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martedì 12 ottobre 2010

Oreste Simonella, Chiarano TV

Nato nel 1911

L'intervista è stata registrata nell'abitazione del testimone, a San Stino di Livenza, durante un incontro fra amici organizzato da Giuseppe Gasparini (San Donà di Piave).

Nastro 1986/3 - Lato A    (da 06:20 a 25:29)                               19 gennaio 1986

Abitavamo a Chiarano e si era la prima casa dopo il fronte. Davanti a noi erano spariti tutti, profughi.
Da noi c'era il comando tedesco e saranno stati in cinquanta.
I tedeschi non volevano vedere ragazzini in casa, perché disturbavano e via discorrendo.
Mi ricordo che si aveva un barco dove mettevamo il foraggio, e si era in ventotto bambini sotto questo barco. Quando gli italiani l'hanno scoperto - perché più degli italiani non sono stati - hanno iniziato a bombardare. La prima bomba è caduta sul barco. Per fortuna ha battuto sul filo di ferro sovrastante. È esplosa in aria e non c'è stato neanche un ferito, ma noi bambini siamo scappati tutti.
Davanti alla nostra casa i tedeschi avevano piantato dei palloni [aerostatici] e mettevano delle rame [rami, frasche] perché gli italiani non vedessero.
Poco prima dell'offensiva [sul Piave, giugno 1918 - battaglia "del Solstizio"] i tedeschi sono stati otto giorni con i cavalli attaccati e con i carreggi pronti. Dovevano andare sul Piave, e sono andati sul Piave e là sono restati tutti. Alcuni di quelli che erano da noi sono tornati indietro e dicevano «mama tuti kaputt». Voleva dire che li avevano ammazzati tutti.
[Durante l'occupazione] siamo sempre rimasti a Chiarano. Andavamo in cerca di mangiare, che mangiare non ce n'era e mi ricordo che mi sono gonfiato le gambe ad andare "a carità". Si andava a carità di patate, di quello che si trovava. [...]
Si avevano 40 capi di bestiame e ce li hanno portati via tutti. Ci hanno lasciato solo due vacchette. [...]
Sono arrivati a San Martino.
C'erano i maiali nel porcile. Li ammazzavano e gli bruciavano il pelo con la paglia. Le interiora e tutta quella roba là la buttavano via e noi la si andava a prender su per mangiarla.
Il granoturco e le pannocchie distrutte tutte. Distrutti tutti i raccolti.
La cantina era piena di vino. "Bottoni" da venticinque [ettolitri]: gli sparavano con il fucile e a forza di bere si sono ubriacati. 
Su tutte le nostre cantine c'era una vasca che, se la botte spandeva, recuperava il vino. Si sono ubriacati, sono andati nella vasca e sono morti. Quattro di loro, quattro tedeschi, annegati; ubriachi che erano, morti tutti, annegati.
Il povero Carlo Sessolo, che abitava vicino a noi – era lui e la moglie con tre figlie piccole – i tedeschi ... i ongaresi [ungheresi], sono andati là. Hanno acceso il fuoco e hanno messo su una calièra de aqua. Quando sono andati per ammazzare il maiale, Carlo è saltato fuori con la forca. Sai cosa hanno fatto? Lo hanno preso e lo hanno piantato dentro alla caliera bollente. Il maiale gliel'hanno lasciato e sua moglie avendo visto questo "specchio" è rimasta sabóta [balbuziente]. Non parlava più.
Il povero Ernesto Simonella, che sarebbe stato mio zio ... si aveva un poco di pollame e si aveva un barco. Tutto questo pollame lo avevamo messo sopra il barco. I ongaresi, i tedeschi, i vol ndàrghe ciavàr e gaìne [vogliono andargli rubare le galline]. Lui corre fuori con la forca e se non scappa in camera nostra – che era una stanza nascosta – e non va sotto il letto, dio c. i o copa anca lù.
[...] Eravamo quaranta persone. Si aveva un muss [asino] e andavamo giù alle Basse a carità. Tornavamo a casa con due tre zucche e ... prova a mangiare polenta e sorgo, come l'ho mangiata io ... se te caghi altro! Poenta e sorgo o pestarèi de zuca con a poenta e 'na presa de sorgo.
D. Come sarebbero stati questi pestarei?
R. La zucca la si puliva e si faceva fuoco. La si faceva chiara come quando si pestano i fagioli e poi gli butti la pasta. Noi si faceva così, tutto per farne di più, perché si era in quaranta, mica uno, eh! Si buttava dentro la farina di sorgo macinata con un macinino a mano, sorgo di quello rosso [saggina], quello da scoati [scopini da secchiaio].
Si mangiava un pasto al giorno di quella, e al gabinetto non andavi più. Potevi affittarlo!
[...] Una volta i tedeschi ci hanno preso tutti e ci hanno chiuso su una stanza, da un'altra famiglia. Aspettavano ordini se avevano da ammazzarci tutti o lasciarci liberi. Hanno aspettato e siamo rimasti chiusi un giorno e una notte. Anch'io, tutti. C'erano donne e bambini. Tutti chiusi. Dopo una giornata e mezza ci hanno lasciati liberi.
Con le femmine [donne adulte] loro "no i se intrigava"; con le ragazze, piuttosto. Le ragazze dovevano star nascoste.
Ma più che ... non era proprio il vero tedesco, era l'ongarese el cancaro pi gross.
[...]
Dopo, aspetta, è scoppiato il colera.
D. Colera o spagnola?
R. No, colera, gli si diceva noi. E andavano nel lazzaretto, nel bosco di San Marco.
Erano rimasti senza mangiare e mangiavano pannocchie crude, cani, gatti.
Eh! Lo sai che hanno perso la guerra perché non avevano più niente da mangiare?
E mangiando queste robe è scoppiato il colera.
A noi borghesi, sebbene si mangiasse male, non ci è successo niente ... ma a loro, cara mariavergine, il lazzaretto del bosc de Cessalto [in realtà il testimone si riferisce all'ex "bosco di San Marco" che sorgeva in località Santa Maria di Campagna, al confine fra Chiarano e Cessalto] ... era pieno pieno, perché li portavano tutti là per l'infezione del colera.
D. Lei l'ha visto il lazzaretto? Come era fatto?
R. Eh, porco diose! Il lazzaretto era formato come un ospedale. Aveva due saloni, uno a destra e uno a sinistra dell'entrata e dopo c'era l'ambulatorio dei dottori.
Dottori là non ne dormivano, andavano una volta al giorno a visitarli.
In testa ai due saloni c'erano i gabinetti. Era come un ospedale, né più né meno.
Domanda di un ascoltatore. C'era qualcuno che si salvava?
R. Ehi! Non ne ho mai visto neanche uno. Morivano, e dopo andavano a seppellirli sui cimiteri di qua e di là.
Il colera era dal mangiare male, mangiavano pannocchie crude. 
Sai le pannocchie quando sono "mezzo grano"? Loro mangiavano di quelle là con un po' di zucchero, roba così; si vede che non erano abituati, più il caldo che c'era...
Di civili neanche uno dentro a quell'ospedaletto. Tutti tedeschi.
Noi abbiamo patito tanta fame, mangiato polenta di sorgo, quella sì, ma noi si era in casa, si avevano due vacche nascoste, si mangiava qualcosa.
I tedeschi sapevano che avevamo le due vacche ma lasciavano stare. Vedevano che eravamo in tanti: si era ventisette bambini, mica uno. C'erano sette spose che pompavano!
Gli facevano pecà [pena] questi figli e allora ti lasciavano le due vacche.
*
La nostra casa si trovava dove adesso abita Scolaro, in cao al bosc de San Marco.
I tedeschi tagliavano i róri [roveri] ... C'era un bosco di roveri che tu non hai neanche un'idea. C'erano dei roveri che ci volevano due uomini ad abbracciarli. Grossi! Guarda che con una doppietta non riuscivi a colpire un uccello che era sopra un rovere, da alto che era.
Il povero mio padre era boscaiolo, lavorava dentro nel bosco [...] c'erano segherie là. Tutti i ponti che c'erano sulla Bidoggia sono stati fatti con quei roveri. Il bosco era del comune.
I soldati tedeschi hanno distrutto il bosco. Hanno tagliato per loro, l'hanno adoperato là, e la rimanenza l'han portata via per far fortezze.
[...] Hanno portato via tutto i soldati della prima guerra: tagliato e portato via tutto. Ti dico che noi eravamo la prima casa dopo del fronte, eravamo di fronte al bosco.
*
I tedeschi, sai che sono arrivati fino a Meolo? Il Piave lo avevano passato [nell'offensiva del giugno 1918].
Gli italiani hanno lasciato che passassero il Piave e quando sono andati oltre – che sono arrivati con il fucile, senza riserve, con poche di munizioni – hanno "alzato" l'acqua del Piave e loro indietro non sono più riusciti a tornare.
Prima, [quando l'avevano passato, il Piave] era asciutto. L'hanno attraversato con cavalli e via discorrendo. Dopo, quando gli italiani hanno levà [lasciato scorrere] l'acqua del Piave ... sono rimasti dentro i cavalli, i militari non potevano più passare e per sgomberare l'acqua hanno dovuto dargli cannonate. Tra cavalli, carretti e soldati avevano fermato l'acqua. Hanno dovuto cannoneggiare il groviglio che si era formato nel Piave, per romperlo e permettere il deflusso dell'acqua che andava verso il mare.

Nastro 1986/9 - Lato A

Aggiunte e precisazioni, 30 gennaio 1986
[...]
Noi si era ventisette-ventotto ragazzini e si era tutto il giorno nel bosco, durante la guerra del '15-'18. Erano rimaste molte munizioni e tutti noi ragazzini, sai cosa si faceva? Si prendeva, si smontavano un poche di bombe, casse di polvere ... si faceva una riga di polvere di duecento metri che andava a finire sul deposito delle munizioni. Si dava fuoco alla polvere e si scappava. La polvere andava via ardendo, andava nel deposito delle munizioni e scoppiava fuori tutto. Quello era il giudizio che si aveva!
Non si vendevano questi residuati, munizioni, fucili, cannoni. Noi la munizione la si faceva saltare. L'altra roba sono venuti i soldati a prenderla dopo.

[Il racconto della guerra si interrompe con vari episodi di vita nell'antico bosco di San Marco]

[...] Dopo la guerra – che il bosco era andato distrutto – carestia di legna. Se a qualcuno gli occorreva legna ... andavano in questo bosco con un badile e una manera e in due ore ti buttavano fuori tre quattro quintali di legna. Tutta a stèle [schegge, stecche]. Avevano mannaie di quelle giuste ed era gente che conosceva la vena del legno. 
Terminata la guerra, il bosco è stato tirato ad agricoltura e hanno messo dei concentramenti di baracche di profughi, robe così.
Ci saranno state un migliaio di persone dentro, un cinque-seicento famiglie. In località Campagna [...] dove c'è il ponte sulla Bidoggia [lungo la Calnova], subito di lato c'è una strada che va dentro. Vai avanti mezzo chilometro e vedi il lazzaretto dove c'erano i militari con il colera. La nostra casa era fuori del bosco e adesso c'è una famiglia che anche loro sono in affitto con l'Ospedale. Abbiamo abitato là fino al 1934.
Il bosco con la guerra, sparito tutto. I tedeschi hanno portato via tutto, tagliavano con le asce. C'era il reparto boscaioli e anche i nostri boscaioli del paese andavano ad aiutarli. Avevano requisito tutti. 
boscariòi erano un "reggimento" per conto loro ... ma a tagliare il bosco, lo hanno tagliato tutto gli italiani mobilitati, roba di guerra. 
Facevano trincee, ponti. Là sulla Bidoggia, di ponti ce n'era uno ogni duecento metri. Era per andare alla guerra sul Piave [perché non erano sufficienti i ponti che già c'erano]: uno a Campodipietra, un altro sulla Calnova e dopo - dalla Calnova - un altro era in Grassaga. Così, frammezzo ai ponti [di pietra], con i roveri hanno fatto altri ponti.
Il bosco deve essere stato complessivamente sui 350 campi e nel tempo del 15 e 18 è stato tagliato tutto.
Prima, quando c'erano gli italiani, tagliavano i roveri che venivano segnati dalla forestale e facevano trincee con i roveri. Gli italiani tagliavano secondo le regole, quando è iniziata la guerra.
[...]
I tedeschi hanno fatto piazza pulita del bosco. Erano rimasti quattro roveri, proprio là "sopra" la strada, presso la famiglia M. Erano persone poco per bene, avevano fatto amicizia con i tedeschi e gli hanno lasciato quattro-cinque roveri.
D. Perché proprio a questa famiglia?
R. O spie dei tedeschi, o chissà cosa. Glieli hanno lasciati e dopo loro se li sono tagliati e se li sono portati via. Ormai il bosco era distrutto, non c'era più niente.
Quando sono andati via i tedeschi non c'era più niente al posto del bosco. Niente, niente. Netto. Un poca di ramada [ramaglia] e sóche [ceppaie].
In primavera hanno iniziato a darne tre campi a uno, quattro a l'altro. Andavano a cavarsi queste legne e le soche e l'hanno tirato ad agricoltura.
[...]
Il comune ha dato gratis il bosco alle famiglie. Un campo-due ciascuna, e in un anno: pulito tutto, non esisteva più neanche un bacchetto.
Dentro al bosco senza esagerazione ci saranno state una media di mille persone al giorno, ognuna sul suo pezzo di terra.
A noi hanno dato due campi. Mio padre è venuto fuori dalla famiglia patriarcale ed è andato ad abitare nel bosco in una baracca americana. Si abitava nella baracca e si andava a ripulire il nostro pezzo di bosco per mettere un poco di mais.
A quelli che andavano ad abitare nel bosco con la baracca gli assegnavano un pezzo di terra. Il resto del bosco l'hanno dato a chi se lo voleva prendere, operai...
A quel tempo là lavori non ce n'erano ... e carestia di legna. Andavano nel bosco, pulivano il loro pezzetto di terra e piantavano mais, patate, fagioli e robe così.

1986/9 - Lato B

[...] I baraccati sono rimasti là per molto tempo.
Noi abbiamo fatto dieci anni e siamo venuti via nel '33. Eravamo orfani, perché mio papà è morto del '20.
Le baracche nel bosco devono esserci rimaste per altri vent'anni, finché è venuta fuori la legge che ha detto che tutti quelli che erano nelle baracche dovevano andare nelle case e hanno fatto le case rurali, quelle casette lungo la strada che una volta non c'erano.
Ci saranno state 6-700 baracche. 
Gli chiamavano Matausen [Mauthausen] perché era un concentramento di poveri [Cfr. Giulio Boa, Far West trevisan, 1987. Vita nelle baracche al "canile" di Treviso, sempre dopo la 1GM].
Quando qualcuno di noi delle baracche andava fuori, magari in paese, gli dicevano «sei da Matausen, taci!». Matausen vuol dire miseria.
[...]
La nostra baracca era americana. [...] Era chiamata americana perché quelle baracche le adoperavano gli americani quando sono venuti a combattere in Italia bevendo la birra.
Dopo loro si sono ritirati e ci hanno lasciato tutte le baracche che le hanno date ai poveri. 
Io ho ancora il tetto della baracca, sul barco. Quando abbiamo disfatto la baracca, il tetto l'abbiamo messo sul barco, ed è ancora là [dove Simonella abita ora, nella bonifica delle Sette Sorelle, a San Stino di Livenza]. È ancora sano...
Quando siamo venuti via, i nostri due campi li abbiamo lasciati al comune perché si pagava l'affitto. Abbiamo disfatto la baracca e l'abbiamo portata qua nella palude dove l'abbiamo usata finché si è guastata "torno torno" [alla base] e non stava più in piedi. Allora abbiamo fatto su una casetta e l'abbiamo coperta con il tetto della baracca. Siamo andati avanti vent'anni e dopo abbiamo comprato dove siamo ora (sempre nella zona). 
Abbiamo buttato giù la casetta là, costruito questa casa qua e il tetto della casetta - che era quello della baracca - è sopra il barco. Quanti anni ha, quel tetto? [...]
Ritorna a parlare della vita nell'ex bosco di San Marco
[...] Più di asini là non c'erano, in quel concentramento. Si aveva uno stradone, per andar fuori, che quando andava bene sarà stato un metro di fango. Si aveva un pozzo al quale si servivano tutte le famiglie; meno male che non è venuto il tifo. Eravamo senza acqua e il comune ci ha fatto nel centro un pozzo. Ognuno, quando gli occorreva l'acqua, andava al pozzo con la mastella e la corda e si tirava su l'acqua; poi si portava via la corda e la mastella.
Pensa: con cento mastelle, con mille mastelle che vanno giù nel pozzo, che acqua buona poteva esserci stata?
Non è scoppiato il tifo perché Gesù Cristo ha detto che se gli mando il tifo muoiono tutti.
[...]

martedì 5 ottobre 2010

Silvio Rosa Teio e Teresa Colussi Oliva

Coniugi. Nati rispettivamente il 20 marzo 1910 a Borgo Cudili, località Colvere, frazione di Frisanco (PN) e il 24 novembre 1907 a Poffabro (PN). Residenti in Borgo Cudili.

Nastro 1998/12 - Lato B                             19 maggio 1998

Abitano in una caratteristica antica casa, dove una colonna riporta anche una scritta, da decifrare. Casa con i "paói", ballatoi in legno che servivano per mettere il fieno ad asciugare e conservare. Un borgo ormai spopolato.

SRT (= Silvio Rosa Teio). [...] Quando sono venuti i tedeschi posso dire una cosa: che la mia mamma mi ha dato sei sette galline che avevamo noi e mi ha detto vai su un buco qua dietro la casa, perché vengono e mangiano tutto.
Difatti ne erano rimaste ancora due-tre galline, nel pollaio, sono arrivati due militari, le hanno prese e le hanno messe nella "caldaia" e uno con la gavetta beveva il brodo, mentre bollivano. 
Fame!
Però le sei galline che ho nascosto non sono riusciti a trovarle. Erano dentro ad un fossato, alto. Le ho portate con una gerla e le ho tenute finché i soldati sono stati là poi, quando loro sono andati via verso Maniago, io sono ritornato e le ho rimesse nel pollaio.
Quando hanno perso la guerra i tedeschi sono ritornati indietro. Con un asino, una mitragliatrice e 25-30 uomini sono passati per questa strada.
Mia mamma ha detto andiamo a veder che adesso arrivano i militari nostri, gli italiani. Allora non c'era la galleria, e su quell'ultimo ponte ("il terzo ponte") abbiamo trovato un soldato italiano che veniva avanti con una motocicletta e ci ha chiesto:
- Avete visto i tedeschi?
- Eh, sì, sono andati.
- Beh, han perso la guerra!
I tedeschi, mentre scappavano con l'asino non ci hanno fatto niente.
Quando invece venivano a portare la posta - perché c'era anche a Poffabro un po' di comando - mangiavano i córnoi [frutti del corniolo - cornolàr, Cornus Mas]. È una pianta selvatica che fa dei "bromboletti" rossi, che li si può mangiare. È una pianta del bosco e con quei frutticini si può fare anche il vino: si mettevano su una bottiglia, faccia conto mezzo kilo di questi cornoletti, con due litri d'acqua e veniva fuori un vino speciale, una bevanda non alcolica di colore rosso.
I tedeschi, quando venivano su a piedi da Maniago e trovavano questa pianta, prendevano i frutti - che hanno un ossetto dentro - e li mangiavano. C'è ancora una pianta di quel tipo, di là del torrente. Adesso i frutti ci sono, ma sono ancora verdi, vengono rossi più tardi.
I tedeschi venivano solo a controllare. A Poffabro c'era il comando e anche a Frisanco. Venivano solo a guardare se potevano trovare qualche cosa da mangiare.
Poi qua c'era uno della Bassa Italia. Siccome nella ritirata certi militari che dovevano andare in Bassa Italia sono rimasti nelle case, non so se mi spiego, hanno fatto confidenza e gli si dava da mangiare, anche se ce n'era poco anche per noi. Ma loro non stavano senza far niente, facevano un gerlo, dei rastrelli per tirare il foraggio, quello che sapevano fare.
Quando venivano i militari tedeschi, gli si diceva: «Guarda che ci sono i tedeschi» e loro andavano nel bosco.
Non erano come i partigiani, non erano armati: stavano solo nascosti.
Non li si chiamava proprio disertori, perché erano rimasti indietro quando c'era stata la ritirata, e hanno dovuto nascondersi qui.
Noi non si diceva niente, era come fosse un morto. Non sapeva nessuno che ce n'era uno qua, uno nel borgo Polazzi, uno nel borgo [...]. Nessuno sapeva che c'era. Noi lo sapevamo tutti che c'erano questi soldati italiani, ma i tedeschi non lo sapevano.
Qua nel borgo di Cólvere saranno stati un 5-6. A Poffabro ce n'erano di più, anche se c'era il comando tedesco. Stavano su sulla montagna, avevano fatto come una trincea e quando si accorgevano che venivano i tedeschi, allora andavano su e si nascondevano.
Alcuni erano proprio da Poffabro «erano rimasti indietro», non hanno fatto apposta, non hanno fatto in tempo. [I testimoni lo dicono con convinzione].
Per non farsi prendere dai tedeschi e andare in guerra sono rimasti nascosti nel bosco. Hanno buttato via tutte le divise italiane e si sono vestiti da borghesi: vestiti, camicie, quello che capitava. Sono stati alla macchia, non disertori: non hanno fatto in tempo a passare.
TCO (= Teresa Colussi Oliva). Invece a casa mia erano passati in 4-5, durante la ritirata e ci avevano lasciato due tre bei pezzi di carne che avevano con loro e che non avrebbero potuto portarsi avanti. Poi hanno proseguito nella ritirata. Sono arrivati i tedeschi il giorno dopo e hanno portato via tutto.
SRT. Il fratello mio, classe 1999, ha fatto in tempo verso Maniago Libero, durante la ritirata, ad incontrare dei parenti che erano di laggiù e a dir loro di avvertire la famiglia che stava per ritirarsi.
TCO. "Classe 1999", c'era una canzone che faceva: «General Cadorna, capo degli assassini, chiama il '99 che sono ancor bambini.» 
SRT. Mio fratello era alpino ed era stato prima sul fronte ad Osoppo. Invece di venire qua e fermarsi, quando era a Maniago ha continuato per la sua strada verso il Piave. Aveva sullo zaino una forma di formaggio che gli aveva dato sua mamma due giorni prima. Per fortuna aveva quella, perché una pallottola ha forato la forma di formaggio e così non lo ha preso. Questo è successo dopo Maniago Libero, verso Montereale. [...]
È passato per Poffabro – sulla strada che va a Pala Barzana – lo Stato maggiore italiano. Siamo andati a contare le macchine e abbiamo contato 110 macchine, automobili come erano quella volta, piene di ufficiali dello Stato Maggiore. A Pala Barzana non c'era la strada bella come è adesso.
A Pala Barzana è morto anche un italiano, comunque poca roba, poca resistenza.
TCO. Ricordo solo che sono venuti avanti [i tedeschi, a Poffabro]. Siamo venuti tutti in piazza.
Noialtri avevamo una stalla, fuori, e vi avevamo portate le bestie perché un tedesco aveva detto a un mio zio che sapeva parlare il tedesco – perché era stato a Vienna tanti anni: «Portale via le mucche, perché sono pieni di fame e ve le ammazzano e ve le mangiano tutte».
Tutto uno squadrone di tedeschi ... a casa mia hanno cucinato una mucca e un maiale e l'hanno mangiati là in casa. Poi sono andati in camera, hanno tirato giù le lenzuola dal letto, nel comò sono andati a prendere le lenzuola pulite e ci hanno detto: «Questa sera qui dorme il comando.» E noi siamo andati a dormire nel fienile.
Però non hanno rubato niente. Avevano fame loro, pensavano solo al mangiare. Il giorno dopo se ne sono andati.
C'era l'albergo a Poffabro – l'albergo di Pièri – e là vi hanno messo il comando. Dopo si aveva sempre paura perché venivano sempre per le case a veder se trovavano qualche cosa.
Ah, io ho patito la fame in quella guerra; in questa, l'ultima, no.
SRT. Anch'io ho patito la fame, ma anche adesso in questa guerra l'ho patita.
Quando è finita la prima guerra è venuto un medico americano a Maniago in via Roma dove c'è un barbiere. C'era questo medico americano e mia mamma ha detto a mio papà: «Lo portiamo giù» ... per vedere se poteva farmi qualcosa, perché si mangiavano peteràti, cioè un'erba che cresce sul campo, come il radicchio e se non c'era altro la si tagliava e la si mangiava. Inoltre si mangiava la cùca un'altra erba più garba. Si trovano anche adesso: dopo gliele faccio vedere.
Non c'era niente da mangiare. Prima si era nascosta un po' di roba, ma dopo è finito tutto. [...] Si andava Alla Bassa, a Pordenone, Grions, Portogruaro e là si trovava un po' di biava, un po' di frumento, quel che si trovava. Si stava via due tre giorni e si dormiva per i fienili, per le stalle. Si chiedeva al padrone se ci lasciava dormire per la notte. Sempre chiedere.
Si riusciva sempre a portare a casa qualcosa, a volte pagando ma volevano solo soldi italiani, non corone. Noi avevamo un po' di soldi frutto dei risparmi, come si fa nelle famiglie. Quella volta noialtri i soldi li avevamo nascosti e quando si andava Alla Bassa se ne portavano un pochi. [...] Andavano Alla Bassa i nostri genitori, papà e mamma.
Mio papà non era in guerra, mio zio sì (quello del '99).
TCO. Quando ci hanno liberato dai tedeschi mia mamma è andata a Maniago, come tutti.
C'erano di quelli che scrivevano su un tavolino per conto di chi non sapeva scrivere e mia mamma ha mandato una cartolina in America ... perché tutti i paesani che erano in America volevano sapere se erano ancora vivi quelli del Friuli. E quando la cartolina arrivava in America si riunivano tutti i paesani per sentire le ultime novità dal Friuli, dopo un anno sotto i tedeschi.
Come morti, durante l'occupazione, non ne hanno fatti, i tedeschi, ma come prendere roba da mangiare hanno portato via tutto!
D. Si sente dire che sono nati tanti bambini illegittimi, da questi tedeschi?
R. Qua no, non posso dire in altri posti.
Loro badavano al mangiare. Venivano dentro e portavano via tutto.
Quelli della posta - che le ho detto prima ­- venivano da Maniago a portare la posta ai suoi soldati e si fermavano a mangiare i frutti di questo corniolo. Poi proseguivano. Erano in due quelli della posta e venivano su a piedi.
SRT. Quando gli italiani sono tornati a liberarci, sono passati di qua un asino con sopra la mitragliatrice e con una ventina di tedeschi dietro; senza parlare e senza dire niente.
Io e mia mamma abbiamo visto questo asino con la mitragliatrice e i militari che vanno verso l'Austria. Ho detto a mia mamma: «Ma allora siamo liberati, andiamo a vedere a Maniago». Siamo scesi verso Maniago, e quando siamo stati là in mezzo alle gallerie, che c'è il ponte, è arrivato un italiano con la motocicletta e ci ha chiesto:
«I tedeschi sono andati?»
«Sì, sì sono andati.»
Era l'unico italiano, dopo non ne abbiamo trovati altri fino a Maniago.
A Maniago era come una festa anche se non c'era niente. Non c'erano bandiere, soldi non ce n'erano. Niente non c'era, patito la fame; allora era poca festa, non so se mi spiego.
TCO. Quando sono arrivati gli italiani, mia mamma è andata giù a Maniago.
Dappertutto è stata fame. Beh, forse Alla Bassa, laggiù, nei paesi più bassi dove avevano terra, producevano qualcosa nella loro terra. Ma invece qua no.
SRT. Qua era rimasto solo un po' di formaggio perché mio papà aveva 5-6 mucche. Avevamo una stazione di monta che abbiamo tenuto per 37 anni...
TCO. Non so se allora vi siano rimaste le mucche, perché da noi lassù a Poffabro, no.
SRT. Sì, infatti poi hanno fatto piazza pulita anche delle nostre.
TCO. Le galline le nascondevamo. A Poffabro noialtri andavamo su verso quella montagna là (sul Monte Raut) o meglio in località Ai Larcs, dove avevamo una stalla e un fienile. Là avevamo nascosto anche qualche forma di formaggio dentro al fieno.
Un giorno mentre io e mia mamma andavamo lassù a vedere, perché vi si andava tutti i giorni, abbiamo visto i tedeschi che scendevano con le forme di formaggio nel sacco!
SRT. Si nascondeva qualcosa da mangiare anche nei prati, si facevano delle cataste di fascine e dentro vi si nascondeva qualcosa da mangiare; con i topi o senza topi.
In quell'anno niente scuola...
D. Quando sono arrivati gli italiani, dicevate già allora "ci hanno liberato gli italiani" oppure lo dicevate dopo, finita la guerra?
R. No, lo dicevamo in quei giorni "ci hanno liberato gli italiani".
Ci siamo accorti che i tedeschi se ne sono andati, e gli italiani ci hanno liberato. Non c'erano più militari tedeschi.
Alla sera, alle quattro e mezza cinque, venivano sempre su due militari, venivano non per la strada, ma per un sentiero. Se c'era qualcosa da prendere lo prendevano e andavano avanti.
D. E gli sbandati italiani, nascosti, anche loro andavano in cerca di mangiare...
TCO. Sì, ma avevano la loro famiglia. Quelli che erano a Poffabro erano tutti del paese.
SRT. In casa nostra invece c'era uno napoletano e quando si vedevano questi tedeschi nei paraggi lo si avvertiva ... e se non poteva ormai uscire più per la porta, usciva dalla finestra e andava sulla stalla qua in alto, dove di solito si recava anche alla notte per dormire.
*
Era miseria. Oggi c'è abbondanza, diciamo, ma quella volta c'era miseria.
Nella nostra famiglia eravamo in dieci persone. Mia sorella Romana è andata in America, sposata con un Giacomelli ed è ancora là vicino a Filadelfia negli Stati Uniti. Poi avevo altre tre sorelle e un fratello maschio che era andato in guerra. [...]
TCO. In casa nostra invece eravamo sole io e mia mamma. Mio papà era in America e non è tornato per la guerra...

Nastro 1998/13 - Lato A

... perché in America la classe di mio papà (che era del 1881) non è stata chiamata. Invece quelli dell'80 sono dovuti andare.
Da Poffabro in tanti, all'inizio del secolo erano emigrati in America.
SRT. Mio papà era in Istria con mio nonno a fare il boscaiolo.
TCO. Mio papà era nelle "mine" del carbone. È tornato dopo la guerra con un po' di soldi e si è stabilito qua. Poi ha cercato di ritornare via, ma gli mancava una carta, allora è andato in Argentina, dove è rimasto cinque anni e dopo è ritornato a casa per sempre.
D. Poffabro, quanti abitanti ha?
­­– Eh, ce n'è pochi, adesso. Quattro gatti a Poffabro, sotto il comune di Frisanco. Qua erano tutti emigranti.
Mio papà è andato a Graz di 14 anni a pestar grava di stéli in stéli nella strada [a spaccar sassi per la strada, dalle stelle alle stelle, cioè tutto il giorno].
Partivano con un gruppo di paesani di Poffabro. [Andavano nelle cave di ghiaia, a rompere i sassi per stenderli nelle strade].
SRT. La nostra casa è stata fatta nel '700. L'hanno fatta i miei antenati che, dopo aver lavorato quello che serviva per vivere, si aiutavano l'un l'altro a costruire.
Interviene il figlio. Andavano nel torrente a prendere i sassi, poi preparavano la calce, poi andavano nel bosco a prendere la legna. C'era fratellanza. Tutte le case di questi borghi sono di sassi. Sassi e legno.
Mi mostra l'interno della casa.
Il focolare, che adesso usiamo solo per far le castagne. Il camino ha un buon tiraggio e una volta veniva regolarmente pulito dallo spazzacamino: appoggiava la scala all'imboccatura e poi vi si arrampicava fino in cima con "schiena e gambe", per poi ridiscendere, tutto nero. Non è che lo spazzacamino scendesse giù dall'alto, ma vi saliva dal basso.
SRT. Io sono ritornato dalla Germania ammalato, dopo la Seconda guerra. [...]
Mi mostra la ferita che ha sul petto, "ricordo" della Germania.
Tre anni e mezzo di pus. In prigionia, un tedesco mi ha colpito col calcio del fucile. Quando sono arrivato a casa sono andato dal medico e gli ho detto di incidermi, di tagliare. Ho stretto i denti...
In Germania facevano 18 cose con il materiale che noi scavavamo in miniera. L'ultima era la ghiaia, la prima il carbone.
Eravamo nei pressi di dove c'erano i forni crematori. Di mille soldati italiani prigionieri siamo rimasti in 90.
Quando ero in Grecia, avevo un amico che poi è diventato primario pediatra dell'ospedale di Vicenza, ed è ancora vivo. [...]
I tedeschi ci hanno preso in Grecia e ci hanno portato in Germania, anche questo medico, un colonnello. Gli ufficiali li hanno messi su un carro e noi ci hanno portato su una miniera. Io ho lavorato sempre in questa miniera.
Quando sono ritornato dalla Germania, un parente - uno zio - mi ha rintracciato il medico vicentino con cui ero insieme in Grecia. Siamo andati a Monte Berico, e per la strada ho dovuto fermarmi due tre volte, perché lo stomaco mi faceva male: avevo lo stomaco piccolo.[...]
Il mio stomaco è rovinato, e dopo la prigionia devo mangiare come le mucche. A volte, dopo essere stato nello stomaco, il mangiare mi ritorna in bocca e lo devo rimasticare. [...]