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martedì 5 ottobre 2010

Silvio Rosa Teio e Teresa Colussi Oliva

Coniugi. Nati rispettivamente il 20 marzo 1910 a Borgo Cudili, località Colvere, frazione di Frisanco (PN) e il 24 novembre 1907 a Poffabro (PN). Residenti in Borgo Cudili.

Nastro 1998/12 - Lato B                             19 maggio 1998

Abitano in una caratteristica antica casa, dove una colonna riporta anche una scritta, da decifrare. Casa con i "paói", ballatoi in legno che servivano per mettere il fieno ad asciugare e conservare. Un borgo ormai spopolato.

SRT (= Silvio Rosa Teio). [...] Quando sono venuti i tedeschi posso dire una cosa: che la mia mamma mi ha dato sei sette galline che avevamo noi e mi ha detto vai su un buco qua dietro la casa, perché vengono e mangiano tutto.
Difatti ne erano rimaste ancora due-tre galline, nel pollaio, sono arrivati due militari, le hanno prese e le hanno messe nella "caldaia" e uno con la gavetta beveva il brodo, mentre bollivano. 
Fame!
Però le sei galline che ho nascosto non sono riusciti a trovarle. Erano dentro ad un fossato, alto. Le ho portate con una gerla e le ho tenute finché i soldati sono stati là poi, quando loro sono andati via verso Maniago, io sono ritornato e le ho rimesse nel pollaio.
Quando hanno perso la guerra i tedeschi sono ritornati indietro. Con un asino, una mitragliatrice e 25-30 uomini sono passati per questa strada.
Mia mamma ha detto andiamo a veder che adesso arrivano i militari nostri, gli italiani. Allora non c'era la galleria, e su quell'ultimo ponte ("il terzo ponte") abbiamo trovato un soldato italiano che veniva avanti con una motocicletta e ci ha chiesto:
- Avete visto i tedeschi?
- Eh, sì, sono andati.
- Beh, han perso la guerra!
I tedeschi, mentre scappavano con l'asino non ci hanno fatto niente.
Quando invece venivano a portare la posta - perché c'era anche a Poffabro un po' di comando - mangiavano i córnoi [frutti del corniolo - cornolàr, Cornus Mas]. È una pianta selvatica che fa dei "bromboletti" rossi, che li si può mangiare. È una pianta del bosco e con quei frutticini si può fare anche il vino: si mettevano su una bottiglia, faccia conto mezzo kilo di questi cornoletti, con due litri d'acqua e veniva fuori un vino speciale, una bevanda non alcolica di colore rosso.
I tedeschi, quando venivano su a piedi da Maniago e trovavano questa pianta, prendevano i frutti - che hanno un ossetto dentro - e li mangiavano. C'è ancora una pianta di quel tipo, di là del torrente. Adesso i frutti ci sono, ma sono ancora verdi, vengono rossi più tardi.
I tedeschi venivano solo a controllare. A Poffabro c'era il comando e anche a Frisanco. Venivano solo a guardare se potevano trovare qualche cosa da mangiare.
Poi qua c'era uno della Bassa Italia. Siccome nella ritirata certi militari che dovevano andare in Bassa Italia sono rimasti nelle case, non so se mi spiego, hanno fatto confidenza e gli si dava da mangiare, anche se ce n'era poco anche per noi. Ma loro non stavano senza far niente, facevano un gerlo, dei rastrelli per tirare il foraggio, quello che sapevano fare.
Quando venivano i militari tedeschi, gli si diceva: «Guarda che ci sono i tedeschi» e loro andavano nel bosco.
Non erano come i partigiani, non erano armati: stavano solo nascosti.
Non li si chiamava proprio disertori, perché erano rimasti indietro quando c'era stata la ritirata, e hanno dovuto nascondersi qui.
Noi non si diceva niente, era come fosse un morto. Non sapeva nessuno che ce n'era uno qua, uno nel borgo Polazzi, uno nel borgo [...]. Nessuno sapeva che c'era. Noi lo sapevamo tutti che c'erano questi soldati italiani, ma i tedeschi non lo sapevano.
Qua nel borgo di Cólvere saranno stati un 5-6. A Poffabro ce n'erano di più, anche se c'era il comando tedesco. Stavano su sulla montagna, avevano fatto come una trincea e quando si accorgevano che venivano i tedeschi, allora andavano su e si nascondevano.
Alcuni erano proprio da Poffabro «erano rimasti indietro», non hanno fatto apposta, non hanno fatto in tempo. [I testimoni lo dicono con convinzione].
Per non farsi prendere dai tedeschi e andare in guerra sono rimasti nascosti nel bosco. Hanno buttato via tutte le divise italiane e si sono vestiti da borghesi: vestiti, camicie, quello che capitava. Sono stati alla macchia, non disertori: non hanno fatto in tempo a passare.
TCO (= Teresa Colussi Oliva). Invece a casa mia erano passati in 4-5, durante la ritirata e ci avevano lasciato due tre bei pezzi di carne che avevano con loro e che non avrebbero potuto portarsi avanti. Poi hanno proseguito nella ritirata. Sono arrivati i tedeschi il giorno dopo e hanno portato via tutto.
SRT. Il fratello mio, classe 1999, ha fatto in tempo verso Maniago Libero, durante la ritirata, ad incontrare dei parenti che erano di laggiù e a dir loro di avvertire la famiglia che stava per ritirarsi.
TCO. "Classe 1999", c'era una canzone che faceva: «General Cadorna, capo degli assassini, chiama il '99 che sono ancor bambini.» 
SRT. Mio fratello era alpino ed era stato prima sul fronte ad Osoppo. Invece di venire qua e fermarsi, quando era a Maniago ha continuato per la sua strada verso il Piave. Aveva sullo zaino una forma di formaggio che gli aveva dato sua mamma due giorni prima. Per fortuna aveva quella, perché una pallottola ha forato la forma di formaggio e così non lo ha preso. Questo è successo dopo Maniago Libero, verso Montereale. [...]
È passato per Poffabro – sulla strada che va a Pala Barzana – lo Stato maggiore italiano. Siamo andati a contare le macchine e abbiamo contato 110 macchine, automobili come erano quella volta, piene di ufficiali dello Stato Maggiore. A Pala Barzana non c'era la strada bella come è adesso.
A Pala Barzana è morto anche un italiano, comunque poca roba, poca resistenza.
TCO. Ricordo solo che sono venuti avanti [i tedeschi, a Poffabro]. Siamo venuti tutti in piazza.
Noialtri avevamo una stalla, fuori, e vi avevamo portate le bestie perché un tedesco aveva detto a un mio zio che sapeva parlare il tedesco – perché era stato a Vienna tanti anni: «Portale via le mucche, perché sono pieni di fame e ve le ammazzano e ve le mangiano tutte».
Tutto uno squadrone di tedeschi ... a casa mia hanno cucinato una mucca e un maiale e l'hanno mangiati là in casa. Poi sono andati in camera, hanno tirato giù le lenzuola dal letto, nel comò sono andati a prendere le lenzuola pulite e ci hanno detto: «Questa sera qui dorme il comando.» E noi siamo andati a dormire nel fienile.
Però non hanno rubato niente. Avevano fame loro, pensavano solo al mangiare. Il giorno dopo se ne sono andati.
C'era l'albergo a Poffabro – l'albergo di Pièri – e là vi hanno messo il comando. Dopo si aveva sempre paura perché venivano sempre per le case a veder se trovavano qualche cosa.
Ah, io ho patito la fame in quella guerra; in questa, l'ultima, no.
SRT. Anch'io ho patito la fame, ma anche adesso in questa guerra l'ho patita.
Quando è finita la prima guerra è venuto un medico americano a Maniago in via Roma dove c'è un barbiere. C'era questo medico americano e mia mamma ha detto a mio papà: «Lo portiamo giù» ... per vedere se poteva farmi qualcosa, perché si mangiavano peteràti, cioè un'erba che cresce sul campo, come il radicchio e se non c'era altro la si tagliava e la si mangiava. Inoltre si mangiava la cùca un'altra erba più garba. Si trovano anche adesso: dopo gliele faccio vedere.
Non c'era niente da mangiare. Prima si era nascosta un po' di roba, ma dopo è finito tutto. [...] Si andava Alla Bassa, a Pordenone, Grions, Portogruaro e là si trovava un po' di biava, un po' di frumento, quel che si trovava. Si stava via due tre giorni e si dormiva per i fienili, per le stalle. Si chiedeva al padrone se ci lasciava dormire per la notte. Sempre chiedere.
Si riusciva sempre a portare a casa qualcosa, a volte pagando ma volevano solo soldi italiani, non corone. Noi avevamo un po' di soldi frutto dei risparmi, come si fa nelle famiglie. Quella volta noialtri i soldi li avevamo nascosti e quando si andava Alla Bassa se ne portavano un pochi. [...] Andavano Alla Bassa i nostri genitori, papà e mamma.
Mio papà non era in guerra, mio zio sì (quello del '99).
TCO. Quando ci hanno liberato dai tedeschi mia mamma è andata a Maniago, come tutti.
C'erano di quelli che scrivevano su un tavolino per conto di chi non sapeva scrivere e mia mamma ha mandato una cartolina in America ... perché tutti i paesani che erano in America volevano sapere se erano ancora vivi quelli del Friuli. E quando la cartolina arrivava in America si riunivano tutti i paesani per sentire le ultime novità dal Friuli, dopo un anno sotto i tedeschi.
Come morti, durante l'occupazione, non ne hanno fatti, i tedeschi, ma come prendere roba da mangiare hanno portato via tutto!
D. Si sente dire che sono nati tanti bambini illegittimi, da questi tedeschi?
R. Qua no, non posso dire in altri posti.
Loro badavano al mangiare. Venivano dentro e portavano via tutto.
Quelli della posta - che le ho detto prima ­- venivano da Maniago a portare la posta ai suoi soldati e si fermavano a mangiare i frutti di questo corniolo. Poi proseguivano. Erano in due quelli della posta e venivano su a piedi.
SRT. Quando gli italiani sono tornati a liberarci, sono passati di qua un asino con sopra la mitragliatrice e con una ventina di tedeschi dietro; senza parlare e senza dire niente.
Io e mia mamma abbiamo visto questo asino con la mitragliatrice e i militari che vanno verso l'Austria. Ho detto a mia mamma: «Ma allora siamo liberati, andiamo a vedere a Maniago». Siamo scesi verso Maniago, e quando siamo stati là in mezzo alle gallerie, che c'è il ponte, è arrivato un italiano con la motocicletta e ci ha chiesto:
«I tedeschi sono andati?»
«Sì, sì sono andati.»
Era l'unico italiano, dopo non ne abbiamo trovati altri fino a Maniago.
A Maniago era come una festa anche se non c'era niente. Non c'erano bandiere, soldi non ce n'erano. Niente non c'era, patito la fame; allora era poca festa, non so se mi spiego.
TCO. Quando sono arrivati gli italiani, mia mamma è andata giù a Maniago.
Dappertutto è stata fame. Beh, forse Alla Bassa, laggiù, nei paesi più bassi dove avevano terra, producevano qualcosa nella loro terra. Ma invece qua no.
SRT. Qua era rimasto solo un po' di formaggio perché mio papà aveva 5-6 mucche. Avevamo una stazione di monta che abbiamo tenuto per 37 anni...
TCO. Non so se allora vi siano rimaste le mucche, perché da noi lassù a Poffabro, no.
SRT. Sì, infatti poi hanno fatto piazza pulita anche delle nostre.
TCO. Le galline le nascondevamo. A Poffabro noialtri andavamo su verso quella montagna là (sul Monte Raut) o meglio in località Ai Larcs, dove avevamo una stalla e un fienile. Là avevamo nascosto anche qualche forma di formaggio dentro al fieno.
Un giorno mentre io e mia mamma andavamo lassù a vedere, perché vi si andava tutti i giorni, abbiamo visto i tedeschi che scendevano con le forme di formaggio nel sacco!
SRT. Si nascondeva qualcosa da mangiare anche nei prati, si facevano delle cataste di fascine e dentro vi si nascondeva qualcosa da mangiare; con i topi o senza topi.
In quell'anno niente scuola...
D. Quando sono arrivati gli italiani, dicevate già allora "ci hanno liberato gli italiani" oppure lo dicevate dopo, finita la guerra?
R. No, lo dicevamo in quei giorni "ci hanno liberato gli italiani".
Ci siamo accorti che i tedeschi se ne sono andati, e gli italiani ci hanno liberato. Non c'erano più militari tedeschi.
Alla sera, alle quattro e mezza cinque, venivano sempre su due militari, venivano non per la strada, ma per un sentiero. Se c'era qualcosa da prendere lo prendevano e andavano avanti.
D. E gli sbandati italiani, nascosti, anche loro andavano in cerca di mangiare...
TCO. Sì, ma avevano la loro famiglia. Quelli che erano a Poffabro erano tutti del paese.
SRT. In casa nostra invece c'era uno napoletano e quando si vedevano questi tedeschi nei paraggi lo si avvertiva ... e se non poteva ormai uscire più per la porta, usciva dalla finestra e andava sulla stalla qua in alto, dove di solito si recava anche alla notte per dormire.
*
Era miseria. Oggi c'è abbondanza, diciamo, ma quella volta c'era miseria.
Nella nostra famiglia eravamo in dieci persone. Mia sorella Romana è andata in America, sposata con un Giacomelli ed è ancora là vicino a Filadelfia negli Stati Uniti. Poi avevo altre tre sorelle e un fratello maschio che era andato in guerra. [...]
TCO. In casa nostra invece eravamo sole io e mia mamma. Mio papà era in America e non è tornato per la guerra...

Nastro 1998/13 - Lato A

... perché in America la classe di mio papà (che era del 1881) non è stata chiamata. Invece quelli dell'80 sono dovuti andare.
Da Poffabro in tanti, all'inizio del secolo erano emigrati in America.
SRT. Mio papà era in Istria con mio nonno a fare il boscaiolo.
TCO. Mio papà era nelle "mine" del carbone. È tornato dopo la guerra con un po' di soldi e si è stabilito qua. Poi ha cercato di ritornare via, ma gli mancava una carta, allora è andato in Argentina, dove è rimasto cinque anni e dopo è ritornato a casa per sempre.
D. Poffabro, quanti abitanti ha?
­­– Eh, ce n'è pochi, adesso. Quattro gatti a Poffabro, sotto il comune di Frisanco. Qua erano tutti emigranti.
Mio papà è andato a Graz di 14 anni a pestar grava di stéli in stéli nella strada [a spaccar sassi per la strada, dalle stelle alle stelle, cioè tutto il giorno].
Partivano con un gruppo di paesani di Poffabro. [Andavano nelle cave di ghiaia, a rompere i sassi per stenderli nelle strade].
SRT. La nostra casa è stata fatta nel '700. L'hanno fatta i miei antenati che, dopo aver lavorato quello che serviva per vivere, si aiutavano l'un l'altro a costruire.
Interviene il figlio. Andavano nel torrente a prendere i sassi, poi preparavano la calce, poi andavano nel bosco a prendere la legna. C'era fratellanza. Tutte le case di questi borghi sono di sassi. Sassi e legno.
Mi mostra l'interno della casa.
Il focolare, che adesso usiamo solo per far le castagne. Il camino ha un buon tiraggio e una volta veniva regolarmente pulito dallo spazzacamino: appoggiava la scala all'imboccatura e poi vi si arrampicava fino in cima con "schiena e gambe", per poi ridiscendere, tutto nero. Non è che lo spazzacamino scendesse giù dall'alto, ma vi saliva dal basso.
SRT. Io sono ritornato dalla Germania ammalato, dopo la Seconda guerra. [...]
Mi mostra la ferita che ha sul petto, "ricordo" della Germania.
Tre anni e mezzo di pus. In prigionia, un tedesco mi ha colpito col calcio del fucile. Quando sono arrivato a casa sono andato dal medico e gli ho detto di incidermi, di tagliare. Ho stretto i denti...
In Germania facevano 18 cose con il materiale che noi scavavamo in miniera. L'ultima era la ghiaia, la prima il carbone.
Eravamo nei pressi di dove c'erano i forni crematori. Di mille soldati italiani prigionieri siamo rimasti in 90.
Quando ero in Grecia, avevo un amico che poi è diventato primario pediatra dell'ospedale di Vicenza, ed è ancora vivo. [...]
I tedeschi ci hanno preso in Grecia e ci hanno portato in Germania, anche questo medico, un colonnello. Gli ufficiali li hanno messi su un carro e noi ci hanno portato su una miniera. Io ho lavorato sempre in questa miniera.
Quando sono ritornato dalla Germania, un parente - uno zio - mi ha rintracciato il medico vicentino con cui ero insieme in Grecia. Siamo andati a Monte Berico, e per la strada ho dovuto fermarmi due tre volte, perché lo stomaco mi faceva male: avevo lo stomaco piccolo.[...]
Il mio stomaco è rovinato, e dopo la prigionia devo mangiare come le mucche. A volte, dopo essere stato nello stomaco, il mangiare mi ritorna in bocca e lo devo rimasticare. [...]

venerdì 10 settembre 2010

Lido Fattori - Ida (Esterina) Chiandini, Udine



Marito e moglie. Nati rispettivamente nel 1907 in via Planis e nel 1909 a San Gottardo. Residenti in via Franzolini UD.

Nastro 1998/19 - Lato A                                 30 ottobre 1998




Ida (Esterina) Chiandini e Lido Fattori, Udine. (Foto 30 ottobre 1998)
Fattori. [...] Quando sono arrivati i tedeschi noi siamo scappati prima. Ci si era organizzati, perché noi si aveva campagna, si era proprietari, in Planis, si avevano delle bestie.
C'erano anche dei parenti che facevano trasporti con i cavalli e allora hanno organizzato due carri centinati coi tendoni e in quei giorni di Caporetto siamo partiti coi carri fino a Montecatini, in tre famiglie. Ci abbiamo messo ventidue giorni. A tappe, perché fare gli Appennini...
02:38 Si aveva il terrore dei tedeschi, quella volta. I mezzi c'erano, e allora scappiamo!  (Audio su paura dei tedeschi)

Noi la possibilità l'avevamo, stavamo abbastanza bene, eravamo una famiglia non facoltosa, ma discreta. Si lavorava cinquanta campi in periferia di Udine [un campo friulano è di 3500 m. - tre campi un ettaro, circa].
Mio papà si chiamava Luigi Fattori, ma era già morto prima della ritirata, in una disgrazia. Perché c'era l'oscuramento in quel tempo e loro, di notte, in compagnia di tre amici venivano dalla Buona Vite, dal Giardin (Zardin), all'epoca piazza Umberto 1° [ora Primo Maggio].
Venivano giù dal liceo, in piazza Umberto 1° c'è un liceo là, no? E venivano dalla Buona Vite, per il vicolo dietro. C'era il ponte appena finito di costruire, senza parapetto. Oscuramento, di notte, questi quattro amici andavano a bere il caffè. Il povero mio papà è rimasto indietro per fare un bisogno e gli altri sono andati avanti. Scuro, una cosa e l'altra, invece di prendere il ponte è caduto nel fiume. Aveva 50 anni, 51 anni.
Nei pressi c'era il Comando supremo italiano, proprio al liceo; liceo che c'è tuttora, e di qua era Mattioni, quello dei vetri ... che adesso c'è la direzione militare, il Genio militare. Là c'è una turbina, perché questo fiume che viene giù, la Roggia, passa sotto e Mattioni aveva messo una turbina. [...]
Mio padre è andato giù ed è rimasto nella griglia della turbina. Vi erano di sentinella al Comando supremo gli alpini, e sentivano urlare, aiuto, tutta la notte. Hanno fatto di tutto, con le torce e tutto, perché la turbina è in fondo, sotto palazzo, ma non hanno potuto fare niente. Lui era morto, artigliato nella griglia della turbina. Una morte tremenda.
Per continuare il discorso di prima, siamo partiti senza il nonno, in tre famiglie.
La mia famiglia (il papà era morto ma c'era la mamma con tre figli), poi c'era la famiglia di Fattori Ferdinando (che era un fratello di Luigi) e quella di Francesco, che era l'ultimo fratello della serie dei Fattori e aveva i figli molto piccoli. Quando eravamo a tavola si era una media di 20-21 persone.
07:39 Si lavorava in gruppo; era un'azienda che aveva un battiferro con i magli, perché là c'era una cascata. Si facevano carri da trasporto per la provincia. L'attività principale non era la campagna, ma questa piccola azienda di carri da trasporto per tutta la provincia.
Quindi noi avevamo anche i mezzi per andar via.
Eravamo in sette per carro, mancava solo il bestiame ... ma ci avevamo messo dentro animali di ogni tipo, galline, oche e tutto quello che ci stava. Prendere e buttare dentro nei carri, il più possibile. Avevamo una cantina rifornita di tutto: buttar dentro tutto quello che si poteva buttar dentro.
09:58 E abbiamo fatto ventidue giorni di viaggio.
Da parecchi giorni si fiutava la situazione critica, perché si era al corrente, perché noi si vedeva di notte qua, per dire, che combattevano dopo Caporetto. Si vedevano le bombe scoppiare per aria. Si vedeva che combattevano e che venivano avanti...
11:00 Via Planis c'è ancora, ai piedi del cavalcavia che porta in via Cividale. La nostra casa è stata demolita nel 1936 quando hanno fatto il cavalcavia; casa, officina e tutto. Espropriato.
C'era il terrore, anche. Perché i tedeschi si sentiva dire che tagliavano ... che insomma uccidevano ... che tagliavano le mani, quella volta, come i serbi. E allora si aveva il terrore.  (Audio su paura dei tedeschi)
Quando siamo scappati ci siamo diretti verso il ponte del Tagliamento, a Pinzano, in mezzo alla truppa che si ritirava.
Le strade erano quelle che erano ... tra i civili, tra la truppa e una roba e l'altra. Un caos!
13:28 Il ponte era minato; noi siamo passati e il ponte, fortunati ... appena mezz'ora dopo l'han fatto saltare, con la gente sopra.
D. Ma lei l'ha visto?
R. Eh, no, eravamo già di là.
D. Perché siete andati a prendere il ponte a Pinzano invece che a Codroipo? Non era più corta per Codroipo?
No. L'itinerario era quello.
Dopo Pinzano abbiamo proseguito per Spilimbergo, Pordenone.
La strada di Codroipo era piena di truppe, non si poteva passare. Bisognava andare per le scorciatoie. C'era l'esercito completo che aveva intasato le strade.
D. Ricorda di aver visto un manifesto che invitava i civili a star calmi?
R. Sì, mi ricordo ... ma la paura non guardava il manifesto!
Ogni carro era trainato da due cavalli. Mi ricordo che avevamo dei vitelli; abbiamo ucciso un vitello e ce lo siamo divisi fra le tre famiglie, per il viaggio. E poi anitre, galline, zucchero. Insomma tanta roba.
D. E dormire, dove dormivate?
R. Nei carri, perché erano centinati. Mai abbiamo dormito per le case, mai. Me lo ricordo bene.
Sulla strada c'era un caos, anche passato il Tagliamento, perché tra l'esercito ... che era sciolto l'esercito ... tutto un caos. Fino sul Piave tutto un caos. Passato il Piave era una cosa più tranquilla.
La gente mentre facevamo gli Appennini ci guardava con meraviglia, erano sorpresi.
La strada non era asfaltata.
17:57 Itinerario. Da Planis a Spilimbergo, ponte di Pinzano, Pordenone e da là abbiamo preso la Nazionale fino sul Piave. Poi Treviso e direzione Bologna, dove mi ricordo anche il posto in cui ci siamo fermati. Perché per andare in Toscana bisogna andare per Bologna e poi abbiamo preso la Futa [?] e siamo arrivati fino a Montecatini, in viale Bicchierai, albergo La Giorgina.
I miei zii andavano sempre a villeggiare a Montecatini, a fare la cura delle acque e allora sapevano dove andare. Siamo stati in albergo, e non abbiamo fatto nessun lavoro. Davano quel piccolo sussidio a tutti i profughi e per il resto ci si arrangiava noi.
Mi viene in mente che finito l'armistizio, finita la guerra, siamo tornati con i carri e i cavalli, cavalli robusti, cavalli da trasporto.
[...]
Quando siamo partiti da Udine non erano ancora cadute bombe. C'era caos, quello sì, ma non bombe.
Soldati che arrivavano da Caporetto e Cividale. 
21:29 L'asse di scarico da Caporetto era via Cividale. Una massa che faceva paura.
Durante la guerra, prima di Caporetto, c'era stata da noi anche una compagnia di arditi, quelli che andavano all'assalto, quelli votati alla morte. Era venuta da noi, sostavano da noi. E dopo che sono partiti gli arditi hanno messo mucche da latte per dare agli ospedali; sempre là da noi, nelle stalle. Hanno messo 30-40 mucche di quelle olandesi.
22:58 Chiandini Ida, "ma sono più conosciuta come Esterina". Sono nata nel 1909 a S. Gottardo di Udine, in via Cividale, in fondo a via Cividale, quasi sul Torre.
Facevo la sarta. Ho lavorato 35 anni da Basevi, in via Mercato Vecchio, proprio in centro a Udine.
Da Basevi venivano a comprare giacche, pantaloni, vestiti e dopo si faceva la riparazione, perché o più larghi o più stretti, o corti o lunghi. Era un posto di lusso.
Mi hanno presa che lavoravo in fabbrica in via Micesio, sulla Roggia, sempre da Basevi, dove si facevano tutti i lavori specializzati di cucito, giacche, vestiti.
Ero molto giovane quando ho iniziato. Mi hanno tenuta senza libretti e dopo me li han fatti. Io li pretendevo.
Io non mi rendevo molto conto di quello che stava succedendo, nei giorni di Caporetto. Ero tanto giovane.
Noi siamo scappati. La decisione l'hanno presa mia mamma e mio papà che era a casa. Siamo scappati per la paura. Scappavano tutti.
26:44 Marito. C'era paura dei tedeschi, [si diceva] che sono cattivi. [Si aveva paura] di finir tagliati la gola; tanto è vero che a Udine sono rimasti in pochi, ognuno che poteva scappava.
D. Ma cosa avrebbero potuto farvi a voi, i tedeschi? Non eravate mica soldati?
R. Moglie. Niente, niente. Ma, quando si scappa così per questa confusione, guerra ... si va via a occhi chiusi.(Audio su paura dei tedeschi)  

E noi non avevamo carri.
Marito. Noi si costruiva i carri e vicino a noi c'era la famiglia Blasoni. Loro avevano l'agenzia di trasporto con i carri e ci hanno ceduto i carri.
I Blasoni poi sono venuti via anche loro.
Noi i carri li si vendeva per tutta la provincia. [...]
30:09 Moglie. Siamo scappati a piedi, io, mia madre e mio fratello che ora è morto. Marito. Loro scappavano tutti verso il ponte di Casarsa.
Moglie. A piedi, a piedi. Tanta strada che ho fatto. Mia madre mi trascinava, perché non potevo andare avanti, ero piccola proprio. Che brutti ricordi.
A Casarsa siamo riusciti a passare di là del ponte e mi ricordo che c'erano i militari sul ponte, e ci dicevano a noi: «Correte, correte, sennò saltate in aria». Perché loro dovevano far saltare il ponte. «Correte, Correte». Dio, Dio, Maria Santissima.
Eravamo io e mia mamma che si chiamava Tranquilla, il papà Giuseppe, Maria che poi è morta, appena ritornata a Udine. Eravamo in quattro della nostra famiglia.
Abbiamo lasciato sulla tavola, per scappare più in fretta, il maiale appena ucciso, che lo stavamo lavorando per preparare i salami. Lo abbiamo lasciato là sulla tavola, tutto.
Marito. Quello che non abbiamo portato via ... abbiamo lasciato la stalla aperta, e che vadano dove vogliono. I vitelli, liberi. Chissà chi li avrà presi. 
34:57 Era tutto un saccheggio, non dei tedeschi ma dei friulani!
A casa mia, per dire, si ha lasciato l'arredamento completo, tutto pieno. Siamo tornati dalla Toscana, da Montecatini e abbiamo trovato tutto svuotato, perfino i serramenti. E questo sono stati i locali. Noi siamo tornati dopo più di un anno. [...]
Moglie. Non abbiamo portato via niente [con noi]. C'era mia mamma che continuava a ripetermi: «Esterina, corri, corri, corri!». A piedi, ero sfinita. Si camminava un po' di qua e un po' di là. Tutti i carri erano pieni e noi a piedi, sfinita.
Marito. Si salvi chi può. Correvano anche per le campagne, dalla paura. [...]
Moglie. Una volta passato il Tagliamento, abbiamo preso il treno e siamo arrivati a Firenze.
38:41 Venivano in stazione ad aspettare questi profughi. Hanno preso la mia famiglia e ci hanno portati a Scandicci. C'erano degli incaricati apposta per i profughi che arrivavano. A Scandicci ci hanno messo a Villa Turri.
Mi ricordo che quando siamo arrivati, io perché ero giovane mi han messa seduta là. Non dovevo muovermi perché intanto loro andavano avanti fino a Villa Turri.
Mi son fermata a Scandicci e loro sono andati avanti con i più grandi. Avanti fino a Villa Turri, che era fuori di Scandicci. E io là, seduta sullo scalino di una casa che faceva angolo. Ero come una povera disperata, ma non piangevo; sapevo che sarebbero tornati a prendermi. C'era mia madre, c'era gente che mi conosceva...
A Villa Turri c'erano come delle case popolari. Erano tre quattro case, non era una villa, era una località di Scandicci. Dopo ci hanno sistemati loro, chi ci accompagnava. Erano là apposta, per sistemare i profughi. Ci hanno messo su una casa popolare, ma erano come delle villette, come quelle case popolari che sono a gruppo, come villette. Quello mi ha impressionato, proprio.
Eravamo assieme agli abitanti del posto. Non ci trattavano male. Per dir la verità noi siamo stati bene, là, benissimo.
Mi ricordo che mi han preso su là, dove ero seduta, dove mi avevano lasciato. Son venuti a prendermi e man mano che andavo avanti, su a Villa Turri, vedevo le ragazzine che giocavano a corda, facevano i salti, ognuno nel suo cortile.
Dopo giocavo anch'io. Si stava insieme ma c'è chi più o meno. Io ero tutta stupìta là, impaurita. Non ero tanto espansiva come loro. Però mai ci hanno trattati male perché eravamo profughi.
43:30 Marito. Mi ricordo di Montecatini. Ai bambini quando non ubbidivano o facevano i capricci gli dicevano: «Stai zitto sennò ti faccio mangiare da un profugo!».
Moglie. Ma quella là è la prima cosa che dicono, per far tacere i bambini!
Ma - insiste il marito - non erano tanto per la quale, perché non sapevano neanche dov'era il Friuli. Ci trattavano come i selvatici. Parlo come popolazione: ci consideravano come i servi, anche se eravamo in albergo.
Non sapevano neanche dov'era il Friuli, loro, e dicevano: «Ti faccio mangiare da un profugo». Sì, sì, con i bambini si giocava, ma dico, l'adulto aveva l'istinto di dire a questo bambino, per fare paura, che noi avremmo mangiato un bambino!
Moglie. Cosa vuole, i fiorentini hanno la lingua spiccia. Io però nel complesso non posso dir male.
La partenza, sì, è stato un brutto momento. Ho tanto sofferto. Perché mia mamma [...] tre figli trascinare a piedi.
Quando siamo partiti non pioveva, era bel tempo.
Mi ricordo che per me, che ero la più piccola, hanno fermato un carro. Ero a piedi, e questo ha fermato il carro per mettermi su. Ho trovato sempre brava gente.
Marito. Raccontare quelle faccende adesso è una pantomima. Essere in quel momento, col panico che c'era, un esercito che ormai era in disfatta...
Noi eravamo vicino al fronte, veniva giù a valanga, buono o cattivo. Facevano saccheggi anche i soldati, perché sbandati. Ormai erano come sciolti, massima gli arditi.
47:01 Altro che paura. Adesso sembra una favola. Il panico, sbandamenti, confusione, e gridare aiuto di qua, aiuto di là.
Robe, robe ... disfatta, una vera disfatta!

Nastro 1998/19 - Lato B

Moglie. Quando sono tornata a casa, la casa era in ordine.
Marito. Da voi! Perché da noi era il deserto! Era il deserto. Dalla moglie era una famiglia, una casa che aveva poco.
Al momento della partenza i soldati erano pieni di paura anche loro. Non c'era tempo di star a consigliarsi l'un con l'altro. Si salvi chi può, proprio così era, in quei giorni là.
51:08 Fin che non si passava il Tagliamento tutti se la facevano addosso, in parole povere. Per le campagne, anche i soldati sbandati, i delinquenti scappati dalle galere. S'immagini lei cos'era in quei giorni là.
Quelli che sono rimasti a casa sono stati meglio di quelli che sono scappati, perché erano senza scrupoli. Sono restati soltanto per questo: rischiar tutto pur [di appropriarsi della roba degli altri].
Però è vero che hanno patito la fame, perché era fame anche per i tedeschi. Mangiavano le patate crude, le carote. I soldati andavano per i campi, eh, arrangiarsi. E anche il cittadino, quello qua locale andava dal contadino e in qualche modo si è salvato: un pugno di farina di qua, o un uovo...
52:53 Ne ho conosciuti io di quelli che sono rimasti qua, che stavano meglio di prima. Sì, perché han fatto man bassa.
Moglie. Si son arrangiati, eh, altroché. Sono stati più loro che i tedeschi!
Marito. Perché a quelli che avevano la possibilità in famiglia, mobili antichi, non so io, le cantine piene, una roba e l'altra, hanno fatto razzia di tutto. No i tedeschi, gli italiani locali, cittadini.
Hanno avuto il tempo per tutto il periodo che sono rimasti qua i tedeschi. Andavano piano a saccheggiare, perché avevano tutto il tempo che volevano, perché i tedeschi se ne strafottevano della roba, non vedevano l'ora di andare sul Piave e occupare l'Italia, non stare per le case.
I tedeschi hanno ammazzato, ma non saccheggiato!

L'intervista è stata utilizzata nel volume IN FUGA DAI TEDESCHI