Visualizzazione post con etichetta terre invase. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terre invase. Mostra tutti i post

domenica 10 ottobre 2010

Annunzio Putto, Segusino TV

Nato il 24 marzo 1902

Nastro 1994/11 - Lato B                         24 agosto 1994

[Dopo Caporetto] per un po' di tempo siamo rimasti qua e dopo ci hanno dato lo sgombero. Metà degli abitanti li hanno mandati dalle parti di Vittorio Veneto e Fregona, metà siamo andati su per Feltre. Io sono andato a Feltre.
Siamo partiti a piedi, di notte, quando avevano già iniziato ad arrivare le granate degli italiani.
Con i riflettori gli italiani guardavano la strada verso Vas dove noi camminavamo. Hanno visto che si trattava di borghesi e non hanno più sparato. Erano qua sul Monfenera.
Siamo partiti di sera tardi.
Il prete invece è andato dall'altra parte, verso Vittorio Veneto.
Mezzi da una parte e mezzi dall'altra, ogni gruppo ha girato per conto suo.
A Feltre sono stato fino a febbraio e poi sono andato su a Santa Giustina.
A Feltre abbiamo trovato un palazzo lasciato vuoto dai padroni, siori che erano scappati. Siamo andati su in soffitta di questo palazzo e abbiamo bruciato libri tutta la notte perché era freddo. Era il tredici dicembre e c'era un po' di neve per terra. Non so che libri fossero, erano libri, romanzi. Il palazzo era di certi signori Sasso, ma non ne sono del tutto sicuro, so solo che erano scappati.
Eravamo in 19 in questo palazzo, noi e altre tre famiglie. 
Noi eravamo la mamma (Flora Zanella), il papà (Pietro) e tre figli: Luigi (1905), io (1902) e Giovanna (1896). In totale cinque persone. Ora di questa famiglia sono rimasto io solo. [...] 
C'erano inoltre la famiglia di Tomaso Doro e i fratelli Antonio e Angelo Furlan, nostri vicinanti.
A Feltre ce la siamo passata male. La prima notte abbiamo bruciato i libri in soffitta. Abbiamo potuto far fuoco perché il pavimento era di "terrazzo", non di tavole.
Era una bella casa, piena di soldati ungheresi che poi sono andati loro di sopra e noi ci hanno messo al piano terra, in una cucina dove si faceva fuoco per tutti 19 e si dormiva per terra.
Per mangiare si andava in cerca di farina, a Feltre ma soprattutto fuori per i paesi. Siamo andati fino a Fonzaso. Erano soprattutto mio papà e mia mamma che andavano "par carità". Qualche volta andavo anch'io – che allora avevo quindici anni – specie nel primo periodo quando eravamo a Feltre. Poi quando sono andato a Santa Giustina ho lavorato, ho trovato un padrone e facevo il calzolaio.
In città a Feltre erano rimasti quasi tutti gli abitanti. Erano scappati i siori perché erano stati più furbi di noi. Era pieno di tedeschi e i negozi erano pieni di cavalli. Nei negozi non c'era più niente: portato via tutto e dentro vi avevano messo i cavalli.
Gli ungheresi che erano sulla nostra casa facevano i forneri, bekerèi gli si diceva noi ... e si prendeva qualche pagnottella. Avevano dei forni mobili, su macchine e camion.
Ma ormai si iniziava a non trovare quasi più niente, allora siamo scappati e siamo andati su a Santa Giustina che è un paese più agricolo e si riusciva a trovare qualcosa in più da mangiare.
A Santa Giustina siamo stati in casa di ... non ricordo il nome. Nella casa abitava una signora che aveva una bambina di un anno e mezzo-due e che aveva il marito militare.
In quella casa eravamo la nostra famiglia e quella di Doro: una decina di persone.
Io ho trovato lavoro da scarper [calzolaio] e così avevo da mangiare a mezzogiorno, ma fame ne avevo sempre tanta lo stesso.
C'era una signora che abitava là vicino e che in casa aveva un comando tedesco. Ogni tanto mi chiamava e mi dava un piatto di pastasciutta perché sapeva che ero profugo. Non mi ricordo più come si chiamasse, so che aveva una cucina di militari nella sua casa.
El scarper invece più di tanto non mi poteva dare da mangiare perché aveva una famiglia con sette figli da mantenere. Era un uomo sulla mezza età e si chiamava Adriano. Sapeva il tedesco come il padreterno perché era stato in Svizzera tanti anni. 
A Santa Giustina c'erano questi fornai e noi avevamo lavoro. Si preparavano le scarpe, le si rivoltava e in cambio si prendevano tante pagnotte di pane. Il padrone aveva il contratto di lavoro in cambio di pane. Fin che c'erano loro il calzolaio stava bene. Dopo io l'ho lasciato e sono andato da un altro scarpèr, perché da Adriano non c'erano più i forneri: erano andati via e lui non mi voleva più dare da mangiare.
Per fortuna in paese c'era un altro calzolaio. [...]
I fornai avevano da mangiare di più perchè dall'Ungheria veniva il grano bianco; bella farina e bel pane bianco.
L'altro calzolaio di Santa Giustina come paga mi dava da mangiare, e io sono andato da lui. Si chiamava B. e aveva la bottega vicino alla stazione. Era vedovo, con un figlio un po' deformato perché l'aveva avuto con sua figlia. La figlia nel frattempo era morta. Tutti morti, morta la moglie e anche la figlia. Quel calzolaio mi ha trattato abbastanza bene e mi dava da mangiare.
La fame l'ho patita soprattutto a Feltre, perché i feltrini stessi dentro in città non avevano niente.
Andavano fuori "par carità" mio papà e mamma, su per Fara, Foén, fino a Fonzaso e qualcosa portavano a casa.
Pochi soldi avevamo portati via da casa. So che a S. Giustina c'era un'altra famiglia che stava abbastanza bene e ci ha prestato dei soldi, quelli italiani, con i quali si riusciva ancora a trovare qualche chilo di farina dal mugnaio. Nei soldi tedeschi invece non c'era nessuna fiducia. In questa famiglia di Santa Giustina avevano anche dei marenghi dalla Svizzera e con i soldi italiani e con i marenghi si comprava un poca di biava che si macinava nei mulini che ancora funzionavano. In particolare noi andavamo dal mulino di un certo Dal Pont che mi sembra funzionasse con l'acqua del Cordevole.
Poi mio padre e mia sorella sono andati a lavorare con i tedeschi e gli hanno fatto fare non so che lavori. So che mentre io andavo a fare il calzolaio loro andavano dai tedeschi che a mezzogiorno gli davano la minestra e poi gli pagavano anche qualche corona. Lavoravano soprattutto sulla strada.
Per le donne e le ragazze il pericolo è stato quando si era ancora a Segusino, quando sono arrivati i tedeschi. Siamo rimasti in paese quasi un mese, poi siamo andati su a Miliès. Tanti sono scappati sui casolari in montagna. 
Quando c'erano le famiglie isolate così, là aggredivano le donne. Ne hanno violentate tre [...] che non hanno avuto figli come conseguenza. Erano i germanici soprattutto, poi sono rimasti gli austriaci.
I germanici erano terribili, più cattivi, facevano spavento. Erano loro fatti così. Invece gli austriaci erano come nostrani, più boni, e poi gli austriaci sono un po' anche cattolici e avevano si vede un po' più di misericordia nei confronti della popolazione.
Per il mangiare i tedeschi erano padroni loro. Hanno pestato tutto, hanno portato via le vacche e i vitelli.
Su questa casa che c'è qua in paese vicino all'osteria, lungo la strada c'erano dentro gli austriaci. Arrivano i germanici: fuori gli austriaci ed entrano loro.
A Miliès ci hanno trovato subito perché i tedeschi arrivavano tutti da quella parte, dalle montagne. Da Valdobbiadene facevano il passo di Marièch e venivano giù per la valle, di Miliès. Passavano di là perché altrimenti gli italiani che erano sul Monfenera li avrebbero visti. Lassù a Marièch non c'erano cannoni, i cannoni li hanno portati lungo le rive quaggiù.
Siamo rimasti a Miliès per un mese, poi sono stati i tedeschi ad ordinarci di partire.
A Miliès le bombe non arrivavano, a Segusino sì.
Quelli che erano rimasti a Segusino sono partiti quindici giorni prima e sono andati per Vittorio Veneto e Fregona con il parroco Don Antonio Riva. 
Con il parroco sono partiti metà dei paesani. Si sono avviati verso Valdobbiadene, anche loro sotto il tiro ... ma si vede che poi hanno visto che erano borghesi e non hanno più sparato. Il sindaco comunque è stato ferito durante il percorso, dalle parti di San Vito. Beniamino Verri, si chiamava. È stato ferito ad un piede, ma è riuscito comunque a proseguire. Il sindaco non era scappato.
Tanti erano scappati, quelli un po' più intelligenti.
A casa mia sono stato io a non voler scappare. È stata colpa mia, proprio mia. Mi sembrava impossibile che la guerra dovesse fermarsi qua. Mia mamma e mia sorella invece dicevano «'ndón via» e avevano la carrettina pronta. Si sarebbe caricata un po' di roba e si sarebbe andati di là del Piave. Bastava passare il ponte di Fener e si sarebbe stati a posto.
Neanche il parroco è scappato. Voleva stare con la gente.
Io speravo che fosse un passaggio, che andassero avanti e invece si sono fermati proprio qua.
Tanti sono morti, da fame più che sia. Chi non era messo troppo bene col fisico ci è rimasto, a Fregona soprattutto.
Invece noi e la famiglia Doro ce la siamo cavata tutti dieci.
[Finita la guerra], appena scappati i tedeschi noi siamo ritornati, siamo venuti giù di corsa. Li avevamo visti partire, con gli italiani che gli correvano dietro. Mi ricordo che sono arrivati gli italiani e noi eravamo matti dalla contentezza. Mi vengono ancora i brividi e mi commuovo a pensarci...
Abbiamo trovato un camion che veniva giù di qua a far rifornimento, perché i ponti erano tutti saltati e ci hanno preso su. Era un "15 Terzi" e ci hanno portato fino a Segusino.
Qua abbiamo trovato tutto un quarantotto. Per fare fuoco e riscaldarsi avevano levato i suoli e le travi delle case. I muri comunque erano in piedi, la nostra casa aveva preso una granata su un fianco ma era rimasta su; tante invece erano state abbattute.
Il comune di Quero ha avuto le conseguenze peggiori. Le trincee tedesche erano sulla collina che domina il paese, il "Pianà", e da là sparavano sul Monfenera.
Ritornati a Segusino ci siamo arrangiati in qualche modo nella nostra casa; abbiamo trovato una stanza che aveva ancora il suolo e là ci siamo messi.
[Quando sono arrivati, nel 1917], i tedeschi hanno adoperato le botti per fare le passerelle sul Piave. Mollavano il vino e portavano le botti laggiù, al termine della strada che dal paese porta al Piave.
A noi non hanno dato la baracca, siamo rimasti sempre a casa nostra. Tanti invece hanno avuto la baracca.
La casa era di nostra proprietà e dopo ci hanno dato dei soldi, è venuta la perizia.
Appena arrivati, gli italiani non ci hanno dato niente; dopo sì che sono venuti con i viveri.
Gli italiani sono arrivati subito dopo che i tedeschi erano andati via. Gli erano sempre adosso, ai tedeschi. Infatti un italiano, poveretto, è stato ammazzato proprio sull'ultimo giorno, dopo tre anni di guerra, e proprio là a Santa Giustina. Era un soldato anziano, avrà avuto sui 35 anni. Era un ciclista ed è stato colpito allo stomaco, lungo la strada. Io non l'ho visto ma sentivo che dicevano che era successo: gli austriaci si ritiravano facendo resistenza.
Sono cose che non dimenticherò mai e mi commuovo a ricordarle.
I giovani non sanno queste cose e, se le racconto, a loro sembra impossibile che siano successe.
Di tutto Segusino, secondo me, ben 5-600 non sono tornati, per malattie fame o altro: tanti! ... più che sia i vecchiotti. Si può dire che siano morti più civili nel solo ultimo anno che militari durante tutta la guerra.
All'epoca Segusino aveva tremila abitanti, adesso invece siamo duemila.
Nella mia vita io ho sempre continuato a fare il mestiere di calzolaio, in paese. Mi sono sposato vecchio, avevo quasi cinquant'anni e ho avuto una figlia quando avevo 52 anni.
Oramai sono rimasto il più vecchio del paese, come uomo; di donne invece ce ne sono ancora cinque di più vecchie.
Io non ci arrivo no ai cento...

Nastro 1994/35 - lato B

Aggiunte e precisazioni (16 settembre 1994)
Mia mamma era casalinga e mio papà ha fatto il carabiniere per una trentina d'anni e poi, ritornato a casa, ha comperato un po' di terra e ha fatto la guardia campestre.
[...]
Da Segusino, quando siamo partiti per Miliès, la strada è: Riva Grassa e Stramare. Da là venivano anche i tedeschi. C'era la strada, ma non asfaltata come adesso.
Per andare a Feltre siamo ritornati in paese e abbiamo preso la strada per Vas. Abbiamo passato il ponte sul Piave e siamo andati a Feltre. 

giovedì 7 ottobre 2010

Maria Saccon (Maria dea Barca), San Polo di Piave TV

Nata il 22 marzo 1907 e al momento dell'intervista abitante a Roncadelle presso l'ex traghetto/passo a barca sul Piave.

Nastro 1994/28 - Lato A                             18 agosto 1994

Abitavo a San Polo, verso la Caminada, e sono andata profuga a Fontanelle. Dapprima i tedeschi ci avevano portati a San Cassiano di Livenza (PN).
Mia mamma doveva comperare un figlio ed è partita prima; aveva paura perché ormai c'erano i tedeschi.
Noi siamo venuti a stare qua su un baracchino, perché mio marito – Gaiotto Ugo, classe 1903, detto Piccino perché era piccoletto – lavorava con il Genio Civile e gli hanno permesso di metter su questa baracca.
Sono già stati anche quelli della barca [i Belumat] ... mi hanno tirato giù [intervistato] tante di quelle volte!
Una volta si bruciava legna, non c'era il gas. Quando veniva giù il Piave si andava a trovar le legne pa a Piave, e a volte si faceva baruffa anche par 'na soca [una ceppaia].
[...]
Quando mio marito non aveva lavoro si lavorava di cesti e nel frattempo ci si era fatto un casonetto. Si avevano due figli e bisognava arrangiarsi.
A volte passava qualcuno e chiedeva: «Me fatu un piasser passarme oltra?» 
Con quella un po' alla volta è venuto il traghetto, perché prima non c'era, in questo posto. 
Non eravamo d'accordo né col comune né con nessuno, eravamo provvisori. Una volta non era come adesso che non si può più andar raccogliere neppure un bacchetto. Non c'era una tariffa, gli si diceva: «Dème, quel che voé ... sinque schèi, dièse schèi, vinti schei.»
Mio marito nel contempo andava sempre a lavorare sulle crode lungo gli argini del fiume, con il Genio Civile. Perché non era come adesso che vanno con le macchine e mettono là. Una volta portavano la roccia, la accatastavano bene, la misuravano. C'erano tante imprese, sul Montegàn [Monticano], su a Livenza, sul Sil, dappertutto.
Quando non c'era il marito e c'era poca acqua mi arrangiavo io.
La barca veniva mandata avanti con una stanga di legno di càssia [acacia], sotto alla quale si era messo un pìc [rivestimento in ferro] che pesava più di un chilo, in modo che quando si buttava la stanga sull'acqua andava in fondo facilmente e si poteva spingere sul fondo [se sé frontéa]
Dopo la guerra questi pìc li si faceva anche con i bossoli. A volte si perdeva anche la stanga sull'acqua e non la si trovava più.
Noi siamo venuti qua nel '34 e si è iniziato il traghetto in questo posto solo da quegli anni. 
Prima dell'altra guerra il traghetto era là in fondo, di là del vigneto, sotto il Comune di Cimadolmo in località Stabiuzzo. Era una zattera mandata avanti da una zia di mio povero marito, che era mezza orba. Là passavano anche con i carretti perché prima dell'altra guerra c'era sempre il Piave alto e «Venezia passava tutta per qua». Dopo l'altra guerra hanno iniziato a prelevare acqua per il canale della Vittoria e tutti i canali, per questo ora acqua sul Piave non ce n'è più. 
Noi siamo andati avanti finché hanno fatto il ponte di Cimadolmo. E con quello è finita, ci ha tolto tutto il lavoro.
Quando sono venuti grandi ci hanno aiutato anche i figli. Alcuni sono andati in Svizzera. Poi si lavorava di cesti, si andava a vénchi. Abbiamo fatto tanti di quei lavori! Non bastava certo il traghetto ... ci davano dièse franchi.
Mi sono sposata nel 1931 e ho avuto sette figli. Tre figlie sono andate in Svizzera.
Si aveva una baracca con due stanze e mio marito se in'ségnéa a far de tut [si ingegnava a far di tutto]. Avevamo una baracca ancora dell'altra guerra, ma fatta bene. Per ripararsi dal freddo mio marito ed io andavamo a canéoni. Una volta c'erano di quelle cannelle lunghe in mezzo al Piave, e abbiamo fatto una specie di s-ciorín come quello in cui si mettevano i cavalieri [i bachi da seta], con le cannelle fisse [fitte, ravvicinate]. Dopo le si appendeva al muro e mio marito faceva la malta e gliela applicava in modo che la baracca sembrava una casetta.
Questo è successo nel 1934, qualche anno dopo che mi ero sposata.
La baracca l'avevamo comperata dal proprietario del mulino di San Polo.
Andavamo a raccoglier vénchi [vimini] qua vicino [...] dentro al Piave. Li si tagliava ogni anno e li si scusséa [sbucciava, toglieva la scorza] con la giòa: venivano tutti belli bianchi. Tagliandolo, l'arbusto rigettava germogli utilizzabili di anno in anno. Erano chiamati vimini de farinati. Ma si lavorava anche con el talpon [pioppo] e con le rame de morèr [gelso]. 
Si facevano soprattutto ceste per le damigiane, che una volta erano tutte rivestite di vimini e legno.
Anche i rami del gelso dovevano essere di un anno. Ogni ramo veniva diviso in tre parti [aiutandosi] con un pezzetto di legno preparato allo scopo e che aveva tre sporgenze (questo attrezzo non ce l'ho più).
Lavoravamo anche el talpon in questa maniera e anche le càssie [acacie] mate.
Si lavorava soprattutto con le damigiane. 
Quando mi sono sposata si facevano anche di quei cestini rotondi (e un po' oblunghi) – 20x30 – che servivano per le spedizioni. Vi si mettevano dentro patate, téghe [baccelli di fagioli] e roba così. Avevano anche il manico; si aveva la misura ed erano più alti che larghi. Li portavamo qua a Cimadolmo.
Nelle famiglie un po' tutti lavoravano i vimini. [...] 
Quanto ho lavorato!
Sono andata a scuola fino alla terza, a San Polo. Sono nata a Fontanelle e poi sono andata a stare a San Polo. 
Durante la guerra siamo ritornati a Fontanelle, di là della chiesa e del Montegan...
Quando sono arrivati i tedeschi abitavo a San Polo. 
Da S. Polo i tedeschi ci hanno portato a San Cassiano di Livenza. Eravamo io, mia sorella Rosina (che ha un anno più di me) e una mia zia, Luigia Saccon. Eravamo solo noi tre a San Cassan, perché eravamo rimasti [ci eravamo attardati] a casa. Invece mia madre con gli altri figli: cinque, più uno che l'aveva dentro e che è nato durante la guerra; un altro figlio che fa nove è nato dopo la guerra...
Mia madre dunque si era già allontanata ed era andata a Rai da una famiglia di suoi parenti. Era "in condizion", doveva avere un figlio e aveva paura di questi bombardamenti. Ma a Rai non c'era posto per tutti, allora ha trovato un posto a Fontanelle mentre noi eravamo ancora a San Polo.
Poi tedeschi ci hanno portato a San Cassan con i cavalli e i carri. Della nostra famiglia eravamo noi tre soli, ma insieme a noi c'erano tanti altri. Ci hanno sistemato dentro a una scuola.
I primi ad arrivare a San Polo sono stati i germanici. Quando sono arrivati hanno trovato tutto il ben di dio. C'era vino, c'erano pannocchie, c'era di tutto sul solèr [solaio].
Hanno iniziato a lasciar correre fuori dalle botti il vino, ciocàrse [ubriacarsi], far e brigar. Per quello si sono fermati un anno qua. Perché se avessero proseguito di là de a Piave non c'era ancora niente di pronto per fermarli. Così si sono fermati e gli italiani hanno fatto in tempo a prepararsi.
A noi non hanno fatto del male.
Tante donne hanno avuto anche dei figli e li hanno tenuti.
Dove ero io, una cognata di una mia zia ha avuto un figlio [da un "tedesco"]. Se l'è tenuto e poi sono andati a stare in Francia. Gli ha messo nome Guerrino, figlio della guerra. [...] Malgrado ciò si è sposata.
Queste ragazze andavano a lavorare per i tedeschi e mia zia che era grande si portava a casa una ciopa de pan che era fatto di polenta gialla. Non so poi con i tedeschi, con tutta questa compagnia cosa succedesse.
I tedeschi ci davano 14 chili di farina di frumento ogni otto giorni, in 14 che si era.
Eravamo a Fontanelle, nella casa di una famiglia che lavorava la terra del conte Marcello.
Mia nonna e mio nonno hanno camminato una giornata in cerca del posto dove i tedeschi ci avevano portato. Cammina e domanda, e alla fine ci hanno trovato a San Cassan di Livenza, dove siamo rimasti poco, perché siamo ritornati a Fontanelle con la nostra famiglia.
C'erano anche di quelli che sono rimasti in paese [a San Polo].
Non sono mica scappati tutti. Quelli che sono rimasti qua hanno fatto man salva dappertutto, nel senso che andavano dentro nelle case e portavano via quello che c'era dentro. Perché quando siamo partiti abbiamo lasciato tutto, non abbiamo portato via niente. Siamo andati via con le mani in mano, con quel poco che eravamo vestiti. Perso tutto.
Mio padre si chiamava Saccon Luigi, e mia madre Angela Bernardi di Oderzo. Mio padre si era diviso dalla famiglia che era composta di 40 persone, con tre cugini, una famiglia grande. La divisione era stata fatta prima della guerra e quando sono venuti i tedeschi abitavamo già a San Polo, ed eravamo in quattordici.
Quando si metteva un po' di polenta a scaldare sulla graela, sul larin ... se si voltava la testa stava poco a sparire perché i tedeschi, o dentro per il balcone o dentro per non so dove, la facevano sparire. Avevano fame anche loro!
Sono scappati perché avevano fame, altrimenti sarebbe rimasti qua ancora. Sa che hanno mangiato tutto il cinquantino, e anche i botoi [tutoli]. Non c'era più niente, per quello sono scappati, altrimenti non andavano via.
Noi in qualche maniera si riusciva a mangiare perché mio nonno e mia nonna camminavano da una casa all'altra e portavano a casa qualcosa.
Ci è capitato di mangiare anche polenta di sorgo, quello rosso con cui si fanno i scoàt [scopini]. Era quasi immangiabile, e quando lo si era mangiato non si riusciva più ad andare di corpo, si poteva fare quello che si voleva; ma se non c'era altro bisognava mangiare anche quello, senza sale né niente.
È stato un anno tremendo per noi che eravamo rimasti di qua, ma non per quelli che sono rimasti in casa, perché quelli si sono nascosti la roba che trovavano. Noi a San Polo abbiamo avuto la casa buttata giù e molti di San Polo erano rimasti a casa. Tanti andavano e tornavano e così andavano a prendersi la roba per le case.
A San Polo la nostra casa era per terra e ci hanno dato una baracca.
Noi bambini da profughi si andava par i fòss, si andava a prendere rane e pesce. C'erano tutti questi fossi e c'erano le rane: le si vedeva quando erano drio riva che saltavano dentro e allora si andava a palpéta
I pesci erano tutti pessetti piccoli, da fosso.
A scuola sono andata fino in terza.
Mi ricordo che durante la ritirata dei tedeschi, a Fontanelle – siccome nel palazzo del conte Marcello c'era il comando – mia zia che aveva sui diciotto anni gli ha detto una parola in tedesco, zurück, e loro si sono talmente arrabbiati che se non stava presto a scappare l'avrebbero ammazzata (era come una presa in giro).
Mia zia Luigia era ricoverata all'ospedale ed aveva il tifo. Mia nonna era andata a trovarla e tornando indietro ha trovato i tedeschi che non la lasciavano più passare perché ormai c'erano gli italiani ... che erano passati di qua del Piave, che erano arrivati con i cavalli.
[Gli italiani] ci hanno trovato che stavamo grattando le pannocchie per far farina per la polenta; con un chiodo e una gratariola, si grattava.
Mi ricordo quando sono arrivati gli italiani.
Sono arrivati con i cavalli e ci hanno dato una ciòpa de pan ciascuno e noi siamo stati tutti contenti, perché non se ne aveva.
Mia nonna ha indicato agli italiani dove, là in fondo, c'erano i tedeschi che non l'avevano lasciata passare. Perché i tedeschi si erano messi sopra gli alberi per fermare gli italiani che avanzavano.
Paura tanta.
Quella volta dell'offensiva [giugno 1918] ... che si sentiva tutto questo bum bum bum e si vedeva tuto un fogo, stando a Fontanelle.
Quando siamo arrivati qua c'erano tutte buche di granate, morti, di tutto.
Da San Polo siamo venuti lungo il Piave. Si andava a prender su le coperte, i teli, la roba che ci serviva per casa perché non avevamo più niente. 
Granate ce n'erano un'infinità, cassette piene; di grandi e di piccole e di tutte le sorti.
Erano sopratutto i nostri vecchi che venivano a prendere roba sul Piave, dalle parti dell'osteria della Isetta a Cimadolmo, dopo Stabiuzzo. Là c'era la possibilità di andare in Piave. Trincee ce n'erano anche qua dove poi siamo venuti a stare.
*
Trincee sull'argine ne sono state fatte anche durante l'ultima guerra: i tedeschi si erano preparati. Quante legne e quanti travi e quanta roba che ci mettevano dentro là, nei camminamenti!
Durante l'ultima guerra noi eravamo in questo posto, sul Piave, e io avevo una paura...
I partigiani venivano tutta la notte a chiamare che andassi a passarli "oltra", ma mio marito non veniva fuori, gli gridava che andassero a chiamare gli uomini addetti. Poi c'era da passare i tedeschi che andavano a fare trincee di là, sull'argine destro, a Candelù. Ma mio marito andava a lavorare e non voleva passare nessuno.
E i partigiani ... mio marito aveva paura perché qua c'era il lavoro dei tedeschi.
È successo che un maresciallo di Oderzo è stato ammazzato qua più avanti dove finisce questo argine e c'è un frantoio di ghiaia.
Hanno preso questo maresciallo e l'hanno messo in macchina. Noi eravamo nella baracca e l'abbiamo visto passare due tre volte, bendato gli occhi, dentro alla macchina. Poi non contenti sono andati in osteria e gli hanno dato da bere e l'hanno ubriacato. Quando era verso notte sono tornati a passare e abbiamo sentito il colpo quando l'hanno ucciso. Dopo cosa hanno fatto? Hanno fatto un buco là e l'hanno messo sotto due crode, con i piedi fuori. [...] Noi eravamo pieni di paura che ci ammazzassero se vedevano questo morto, ma di tutta notte i partigiani se lo sono venuti a riprendere e l'hanno seppellito in mezzo a quella grava laggiù. L'hanno scoperto anche là, sono venuti a prenderlo e l'hanno seppellito a Oderzo.
*
Vengono sempre a trovarmi i ragazzi delle scuole, ogni anno, soprattutto il maestro Fausto Pozzobon.
*
[Durante l'occupazione tedesca] i miei vecchi andavano "a carità". Una volta sono venuti a casa con un poco di sorgo; per la strada i tedeschi li hanno trovati e volevano portargli via anche quello.
Se riuscivano a raccogliere un po' di biava, di tutta notte si recavano a Campomolino a macinarla in quel molino, sempre di nascosto, perché se li trovavano gliela prendevano.
Noi 14 eravamo riusciti a nascondere una vacca, o forse ce ne avevano lasciata una... perché ci avevano requisito tutto. Non i tedeschi, ma i poliziotti nostri: si erano messi la fascia sul braccio e ne hanno fatte anche loro sì, finché bastava. Andavano dentro per le case a requisire, portavano via le calière, portavano via tutto. Trovavano una branca di biava e la portavano via. Portavano via tutto anche loro, i poliziotti, ed erano della zona.
Nella casa di Fontanelle eravamo profughi insieme a una famiglia di Santa Lucia. C'era una stalletta là dietro e noi vi avevamo nascosto la vacca.
La famiglia di Fontanelle dove eravamo profughi si chiamava Chin. Non c'erano uomini: sia il capofamiglia che i suoi due figli erano in guerra. C'era solo la signora Luigia, proveniente da Treviso, che era anche zoppa e lavorava la campagna del conte Marcello.
Dapprima ci ha sistemato in due stanze e poi ci ha dato il solaio. Mia madre all'inizio dormiva nella stanza dabbasso, ma poi sono venuti gli ufficiali tedeschi e l'hanno costretta ad andare di sopra perché la stanza al pianoterra la volevano loro. Allora noi le abbiamo ceduto la nostra camera e siamo andati di sopra, nel solaio.
Anche la famiglia di Santa Lucia, famiglia Sanco – che poi ha tenuto a cresima anche una mia sorella – aveva una sua camera. Erano in sei e una delle figlie si chiamava Armida.
C'era il lampione a petrolio vicino alla porta d'ingresso della stanza di quelli da Santa Lucia, e una volta ha preso fuoco. Urlavano, e la casa era chiusa. Mia zia ha preso una brocca d'acqua e l'ha buttata sulle fiamme, e ha fatto peggio. Per fortuna comunque – alla fine – sono riusciti a spegnere le fiamme, altrimenti restavamo tutti bruciati perché non si poteva uscire dato che il fuoco era sulla porta.
I padroni Chin non è che ci trattassero male solo che, lei in particolare, la signora Luigia, era più furba di noi. Mia madre con questa vacca a volte riusciva a farsi un po' di formaggio. Lo metteva nella sua camera dabbasso e la signora Chin, di nascosto, andava a rubarglielo; di notte poi entrava in caneva e andava a prendersi del vino. Noi eravamo riusciti a portarci da casa un caretèl di vino per mia madre che era "in stato". Di notte lei andava dentro e se lo andava a prendere e poi usciva camminando con questo pentolino (quello del caffè) sopra la testa, sotegàndo, sotegàndo (zoppicando, zoppicando). «Eh, son 'ndata a ciòrme un poca de aqua in tel secièr», diceva se qualcuno la vedeva, invece andava a prendersi il vino in cantina, e alla fine ci siamo trovati col caretel vodo.
Mia madre era riuscita a portarsi via il vino perché era partita prima. Noi invece avevamo aspettato perché si sperava di restare.
Quando siamo partiti noi avevano già iniziato a sparare. Non si voleva andar via, ma alla fine siamo stati costretti ad allontanarci, con quello che si aveva.
Mia madre con il latte riusciva a farsi anche un pochino di burro e lo portava al comando.

Nastro 1994/28 - Lato B

Al comando faceva scambio con un po' di zucchero e la mamma ce ne dava un po' per ciascuno. Noi lo si tociàva con la polenta, polenta e zucchero: era il dolce, la carne e tutto.
Si andava a rubare zucche per i campi. Mia sorella aveva tre-quattro anni  – si chiama Rita e adesso è in America – una volta è andata a confessarsi e il prete le ha chiesto quale peccato avesse commesso. Lei ha risposto: «Son data robar na zuca» e il prete le ha detto che non era peccato, no.
E le radicèe, quelle che fanno il fiore giallo, i fratò-c (il tarassaco); ma anche altre erbe.
Mia zia Catìna (Saccon, sorella di mio padre), che aveva due gemelli, mangiava le radici delle erbe fratò-c perché non c'era niente da mangiare.
Anche lei era profuga dalle parti di Fontanelle, e in tanti si sono fermati da quelle parti.
A Fontanelle eravamo troppo vicini ai tedeschi; quello che si aveva lo portavano via tutto loro. Poareti, erano morti da fame anche loro. È per quello che hanno abbandonato l'Italia, che hanno perso la guerra!
Di San Cassiano di Livenza ricordo che eravamo tutti su uno stanzone, distesi per terra sulla paglia. Per quello i miei hanno voluto tornare indietro, riunire la famiglia.
Fra le erbe, buoni anche i bruscandoli e i s-ciopét.
Subito dopo la guerra ci siamo sistemati dentro una caneva bassa, sotto una casa. Tutti dentro là finché non ci hanno portato una baracca. La caneva era nel borgo in cui abitavamo prima, il borgo dei Cadorini che era vicino a quello dei Facchini, sopra la località Caminada di San Polo, per andar verso San Michele.
Subito dopo la guerra due ragazzi che andavano a scuola assieme ad alcune ragazze si sono messi a battere una granata poco distante da dove noi abitavamo. La granata è scoppiata e di quelli che battevano uno ha perso le dita, una ragazza si è presa in pieno petto il cul della granata che l'ha scaraventata nella siepe e là è rimasta morta; poverina era anche senza mamma. Un'altra ragazza ha avuto tutto il viso pestato ed è morta da poco [...] La ragazza uccisa dalla granata era una Sessolo.
Nella casa dove ora c'è mia figlia, a duecento metri dall'argine, là c'era una gran buca di granata e mio suocero ha buttato dentro tutte le bombe, granate e residuati vari che aveva trovato nella campagna. Poi le ha coperte e adesso sono ancora là sotto, ben profonde e non sono state ritrovate neppure con il "ferro" con cui andavano a cercarle. Sono là sotto e non scoppiano più, ormai.
Anche a San Polo, in campagna, quando siamo arrivati noi era pieno di munizioni.
Non abbiamo visto morti, ma ci siamo presi le coperte dei militari e le abbiamo utilizzate per farci dei vestiti, braghe, cotole, di tutto.
Quella guerra là è stata molto più dura dell'ultima. Parlo per noi che non abbiamo fatto in tempo ad andare di là del Piave. Quelli invece che sono andati di là se la sono passata meglio. Anche i miei suoceri sono andati di là e sono andati negli Abruzzi con tutte le famiglie che erano nella zona lungo il Piave, perché gli italiani avevano fatto un ponte proprio dove poi noi abbiamo messo il traghetto.
Gli italiani avevano buttato giù anche il campanile di San Polo, prima di partire.
Quelli che sono andati di là non hanno patito la fame.
Quelli di qua invece ... anche i tedeschi l'hanno patita. Perché la strassavano appena arrivati, la biava la davano ai cavalli, il vino lo lasciavano andare per le caneve perché erano ormai ciochi, ubriachi. Per quello si sono fermati qua, altrimenti sarebbero andati avanti, perché di là del Piave non c'era nessuno degli italiani.
Poi gli italiani hanno lasciato andar giù tutta l'acqua dei laghi, come quella volta che hanno annegato tutti i tedeschi. Dove noi un tempo avevamo il vigneto, avevano fatto il ponte e ci sono ancora - sotto le crode - i barconi. Ce ne sono tre quattro, di ferro. Uno lo hanno tirato su quelli di San Polo alcuni anni fa. Quanto hanno lavorato sotto acqua per tirarlo su, quei ragazzi!
Quando i tedeschi hanno fatto il ponte per andar di là, gli italiani hanno mollato l'acqua. Così si è rotto il ponte e tutti i tedeschi si sono annegati. Non è stata la pioggia: hanno lasciato andare l'acqua apposta.
*
Alluvione del 1966. Qella volta l'acqua si è alzata fino a sopra là, ha lambito la casa. Faceva paura; poi ha rotto a Saletto e allora l'acqua ha iniziato ad abbassarsi. È andata fuori di là. Noi siamo andati [con la barca] a portare da mangiare all'Ospedale di Motta; ce lo sono venuti a chiedere.
*
Una volta c'era uno qua a Cimadolmo che faceva barche, era un certo Bassetto; mi pare che abitasse in mezzo alle grave.
La barca è in abete, perché pesa meno. Dentro vi stavano dieci uomini e dieci biciclette.
È lunga 4 metri e larga crca 1,80 - 2 metri.
Era fatica ... e tante volte siamo andati prenderla a Ponte di Piave. Magari ce la slegavano, se la prendevano e andavano in giù, invece di chiamarci; ma l'abbiamo ritrovata sempre intatta.
Una volta qualcuno l'ha nascosta dietro un bàro (cespuglio).
L'osteria una volta non c'era; c'era solo la nostra baracca- abitazione; l'osteria l'ha messa mio figlio una decina d'anni fa.
Il tetto della baracca era con tegole, ho ancora la fotografia.
Dalla famiglia grande – quaranta persone – che si trovava tra Tempio e Fontanellette, sotto Fontanelle in Borgo Dalla Torre, siamo venuti via quando io avevo sette anni. Siamo andati a San Polo e me lo ricordo ancora.
Poi io sono stata a servire a Venezia da dei signori: era la moglie di un capitano della Marina. L' avevo conosciuto tramite uno di Cimadolmo che l'aveva avuto come suo capitano. Si chiamava Marcuzzo, al Lido, vicino a dove arrivavano i vaporetti.
*
Maria Saccon è la protagonista del libro della Alessandra Jesi Soligoni "Ines del traghetto".
La Soligoni veniva qua alla mattina "a prendere le arie" ancora prima di scrivere il libro. 
Qua alla mattina presto era sempre pieno. Una volta non andavano a Jesolo, il dottore li mandava qua. C'era sempre acqua e loro camminavano lungo l'acqua. Alle cinque erano qua, camminavano e poi andavano a casa.
C'era anche il "campo solare". Andavano a buttarsi giù in quel murazzo là. 
Là c'era anche una baracca dove facevano da mangiare per i ragazzi. Erano gli alunni delle scuole della zona: prendevano il sole come in spiaggia. C'era anche un areoplano che faceva il giro ogni giorno...
La Soligoni è di Ormelle e sua madre è morta da poco. Ora abita a Treviso e veniva a prendere le arie al mattino anche lei.
Pavan. Ormai lei è famosa. Quando mandava avanti il traghetto non avrebbe pensato che un giorno tutti l'avrebbero cercata...
Saccon. Quanta acqua ho preso! Se dovessi tener conto di tutta l'acqua che mi sono presa, a tutte le ore, non dovrei neppure più camminare.
Freddo o caldo. A volte c'era il ghiaccio. D'inverno ce n'era sempre, una volta; la stanga era sempre piena di ghiaccio.
A volte la barca era di là, e stivali non ce n'erano. Mi toccava andare dentro scalza e mi toccava poi massaggiarmi le gambe. Tanti mi dicevano òcio, te va dentro in tel'acqua, ocio che te ciapa qua, te ciapa là. Invece ringrazio il Signore ma sto bene.
E sempre scalza. D'inverno avevo gli zoccoli, ma sempre acqua era.
Nuotare non sapevo nuotare: se cascavo dentro mi sarei annegata. In questo posto davanti al traghetto c'erano sei metri di acqua normalmente e i ragazzi andavano sempre a nuotare, si tuffavano.
Una volta una guardiacaccia di nome Orso che era di là del Piave, ha chiamato mia figlia che andasse a prenderlo. Lei è andata, era quasi mezzogiorno. Ha poggiato la stanga su una croda ed è scivolata, cadendo dentro in acqua. La barca è scesa da sola lungo la corrente. Mio marito ed altri ragazzi vedendo la barca scender vuota si chiedevano coma mai, cosa era successo; oltretutto non c'era neppure la stanga su. Nel frattempo mia figlia andava su e giù nell'acqua perché era caduta proprio in un tòrcol, un mulinello. Per fortuna dopo tanto ha trovato sul fondo un rialzo di sabbia. È riuscita a poggiare i piedi e a uscire dall'acqua, spaventatissima: «momenti me negàa». Era mia figlia Gaiotto Luciana, la mia ultima figlia. Avrà avuto 18-19 anni.
Qua davanti alla casa – all'ex baracca – ci sono tante crode sotto; il Piave si è ristretto più di una decina di metri, sempre con queste crode. In questa maniera non c'è pericolo che la terra venga erosa e l'acqua "mangi la casa".
Mio marito sapeva nuotare.
Acacie, càssie mate. Sono buone «fin che e mena», cioè finché non finiscono di crescere, d'estate. Solo in quel periodo si riusciva a scussàrle, dopo non più. Il periodo buono è da maggio finché iniziano a chiudersi, cioè quando non "camminano più", non corre più la linfa. Lo si vede dalla cima della pianta, che "si chiude".
La fornace di Roncadelle, vicino al traghetto è di Bortotto Isaia. Ha funzionato fino a poco dopo l'alluvione. Ora pare che vi debbano fare una pizzeria, una gelateria.
La fornace funzionava con sassi del Piave, oppure con quelli del Cellina. Servivano per ottenere calsìna [calce], che una volta era molto utilizzata.
La baracca della guerra, dove abitavo prima, aveva due stanze. Poi un po' alla volta abbiamo allargato la baracca e anche la nuova casa.
Anche qua sul Piave ci sono le zanzare...

Aggiunte e precisazioni, 13 settembre 1994

Il pìc della pertica era fatto da un artigiano del posto, di Roncadelle.
Le tre figlie emigrate in Svizzera erano Elide, Maria Pia e Edda. Un'altra figlia, Luciana, era in Germania. In tutto ho cinque figlie. La più vecchia, Dilva, è rimasta invece in casa.
Giunchi: Vénchi farinati e vénchi di un'altra specie. Li raccoglievo a Cimadolmo. C'erano delle fabbrichette a Cimadolmo. Noi li portavamo da Barbaress. A Stabiuzzo ce n'erano tanti che li raccoglievano; a Stabiuzzo, più che a Cimadolmo.
Quella volta che a Cimadolmo dovevano aprire la fabbrica di vetro. Non l'hanno voluta perché in paese temevano che si perdesse il lavoro dei cesti a causa di questa fabbrica. Così l'hanno fatta a Ormelle e a Cimadolmo sono rimasti con un pugno di mosche, visto che comunque i cesti poi non li hanno fatti più. Non c'era più futuro per loro, c'era la plastica.
[...] Noi siamo in dieci fratelli, una è nata da profuga a Fontanelle nel '18, si chiama Celestina [...] Dei dieci fratelli, ancora otto sono vivi, la più vecchia è del '6 (Rosina) e il più giovane è del '20. Dieci figli in quattordici anni. Una volta era così.
Io ne ho avuti sette: cinque femmine e due maschi.
Da profuga: rane e pesci nei fossi. Mia madre li arrostiva magari con un po' di burro. 
Quando di pesci se ne prendeva pochi, mia madre li metteva dentro a delle scatole vuote di conserva che i tedeschi buttavano via. Li metteva dentro finché le riempiva, coprendoli col sale. Così si conservavano finché ce n'erano a sufficienza per mangiare. Barattoli di latta avanzati dai tedeschi. 
Il problema però era il sale: ce n'era sempre poco. Bisognava andare dai tedeschi al comando e in cambio di un po' di burro ci davano il sale e lo zucchero.
Noi profughi eravamo sprovvisti di tutto. Chi era rimasto a casa sua qualcosa era invece riuscito a nascondere. A noi tutto quello che avevamo lasciato a casa ce l'hanno portato via o ce l'hanno mangiato i cavalli germanici.
Mia zia Luigia e mia sorella Rosina alla fine della guerra si sono prese il tifo e sono state portate in un ospedale militare dalle parti di Oderzo.
Lo zucchero, per tociarlo con la polenta, lo stendevamo su un piatto.
Dopo la guerra sono andata a servire dalla signora Marcuzzo al Lido, che era sola e aveva due figli: uno era capitano di marina e faceva la spola coi piroscafi da Venezia a Trieste. La loro casa era proprio in vista della laguna, si vedeva San Marco.
[...]
Maria racconta il suo modo di «far l'amor»: i fidanzati seduti sotto il portico, dove c'era un'immagine della madonna ... e quando un vecchio accendeva il lume voleva dire che era ora di smettere e di andare a casa. 
Seduti, davanti a tutti...
Una volta «c'era più allegria», rispetto ad ora. C'era più unione, invece adesso tutti hanno la macchina e tutti sono per conto suo. Una volta biciclette non ne avevano, macchine non ne avevano, gli toccava andare a piedi e allora si univano.
Ora sul Piave non c'è più acqua. Ce n'è d'ora in avanti [in autunno], quando non ne serve, ma d'estate la prendono tutta per le campagne.

domenica 26 settembre 2010

Domenico Pelizzo, Faedis UD

Nato il 25 giugno 1907

Nastro 1996/24 - Lato A                           9 ottobre 1996

Io ero piccolo e i tedeschi - vi erano dei colonnelli - mi dicevano «meine kleine». Mi ricordo sempre quelle parole, che volevano dire "tu sei il mio piccolo bambino". Avevo 11 anni.
Oh mi ricordo che veniva sempre questo colonnello in casa a vedere che cosa si mangiava. Qua c'era il comando, e allora cosa succedeva? Io, ero furbacchiotto! Avevamo il pollaio, e andavo a portar via le uova. Lui si è accorto di questa cosa e ha messo la guardia. Si aveva un alveare, e per far scappare la guardia stuzzicavo l'alveare. Uhi! ahi, ahi! ahi! Mi ricordo ancora la guardia, non mi dimenticherò mai.
D. Ma era buono nel complesso o cattivo, questo colonnello?
R. No, buono.
I tedeschi sono stati qua, faccia conto ... erano qua arrivati nel mese di ottobre, si era scappati tutti, noi.
Quando siamo tornati era tutto per aria la casa.
Sono arrivati verso novembre, dicembre ... il comando; poi giugno, e poi ci fu la rivoluzione nel momento che stava per finire.
Il colonnello era austriaco.
Dopo portavano qua dei prigionieri che facevano pietà. Li mettevano là e avevano fatto un gabinetto, con un legno, così. Povera gente!
C'erano anche gli ungheresi, qua, oltre che gli austriaci, tanto è vero che quando si andava in piazza - c'era una guardia in piazza - e noi bambini in fondo alla piazza [si gridava] «gheneraleu!», generale! e si vedevano tutti quanti questi soldati muoversi, mettersi in ordine, e dopo vedevano che non era vero niente. Li prendevamo in giro. Bambini!
Per il mangiare ci si arrangiava: polenta, il mangiare friulano. Quando si faceva la polenta c'era tutto.
[...]
La casa era di nostra proprietà, ed eravamo in sessanta di noi, in quella casa, con tre donne. Mia mamma ha avuto ventidue bambini, mia zia che era sposata ventitre, l'altra zia diciotto; e un'altra zia, sorella di mio padre, venti anche lei.
Avevamo una bella stalla con le mucche, ma ce le avevano portate via ed eravamo restati con due-tre mucche su venti mucche che avevamo prima. Era piena quella stalla, piena. La stalla che si vede adesso è uguale di come era allora.
Io avevo dieci anni e dietro di me avevo ancora quattro sorelle e prima di me ce n'erano altri tre. [...] Lavoravamo una cinquantina di campi, e faccia conto ogni tre campi un ettaro. Era una famiglia che si stava bene.
Si faceva due trecento ettolitri di vino, o refosco o verduzzo oppure americana.
Poi si faceva anche granoturco, ma quella volta i campi non rendevano come adesso: quando facevano dieci quintali al campo era tanto. Di frumento si facevano cinque sei quintali.
Quella volta era così, oggi con l'evoluzione è cambiata. Oggi ne fanno trenta quintali. È cambiata, con la questione dei concimi, tutto là. [... ]

Nastro 1996/24 - Lato B

D. Prima che arrivassero i tedeschi c'erano gli italiani che scappavano, li ha visti scappare, lei, gli italiani?
R. Non posso ricordarmi quello, mi ricordo dei tedeschi perché dopo, quando si era bambini, si era anche "arruolati". Si faceva una finta guerra, sì. Ci si addestrava alla guerra. Si giocava nei boschi, si tirava. Scherzavamo: si metteva le cartucce e con un chiodo così partivano. Cartucce ce n'erano dappertutto. C'erano tante di quelle munizioni da fare spavento e chi le voleva le prendeva su, le altre restavano là.
In quell'appezzamento là, mi ricordo che hanno seppellito non so quante casse di bombe. Non so se le hanno levate, dopo, quello non lo so, ma io ho visto metterle giù, far le buche e metter le bombe sotto. S'intende dopo, finita la guerra.
C'erano tante di quelle munizioni che facevano spavento, dappertutto, di tutte le qualità. C'era la dum-dum, la pallottola dum-dum tedesca, c'era quella inglese, tutte le qualità di munizioni.
Noi bambini si andava a scuola e poi ogni domenica o sabato si andava a giocar di guerra, sulle colline, per distrarsi. No le bambine, solo bambini.
D. Nessun bambino si è fatto male giocando con queste cartucce?
R. No, no, combinazione no.
[Si giocava anche con] una ruota su questa collina quavvia, che si chiama Candè. Era fatta a salti e noi si andava sopra e si mandava giù questa ruota che ci saltava. La ruota era di ferro, quella del carro. Bambini, bambini! Nessuno si è fatto male.
Durante la guerra avevo il fucile fatto proprio con la baionetta e tutto, di legno. Ma ... mettere la cartuccia, premere e partiva. Si spingeva la capsula con una susta [molla] e partiva; soltanto crac e partiva.
Degli italiani passati scappando non ricordo.
Eh, chi l'ha visti! In quel momento è stata una valanga, la ritirata. Ognuno cercava alla più stretta di partire; via, avanti.
Perché era qua a Canebola ... non si ha saputo il nome di chi è stato quel soldato, è stato bravissimo. Tre giorni e tre notti con le metraglie continue. Aveva un tre metraglie ... tac, tac... tre giorni e tre notti continuamente a sparare. Finalmente l'hanno accerchiato i tedeschi e allora l'hanno ammazzato. Tutti dovevano dargli una pestata. L'hanno tagliato a forza di pestare, poverino, non si ha mai saputo chi era.
D. Chi ha detto che l'hanno tagliato?
R. Eh, orco can, sicuro. Quelli di Canebola non sapevano che era un italiano? Lui ha tenuto tre giorni indietro i tedeschi.
Vede lassù la vallata? Si va giù dopo, ed è una strada che arriva in ca' della Jugoslavia. Passavano su, e lui con le mitraglie li ha tenuti indietro per tre giorni.
Lui meritava la medaglia d'oro, quel soldato là; non si è saputo chi fosse.
Noi quando passavano gli italiani in fuga si correva a guardare e basta. Eh, si capisce che si vedevano. Tutti partiti, alla svelta, più che potevano.
Durante l'anno dell'invasione là era il comando, per tutto il periodo che son stati; poi han cominciato a partire: sono rimasti qua fin quando è cominciata la ritirata loro.
C'erano dei prigionieri che avevano per lavorare, e io gli dicevo: «Scappate, scappate! che la guerra è finita. Scappate, non avete paura, la guerra è finita.» Loro avevano sempre paura, sa com'è, prigionieri ... ma io gli dicevo: «Scappate, che ormai la guerra è finita, scappate.»
Non so dove andassero a lavorare. Venivano a prenderli con i birocci, con i cavalli, non c'erano tanti camion quella volta.
Qua ci sono sempre stati militari, da quando siamo ritornati dopo essere scappati fino a quando è finita.
Noialtri si era scappati e siamo ritornati dopo un otto-dieci giorni.
Siamo stati a San Daniele e siamo ritornati perché, dove si doveva andare? C'era tutto un disastro per le strade, nessuno passava. Avevamo tentato di scappare, si era andati via con le mucche, con un pieno di vestiari e tutto quanto, ma dopo, dove deve andare? Siamo arrivati fino a S. Daniele e ritornati indietro.
Fino a S. Daniele tutta una confusione. Chi andava, chi veniva. Bambini, vecchi, preti, tutti. Si aveva anche un prete che era stato insieme.
Tutti insieme, col carro e con le mucche e via, avanti.
Arrivati a San Daniele siamo andati in una famiglia, ci hanno alloggiati e siamo stati là due-tre giorni e poi ripartiti di nuovo verso casa. La famiglia si chiamava Giuliani. C'era un prete in quella famiglia che poi è stato cappellano a Racchiuso.
E là a dormire per terra, ci hanno dato un pezzo di polenta e avanti così, alla buona. Sono stati generosissimi, generosissimi sono stati.
Dopo siamo venuti qua, ritornati, e abbiamo trovato la casa nel massimo disordine. Lenzuola per terra, cavalli che hanno pestato in cucina - perché era grande la cucina - [lasciando] tutto un letamaio. Le lenzuola servivano per i cavalli, buttate sotto tipo strame.
Eh, un disastro era. Il vino ce l'hanno portato via quasi tutto.
Poi bisognava consegnare. Consegnare tanta roba ... nella stalla, oo-op! nella cantina, oo-op!
Pagavano? Sì, col fucile!
Bisognava arrangiarsi alla buona. [Hanno portato] miserie e miserie; quando non c'era non c'era. Anche noi che eravamo una famiglia che stava bene, si stentava.
Mio padre, la famiglia, aveva un qualche po' ... ma abbiamo mangiato tutto. Aveva denaro italiano, ma in tempo di guerra [l'ha speso tutto] per comprare da mangiare. Si doveva pagar caro.
D. Venivano anche profughi da fuori, dal Piave?
R. Oh, non lo so io. Si giocava, si era bambini ... ma noi non abbiamo visto profughi provenienti da altre zone, dal Piave.
Mio padre era a casa con noi, non era andato militare perché erano esonerati quelli che avevano quattro figli e mio padre ne aveva sei.
Mio padre era del 1874 e si chiamava Antonio. La mamma si chiamava Zane Maria, del 1878.
Io ho 89 anni e ho lavorato fino adesso sulle viti. Non posso star fermo, mai.
[...]
Adesso non faccio niente perché son vecchio. Guardo un po' l'orto, un po' di tutto. Prima facevo l'agricoltore, sempre lavorato la campagna. Mi piaceva avere la campagna. Avevo passione. Però è ingrata, è ingrata! Oggi con quel sistema che abbiamo del governo, abbiamo l'industria su, col concime, e i prodotti giù. Questa è la verità.
Mia figlia che lavora dodici campi ha fatto 185 quintali di frumento di grano duro. Pagate le spese non ci son rimasti che due milioni. Grano duro: 30.000 lire al quintale. 185 quintali su quattro ettari e mezzo. Ha fatto un bel prodotto, ma il concime e i "sali" ... un sessanta quintali. [!] I soldi sono andati tutti nel "sale", più le spese di diserbante. Insomma sono restati di netti circa due milioni; l'hanno scorso tre. Io gli ho detto: «non sta mettere niente». Allora si è decisa di fare bosco, con la forestale. Fanno loro, il lavoro e tutto quanto [...].
Ho una fortuna, perché non ho ancora nessun dolore.
Non fumo, ho smesso, son 22 anni che non fumo.
Vino, un bicchiere a pasto, e basta; quello che faccio si vende, si dà via. Grappa, niente: in un mese avrò bevuto mezzo bicchierino, e sì che mi piacerebbe, ma non voglio saperne dell'alcol, lo sento al fegato subito.
Mangio di tutto; a me qualunque cosa! Mangio tutto basta che sia cotto, perché non ho denti. Qualunque roba. Fagioli, patate, zucche, non formaggio perché sono allergico ai latticini.
Fin da bambino, quando mi davano formaggio o latte sempre li rimettevo.
Carne, per dire la verità, mi sono nauseato anche di carne. Mangio un po' di salame, due tre fette di salame. Adesso, per stasera, ho preparato due-tre pomidori, una gamba di radicchio, un bicchier di vino, due tre fettine di salame e stop.
D. Ritornando alla Prima guerra mondiale le viene in mente qualche altro episodio?
R. Eh! più di tanto ... quello che sapevo l'ho detto.
[...]
Perché i tedeschi [...] bisogna provarli, bisogna provare i tedeschi cosa sono. Sono duri.
Io sono stato un anno con gli americani, viva la loro faccia! E con gli inglesi, niente.
Gli americani ci hanno trattati non da vinti, da signori. Perché un maresciallo ci diceva: «State là, dentro nella cucina, mangiate e bevete e non fatevi vedere».
Il primo dell'anno del 1945, ho mangiato di colazione una gallina.
Natale del '44 il maresciallo ci ha portato una marmitta così, piena di tacchini. Eravamo a Caserta, al Palazzo Reale e dopo ci ha messo un bottiglione di cognac, perché vedeva che si lavorava bene. Si faceva pulizia, aiutare a far da mangiare, a preparare. Eravamo disarmati, si era come adesso. Ormai avevano vinto. Si era prigionieri, ma prigionieri per modo di dire, si era amici, come fratelli, si mangiava insieme. Si era là, si andava a prendere un po' di verdura e se la condiva col loro olio, e poi si portava due fiaschi di vino e loro venivano a mangiare con noi. [...]
Mia moglie è giovane ancora, ha solo 80 anni, e in 58 anni di vita coniugale ha persa una sola virtù, non per colpa sua, che è quella di non poter avere figli più. Io dico alle donne moderne: non 22 figli, come mia madre, ma neanche uno o nessuno come loro. Io ho avuto quattro figli.
Ho due medici: una è in pediatria, che è andata in pensione, e una è a Verona, anestesista a Malcesine; più un'infermiera.
Ho lavorato sempre per dare un'istruzione, perché mio padre mi mandava a scuola e ha pianto perché non sono andato a scuola.
Non mi piaceva lo studio, mi piaceva più lavorare, più bestie, avevo passione. Ma l'ingratitudine che c'è arrivata adesso non le so dire. Anche col vino, tante tasse, tante bollette. Ma cosa volete, sto governo. Lasciateci vivere, che facciamo del nostro meglio liberamente, non con questi sistemi qua. Siete voi che ostacolate il commercio. Siete voi che ostacolate tutti. È vero o non è vero? Parliamo onestamente e correttamente, che io son chiaro con le parole, non ho paura di dirle a loro!
Io se fossi capo del governo, sa cosa farei? Tutti li prendo. Tu sei avvocato, e anche il medico: la ricevuta! 

giovedì 23 settembre 2010

Mafalda Molinari e Amoreno Véníca

Nati rispettivamente nel 1911 a Casali Malina (Orsària di Premariacco, UD) e 1906 a Ipplis. Residenti a Cerneglons (UD).

Informatore Pietro Juri

Nastro 1998/17 - Lato B                           Giovedì 15 ottobre 1998

[...]
Molinari. [Dopo Caporetto, i tedeschi] ... sono venuti i tedeschi, a portar via le bestie.
Il nonno ha fatto un po' di resistenza e loro li hanno ammazzati. Tre morti in casa abbiamo avuto. Sono entrati armati, volevano portar via proprio la vacca che doveva partorire, lui si è opposto. Il nonno, visto che eravamo tanti bambini, ha detto: «Portatemi via tutte le altre, lasciatemi quella là» e loro gli hanno sparato.
Il nonno si chiamava Fabio Molinari. Dopo è morto anche suo fratello che era con lui in quell'occasione e che non era sposato. Non si è più ripreso da quella volta, è stato sempre male.
Il terzo morto sarebbe la nonna, sempre in quell'anno.
Guardi, eravamo tanti bambini, tre donne e mio padre; i fratelli erano tutti di là del Piave.
Dopo un anno che non ci si vedeva è arrivato uno zio, fratello di mio padre. Eravamo bambini e lui diceva: «Oh, come state, bambini, [ci] siete tutti?»
E noi: «Sì, noialtri ci siamo, ma i nonni non ci sono, i nonni non ci sono.»
All'epoca abitavamo di là della Malina [dove siamo passati adesso, dice Pietro Juri] in località chiamata Lippe o "Casali Malina", che sarebbe sotto Orsaria
«Ho tutto ancora davanti agli occhi», di quel periodo.
I tedeschi si sono presentati e sono entrati. Tutto quello che hanno trovato si sono messi a mangiare, e uccidere pollame, tutto.
D. Voi non potevate scappare?
R. E come? E dove si doveva scappare? Siamo rimasti dove eravamo, nella nostra casa.
[Juri, interviene e si chiede – Perché i tedeschi non sono arrivati a Padova, in tre giorni? Proprio perché la truppa, il grosso, si perse nelle campagne: ubriacati, 24 ore di ubriacatura generale e completa.]
Un anziano presente all'intervista: «Uccidevano il maiale e ne bevevano il grasso.»
Molinari. Siamo sempre stati fermi dove abitavamo, due chilometri distanti da qua. Dove scampare? Dove si doveva andare?...
Mi ricordo che gli italiani [i soldati] scappavano. Erano tutti disorganizzati, però non avevano fatto malanni nelle case, non ci avevano rubato niente.
Mio padre è andato via di là del Piave, assieme agli altri militari italiani e ai suoi fratelli. Erano quattro fratelli, tutti militari e tutti quattro sono andati di là del Piave.
La nostra famiglia, che è rimasta qua, era composta dal nonno, la nonna e due cognate, mia mamma e la zia e in più noi bambini che eravamo in cinque, due bambine e tre maschi. Dell'altro ceppo, quello della zia, erano in altri tre bambini.
Lavoravamo la terra del conte Puppi di Moimacco. Non so se il conte sia rimasto, ma credo sia scappato.
Durante l'anno dei tedeschi ... da mangiare poco, non si aveva mai niente, perché a casa nostra ogni due tre giorni nettavano tutto. Ed eravamo due famiglie. Cosa si poteva nascondere?
Per fortuna c'erano due famiglie qua in paese che ogni tanto ci portavano qualcosa e si poteva andare avanti, perché a noialtri ci portavano via tutto, nella casa nostra.
Un giorno sono venute le guardie con un mazzettino di paglia, poca. «Non lasciatevi portare via neanche così» hanno detto le guardie «quando vengono vicino gridate "Gendarmi, gendarmi!"».
D. Quindi, secondo i capi non avrebbero dovuto rubare. Perché rubavano lo stesso, allora?
R. Per mangiare! È sempre stata così. Uno mangia tanto e l'altro non mangia niente...
Nessuno comunque è morto proprio di fame, di noialtri, no.
D. E' vero che qualche donna è stata violentata, che sono nati figli di questi soldati tedeschi.
R. Sì, sì, sono nati, sì.
D. Magari le ragazze erano d'accordo?
R. No, non credo. Che sappia io non posso dire.
Juri. Personalmente ne ha conosciuto qualcuno o è una diceria?
Un familiare. È compromettente. Ci sarà stata qualche violenza, ma matrimoni misti fra tedeschi e ragazze locali, qua, non risulta, mentre nella seconda guerra ci sono stati dei matrimoni...
Pavan. Venivano da voi a chiederle l'elemosina da altri paesi ancora più poveri, dalle montagne?
Molinari. Saranno venuti, ma io non ricordo.
D. Quando sono arrivati gli italiani, nel 1918, cosa ricorda?
R. Non mi ricordo bene quando sono arrivati.
Mi ricordo che è arrivato mio zio Davide e noialtri bambini si lavorava, quello che si poteva. 
«Ehilà bambini, siete tutti!?» 
«Sì, noialtri ci siamo, ma i nonni non ci sono», abbiamo detto. 
«Purtroppo, l'ho saputo a Udine.»
Era arrivato a Udine ed era andato da un tabacchino che era uno del paese e si chiamava Gildo Barazzutti. Lui sapeva cosa era successo e aveva informato lo zio che i tedeschi avevano ucciso suo padre e sua mamma.
Barazzuti aveva la tabaccheria appena si entra a Udine da qua, passando il Torre, in via Buttrio, la prima casa. Questo Barazzutti era un tipo un po' particolare, una specie di macchietta, però tutti quelli che passavano di là - perché non andavano in centro a bere un bicchiere di vino, andavano in periferia - tutti si fermavano da Barazzuti, sia che venissero sia che andassero a Udine. La tappa da Barazzutti era d'obbligo, quindi da lui si sapeva tutto. [...]
D. Come si sono comportati gli italiani quando sono arrivati?
R. Non ho ricordi particolari.
Juri. Anche perché loro abitavano un po' fuori del paese.
Un familiare. [Abitavano] là dove c'è il guado, duecento metri prima ... non l'ultima casa che si vede nel basso vicino alla roggia, la Cividina. Il guado si chiamava Malina e il luogo nel complesso si chiamava Casali Malina.
*
Amoreno Venica. Ricordo che abbiamo attaccato quattro bestie al carro e siamo scappati. Arrivati sul ponte di Premariacco ci siamo fermati e appena abbiamo girato il carro il ponte è saltato. 
C'erano due ponti: quello vecchio era rotto un poco e quell'altro è andato tutto dentro al Natisone.
Non ho visto saltare il ponte, perché le guardie ci hanno fermati prima, un duecento metri prima. Erano soldati italiani.
Appena abbiamo girato il carro abbiamo sentito lo scoppio. Allora siamo andati giù a Oleis, Manzano fino a Pavia [di Udine]. A Pavia abbiamo saputo che i tedeschi erano sul Tagliamento. Ci siamo fermati in una casa dove i padroni erano scappati. Siamo rimasti là per tre giorni. Per mangiare: un po' di pane fatto in casa, un po' di polenta, insomma ci siamo arrangiati. Sul carro eravamo otto fratelli, papà e mamma. [...]
A Pavia non abbiamo visto nessun tedesco. Soldati italiani sì, tanti, tutta una colonna (che poi sono stati fatti prigionieri). Noi eravamo in mezzo a una colonna. Una colonna che sarà stata da Pradamano fino a Pavia, coi carri, coi muli. Ci siamo trovati in mezzo col nostro carro trainato da quattro vacche, due davanti e due dietro.[Per portarle con noi ... per dare il cambio, eventualmente, nel viaggio].
A guidare il carro c'era mio papà che si chiamava Domenico. La mamma e noi bambini eravamo sul carro; pioveva.
Sul carro avevamo messo un po' di tutto, anche vino, una botte di vino, tacchini, oche. Su, tutto.
Spiega il figlio. Era un carro grande, a quattro ruote, come i caratteristici carri del luogo. Al centro aveva un pianale che poteva essere largo, non so, un metro e ottanta, e lungo dai tre ai 4 metri.
Venica. Era una botte da due ettolitri ... tacchini, oche. Io ero seduto sul carro, e pioveva. Fermi là in colonna ... siamo tornati a casa.

Nastro 1998/18 - Lato A

Discussione sull'origine (slavo antico? Selva-nera?) del nome Cerneglons, nel cui territorio ora abita la famiglia dell'intervistato.
*
Venica. Ritornati da Pavia, a casa non abbiamo più trovato niente. Avevamo due giovenche e quelle ce le aveva prese un vicino, che poi ce l'ha restituite. Ma la maiala con dodici maialini, due dei quali erano pronti per essere ammazzati, era sparita. Dentro in casa invece i mobili c'erano ancora, ma i mobili una volta, sa com'era, mica come adesso: un tavolo, un po' di sedie.
A Ipplis nessuno era riuscito a scappare, che sappia io, nessuno. Gli unici che abbiamo tentato di scappare siamo stati noi.
D. Com'è stata la vita durante l'anno dell'occupazione austriaca?
R. Come polenta, si mangiava. Si andava al molino col carretto e il molino era a Leproso. [...]. Il padrone dell'epoca era Bergolini.
I tedeschi venivano spesso, tanto che a mia madre - che voleva salvare un tacchino - le hanno sparato. Erano in due soldati austriaci. Non l'hanno presa perché uno dei due ha spostato la canna del fucile che il compagno aveva puntato su mia mamma. Ha vinto mia mamma e loro due sono andati via senza tacchino. 
Eh in quei momenti là! 
Mia mamma si chiamava Caterina Gasparini.
Si andava al molino e si trovava fucili dentro tutti i fossi, abbandonati. Noi si prendeva il fucile e si sparava sui gelsi, come tiro a segno! 
Ma tanti ragazzi sono morti raccogliendo le bombe per terra. Vedevano le bombe, le prendevano su e tiravano. Bombe a mano lasciate dagli italiani prima di scappare. Nei primi giorni c'erano armi dappertutto. [...]
Quando sono ritornati gli italiani noi eravamo fuori in campagna e non abbiamo visto niente. [...] Per noi era una giornata qualsiasi, di lavoro, a raccogliere quel poco che era rimasto.
Mi ricordo dei russi, povera gente, prigionieri. Arrivavano sulla porta e: «Mama, cucurussa, cucurussa», che vuol dire granoturco, pannocchie. Si accontentavano anche di un pugno di cucurussa. Avevamo fatto i covoni con le canne del granoturco e i russi li hanno rovesciati tutti per cercare qualche pezzettino così di pannocchia. 
Eh povera gente, i russi. Non facevano niente; erano prigionieri dei germanici, sempre a Ipplis, in località Le Baronesse. Era un castello, una villa.
Quando sono arrivati gli italiani non hanno suonato le campane, perché non c'erano campane, le avevano portate via.
Molinari. Neanch'io ricordo che ci sia stata qualche festa al ritorno degli italiani. Le campane erano state tutte portate via.
Venica. Mi ricordo che per salvare una vacca abbiamo dovuto portarla nel bosco ai confini con le Baronesse, perché a Ipplis ci sono delle colline; era un bosco di acacie. E stare attenti, sempre uno di guardia, che la bestia non muggisse, perché da sola nel bosco la bestia avrebbe muggito. Questo è avvenuto durante la ritirata dei tedeschi ... e due maiali sotto un tino in mezzo ai campi di granoturco.
Dopo un po' di tempo che sono arrivati gli italiani abbiamo ricevuto un cavallo, ma non ricordo se l'abbiamo pagato o se l'abbiamo ricevuto gratis.
L'ha ricevuto ogni contadino, un cavallo, per lavorare. Era un cavallo dei militari, un buon cavallo, non ne so la razza. Lo si attaccava davanti alle vacche, e via! Sarebbero state quattro o sei mucche più un cavallo, per arare. Ovviamente chi l'aveva, altrimenti si arava anche solo con le mucche.
Il rimborso dei danni di guerra l'abbiamo ricevuto quando io ero soldato, nel '26. L'hanno tirata a lungo finché la giuria ha detto che non avevamo avuto tanti danni [...] ma quelli che avevano minori danni hanno tirato di più!
I tedeschi lasciavano una vacca per famiglia e chi non ne aveva nessuna magari si è trovato con tre-quattro vacche "di danni di guerra" e chi ne aveva due si è ritrovato con una.
[Una volta] i tedeschi ci hanno fatto un buono per il vino che si erano presi. Mio papà è andato dai gendarmi in paese e [gli hanno detto che] sopra era scritto: «I gatti vecchi bevono il vino senza pagare.» Era un proverbio, una presa in giro scritta in tedesco.
Eh, sarebbero tante cose, ma chi si ricorda!
In quell'anno dei tedeschi non si andava a scuola, ma a lavorare.
Io il primo lavoro che ho fatto è stato sul casello di Ipplis. Occorrevano 12 anni per andare in quel posto, e io ne avevo 11. Ma mia madre con un paio di polli al capostazione mi ha fatto mettere là, sulla "Crosada". Ma era ancora prima che partissero gli italiani, quando c'era un treno che partiva da Moimacco e andava quasi fino a Gorizia.
Era un binario solo, a scartamento ridotto. Io ero sul casello con la bandiera rossa a fermare se vedevo un carro di là o una macchina sulla strada. Prendevo 90 lire al mese. Erano tanti ... e per mangiare e bere, dai soldati.
Mio padre non era in guerra, aveva più di quattro figli e lavorava i campi. Mia madre lavorava in casa.
Le riserve del fronte [dell'Isonzo], quando li mandavano a riposo, erano a Spessa di Cividale, sulla strada che va a Corno di Rosazzo. Là c'era un grande campo. Là arrivavano le compagnie ... i quattro - cinque che erano rimasti.
Restavano là 15-20 giorni finché riformavano le compagnie e su un'altra volta al fronte.
Io li ho visti, sì. Il posto era a circa tre chilometri da casa nostra. Mi ricordo che un tenente dei bersaglieri l'ho trovato a Bologna, dopo. Io ero carabiniere e lui comandava la mia tenenza. Mi ha chiesto se conoscevo la zona di Villa Rubini di Spessa dove c'era il campo.
Mi ricordo che poi questi soldati venivano da noi e mangiavano la colza e la condivano con un grasso qualsiasi, pur di sfamarsi, o meglio, pur di sentire qualcosa di diverso, come per una golosità.
Quando ero con la bandierina rossa mangiavo dove era il comando e alla sera mi portavo a casa una bella porzione di pastasciutta. Ogni giorno pastasciutta. Facevano di quegli spaghetti larghi così, me lo ricordo ancora, conditi con tanto di quel formaggio che non si staccavano neppure.
La colza l'adoperavamo al posto del broccolo, lessata e condita con sale olio e aceto. I soldati la condivano con grasso che prendevano dalla cucina. Era una golosità per loro, un po' di verdura. [...]
La ferrovia in cui lavoravo andava da Moimacco a Mossa, fin sotto il fronte, quasi. Portava armi, bombe.
A Moimacco c'era anche il tribunale militare e, dove era il conte De Puppi, là era tutto campo.
Scaricavano dal treno che da Udine andava a Cividale, alla stazione di Moimacco, e da là partiva il trenino.