan. Ma nel frattempo avete venduto il materiale, come ferro, ecc.?
Favretto + moglie + Martin. Ma allora non si vendeva, chi prendeva ferro vecchio? Non lo prendeva nessuno.
Favretto. Sai invece cosa ho venduto tanto? Stracci. Se poi era roba di lana la pagavano anche abbastanza, questi strazzèri. Poco furbi, però, anche noi, baùchi. Perché c'era roba di rame, di ottone fin che si voleva, dio c.!
Pavan. Perché non l'avete venduta voi?
Favretto. Paura, perché non la si può prendere su, è roba del governo.
Moglie. Non si può, non si può. Dopo sì, dopo un pochi di anni si andava anche a palline di piombo, giù per le buche, sotto terra a trovarne un qua e una là. Allora sì che andavano, quelle.
Favretto. Si sarebbe potuto averne fatto piena una galleria di quella roba là.
Martin. Io, che ero della sua età, con la sciabola quando si trovavano questi bossoli grossi gli levavo la corona e si vendeva il rame.
Favretto. Eh, ben. Ne ho levato io di corone, anche su quelle cariche l'ho levata!
Pavan. Non avete fatto i soldi, con il recupero del materiale.
Favretto + moglie. No, no. Tanto per vivere, dio caro; per vivere così, boce.
Pavan. Ma avreste potuto guadagnare, però.
Favretto. Dio! con tutti quei bossoli di ottone e di rame. Che c'erano gli americani che avevano i bossoli di rame ... se li avessimo buttati dentro su una buca e seppellito là. Ma no, perché si aveva paura! Paura perché non si può toccare la roba del governo! Non paura di altro.
Moglie. Se prendono uno lo legano...
Martin. Si aveva paura e dopo si era anche controllati. Là da noi si avevano sempre i militari che venivano a ispezionare, perché prima che andasse via il comando militare, là da noi a Rovarè, ne hai voglia! Sarà stato là tre anni!
Pavan. E qua venivano a controllare spesso?
Favretto. I militari sono stati qua, anche le pattuglie [...] che mi hanno portato anche i travi per mettere sulla stalla. C'era una batteria di militari; otto, dieci, erano. Erano quelli che facevano servizio qua, ma non hanno mai controllato.
Pavan. Insomma avreste potuto nascondere e mettere via molto materiale.
Favretto. Ma quanto! Invece abbiamo lasciato tutto intatto.
Pavan. Le avrete almeno spostate e messe in parte, per poter lavorare la terra?
Favretto. Sono venuti a prenderle su, dopo.
Ma era soprattutto sulle valli, sulle vallate, sulle buche che c'era tanta roba, perché le buttavano proprio a posta.
Gli ossi ho venduto. Gli ossi del bestiame, quelli ce n'erano e ne compravano.
Pavan. Ma che non siano state anche ossa di soldati?
Favretto. Eh, ho trovato anche una gamba, andando a palline, ma insomma. Dietro alla casa là c'erano due muli, seppelliti. Erano appena coperti là. Muli che le granate hanno ammazzato, e sono andato a prendere su gli ossi. È venuto fuori questo straccivendolo e gli ho venduto questi ossi. Prendevo qualcosa; boce! Mi ha detto "andate a prendere anche la testa"... Guarda cosa andavo a vendere, gli ossi.
C'era tanta di quella roba, là, che faceva paura.
In quei primi tempi non prendeva su niente nessuno [anche se] il commercio ci sarebbe stato. Vendevo i fili del telefono. Erano fili grossetti, di rame. Avevo coraggio di bruciarlo con i boce qua della zona. Bruciavo la gomma e dopo si facevano dei mazzetti e lo si vendeva. Quello, si vendeva; ma guarda tu che testa che si aveva!
Pavan. Dove andavate a prenderlo, il filo del telefono?
Favretto. Ma ce n'era a quintali!
Martin. Da noi, sulla nostra campagna era passato un filo telefonico che sarà stato, mettiamo, 40 cm sottoterra. Era grosso così e avrà avuto una trentina di fili di ferro attorno. Dentro c'erano quattro fili di rame. Quando abbiamo levato, si può dire, più di un km di questo cavo. Quando sono venuti a casa i soldati della nostra famiglia e abbiamo allevato i cavalieri [bachi da seta] lo hanno tagliato a pezzi di quattro cinque metri e con quei fili di ferro là hanno sostenuto tutti i grisoloni per i cavalieri, che una volta si mettevano le grisiole [stuoie di canna].
Favretto. Eh, ce n'erano di materiali, qua!
Il filo di ferro, so che c'erano di quei rotoli così e si stentava a portarlo. Era sopra la terra. Quello l'abbiamo venduto, ma venti anni dopo. Abbiamo venduto le palline di piombo; non si trovava più niente ormai, ormai ero già sposato!
Moglie. Siamo andati assieme
Marito. Su questa buca, c'erano i 149. Pesa 45 kg; 16 kg pesa il bossolo, 12 kg sono di palline, poi c'è la corona, la spoletta. Quarantacinque chili, insomma. Il ferro valeva poco poco.
Le palline ... ma dove scoppiava non trovavi più dodici kg, se ne trovavano 8, se erano rimaste là, perché quelli dovevano scoppiare in aria.
Martin. Ma questi proiettili non erano mica tutti con le palline di piombo. C'erano anche quelli con le palline di ferro.
Favretto. Di 149 ce n'erano pochi con le palline di ferro, tutti col piombo, più che sia. I 105, quelli più piccoli, quelli avevano le palline di ferro.
Pavan. Come avete ripreso, a lavorare?
Favretto. Con la vanga, vangare!
Moglie. Me madona [mia suocera] metteva su per le finestre il legno della porta. Per forza, perché, d'inverno, erano rimasti senza porte e senza finestre, al freddo. Dormivano in terra perché il letto non lo trovavano più. Dormire in terra...
Non voglio più neanche pensarci a quelle cose, neanche pensarci!
Favretto. Sulla prima casa che viene dal basso, sulla 12, quella casa grande di contadini più in là degli arditi, una pattuglia di militari [italiani] si sono scontrati con una pattuglia di tedeschi, cinque sei tedeschi, che si erano imbucati dentro la casa, nascosti.
Sono arrivati i nostri e gli hanno sparato. [I tedeschi] volevano difendersi, in sette-otto, ma i nostri li hanno circondati e li hanno presi. Il comandante lo hanno ammazzato subito e gli altri li hanno fatti prigionieri. Aver coraggio di difendersi, in sette-otto; guarda che erano!
Avevano i cavalli, questa pattuglia nostra, e venivano a "tirarmi un tocco di terra" con i cavalli. Han detto: «Trovatevi, l'aratro e noi venivamo con i cavalli», e ci hanno arato un pezzo di terra, gratuito. Altrimenti la vanga, e il picco, e la zappa.
Dopo, un po' alla volta la terra l'abbiamo sistemata.
Martin. Noi invece, laggiù, subito ci hanno passato, una pariglia di cavalli e due muli e dopo, dopo tre quattro mesi, hanno cominciato a mandarci un paio di buoi. Ma erano di quelli piemontesi là, con i corni lunghi, che non erano neanche abituati a tirare. Perché tiravano con le corna, loro, non con il giogo come costumiamo noi.
Pavan. E allora come avete fatto?
Martin. Tribolare. Perché neanche capivano il nostro dialetto... Poi siamo riusciti a farglielo capire!
Dopo abbiamo cominciato a fare amicizia con i mercanti. Ci dicevano: «Guarda, noi andiamo a Conegliano, ci vendi un bue e noi magari ti diamo un paio di vacche, che poi hai il latte e hai il vitello.» Così abbiamo fatto, e li abbiamo cambiati.
Favretto. A noialtri dapprima [quelli del governo] ci hanno dato due vitelle. O meglio, ci hanno dato una vitella e un mulo. Noi abbiamo detto: «Non ci serve il mulo.» e l'abbiamo dato a Moéta che aveva l'osteria qua, dove adesso c'è il dottor Perissinotto. Gli ho dato il mulo e lui mi ha dato una vitella. A lui serviva il mulo, lui faceva l'osteria e gli serviva perché andava a prendersi il vino. Doveva andar oltre il Piave a prendere il vino, perché qua non c'era mica vino, non c'era più niente, avevano tagliato via anche le viti, per far fuoco.
Così noi abbiamo avuto due vitelle.
A Valdobbiadene c'era il vino, e per arrivarci attraversavano il ponte di Vidor.
Le due vitelle che ci hanno dato per aiutare questa gente, ce le avranno date perché le tenessimo, o no? Dopo un poco ci hanno mandato il conto e ci è toccato andar a Nervesa, al comando, a pagarle!
Avevano detto che ci avrebbero aiutato, che ci sarebbero venuti incontro, che ci davano queste bestie perché ci si potesse avviare ma dopo un anno ci hanno mandato il conto e siamo andati al comando di Nervesa a pagarle. Ci è toccato pagarle. [...]
Gli inglesi, i danni che hanno fatto li hanno pagati, subito, prima di partire. Fine della guerra hanno pagato il danno che hanno fatto, perché erano qua sulla costa, erano tutte artiglierie, non erano mica al fronte, loro.
Quello che avevano rotto quando avevano fatto ricoveri ... qua i ricoveri li hanno fatti tutti gli inglesi; piene le valli, tutti ricoveri. Buchi per nascondersi.
Prima di partire hanno pagato: [solo] il danno che hanno fatto loro, però e hanno pagato direttamente il contadino, il proprietario.
Dopo, quando gli italiani ci hanno pagati i loro, di danni, abbiamo dovuto andare a Istrana a portare indietro i soldi che ci avevano dato gli inglesi. Non so perché; quelli che abbiamo preso dagli inglesi abbiamo dovuto darli indietro.
Alla fine della guerra abbiamo fatto denuncia. Tanto danno della casa, tanto danno del terreno, tanto danno di tutto. Abbiamo fatto il conto e ci hanno dato 25.000 lire, di danni.
La casa, se si vuole ripararsela noi possiamo farlo ... se vogliamo darla a una cooperativa, a un'impresa ... ma le imprese dopo hanno mangiato. Noi ci siamo arrangiati fra di noi, come abbiamo potuto. 25.000 lire era compreso tutto.
Ma alla fine ci hanno dato 22.000 lire...
Pavan. Perché?
Favretto. Mi dica un po' lei.
Pavan. Perché avete dovuto rimborsare gli inglesi.
Favretto. No, quelli erano già stati dati. Non ce li hanno dati tutti, io non so il perché.
Moglie. Perché si era ignoranti e di "studiati" non ce n'erano, e loro hanno fatto quel che hanno voluto.
Pavan. I soldi, dove siete andati a ritirarli, poi?
Favretto. Al comando? C'era il comando a Nervesa; mi sembra fosse là.
Martin. I nostri dovevano andare a Roncade.
Noi si era in affitto "a generi". Il bestiame era nostro, tutti quanti gli attrezzi erano nostri: ci hanno pagato bene; non si era mezzadri.
La casa che era stata buttata giù, quella che era sul comune di Breda e che c'è ancora oggi ... c'erano le cooperative. Se si voleva prendersi un'impresa, sennò la cooperativa, tramite quest'agenzia che pagava i danni. Facevano il preventivo: la casa era così e bisogna fare così. A noi ci avrebbero dato la casa finita, completa. Della casa non si prendevano i danni; si prendevano i danni dell'agricoltura, della campagna, degli attrezzi, del bestiame, di tutto quello ma della casa no.
Favretto. Abbiamo preso meno soldi e le vitelle abbiamo dovuto pagarcele.
Perché, chi si faceva avanti. Da chi?
Che si era tutti che non si sapeva fare neanche il nostro nome!
Io ho fatto la prima elementare [anche Primo Martin] e dopo, dieci giorni della seconda, perché il giorno di San Martino siamo andati via. La scuola era cominciata come adesso, no so se il primo ottobre. Dopo non ne ho più fatta.
Moglie. Io invece ho fatto la terza.