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domenica 10 ottobre 2010

Annunzio Putto, Segusino TV

Nato il 24 marzo 1902

Nastro 1994/11 - Lato B                         24 agosto 1994

[Dopo Caporetto] per un po' di tempo siamo rimasti qua e dopo ci hanno dato lo sgombero. Metà degli abitanti li hanno mandati dalle parti di Vittorio Veneto e Fregona, metà siamo andati su per Feltre. Io sono andato a Feltre.
Siamo partiti a piedi, di notte, quando avevano già iniziato ad arrivare le granate degli italiani.
Con i riflettori gli italiani guardavano la strada verso Vas dove noi camminavamo. Hanno visto che si trattava di borghesi e non hanno più sparato. Erano qua sul Monfenera.
Siamo partiti di sera tardi.
Il prete invece è andato dall'altra parte, verso Vittorio Veneto.
Mezzi da una parte e mezzi dall'altra, ogni gruppo ha girato per conto suo.
A Feltre sono stato fino a febbraio e poi sono andato su a Santa Giustina.
A Feltre abbiamo trovato un palazzo lasciato vuoto dai padroni, siori che erano scappati. Siamo andati su in soffitta di questo palazzo e abbiamo bruciato libri tutta la notte perché era freddo. Era il tredici dicembre e c'era un po' di neve per terra. Non so che libri fossero, erano libri, romanzi. Il palazzo era di certi signori Sasso, ma non ne sono del tutto sicuro, so solo che erano scappati.
Eravamo in 19 in questo palazzo, noi e altre tre famiglie. 
Noi eravamo la mamma (Flora Zanella), il papà (Pietro) e tre figli: Luigi (1905), io (1902) e Giovanna (1896). In totale cinque persone. Ora di questa famiglia sono rimasto io solo. [...] 
C'erano inoltre la famiglia di Tomaso Doro e i fratelli Antonio e Angelo Furlan, nostri vicinanti.
A Feltre ce la siamo passata male. La prima notte abbiamo bruciato i libri in soffitta. Abbiamo potuto far fuoco perché il pavimento era di "terrazzo", non di tavole.
Era una bella casa, piena di soldati ungheresi che poi sono andati loro di sopra e noi ci hanno messo al piano terra, in una cucina dove si faceva fuoco per tutti 19 e si dormiva per terra.
Per mangiare si andava in cerca di farina, a Feltre ma soprattutto fuori per i paesi. Siamo andati fino a Fonzaso. Erano soprattutto mio papà e mia mamma che andavano "par carità". Qualche volta andavo anch'io – che allora avevo quindici anni – specie nel primo periodo quando eravamo a Feltre. Poi quando sono andato a Santa Giustina ho lavorato, ho trovato un padrone e facevo il calzolaio.
In città a Feltre erano rimasti quasi tutti gli abitanti. Erano scappati i siori perché erano stati più furbi di noi. Era pieno di tedeschi e i negozi erano pieni di cavalli. Nei negozi non c'era più niente: portato via tutto e dentro vi avevano messo i cavalli.
Gli ungheresi che erano sulla nostra casa facevano i forneri, bekerèi gli si diceva noi ... e si prendeva qualche pagnottella. Avevano dei forni mobili, su macchine e camion.
Ma ormai si iniziava a non trovare quasi più niente, allora siamo scappati e siamo andati su a Santa Giustina che è un paese più agricolo e si riusciva a trovare qualcosa in più da mangiare.
A Santa Giustina siamo stati in casa di ... non ricordo il nome. Nella casa abitava una signora che aveva una bambina di un anno e mezzo-due e che aveva il marito militare.
In quella casa eravamo la nostra famiglia e quella di Doro: una decina di persone.
Io ho trovato lavoro da scarper [calzolaio] e così avevo da mangiare a mezzogiorno, ma fame ne avevo sempre tanta lo stesso.
C'era una signora che abitava là vicino e che in casa aveva un comando tedesco. Ogni tanto mi chiamava e mi dava un piatto di pastasciutta perché sapeva che ero profugo. Non mi ricordo più come si chiamasse, so che aveva una cucina di militari nella sua casa.
El scarper invece più di tanto non mi poteva dare da mangiare perché aveva una famiglia con sette figli da mantenere. Era un uomo sulla mezza età e si chiamava Adriano. Sapeva il tedesco come il padreterno perché era stato in Svizzera tanti anni. 
A Santa Giustina c'erano questi fornai e noi avevamo lavoro. Si preparavano le scarpe, le si rivoltava e in cambio si prendevano tante pagnotte di pane. Il padrone aveva il contratto di lavoro in cambio di pane. Fin che c'erano loro il calzolaio stava bene. Dopo io l'ho lasciato e sono andato da un altro scarpèr, perché da Adriano non c'erano più i forneri: erano andati via e lui non mi voleva più dare da mangiare.
Per fortuna in paese c'era un altro calzolaio. [...]
I fornai avevano da mangiare di più perchè dall'Ungheria veniva il grano bianco; bella farina e bel pane bianco.
L'altro calzolaio di Santa Giustina come paga mi dava da mangiare, e io sono andato da lui. Si chiamava B. e aveva la bottega vicino alla stazione. Era vedovo, con un figlio un po' deformato perché l'aveva avuto con sua figlia. La figlia nel frattempo era morta. Tutti morti, morta la moglie e anche la figlia. Quel calzolaio mi ha trattato abbastanza bene e mi dava da mangiare.
La fame l'ho patita soprattutto a Feltre, perché i feltrini stessi dentro in città non avevano niente.
Andavano fuori "par carità" mio papà e mamma, su per Fara, Foén, fino a Fonzaso e qualcosa portavano a casa.
Pochi soldi avevamo portati via da casa. So che a S. Giustina c'era un'altra famiglia che stava abbastanza bene e ci ha prestato dei soldi, quelli italiani, con i quali si riusciva ancora a trovare qualche chilo di farina dal mugnaio. Nei soldi tedeschi invece non c'era nessuna fiducia. In questa famiglia di Santa Giustina avevano anche dei marenghi dalla Svizzera e con i soldi italiani e con i marenghi si comprava un poca di biava che si macinava nei mulini che ancora funzionavano. In particolare noi andavamo dal mulino di un certo Dal Pont che mi sembra funzionasse con l'acqua del Cordevole.
Poi mio padre e mia sorella sono andati a lavorare con i tedeschi e gli hanno fatto fare non so che lavori. So che mentre io andavo a fare il calzolaio loro andavano dai tedeschi che a mezzogiorno gli davano la minestra e poi gli pagavano anche qualche corona. Lavoravano soprattutto sulla strada.
Per le donne e le ragazze il pericolo è stato quando si era ancora a Segusino, quando sono arrivati i tedeschi. Siamo rimasti in paese quasi un mese, poi siamo andati su a Miliès. Tanti sono scappati sui casolari in montagna. 
Quando c'erano le famiglie isolate così, là aggredivano le donne. Ne hanno violentate tre [...] che non hanno avuto figli come conseguenza. Erano i germanici soprattutto, poi sono rimasti gli austriaci.
I germanici erano terribili, più cattivi, facevano spavento. Erano loro fatti così. Invece gli austriaci erano come nostrani, più boni, e poi gli austriaci sono un po' anche cattolici e avevano si vede un po' più di misericordia nei confronti della popolazione.
Per il mangiare i tedeschi erano padroni loro. Hanno pestato tutto, hanno portato via le vacche e i vitelli.
Su questa casa che c'è qua in paese vicino all'osteria, lungo la strada c'erano dentro gli austriaci. Arrivano i germanici: fuori gli austriaci ed entrano loro.
A Miliès ci hanno trovato subito perché i tedeschi arrivavano tutti da quella parte, dalle montagne. Da Valdobbiadene facevano il passo di Marièch e venivano giù per la valle, di Miliès. Passavano di là perché altrimenti gli italiani che erano sul Monfenera li avrebbero visti. Lassù a Marièch non c'erano cannoni, i cannoni li hanno portati lungo le rive quaggiù.
Siamo rimasti a Miliès per un mese, poi sono stati i tedeschi ad ordinarci di partire.
A Miliès le bombe non arrivavano, a Segusino sì.
Quelli che erano rimasti a Segusino sono partiti quindici giorni prima e sono andati per Vittorio Veneto e Fregona con il parroco Don Antonio Riva. 
Con il parroco sono partiti metà dei paesani. Si sono avviati verso Valdobbiadene, anche loro sotto il tiro ... ma si vede che poi hanno visto che erano borghesi e non hanno più sparato. Il sindaco comunque è stato ferito durante il percorso, dalle parti di San Vito. Beniamino Verri, si chiamava. È stato ferito ad un piede, ma è riuscito comunque a proseguire. Il sindaco non era scappato.
Tanti erano scappati, quelli un po' più intelligenti.
A casa mia sono stato io a non voler scappare. È stata colpa mia, proprio mia. Mi sembrava impossibile che la guerra dovesse fermarsi qua. Mia mamma e mia sorella invece dicevano «'ndón via» e avevano la carrettina pronta. Si sarebbe caricata un po' di roba e si sarebbe andati di là del Piave. Bastava passare il ponte di Fener e si sarebbe stati a posto.
Neanche il parroco è scappato. Voleva stare con la gente.
Io speravo che fosse un passaggio, che andassero avanti e invece si sono fermati proprio qua.
Tanti sono morti, da fame più che sia. Chi non era messo troppo bene col fisico ci è rimasto, a Fregona soprattutto.
Invece noi e la famiglia Doro ce la siamo cavata tutti dieci.
[Finita la guerra], appena scappati i tedeschi noi siamo ritornati, siamo venuti giù di corsa. Li avevamo visti partire, con gli italiani che gli correvano dietro. Mi ricordo che sono arrivati gli italiani e noi eravamo matti dalla contentezza. Mi vengono ancora i brividi e mi commuovo a pensarci...
Abbiamo trovato un camion che veniva giù di qua a far rifornimento, perché i ponti erano tutti saltati e ci hanno preso su. Era un "15 Terzi" e ci hanno portato fino a Segusino.
Qua abbiamo trovato tutto un quarantotto. Per fare fuoco e riscaldarsi avevano levato i suoli e le travi delle case. I muri comunque erano in piedi, la nostra casa aveva preso una granata su un fianco ma era rimasta su; tante invece erano state abbattute.
Il comune di Quero ha avuto le conseguenze peggiori. Le trincee tedesche erano sulla collina che domina il paese, il "Pianà", e da là sparavano sul Monfenera.
Ritornati a Segusino ci siamo arrangiati in qualche modo nella nostra casa; abbiamo trovato una stanza che aveva ancora il suolo e là ci siamo messi.
[Quando sono arrivati, nel 1917], i tedeschi hanno adoperato le botti per fare le passerelle sul Piave. Mollavano il vino e portavano le botti laggiù, al termine della strada che dal paese porta al Piave.
A noi non hanno dato la baracca, siamo rimasti sempre a casa nostra. Tanti invece hanno avuto la baracca.
La casa era di nostra proprietà e dopo ci hanno dato dei soldi, è venuta la perizia.
Appena arrivati, gli italiani non ci hanno dato niente; dopo sì che sono venuti con i viveri.
Gli italiani sono arrivati subito dopo che i tedeschi erano andati via. Gli erano sempre adosso, ai tedeschi. Infatti un italiano, poveretto, è stato ammazzato proprio sull'ultimo giorno, dopo tre anni di guerra, e proprio là a Santa Giustina. Era un soldato anziano, avrà avuto sui 35 anni. Era un ciclista ed è stato colpito allo stomaco, lungo la strada. Io non l'ho visto ma sentivo che dicevano che era successo: gli austriaci si ritiravano facendo resistenza.
Sono cose che non dimenticherò mai e mi commuovo a ricordarle.
I giovani non sanno queste cose e, se le racconto, a loro sembra impossibile che siano successe.
Di tutto Segusino, secondo me, ben 5-600 non sono tornati, per malattie fame o altro: tanti! ... più che sia i vecchiotti. Si può dire che siano morti più civili nel solo ultimo anno che militari durante tutta la guerra.
All'epoca Segusino aveva tremila abitanti, adesso invece siamo duemila.
Nella mia vita io ho sempre continuato a fare il mestiere di calzolaio, in paese. Mi sono sposato vecchio, avevo quasi cinquant'anni e ho avuto una figlia quando avevo 52 anni.
Oramai sono rimasto il più vecchio del paese, come uomo; di donne invece ce ne sono ancora cinque di più vecchie.
Io non ci arrivo no ai cento...

Nastro 1994/35 - lato B

Aggiunte e precisazioni (16 settembre 1994)
Mia mamma era casalinga e mio papà ha fatto il carabiniere per una trentina d'anni e poi, ritornato a casa, ha comperato un po' di terra e ha fatto la guardia campestre.
[...]
Da Segusino, quando siamo partiti per Miliès, la strada è: Riva Grassa e Stramare. Da là venivano anche i tedeschi. C'era la strada, ma non asfaltata come adesso.
Per andare a Feltre siamo ritornati in paese e abbiamo preso la strada per Vas. Abbiamo passato il ponte sul Piave e siamo andati a Feltre. 

sabato 9 ottobre 2010

Renato Schioppalalba, Varago TV

Nato il 6 febbraio 1903

Nastro 1994/1 - Lato A                                     Giovedì 3 marzo 1994


Renato Schioppalalba, Varago di Maserada, 1903
Sono nato nel "palazzo" [villa veneta] che si vede dietro la chiesa e che in questi giorni stanno restaurando. I miei antenati erano signori da Venezia, proprietari di quel palazzo e di 160 campi di terra in paese. Inoltre avevano un negozio di pellicceria a Venezia. Un fratello di mio bisnonno era un canonico che è stato seppellito nella chiesa di Santa Maria del Giglio a Venezia.
Mio padre si chiamava Elia e mia madre Tersilia Pianca, rispettivamente nati nel 1872 e nel 1881. Hanno avuto cinque maschi e una femmina.
[...]
Sono andato a imparare il mestiere di fabbro a 13 anni nel 1916, a Vascon, da Cuzzato. Era un vecchio che aveva i figli soldati. Aveva una botteghetta da fabbro, prima dei portici.
Sono rimasto là un pochino e poi sono andato a Spresiano a fare il maniscalco in una bottega mandata avanti da due ragazzi perché il padre era morto da poco; il più vecchio dei due era del 1900. Mettevamo i ferri ai cavalli e le ciape [appositi ferri] ai piedi dei buoi.
All'epoca di Caporetto lavoravo a Spresiano. 
La bottega di maniscalco era proprio in centro, un poco prima di dove hanno poi costruito il monumento, lungo la strada statale. Ricordo che lungo la strada c'erano tutti paracarri a intervalli regolari. A fianco della chiesa di Spresiano c'era inoltre un portego che passava sopra la strada, da un lato all'altro. Sopra c'erano delle abitazioni, di cui era proprietario o un Mingotto o un Beltrame (non ricordo). In paese lo chiamavano "el portego de Bressan" e sotto al portico c'era uno stallo per i cavalli. L'osteria di Beltrame era più indietro, prima del monumento, dove c'è l'osteria anche adesso.
Sotto il portico si fermavano i cavalli. Avevano la possibilità di mangiare l'avena sulle mangiatoie e anche si riparavano se pioveva. Lo stallo era di proprietà di Bressan.
La nostra bottega da maniscalco era proprio piccola, 'na botegheta: sarà stata tre metri per tre. Oltre alla nostra bottega in paese c'era un altro maniscalco.
Io ho sempre avuto passione di fare il fabbro e per le macchine, fin da piccolo. Ricordo che quando venivano in paese le macchine da battere frumento, quelle a vapore ... "mi iera mato pa e machine". Mio padre voleva farmi studiare, o ingegnere o dottore, ma io niente, avevo passione per le macchine.
Mio padre faceva il tessitore, come i fratelli Monti. Lavorava in proprio, a casa sua e ha lavorato fino all'epoca di Caporetto. Faceva la tela: tela da braghe, tela da camice. Aveva un unico telaio. Faceva la tela e poi la vendeva a metri. Lavorava soprattutto il cotone, che andava a comperare a Treviso.
Ritirata di Caporetto
Ricordo tutto questo via vai di gente che vedevo dalla nostra botteghetta. Profughi che scendevano con i carri e i buoi, con i cavalli. Venivano giù dal Friuli, perché i tedeschi venivano avanti e loro scappavano. Tutta una processione di gente. Soldati con i camion. Chi andava, chi veniva, un'enorme confusione. Finché l'ultima sera che siamo rimasti in paese abbiamo iniziato a sentire le sciopetae qua sul Piave.
Così mio padre ha preso la decisione: «Fagoti e via!»
Abbiamo fatto fagotti. Eravamo cinque fratelli e io era il primogenito. [...] Siamo partiti a piedi portandoci dietro quel po' di roba che si poteva prendere. 
Avevo messo i viveri dentro a un sacco legato sopra e legato sotto in modo da poterlo mettere in spalla a mo' di zaino. Dentro ci ho messo del pane, dei salami, vino, formaggio, farina da fare la polenta, fagioli, cipolle ... quello che c'era.
Mio padre su un altro sacco più grande aveva messo dentro le pignatte, i mestoli, i cucchiai, i coltelli.
Nel palazzo di famiglia sono rimasti il fratello e la sorella di mio padre (Bepi e Maria), che erano da sposare. Sono rimasti "par tendarghe [vigilare] a so roba". E vi sono rimasti per tutta la guerra. Non gli è successo niente anche se il palazzo è stato colpito da dodici granate (ma è rimasto in piedi).
Dentro al palazzo si è messo il comando di presidio e gli zii si sono stabiliti in una loro casetta adiacente. La scritta "comando di presidio" è rimasta impressa ancora per anni sulla facciata, sopra la porta centrale.
Avevamo tutti un sacco in spalla, un saco par omo
Mia mamma aveva in braccio mio fratello Bepi; mia sorella che era piccola aveva solo un fagotèl, una roba piccola. Ognuno secondo le sue possibilità. Tutti a piedi, senza carri.
Siamo partiti da casa nostra di sera, noi cinque fratelli con il papà e la mamma; siamo partiti per andar a prendere il treno a Treviso. Era sul tardi, circa le otto della sera. Niente dormire, camminare a piedi nel buio, colonne di militari che scendevano e che salivano.
Quando siamo arrivati a Lancenigo – dove ora c'è la pizzeria e all'epoca c'era una fornace (fornace Bettiol) – abbiamo trovato una colonna di militari con i camion 18 BL che risalivano la strada verso il Piave.
Mio padre ci chiamava sempre per nome, perché era buio e aveva paura di perderci. C'era un'enorme confusione, movimento di soldati e di profughi; ci tenevamo per mano, con i sacchi in spalla.
Sulla colonna di militari che risalivano si trovava quella sera anche il proprietario dello stabilimento Monti, che era il figlioccio di mio padre: si chiamava Bruno Monti, e quando ha sentito mio padre chiamarci ha chiamato a sua volta: «Sàntolo! Aristide!»
Ci ha chiamato e ha chiesto a mio padre:
«Santolo, dove andate?»
«Eh – ha risposto mio padre – vuoi che restassimo qua che si sentivano già le schioppettate? Vado via, vado via.»
Monti gli ha detto: «Spetè santolo, che chiedo al tenente se vi può portare avanti un po' con il camion, magari fino a Treviso.»
È andato a chiederlo al tenente ma è ritornato dopo poco dicendo che no, non era proprio possibile, perché c'erano molti blocchi, uno a Lancenigo, uno al capitello di Sant' Artemio...
Abbiamo continuato a piedi. Abbiamo camminato per tutta la notte; piano, perché c'erano dei bambini piccoli. Alle prime luci del mattino, verso le sei, siamo arrivati alla stazione di Treviso, senza aver dormito niente. 
Non pioveva, era una notte nuvolosa.
Le strade erano piene, c'era confusione. La strada non era asfaltata.
Nessuno era passato ad avvisarci e a farci partire. Siamo partiti per iniziativa di mio padre. Il prete è rimasto in paese.
Mio padre originariamente era intenzionato di dirigersi all'isola d'Elba, perché aveva conosciuto in paese un militare che gli aveva detto di andare a casa sua, all'Elba, dove ci sarebbe stato solo suo padre e sua madre che li avrebbero di sicuro accettati in casa.
Arrivati alla stazione di Treviso c'erano le crocerossine che distribuivano generi di conforto. Ci hanno dato del caffelatte e dei biscotti. C'erano anche delle suore.
Verso le otto ci hanno imbarcati in un treno e siamo partiti con quelle vaporiere di una volta, ciuf ciuf ciuf ciuf, e avanti fino a Bologna, dove siamo arrivati alla sera. Dalle 8 della mattina alle 8 della sera.
A Bologna ci hanno mandato in sala d'aspetto. Anche là c'erano delle crocerossine che ci hanno dato caffelatte e biscotti.
Siamo rimasti a Bologna per la notte. Al mattino ci hanno caricati su un treno e ci hanno detto che si doveva andare a Pistoia, dove forse c'era posto per i profughi.
Siamo arrivati a Pistoia verso le 10 e siamo stati fermi alla stazione, in treno. Poi sono venuti a dirci che posto non ce n'era, e bisognava andare a Pescia.
Metti in moto ancora il treno e andiamo a Pescia. A Pescia ci tengono fermi un'altra ora e neanche là c'era posto; bisognava andare a Montecatini.
Intanto si era fatto il primo pomeriggio e finalmente siamo arrivati a Montecatini dove abbiamo trovato posto.
Ci hanno sistemati da un'affittacamere. [...] Eravamo su due stanze e una cucina fuori della casa, di là del cortiletto, su un'altro edificio.
L'affittacamere era una donna anziana, con una nipote, non del tutto apposto con la testa.
Siamo rimasti a Montecatini fino alla fine della guerra.
Ci trovavamo bene e poi andavamo anche a lavorare.
All'inizio ci passavano 250 grammi di pane al dì a testa, con la tessera; e anche il riso e la pasta, ma tutto con la tessera.
Ci davano un sussidio di una lira e 50 a testa e due lire al capofamiglia.
Certo che duecentocinquanta grammi di pane noi lo mangiavamo già prima de far marenda [prima colazione]. Allora io e mio fratello Aristide andavamo per la campagna con il sacco. Mio padre ci aveva dato dieci lire d'argento per comperare la farina. Noi chiedevano ai contadini se avevano un po' di farina da vendere e questi contadini rispondevano: «Oh bimbo mio non ce n'abbiamo manco per noi! Il governo ci ha sequestrato tutto, ma se ne volete una brancata.» Avevamo un sacchetto per la farina e un sacchetto per il pane e così un po' di qua un po' di là alla sera venivamo a casa con i sacchetti pieni di roba e tutta la famiglia poteva mangiare.
E soldi non ne volevano.
Tutti i profughi andavano in giro per le case in cerca di mangiare.
Per far fuoco andavamo per le pinete in cerca di pigne. I pinoli erano già usciti e le pigne cadevano per terra; si andavano a raccogliere le pigne con il sacco e con quelle si faceva fuoco. Si andava in collina, sulle montagne che circondavano Montecatini, io e i miei fratelli Ferilio e Aristide. Ci eravamo fatti prestare un carretto e con i sacchi si andava su, e in qualche maniera si faceva fuoco per una settimana. Per mangiare avevamo un focolare
Niente stufa in camera, niente gabinetto in casa ma fuori.
Poi siamo andati a lavorare, io e mio padre, in un'officina in cui si producevano granate. Officina che era venuta profuga anche lei a Montecatini, da Castelfranco Veneto: l'officina Rebellato, di cui era capotecnico militarizzato Menon Guglielmo da Roncade. In quest'officina lavoravano una cinquantina di persone sia maschi che femmine a turni continuati notte e giorno. 11 ore a turno più un'ora di riposo a mezzogiorno e una a mezzanotte.
Io avevo poco più di quattordici anni e mi hanno messo a lavorare al tornio (avevo già un'infarinatura da casa). Si trattava comunque di un lavoro "fisso": tirar giù il pezzo finito, mettere su quello grezzo e mettere in moto il tornio che era già programmato. Lavoravo "a contratto" [a cottimo] e sono arrivato a prendere sette lire al giorno – mi sembra che fossero circa 20 centesimi al pezzo – mentre la paga normale era sulle tre lire e mezzo al giorno. Cioè prendevo circa il doppio; ed erano bei soldi.
Mio padre l'hanno messo invece al montaggio, dove provavano le ogive e i diaframmi dentro. 
Facevamo granate da 149 e da 105 mm diametro, lunghe circa mezzo metro.
Mai nessun incidente in fabbrica e neppure scioperi o proteste.
C'erano sia uomini che donne ma le donne erano di meno. Inoltre c'erano una ventina di operai specializzati con la fascia tricolore sul braccio che coordinavano il lavoro; cioè impostavano il lavoro delle singole macchine in modo che noi non facevamo alto che prendere il pezzo grezzo e portarlo a compimento.
I militarizzati erano una specie di capi. Poi c'era il capotecnico Menon che era sopra tutti.
Nessun problema in fabbrica, di nessun genere.
Con la gente del posto mi trovavo bene, ma in fabbrica lavoravano prevalentemente profughi. Pochi erano del posto; gli operai erano profughi e militarizzati.
Montecatini anche all'epoca aveva alberghi e l'ippodromo.
I toscani ci trattavano bene, altro che qualche volta dicevano, magari ai bambini loro: «Stai zitto sennò ti faccio mangiare dal profugo!». 
Però non c'era ostilità nei nostri riguardi. Noi ne abbiamo conosciuti tanti del posto.
Recentemente – sette anni fa – sono ritornato a Montecatini. Ho rivisto la casa d'allora. Non c'è più l'affittacamere ma la casa, sia pur rinnovata, c'è ancora e si trova all'angolo di Via del Salsaro [Salsero]. In quell'occasione ho trovato l'attuale proprietario e gli ho detto che nel 1917 ero stato profugo là, e il proprietario mi ha fatto festa e mi ha invitato in casa sua.
Siamo ritornati a casa appena finita la guerra. 
Già il giorno 10 [novembre 1918] eravamo a Varago, io e mio padre, anche se non si poteva. 
Non ti davano il permesso di ritornare in quella che era la zona di guerra, ma noi siamo ritornati da "clandestini", senza permesso e senza niente. Un "franco" in tasca l'avevamo, perché da profughi eravamo riusciti a metter da parte 10.000 lire. Tutti soldi che tenevamo in casa, non in banca; tutte carte da mille, quelle grandi.
Arrivati di sera alla stazione di Mestre vi troviamo sentinelle dappertutto che ci chiedono cosa facciamo là. Con le sentinelle non si poteva pensare di uscire... Siamo rimasti un po' in sala d'aspetto e poi siamo andati un pochino in giro all'interno della stazione, fino all'una circa. All'una, me lo ricordo come fosse adesso, c'è la sentinella seduta là con il fucile sulle ginocchia, che dormiva. Abbiamo provato a fare un po' di rumore e il soldato non si muoveva. Mio padre ha detto: «Proviamo ad andar fuori». E pian piano, pian piano ce l'abbiamo fatta ad uscire dalla stazione.
Siamo arrivati a casa a piedi. Dall'una di notte alle undici e mezzo del mattino. Lungo la strada c'erano camion di soldati, ma non ci hanno fermato.
Quando siamo arrivati a casa nessuno ci aspettava. Abbiamo trovato i fratelli del papà che - sorpresi - ci hanno chiesto: «Qua siete voi? come mai ?»
Poi io sono rimasto a casa, mentre mio papà è ritornato a Montecatini.
A Montecatini eravamo venuti a sapere subito di questo armistizio.
La notizia si era diffusa subito e non si è andati più a lavorare in officina. Tutti fuori a far festa, una festa che non so. Tutti in piazza con le bandiere a sigàr [urlare] che la guerra è finita.
Quando sono arrivato nei miei campi a Varago, proprio dove c'era un filare di viti ci saranno stati due quintali di cartucce, baionette e munizioni varie. Perché nei nostri campi, oltre ad esserci il comando nel palazzo, c'era un accampamento di militari con le tende. E proprio a cinquecento metri dal centro del paese, sulla nostra proprietà, c'erano quattro piazzole di cannoni da 149, lo stesso tipo di granate che facevamo noi.
Tutte le siepi di acacie erano sparite. I soldati avevano tagliato tutto. Secondo me era per facilitare il transito delle truppe che dovevano passare dappertutto. Però a ben pensarci le viti erano rimaste in piedi. Allora forse le siepi erano state tagliate per far legna da fuoco...
A casa nostra, nella stalla, aveva trovato alloggio la Settima compagnia inglese dei pontieri, quella a cui è stato dedicato il monumento di Salettuol. Quando noi siamo tornati gli inglesi erano già partiti perché erano andati a fare il ponte sul Piave e ci hanno rimesso le penne quasi tutti, tanto che gli hanno fatto il monumento. Ed erano partiti proprio da casa nostra, dove avevano dormito sulla tèda [deposito di fieno sopra la stalla].
La nostra campagna era tutta devastata perché vi avevano camminato sopra con i camion, con i trattori, con i cannoni. La nostra terra in linea d'aria è distante circa due chilometri dal Piave, ma non c'erano trincee e non c'erano neppure morti.
Ma ne ho visti di morti, sul Piave. Perché sono andato subito sul Piave – dalla parte dei tedeschi sulla sinistra – e sono passato sulla passerella a Salettuol (ma ce n'erano diverse di passerelle). Vi sono andato assieme ai miei amici, a quelli che non erano andati via, perché in tanti erano rimasti a Varago, anche ragazzini della mia età o più giovani.
Siamo andati subito a vedere e ricordo un ricovero. Era stato sfondato perché vi era caduta una granata che aveva forato i travi di acacia, sopra i quali era stata distesa della terra. Dentro là ho visto tre morti tedeschi che erano ancora là dopo una settimana.
La campagna un po' alla volta l'hanno messa a posto mio zio e mia zia che erano senza figli e che lavoravano sette campi di terra [...].

Nastro 1994/1 - Lato B  fino 19:37 [su cassetta]  venerdì 4 marzo 1994 

[...]
00:45 Monti, quello della tessitura, era anche lui come mio padre un piccolo tessitore di paese. Erano alcuni fratelli ma due in particolare facevano quel mestiere: Venerio ed Evaristo, mentre Bruno, che era figlioccio di mio padre faceva il falegname. I due tessitori avevano un telaio ciascuno e inoltre avevano altri telai per alcuni dipendenti. Tre di questi telai erano meccanici, e non essendoci la corrente li facevano andare con il motore a scoppio. Pon pon pon pon pon, si sentiva il rumore.
Erano partiti dal nulla e hanno trovato l'articolo giusto.
Prima della [grande] guerra facevano la tela, perché i contadini della zona coltivavano la canapa e il lino. Lo lavoravano in casa, in famiglia – lo filavano – e poi lo davano ai tessitori che preparavano la tela che serviva per le braghe, le giacche, uso familiare e consumo locale.
*
03:06 Le munizioni che ho visto appena arrivato a casa sono state raccolte poco dopo da una squadra di soldati che è venuta a pulire tutto, anche le bombe.
Io poi sono andato a lavorare con le cooperative che erano sorte per la ricostruzione, bianche e rosse. Sono andato a lavorare come fabbro per una cooperativa e facevo canevassi [catenacci] per le porte, bartoèi [cerniere] per i balconi, ecc. Era una cooperativa rossa di cui non ricordo il nome, sorta ad opera di piccoli impresari della zona. Era di Maserada, ma non ricordo con precisone, perché non vi sono rimasto molto parché no i pagava mia, i iera tuti deinquenti. Facevano lavorare e poi non pagavano.
04:49 Sono andato via e ho impiantato una bottega di fabbro a casa mia. Avevo 19 anni [...] e mio fratello dell'11, Ferilio, mi faceva da garzone. Lavoravo lo stesso per le cooperative, però mi facevo pagare alla consegna della merce.
Erano tutti ladri uguali, quelli delle cooperative, tanto che Bruno Monti che faceva il falegname assieme allo zio Renato, fratello di mia mamma, si è messo in società con una grossa falegnameria per costruire i serramenti delle case. Questa società "Monti-Pianca" è andata in fallimento, perché le cooperative non pagavano. Hanno chiuso con un deficit di 44.000 lire, di quegli anni.
06:24 Chiusa la società, Bruno Monti è entrato nello stabilimento che avevano aperto i suoi fratelli, mentre invece mio zio Giuseppe Pianca è stato sistemato dal senatore Caccianga che gli ha dato una mano ad avere l'appalto [rivendita generi di monopolio] e un'osteria. L'osteria c'è ancora a Saltore, ma ora è un bar. Là vicino c'è anche la villa di Caccianiga, che però non si vede dalla strada perché è in mezzo a un bosco. Sempre là vicino c'è anche la villa del senatore Visentini, che un tempo era anche quella proprietà di Caccianiga: infatti il senatore ha sposato una Caccianiga ed è venuto ad abitare in una di queste due ville.
08:13 Ad un certo punto le cooperative hanno finito di lavorare e a me è rimasto ben poco lavoro per i contadini: fare i carri, i cerchi per i carri, gli attrezzi di campagna. Ma i contadini soldi non ne avevano e ho dovuto chiudere bottega, perché quando era ora di andare a comperare il carbone e il ferro per fare il lavoro non avevo i soldi per farlo. Li "avanzavo" ... e ancora li avanzo!
Il fatto è che anche i contadini non avevano soldi. Aspettavano sempre quando avevano le gaete [i bozzoli], quando avevano un vitello da vendere, il frumento, il granoturco...
09:37 Sono stato costretto a smettere e nel 1921 sono andato a lavorare da Ronfini, [in via Roggia] a Treviso e vi sono rimasto finché sono venuti i fascisti che hanno spaccato tutto perché il padrone era repubblicano [...] 

13:27 Ho fatto il militare in artiglieria a Ferrara e finito il militare sono andato a lavorare da Menon a Roncade, da quello che era stato il mio capo a Montecatini. A Roncade faceva motorini, biciclette, automobili, di tutto.
Io ho cambiato specializzazione e sono andato sui motori e sulle macchine a vapore che venivano riparate là da Menon.
Da Menon ho lavorato poco più di un anno. Poi mi sono licenziato perché si trattava di fare 11 ore di lavoro al giorno e 16 km all'andata e 16 al ritorno con una bicicletta tedesca che se gli metti un motorino di quelli di oggi non riesce neppure ad andare avanti.
14:49 Ho trovato posto a Treviso nel garage di via Canova dove lavoravo sempre nelle macchine – manutenzione dei motori – e dove sono rimasto fino al 1930.
Nel 1930 sono andato a Spresiano, davanti alla stazione, come meccanico da un padrone che aveva tre macchine a noleggio e un camion a rimorchio. Il padrone si chiamava Roberto detto Bala ... il vecchio padrone era Luigi, con i figli Ciliano e Ferruccio che avevano anche osteria e ristorante.
16:05 Sono rimasto a Spresiano cinque anni finché sono partito per l'Africa orientale, dove sono stato 13 anni a l'Asmara. Ma ho girato tutto l'impero come camionista. Lavoravo per conto dei Bet di Treviso: Angelo Bet e Giuseppe, Bepi, e i suoi tre fratelli più giovani. Angelo no, lui era rimasto a Treviso.
17:00 La sede della ditta era a Decamerè, a circa 40 km dall'Asmara e là vicino c'era l'aeroporto di Gura dove si trovavano tutti gli autotrasportatori italiani.
Io sono arrivato fino a Gima, al lago Tana, a Gondar. Trasportavo tutta roba dei soldati; non era difficile il lavoro.
Sono ritornato nel 1948 perché prima non si poteva rientrare: ci voleva il permesso dei signori inglesi. Ero stato prigioniero, ma sono scappato due volte dal campo di concentramento... [19:37 - fine intervista]

domenica 26 settembre 2010

Domenico Pelizzo, Faedis UD

Nato il 25 giugno 1907

Nastro 1996/24 - Lato A                           9 ottobre 1996

Io ero piccolo e i tedeschi - vi erano dei colonnelli - mi dicevano «meine kleine». Mi ricordo sempre quelle parole, che volevano dire "tu sei il mio piccolo bambino". Avevo 11 anni.
Oh mi ricordo che veniva sempre questo colonnello in casa a vedere che cosa si mangiava. Qua c'era il comando, e allora cosa succedeva? Io, ero furbacchiotto! Avevamo il pollaio, e andavo a portar via le uova. Lui si è accorto di questa cosa e ha messo la guardia. Si aveva un alveare, e per far scappare la guardia stuzzicavo l'alveare. Uhi! ahi, ahi! ahi! Mi ricordo ancora la guardia, non mi dimenticherò mai.
D. Ma era buono nel complesso o cattivo, questo colonnello?
R. No, buono.
I tedeschi sono stati qua, faccia conto ... erano qua arrivati nel mese di ottobre, si era scappati tutti, noi.
Quando siamo tornati era tutto per aria la casa.
Sono arrivati verso novembre, dicembre ... il comando; poi giugno, e poi ci fu la rivoluzione nel momento che stava per finire.
Il colonnello era austriaco.
Dopo portavano qua dei prigionieri che facevano pietà. Li mettevano là e avevano fatto un gabinetto, con un legno, così. Povera gente!
C'erano anche gli ungheresi, qua, oltre che gli austriaci, tanto è vero che quando si andava in piazza - c'era una guardia in piazza - e noi bambini in fondo alla piazza [si gridava] «gheneraleu!», generale! e si vedevano tutti quanti questi soldati muoversi, mettersi in ordine, e dopo vedevano che non era vero niente. Li prendevamo in giro. Bambini!
Per il mangiare ci si arrangiava: polenta, il mangiare friulano. Quando si faceva la polenta c'era tutto.
[...]
La casa era di nostra proprietà, ed eravamo in sessanta di noi, in quella casa, con tre donne. Mia mamma ha avuto ventidue bambini, mia zia che era sposata ventitre, l'altra zia diciotto; e un'altra zia, sorella di mio padre, venti anche lei.
Avevamo una bella stalla con le mucche, ma ce le avevano portate via ed eravamo restati con due-tre mucche su venti mucche che avevamo prima. Era piena quella stalla, piena. La stalla che si vede adesso è uguale di come era allora.
Io avevo dieci anni e dietro di me avevo ancora quattro sorelle e prima di me ce n'erano altri tre. [...] Lavoravamo una cinquantina di campi, e faccia conto ogni tre campi un ettaro. Era una famiglia che si stava bene.
Si faceva due trecento ettolitri di vino, o refosco o verduzzo oppure americana.
Poi si faceva anche granoturco, ma quella volta i campi non rendevano come adesso: quando facevano dieci quintali al campo era tanto. Di frumento si facevano cinque sei quintali.
Quella volta era così, oggi con l'evoluzione è cambiata. Oggi ne fanno trenta quintali. È cambiata, con la questione dei concimi, tutto là. [... ]

Nastro 1996/24 - Lato B

D. Prima che arrivassero i tedeschi c'erano gli italiani che scappavano, li ha visti scappare, lei, gli italiani?
R. Non posso ricordarmi quello, mi ricordo dei tedeschi perché dopo, quando si era bambini, si era anche "arruolati". Si faceva una finta guerra, sì. Ci si addestrava alla guerra. Si giocava nei boschi, si tirava. Scherzavamo: si metteva le cartucce e con un chiodo così partivano. Cartucce ce n'erano dappertutto. C'erano tante di quelle munizioni da fare spavento e chi le voleva le prendeva su, le altre restavano là.
In quell'appezzamento là, mi ricordo che hanno seppellito non so quante casse di bombe. Non so se le hanno levate, dopo, quello non lo so, ma io ho visto metterle giù, far le buche e metter le bombe sotto. S'intende dopo, finita la guerra.
C'erano tante di quelle munizioni che facevano spavento, dappertutto, di tutte le qualità. C'era la dum-dum, la pallottola dum-dum tedesca, c'era quella inglese, tutte le qualità di munizioni.
Noi bambini si andava a scuola e poi ogni domenica o sabato si andava a giocar di guerra, sulle colline, per distrarsi. No le bambine, solo bambini.
D. Nessun bambino si è fatto male giocando con queste cartucce?
R. No, no, combinazione no.
[Si giocava anche con] una ruota su questa collina quavvia, che si chiama Candè. Era fatta a salti e noi si andava sopra e si mandava giù questa ruota che ci saltava. La ruota era di ferro, quella del carro. Bambini, bambini! Nessuno si è fatto male.
Durante la guerra avevo il fucile fatto proprio con la baionetta e tutto, di legno. Ma ... mettere la cartuccia, premere e partiva. Si spingeva la capsula con una susta [molla] e partiva; soltanto crac e partiva.
Degli italiani passati scappando non ricordo.
Eh, chi l'ha visti! In quel momento è stata una valanga, la ritirata. Ognuno cercava alla più stretta di partire; via, avanti.
Perché era qua a Canebola ... non si ha saputo il nome di chi è stato quel soldato, è stato bravissimo. Tre giorni e tre notti con le metraglie continue. Aveva un tre metraglie ... tac, tac... tre giorni e tre notti continuamente a sparare. Finalmente l'hanno accerchiato i tedeschi e allora l'hanno ammazzato. Tutti dovevano dargli una pestata. L'hanno tagliato a forza di pestare, poverino, non si ha mai saputo chi era.
D. Chi ha detto che l'hanno tagliato?
R. Eh, orco can, sicuro. Quelli di Canebola non sapevano che era un italiano? Lui ha tenuto tre giorni indietro i tedeschi.
Vede lassù la vallata? Si va giù dopo, ed è una strada che arriva in ca' della Jugoslavia. Passavano su, e lui con le mitraglie li ha tenuti indietro per tre giorni.
Lui meritava la medaglia d'oro, quel soldato là; non si è saputo chi fosse.
Noi quando passavano gli italiani in fuga si correva a guardare e basta. Eh, si capisce che si vedevano. Tutti partiti, alla svelta, più che potevano.
Durante l'anno dell'invasione là era il comando, per tutto il periodo che son stati; poi han cominciato a partire: sono rimasti qua fin quando è cominciata la ritirata loro.
C'erano dei prigionieri che avevano per lavorare, e io gli dicevo: «Scappate, scappate! che la guerra è finita. Scappate, non avete paura, la guerra è finita.» Loro avevano sempre paura, sa com'è, prigionieri ... ma io gli dicevo: «Scappate, che ormai la guerra è finita, scappate.»
Non so dove andassero a lavorare. Venivano a prenderli con i birocci, con i cavalli, non c'erano tanti camion quella volta.
Qua ci sono sempre stati militari, da quando siamo ritornati dopo essere scappati fino a quando è finita.
Noialtri si era scappati e siamo ritornati dopo un otto-dieci giorni.
Siamo stati a San Daniele e siamo ritornati perché, dove si doveva andare? C'era tutto un disastro per le strade, nessuno passava. Avevamo tentato di scappare, si era andati via con le mucche, con un pieno di vestiari e tutto quanto, ma dopo, dove deve andare? Siamo arrivati fino a S. Daniele e ritornati indietro.
Fino a S. Daniele tutta una confusione. Chi andava, chi veniva. Bambini, vecchi, preti, tutti. Si aveva anche un prete che era stato insieme.
Tutti insieme, col carro e con le mucche e via, avanti.
Arrivati a San Daniele siamo andati in una famiglia, ci hanno alloggiati e siamo stati là due-tre giorni e poi ripartiti di nuovo verso casa. La famiglia si chiamava Giuliani. C'era un prete in quella famiglia che poi è stato cappellano a Racchiuso.
E là a dormire per terra, ci hanno dato un pezzo di polenta e avanti così, alla buona. Sono stati generosissimi, generosissimi sono stati.
Dopo siamo venuti qua, ritornati, e abbiamo trovato la casa nel massimo disordine. Lenzuola per terra, cavalli che hanno pestato in cucina - perché era grande la cucina - [lasciando] tutto un letamaio. Le lenzuola servivano per i cavalli, buttate sotto tipo strame.
Eh, un disastro era. Il vino ce l'hanno portato via quasi tutto.
Poi bisognava consegnare. Consegnare tanta roba ... nella stalla, oo-op! nella cantina, oo-op!
Pagavano? Sì, col fucile!
Bisognava arrangiarsi alla buona. [Hanno portato] miserie e miserie; quando non c'era non c'era. Anche noi che eravamo una famiglia che stava bene, si stentava.
Mio padre, la famiglia, aveva un qualche po' ... ma abbiamo mangiato tutto. Aveva denaro italiano, ma in tempo di guerra [l'ha speso tutto] per comprare da mangiare. Si doveva pagar caro.
D. Venivano anche profughi da fuori, dal Piave?
R. Oh, non lo so io. Si giocava, si era bambini ... ma noi non abbiamo visto profughi provenienti da altre zone, dal Piave.
Mio padre era a casa con noi, non era andato militare perché erano esonerati quelli che avevano quattro figli e mio padre ne aveva sei.
Mio padre era del 1874 e si chiamava Antonio. La mamma si chiamava Zane Maria, del 1878.
Io ho 89 anni e ho lavorato fino adesso sulle viti. Non posso star fermo, mai.
[...]
Adesso non faccio niente perché son vecchio. Guardo un po' l'orto, un po' di tutto. Prima facevo l'agricoltore, sempre lavorato la campagna. Mi piaceva avere la campagna. Avevo passione. Però è ingrata, è ingrata! Oggi con quel sistema che abbiamo del governo, abbiamo l'industria su, col concime, e i prodotti giù. Questa è la verità.
Mia figlia che lavora dodici campi ha fatto 185 quintali di frumento di grano duro. Pagate le spese non ci son rimasti che due milioni. Grano duro: 30.000 lire al quintale. 185 quintali su quattro ettari e mezzo. Ha fatto un bel prodotto, ma il concime e i "sali" ... un sessanta quintali. [!] I soldi sono andati tutti nel "sale", più le spese di diserbante. Insomma sono restati di netti circa due milioni; l'hanno scorso tre. Io gli ho detto: «non sta mettere niente». Allora si è decisa di fare bosco, con la forestale. Fanno loro, il lavoro e tutto quanto [...].
Ho una fortuna, perché non ho ancora nessun dolore.
Non fumo, ho smesso, son 22 anni che non fumo.
Vino, un bicchiere a pasto, e basta; quello che faccio si vende, si dà via. Grappa, niente: in un mese avrò bevuto mezzo bicchierino, e sì che mi piacerebbe, ma non voglio saperne dell'alcol, lo sento al fegato subito.
Mangio di tutto; a me qualunque cosa! Mangio tutto basta che sia cotto, perché non ho denti. Qualunque roba. Fagioli, patate, zucche, non formaggio perché sono allergico ai latticini.
Fin da bambino, quando mi davano formaggio o latte sempre li rimettevo.
Carne, per dire la verità, mi sono nauseato anche di carne. Mangio un po' di salame, due tre fette di salame. Adesso, per stasera, ho preparato due-tre pomidori, una gamba di radicchio, un bicchier di vino, due tre fettine di salame e stop.
D. Ritornando alla Prima guerra mondiale le viene in mente qualche altro episodio?
R. Eh! più di tanto ... quello che sapevo l'ho detto.
[...]
Perché i tedeschi [...] bisogna provarli, bisogna provare i tedeschi cosa sono. Sono duri.
Io sono stato un anno con gli americani, viva la loro faccia! E con gli inglesi, niente.
Gli americani ci hanno trattati non da vinti, da signori. Perché un maresciallo ci diceva: «State là, dentro nella cucina, mangiate e bevete e non fatevi vedere».
Il primo dell'anno del 1945, ho mangiato di colazione una gallina.
Natale del '44 il maresciallo ci ha portato una marmitta così, piena di tacchini. Eravamo a Caserta, al Palazzo Reale e dopo ci ha messo un bottiglione di cognac, perché vedeva che si lavorava bene. Si faceva pulizia, aiutare a far da mangiare, a preparare. Eravamo disarmati, si era come adesso. Ormai avevano vinto. Si era prigionieri, ma prigionieri per modo di dire, si era amici, come fratelli, si mangiava insieme. Si era là, si andava a prendere un po' di verdura e se la condiva col loro olio, e poi si portava due fiaschi di vino e loro venivano a mangiare con noi. [...]
Mia moglie è giovane ancora, ha solo 80 anni, e in 58 anni di vita coniugale ha persa una sola virtù, non per colpa sua, che è quella di non poter avere figli più. Io dico alle donne moderne: non 22 figli, come mia madre, ma neanche uno o nessuno come loro. Io ho avuto quattro figli.
Ho due medici: una è in pediatria, che è andata in pensione, e una è a Verona, anestesista a Malcesine; più un'infermiera.
Ho lavorato sempre per dare un'istruzione, perché mio padre mi mandava a scuola e ha pianto perché non sono andato a scuola.
Non mi piaceva lo studio, mi piaceva più lavorare, più bestie, avevo passione. Ma l'ingratitudine che c'è arrivata adesso non le so dire. Anche col vino, tante tasse, tante bollette. Ma cosa volete, sto governo. Lasciateci vivere, che facciamo del nostro meglio liberamente, non con questi sistemi qua. Siete voi che ostacolate il commercio. Siete voi che ostacolate tutti. È vero o non è vero? Parliamo onestamente e correttamente, che io son chiaro con le parole, non ho paura di dirle a loro!
Io se fossi capo del governo, sa cosa farei? Tutti li prendo. Tu sei avvocato, e anche il medico: la ricevuta! 

martedì 21 settembre 2010

Primo Martin, Rovarè di San Biagio di Callalta (TV)

Nato il 26 ottobre 1907. Residente sul Montello in località Santa Maria della Vittoria.


Nastro 1986/25 - Lato A       (Dall'inizio su nastro orig.)                           26 ottobre 1986

La nostra famiglia si è divisa nel 1921. Prima si mangiava tutti in una pignata ed eravamo in 127 persone, che abitavano però in quattro case. Si era fittavoli del barone Onesti da Paese. 
Una casa era a Rovarè di San Biagio, località Ca' Lion, un'altra lungo la strada Callalta, un'altra ancora lungo la Callalta in località Fatutto e una in comune di Breda. [...]
Si pagava l'affitto a generi al Barone Onesti di Paese... [spiega il tipo di conduzione agraria e la produzione dell'azienda].

Nastro 1986/25 - Lato B   

[...]
02:58 Nel 1917 abitavo a Rovarè lungo la Callalta in zona chiamata Fatutto. Da Treviso ad andare a Ponte di Piave è a sinistra. La terra era attraversata dalla ferrovia, la casa era di là della ferrovia e la Callalta faceva confine con la nostra terra.
Tre giorni prima de San Martin ... oramai erano venti giorni che avevano chiuso le scuole perché c'era la truppa che passava sulla Callalta e si dovevano fare tre chilometri di strada per andare a scuola; si doveva camminare lungo la Callalta fino vicino ai carabinieri di San Biagio...
Quando è venuta la disfatta io ero ragazzino. Vedevo tutti questi soldati e mi chiedevo: «Ma dove andranno, pori fioi
Tutti questi soldati che camminavano, e noi ragazzini si era entusiasti.
C'erano quelli del parco buoi che andavano a sequestrare le bestie, e sono venuti anche a casa nostra. Erano montati a cavallo delle vacche e dei buoi; camminavano lungo la Callalta venendo da Ponte di Piave e andando verso Treviso. Per tre giornate.
Dopo – tutto ad un tratto – bloccato. Marcia indietro. 
Perché, mi avevano spiegato degli ufficiali, [dapprima] Cadorna aveva intenzione di fare la linea di sbarramento sul Po, invece dopo è venuto che l'hanno fatta sul Piave. E noi saremmo stati neppure a cinquecento metri dal Piave.
Quando hanno iniziato a tornare indietro, venivano dentro per la casa nostra, dentro per la campagna, che era anche larga oltre che lunga.
Una sera è venuto dentro un plotone di carabinieri e hanno detto a mio nonno: «Nonno, dov'è che hai il pagliaio?» Il nonno gliel'ha indicato: «È laggiù», perché mio padre era soldato anche lui.
Avevamo una cucina lunga come tutta la casa e i carabinieri si sono messi la paglia lungo i muri della cucina, da una parte e dall'altra con in mezzo la tavola, e non hanno neanche disturbato. Stavano là chiacchierando, così, con un boccale di vino sulla tavola, ma un boccalone di quelli che tenevano dieci litri, quando è venuto dentro un capitano degli arditi.
Quelli non chiedevano il permesso. È venuto dentro, si è presentato là, ha guardato attorno: «Nonno, chi è che ha preparato questa paglia qui?» E il nonno: «Poveri fioi, devono dormire... ». Il capitano si è abbassato, ha preso lo stiletto che aveva sugli stivali, l'ha piantato sulla tavola e: «Voi andate a trovarvi un altro posto» ha detto «perché questo serve a me!» E anche se erano carabinieri, hanno dovuto andar via. 
Dopo neanche un quarto d'ora sono entrati gli arditi, che hanno preso il posto dei carabinieri.
Il capitano entra per ultimo e dice al nonno: «Qua non c'è più vino, dov'è che hai la botte?» E il nonno: «Vien de qua fiol, vieni di qua». Tremava di paura perché, ciò, un vecchiotto ... e ha portato il capitano di là dove, sotto una scala, c'era una botte da cinque ettolitri, una botte grande così.
Sotto, sa che hanno el spinèl [lo zipolo], le botti ... mio nonno ha preso el bocal [caraffa] ed è andato per spillargli il vino, e il capitano dietro. Quando ha visto questo spinèl, prima che si riempisse el bocal il capitano tira fuori la pistola. Tre quattro schioppettate ... ed era italiano. [Forata la botte].
Alla mattina quelli sono partiti presto. Partiti loro, e non so dove li abbiano mandati ... verso le nove e mezza-dieci vengono dentro tre ufficiali. Non ricordo che grado avessero, e io tutto contento «guarda, ho detto, ci sono qua soldati ancora».
Loro mi hanno detto: «Bocia, dov'è tuo padre?»
«Mio padre è militare», gli ho risposto.
«E chi hai a casa?»
«Mio nonno»
«Va a chiamarmi tuo nonno!»
Era in stalla. Sono andato: «Nonno, vien fuori che ci sono i soldati che vogliono parlare con te.» – «Chi sono?» – «Non lo so, sono montati a cavallo»
E mio nonno viene fuori.
«Nonno - ha detto - quel portico là, devi liberarcelo. Tira fuori i carri...» 
C'erano carri, versori [aratri], rastrelli, di tutto.
«Perché, fiol?» ha detto mio nonno.
«Perché ci occorre a noi» – «Si ma io... » – «Beh, fai quello che puoi»
Dopo un'ora, un'ora e mezzo, è entrato uno squadrone di cavalleria e hanno tirato fuori tine, tinassi, tutti quanti gli attrezzi che si adoperavano per l'agricoltura. Hanno tirato due corde metalliche da una parte all'altra ma per [legare] i cavalli non erano ancora sufficienti, allora hanno piantato una corda nel cortile, distante quattro metri da casa.
Dopo sono andati sul solaio, che il solaio era pieno di pannocchie, e hanno preso la palota [pala] di legno – che una volta si aveva quella palota di legno apposta per mischiare le pannocchie – e butta fuori pannocchie per il balcone, per dare da mangiare ai cavalli.
Questi soldati hanno detto al nonno di non andare via, perché «fra due-tre giorni i tedeschi passano e tu resti qua». Sarà stato il 7 o l'8 di novembre.
Invece, l'11, il giorno di San Martino, quando erano le tre e mezza-quattro è entrato un plotone di carabinieri, con il fucile e la baionetta innestata: «Via da qui, via da qui, via, via [...] perché c'è l'ultimo treno che parte da Spercenigo.»
Mia madre ha chiesto:«Ma dov'è che ci portate?» Stava cucinando la oca per la festa di San Martino e gli toccava lasciar là tutto sulla pignatta, tutto il pollame ... bestie, piena la stalla.
Ci hanno portati a Spercenigo e siamo saliti sul treno.
Abbiamo chiesto: «Dov'è che ci portate?» – «Eh, han detto, appena di là di Treviso, prima di Padova.» E abbiamo corso tre notti e tre giorni. Ci hanno portato a Napoli!
Era una tradotta che aveva tre macchine a vapore e deve essere stata anche lunga. Perché aveva preso su gente da tutte le parti, anche quelli del Friuli, non solo i nostri. Dopo si sono attaccate delle altre tradotte, alle altre macchine.
Una macchina è rimasta senza carbone quando si era a Ferrara, giù per quelle campagne là, che si sono quei vigneti con i pali. Hanno fermato e sono andati a levare i pali delle viti per far fuoco sulla macchina del treno.
Le ho detto che ci vorrebbe una giornata a raccontare tutto!
A Napoli, quando siamo arrivati ci hanno messo sulle case dell'Ospizio Marino. [...]
Siamo arrivati come questa sera verso le sette e domani mattina ci hanno messo a dormire su un salone. Si era cinque figli, e mia madre fa sei.
Alla mattina passava il dottore a fare la visita e ha trovato un fratello mio, quattro anni più giovane, che aveva tutti gli occhi rossi e ha detto: «Questo bisogna portarlo sull'ospedale». Mentre lo portavano via, mia madre si è messa a piangere. Il dottore le ha detto: «Signora, mettiamo un cartello sulla porta, che lei non viene disturbata. Finché suo figlio non guarisce, lei da qui non si muove.»
Dopo hanno iniziato a venire dei signori a portare caramelle e questo e quello, per questi profughi che arrivavano; anche roba da vestire. Al terzo giorno che si era là, ormai si era lusingati, quando si vedevano questi gruppetti di signori si correva per prendere qualcosa.
Un dopopranzo, verso le tre, un signore grande come mio figlio, così, più grosso un poco, mi fa: «Vieni qui, bocia, vieni qui».
Io mi sono avvicinato, credevo che mi desse qualcosa, invece mi chiede: «Dov'è il papà?»
«È militare»
«Tua mamma, dov'è?»
«È dentro in sala, in camera»
«In quanti siete»
«Siamo in cinque»
«Vammi a chiamare tua mamma», e io vado.
«Màre, vien fora che ghe xe un sior che vol parlar co ti.»
Mia madre è venuta fuori, con le lacrime agli occhi, e lui:
«Signora, guardi, se lei accetta ... io - ormai ne ho trovati degli altri qua - mi occorre [ho posto per] ancora un poca di gente.»
Questo sior era il principe Colonna di Napoli.
A Posillipo c'è l'Ospizio Marino, e loro l'avevano vuoto. Il principe ha detto: «Se lei mi dice [di sì], prepari quel po' di robe che ha e io vengo qui col tram» – che là c'erano i tram che circolavano – «e vi porto là.»
Mia madre ha detto di sì, e siamo stati là.
[Della nostra famiglia] eravamo noi soli e la mamma, perché tutti gli altri si erano sparpagliati. Non ci siamo riuniti che quando, nel '19, siamo venuti a casa, dopo la guerra.
A casa abbiamo trovato tre baracche. 
La nostra casa era sparita, invece quella del Calion e quella del Faon erano rimaste in piedi, ma era rimasto in piedi solo lo scheletro delle case. Tranne a quella del Calion – che la stalla era col solaio fatto di cemento – i militari, o per far fuoco, o per fare i ricoveri e i rifugi hanno tirato via tutti i solai, i balconi, le porte. Era tutto sparito.
E la campagna? Non si poteva neppure uscire finché non fosse passato il rastrellamento. Hanno fatto il rastrellamento prima di congedare i prigionieri tedeschi. Ma saremo stati tre mesi sotto sorveglianza, con le sentinelle dei militari che non ci lasciavano andar fuori nella campagna, perché se si andava fuori c'erano munizioni dappertutto.
Io sono scappato diverse volte, ho visto un po' di terra mossa, ho trovato una "signorina". Sa com'erano le signorine, una volta? Erano un pezzo di legno lungo così, con un bussolotto come quelli della birra. Nella punta avevano l'elica.
Avevo visto gli altri soldati come facevano ... l'elica aveva un cerchietto [na sc'ionèa]. Bisognava tirarlo via e svitarlo.Quando la si lanciava con il manico e [la signorina] cadeva, l'elica aveva un percussore che andava a battere la capsula e scoppiava.
Così, quando io ne ho trovata una, ho fatto anch'io come avevo visto fare gli altri, perché quando si è boce si imparano le malagrazie alle svelte. Ho preso di quelle pedate sul culo, quando hanno sentito questa schioppettata!
[Le signorine] erano come bombe a mano, ma diverse dalle Sipe.
Siamo arrivati a casa dopo la guerra, nel mese di settembre del 1919. Era passato quasi un anno dalla guerra. C'erano ancora i prigionieri tedeschi e la terra non era ancora bonificata.
Abbiamo dovuto [aspettare] la primavera successiva perché in tutto l'inverno non abbiamo mai potuto far niente. Neanche seminare. Perché le viti e i gelsi, per la maggior parte, erano tutti quanti falciati a questa altezza qua, perché i combattimenti erano venuti anche oltre il Piave e noi si era a cinquecento metri dall'argine.
Abbiamo iniziato a seminare nel '20, nella primavera del 1920. [...]
Nel 1921 si era ancora sulle baracche. A Faon avevamo tre baracche e gli altri ceppi della famiglia ne avevano due ciascuno. Altri si erano sistemati nelle tèze, se c'erano.
Dopo, le cooperative hanno fatto subito i solai e hanno iniziato a mettere a posto le case che erano rimaste in piedi. [Perché] una era stata annientata completamente: quella che era anche la più vicina alla linea del fuoco e si trovava sul paese che si chiama San Bortolo.
Poi è venuto che ci siamo divisi perché non c'era più posto per tutti, e ci siamo divisi nel 1921.
Mio povero padre con mio fratello più vecchio ha preso una campagna giù nella palude delle Sette Sorelle a San Stino, tra la ferrovia e la Triestina.
Là il primo anno è andata ancora il manco peggio. Dopo è venuto che Mussolini ha fatto la bonifica, che ha tirato a bonificare la palude delle Sette Sorelle, e abbiamo preso la malaria.
Noi che si veniva da un posto che non c'era la malaria siamo stati i primi a prenderla, perché quelli che erano nati là erano più resistenti. [...]