Visualizzazione post con etichetta profughi oltre Piave. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta profughi oltre Piave. Mostra tutti i post

domenica 10 ottobre 2010

Annunzio Putto, Segusino TV

Nato il 24 marzo 1902

Nastro 1994/11 - Lato B                         24 agosto 1994

[Dopo Caporetto] per un po' di tempo siamo rimasti qua e dopo ci hanno dato lo sgombero. Metà degli abitanti li hanno mandati dalle parti di Vittorio Veneto e Fregona, metà siamo andati su per Feltre. Io sono andato a Feltre.
Siamo partiti a piedi, di notte, quando avevano già iniziato ad arrivare le granate degli italiani.
Con i riflettori gli italiani guardavano la strada verso Vas dove noi camminavamo. Hanno visto che si trattava di borghesi e non hanno più sparato. Erano qua sul Monfenera.
Siamo partiti di sera tardi.
Il prete invece è andato dall'altra parte, verso Vittorio Veneto.
Mezzi da una parte e mezzi dall'altra, ogni gruppo ha girato per conto suo.
A Feltre sono stato fino a febbraio e poi sono andato su a Santa Giustina.
A Feltre abbiamo trovato un palazzo lasciato vuoto dai padroni, siori che erano scappati. Siamo andati su in soffitta di questo palazzo e abbiamo bruciato libri tutta la notte perché era freddo. Era il tredici dicembre e c'era un po' di neve per terra. Non so che libri fossero, erano libri, romanzi. Il palazzo era di certi signori Sasso, ma non ne sono del tutto sicuro, so solo che erano scappati.
Eravamo in 19 in questo palazzo, noi e altre tre famiglie. 
Noi eravamo la mamma (Flora Zanella), il papà (Pietro) e tre figli: Luigi (1905), io (1902) e Giovanna (1896). In totale cinque persone. Ora di questa famiglia sono rimasto io solo. [...] 
C'erano inoltre la famiglia di Tomaso Doro e i fratelli Antonio e Angelo Furlan, nostri vicinanti.
A Feltre ce la siamo passata male. La prima notte abbiamo bruciato i libri in soffitta. Abbiamo potuto far fuoco perché il pavimento era di "terrazzo", non di tavole.
Era una bella casa, piena di soldati ungheresi che poi sono andati loro di sopra e noi ci hanno messo al piano terra, in una cucina dove si faceva fuoco per tutti 19 e si dormiva per terra.
Per mangiare si andava in cerca di farina, a Feltre ma soprattutto fuori per i paesi. Siamo andati fino a Fonzaso. Erano soprattutto mio papà e mia mamma che andavano "par carità". Qualche volta andavo anch'io – che allora avevo quindici anni – specie nel primo periodo quando eravamo a Feltre. Poi quando sono andato a Santa Giustina ho lavorato, ho trovato un padrone e facevo il calzolaio.
In città a Feltre erano rimasti quasi tutti gli abitanti. Erano scappati i siori perché erano stati più furbi di noi. Era pieno di tedeschi e i negozi erano pieni di cavalli. Nei negozi non c'era più niente: portato via tutto e dentro vi avevano messo i cavalli.
Gli ungheresi che erano sulla nostra casa facevano i forneri, bekerèi gli si diceva noi ... e si prendeva qualche pagnottella. Avevano dei forni mobili, su macchine e camion.
Ma ormai si iniziava a non trovare quasi più niente, allora siamo scappati e siamo andati su a Santa Giustina che è un paese più agricolo e si riusciva a trovare qualcosa in più da mangiare.
A Santa Giustina siamo stati in casa di ... non ricordo il nome. Nella casa abitava una signora che aveva una bambina di un anno e mezzo-due e che aveva il marito militare.
In quella casa eravamo la nostra famiglia e quella di Doro: una decina di persone.
Io ho trovato lavoro da scarper [calzolaio] e così avevo da mangiare a mezzogiorno, ma fame ne avevo sempre tanta lo stesso.
C'era una signora che abitava là vicino e che in casa aveva un comando tedesco. Ogni tanto mi chiamava e mi dava un piatto di pastasciutta perché sapeva che ero profugo. Non mi ricordo più come si chiamasse, so che aveva una cucina di militari nella sua casa.
El scarper invece più di tanto non mi poteva dare da mangiare perché aveva una famiglia con sette figli da mantenere. Era un uomo sulla mezza età e si chiamava Adriano. Sapeva il tedesco come il padreterno perché era stato in Svizzera tanti anni. 
A Santa Giustina c'erano questi fornai e noi avevamo lavoro. Si preparavano le scarpe, le si rivoltava e in cambio si prendevano tante pagnotte di pane. Il padrone aveva il contratto di lavoro in cambio di pane. Fin che c'erano loro il calzolaio stava bene. Dopo io l'ho lasciato e sono andato da un altro scarpèr, perché da Adriano non c'erano più i forneri: erano andati via e lui non mi voleva più dare da mangiare.
Per fortuna in paese c'era un altro calzolaio. [...]
I fornai avevano da mangiare di più perchè dall'Ungheria veniva il grano bianco; bella farina e bel pane bianco.
L'altro calzolaio di Santa Giustina come paga mi dava da mangiare, e io sono andato da lui. Si chiamava B. e aveva la bottega vicino alla stazione. Era vedovo, con un figlio un po' deformato perché l'aveva avuto con sua figlia. La figlia nel frattempo era morta. Tutti morti, morta la moglie e anche la figlia. Quel calzolaio mi ha trattato abbastanza bene e mi dava da mangiare.
La fame l'ho patita soprattutto a Feltre, perché i feltrini stessi dentro in città non avevano niente.
Andavano fuori "par carità" mio papà e mamma, su per Fara, Foén, fino a Fonzaso e qualcosa portavano a casa.
Pochi soldi avevamo portati via da casa. So che a S. Giustina c'era un'altra famiglia che stava abbastanza bene e ci ha prestato dei soldi, quelli italiani, con i quali si riusciva ancora a trovare qualche chilo di farina dal mugnaio. Nei soldi tedeschi invece non c'era nessuna fiducia. In questa famiglia di Santa Giustina avevano anche dei marenghi dalla Svizzera e con i soldi italiani e con i marenghi si comprava un poca di biava che si macinava nei mulini che ancora funzionavano. In particolare noi andavamo dal mulino di un certo Dal Pont che mi sembra funzionasse con l'acqua del Cordevole.
Poi mio padre e mia sorella sono andati a lavorare con i tedeschi e gli hanno fatto fare non so che lavori. So che mentre io andavo a fare il calzolaio loro andavano dai tedeschi che a mezzogiorno gli davano la minestra e poi gli pagavano anche qualche corona. Lavoravano soprattutto sulla strada.
Per le donne e le ragazze il pericolo è stato quando si era ancora a Segusino, quando sono arrivati i tedeschi. Siamo rimasti in paese quasi un mese, poi siamo andati su a Miliès. Tanti sono scappati sui casolari in montagna. 
Quando c'erano le famiglie isolate così, là aggredivano le donne. Ne hanno violentate tre [...] che non hanno avuto figli come conseguenza. Erano i germanici soprattutto, poi sono rimasti gli austriaci.
I germanici erano terribili, più cattivi, facevano spavento. Erano loro fatti così. Invece gli austriaci erano come nostrani, più boni, e poi gli austriaci sono un po' anche cattolici e avevano si vede un po' più di misericordia nei confronti della popolazione.
Per il mangiare i tedeschi erano padroni loro. Hanno pestato tutto, hanno portato via le vacche e i vitelli.
Su questa casa che c'è qua in paese vicino all'osteria, lungo la strada c'erano dentro gli austriaci. Arrivano i germanici: fuori gli austriaci ed entrano loro.
A Miliès ci hanno trovato subito perché i tedeschi arrivavano tutti da quella parte, dalle montagne. Da Valdobbiadene facevano il passo di Marièch e venivano giù per la valle, di Miliès. Passavano di là perché altrimenti gli italiani che erano sul Monfenera li avrebbero visti. Lassù a Marièch non c'erano cannoni, i cannoni li hanno portati lungo le rive quaggiù.
Siamo rimasti a Miliès per un mese, poi sono stati i tedeschi ad ordinarci di partire.
A Miliès le bombe non arrivavano, a Segusino sì.
Quelli che erano rimasti a Segusino sono partiti quindici giorni prima e sono andati per Vittorio Veneto e Fregona con il parroco Don Antonio Riva. 
Con il parroco sono partiti metà dei paesani. Si sono avviati verso Valdobbiadene, anche loro sotto il tiro ... ma si vede che poi hanno visto che erano borghesi e non hanno più sparato. Il sindaco comunque è stato ferito durante il percorso, dalle parti di San Vito. Beniamino Verri, si chiamava. È stato ferito ad un piede, ma è riuscito comunque a proseguire. Il sindaco non era scappato.
Tanti erano scappati, quelli un po' più intelligenti.
A casa mia sono stato io a non voler scappare. È stata colpa mia, proprio mia. Mi sembrava impossibile che la guerra dovesse fermarsi qua. Mia mamma e mia sorella invece dicevano «'ndón via» e avevano la carrettina pronta. Si sarebbe caricata un po' di roba e si sarebbe andati di là del Piave. Bastava passare il ponte di Fener e si sarebbe stati a posto.
Neanche il parroco è scappato. Voleva stare con la gente.
Io speravo che fosse un passaggio, che andassero avanti e invece si sono fermati proprio qua.
Tanti sono morti, da fame più che sia. Chi non era messo troppo bene col fisico ci è rimasto, a Fregona soprattutto.
Invece noi e la famiglia Doro ce la siamo cavata tutti dieci.
[Finita la guerra], appena scappati i tedeschi noi siamo ritornati, siamo venuti giù di corsa. Li avevamo visti partire, con gli italiani che gli correvano dietro. Mi ricordo che sono arrivati gli italiani e noi eravamo matti dalla contentezza. Mi vengono ancora i brividi e mi commuovo a pensarci...
Abbiamo trovato un camion che veniva giù di qua a far rifornimento, perché i ponti erano tutti saltati e ci hanno preso su. Era un "15 Terzi" e ci hanno portato fino a Segusino.
Qua abbiamo trovato tutto un quarantotto. Per fare fuoco e riscaldarsi avevano levato i suoli e le travi delle case. I muri comunque erano in piedi, la nostra casa aveva preso una granata su un fianco ma era rimasta su; tante invece erano state abbattute.
Il comune di Quero ha avuto le conseguenze peggiori. Le trincee tedesche erano sulla collina che domina il paese, il "Pianà", e da là sparavano sul Monfenera.
Ritornati a Segusino ci siamo arrangiati in qualche modo nella nostra casa; abbiamo trovato una stanza che aveva ancora il suolo e là ci siamo messi.
[Quando sono arrivati, nel 1917], i tedeschi hanno adoperato le botti per fare le passerelle sul Piave. Mollavano il vino e portavano le botti laggiù, al termine della strada che dal paese porta al Piave.
A noi non hanno dato la baracca, siamo rimasti sempre a casa nostra. Tanti invece hanno avuto la baracca.
La casa era di nostra proprietà e dopo ci hanno dato dei soldi, è venuta la perizia.
Appena arrivati, gli italiani non ci hanno dato niente; dopo sì che sono venuti con i viveri.
Gli italiani sono arrivati subito dopo che i tedeschi erano andati via. Gli erano sempre adosso, ai tedeschi. Infatti un italiano, poveretto, è stato ammazzato proprio sull'ultimo giorno, dopo tre anni di guerra, e proprio là a Santa Giustina. Era un soldato anziano, avrà avuto sui 35 anni. Era un ciclista ed è stato colpito allo stomaco, lungo la strada. Io non l'ho visto ma sentivo che dicevano che era successo: gli austriaci si ritiravano facendo resistenza.
Sono cose che non dimenticherò mai e mi commuovo a ricordarle.
I giovani non sanno queste cose e, se le racconto, a loro sembra impossibile che siano successe.
Di tutto Segusino, secondo me, ben 5-600 non sono tornati, per malattie fame o altro: tanti! ... più che sia i vecchiotti. Si può dire che siano morti più civili nel solo ultimo anno che militari durante tutta la guerra.
All'epoca Segusino aveva tremila abitanti, adesso invece siamo duemila.
Nella mia vita io ho sempre continuato a fare il mestiere di calzolaio, in paese. Mi sono sposato vecchio, avevo quasi cinquant'anni e ho avuto una figlia quando avevo 52 anni.
Oramai sono rimasto il più vecchio del paese, come uomo; di donne invece ce ne sono ancora cinque di più vecchie.
Io non ci arrivo no ai cento...

Nastro 1994/35 - lato B

Aggiunte e precisazioni (16 settembre 1994)
Mia mamma era casalinga e mio papà ha fatto il carabiniere per una trentina d'anni e poi, ritornato a casa, ha comperato un po' di terra e ha fatto la guardia campestre.
[...]
Da Segusino, quando siamo partiti per Miliès, la strada è: Riva Grassa e Stramare. Da là venivano anche i tedeschi. C'era la strada, ma non asfaltata come adesso.
Per andare a Feltre siamo ritornati in paese e abbiamo preso la strada per Vas. Abbiamo passato il ponte sul Piave e siamo andati a Feltre. 

mercoledì 15 settembre 2010

Angelo Furlan, Stabiuzzo frazione di Cimadolmo (TV)



Nato il 23 giugno 1912, residente a San Michele di Piave (TV).

Nastro 1994/28 - Lato B 18 agosto 1994

Mi ricordo quando siamo andati profughi a Rai [di San Polo di Piave]; da Rai a Pordenone e da Pordenone a Udine. Siamo tornati dopo due anni a Rai, da Bonotto. Da là siamo ritornati a Stabiuzzo e abbiamo fatto su un "casotto" per poterci ricoverare. C'erano tutte le granate, il demonio...
Appena ritornati – avevo sette anni e mezzo, otto anni – si andava a prendere il rancio dai militari che erano ancora qua.
Io sono nativo di Stabiùss (Stabiuzzo), frazione di Cimadolmo, e là c'era un disastro.
Mio padre si chiamava anche lui come me Angelo Furlan [...], mia mamma si chiamava Amalia Vidotto. Eravamo in dieci fratelli [...] Mio padre e mio zio erano in guerra e si trovavano: mio zio a Zenson di Piave e mio padre a Treviso, sotto il Ponte della Gobba. Mio padre, siccome aveva tanti figli l'hanno lasciato nelle retrovie, ma tra militare e guerra si è fatto lo stesso nove dieci anni di guerra.
Ricordo che a dare il segnale che bisognava partire hanno suonato una tromba; veniva giù suonando una tromba avvisando di allontanarsi dal Piave.
Da Stabiuzzo siamo andati a Rai, da un certo Bonotto. Non avevamo fatto un chilometro che una granata ha colpito in pieno la nostra casa, fracassandola. Dentro avevamo delle bestie, dei tori: tutti morti. Abbiamo fatto appena in tempo di scappare. [...]
Siamo partiti che avevamo due vacche e appena arrivati da Bonotto ce ne hanno portato via una subito, i tedeschi. Perché noi eravamo stati mandati via dagli italiani e siamo andati incontro ai tedeschi.
Da Guido Bonotto siamo rimasti un paio di giorni. Abbiamo dormito due notti nel cimitero di Rai e da là ci hanno portato a Codroipo dove, con le barche, ci hanno passato oltre il Tagliamento e siamo andati a Udine, nella frazione di Santa Caterina. Là siamo stati tutto il tempo, in una famiglia ... ma abbiamo cambiato due tre volte, abbiamo dormito anche sotto un pajèr de paja [un pagliaio].
I furlani non ci trattavano troppo bene, perché noi avevamo fame e si andava in cerca di mangiare e ne avevano poco anche per loro.
[Qualche anno dopo] sono stato a casa della famiglia che ci aveva ospitati, perché ho fatto il militare a Udine e allora sono andato a trovarli, in piena amicizia, perché [durante l'occupazione] non ce n'era per noi e non ce n'era neppure per loro da mangiare. Perché dove passavano i tedeschi facevano piazza pulita, portavano via tutto, neanche la calièra [il paiolo] non gli lasciavano, niente!
A Udine, da profugo, sono andato anche ad elemosinare [in mòsina]. Andavo con i miei fratelli e mie sorelle in cerca di sale o di qualcosa per poter mangiare. Qualcosa si trovava.
Quando tagliavano frumento si andava a spighe. Se ndéa a mùssoe [scarti di pannocchie] dove c'era da prendere su la biava. Si cercava di arrangiarsi meglio che si poteva.
Fame vera e propria non ne abbiamo patito, se non all'inizio, anche perché ci siamo fatti una provvista di due quintali di frumento raccogliendo le spighe e potevamo farci il pane. Un mio zio con un bato-c [battocchio] dentro un bossolo di granata faceva farina, pestando come in un mortaio. La farina veniva utilizzata così come usciva, "integrale", con le scorze e tutto. Le donne cuocevano questi "panettoni" - grossi pani - sotto a un coperchio di lamiera, senza forno.

Nastro 1994/29 - Lato A

Noi siamo stati fortunati perché eravamo riusciti a tenerci una vacca. L'avevamo tenuta nascosta sempre sotto la paglia e così riuscivamo ad avere il latte nostro. I tedeschi andavano con quelle sciabolone a pungere dentro alla paglia e noi siamo sempre riusciti a tenerla nascosta quando si sapeva che erano in giro. Dentro a un gran pagliaio si era fatto un ripostiglio, e poi si era d'accordo con le famiglie dei dintorni.
A proposito di sciaboloni. Ricordo che alla fine della guerra quando gli inglesi avanzavano, con quegli sciaboloni si sono scontrati con i tedeschi e andavano giù, si colpivano e si tagliavano come le cipolle. Avevano di quelle sciabole lunghe un metro, un metro e mezzo e si sbregàvano come sbregàr le angurie. Erano gli inglesi con i cavalli.
Noi abbiamo anche patito la fame, ma c'era chi ne ha patita più di noi.
Andavamo a rubare per i campi e non avevano niente, neppure il coltello per ammazzarci, i furlani. Si andava a rubare quei ravi dolci e rossi e ci correvano dietro con la forca.
Un mio cognato è stato tre giorni legato ad un pino perché è andato a rubargli due susine; legato con le mani dietro al culo. Si chiamava Arturo Barbaress. Il padrone lo aveva preso e legato; era un omenon grando che gli correva dietro con la forca. Si chiamava Papanòte.
I tedeschi dove passavano portavano via tutto. Era per quello che i furlani erano cattivi, perché i tedeschi dove erano passati avevano lasciato piazza pulita ... come poi hanno fatto giù per la Grecia, e qua avevano fatto uguale: anche le caliere avevano portato via.
Siamo stati profughi circa un anno e mezzo - due.
Siamo tornati dapprima a Rai e là siamo rimasti fermi per qualche mese. Mio padre veniva a prenderci e portarci dove si abitava prima. Abbiamo fatto su un baracchino per poterci ricoverare; senza baracca vera e propria, che ce l'hanno data dopo un anno-due.
In attesa delle baracche abbiamo dovuto arrangiarci. Questo baracchino era fatto con lamiere e tavole, ed era appoggiato a un muro della casa rimasto in piedi.
La terra era tutte buche. Su sei campi avevamo seimila buche di granata.
Noi eravamo a non più di duecento-trecento metri dal Piave.
C'erano trincee e tante buche. [...]
I tedeschi avevano trovato un mucchio di vino ed erano tutti ubriachi. I nostri hanno lasciato libero il Piave [hanno chiuso le prese d'acqua di Brentella e Piavesella] e così li hanno fermati, altrimenti i tedeschi andavano giù diretti, invece così li hanno annegati.
Non solo la nostra terra, ma quella di tutti era così colpita dalle granate.
Io sono stato a lavorare per trent'anni in un'azienda delle grave [di Papadopoli], l'Ente delle Tre Venezie. Arando si trovavano ancora granate e ossi, e anche barche. E non è tanto tempo che delle persone sono morte [maneggiando] i proiettili della prima guerra.
Quante granate abbiamo seppellito e quante ne sono state portate via! Un'infinità di munizioni. Era tutti i giorni un incidente.
Il Genio aveva tolto su il più grosso e allora i nostri vecchi le hanno anche seppellite, magari in queste buche dove ci starebbe stata una casa intera. C'era "una strage" di munizioni. Di quelle granate!
La terra che lavoravamo a mezzadria apparteneva a un certo Biffis Gerolamo da Mareno: non era particolarmente ricco ma aveva due tre campagne.
La baracca, prima di darcela, ci hanno fatto aspettare di sicuro due anni, là nel baracchino coperto di lamiere, uno sopra all'altro.
Poi fu rifatta anche la casa, ma noi siamo andati dentro alla casa nuova nel 1928-29. Eravamo tutti nelle baracche. Da noi era venuta un'impresa da Verona a ricostruire il paese.
Il paese di Cimadolmo, quando noi siamo ritornati, aveva poche case in piedi. O meglio, c'era solo qualche pezzo di casa in piedi, ma qua lungo il Piave non ce n'era nessuna. Chiesa e campanile, tutto a terra. Era rimasto in piedi qualche frontàl [facciata], qualche pezzo di muro.
Oggi siamo tuti siori, ma poareti di salute. In quegli anni io pensavo solo a riuscir a mangiare, questo era il pensiero ricorrente. Sono arrivato a vent'anni senza mettere un paio di scarpe. Eravamo in tanti in casa, dieci fratelli. Io ne ho avuti tre, di figli.
Noi siamo stati fortunati con i residuati bellici. Eravamo dieci fratelli e siamo stati forse l'unica famiglia a non aver avuto incidenti.
Tanti si sono fatti male, tanti anche si sono ammazzati, con petardi, bombe, sipe. Tutte schegge (petardi e sipe): quando ne esplodeva una eri morto.
Sono stato ferito anch'io con una di quelle, giù per la Grecia [durante la Seconda guerra mondiale]. Alle mani e a una gamba. Mi sono fatto dieci anni con le stellette, mi sono arrivate tante di quelle cartoline...
Vorrei soprattutto che mi domandasse dell'ultima guerra. Sono ritornato a casa per un pelo, dalla Grecia, su in montagna. Uno ti tirava sulla schiena e un altro sulla fronte e noi eravamo in mezzo; se non arrivavano i tedeschi a liberarci non si sarebbe qua nessuno.
Noi avevamo un portico grande [interviene la moglie] e mia mamma e mio papà sono ritornati a casa a riprendersi quel poco che era rimasto.
Uno sdrapnel li ha colpiti e a mio nonno ha tagliato il tacco della scarpa. Mia mamma si è presa due pallottole, sul petto e la spalla. Mia zia invece è stata ferita da una pallottola a una gamba. Sono state caricate in una carretta bastarda e portate all'ospedale di Oderzo. Dicevano che mia madre sarebbe morta e mia zia si sarebbe salvata, invece è avvenuto il contrario. Abitavamo a San Michele del Piave.

Nastro 1994/29 - Lato A

Aggiunte e precisazioni (13 settembre 1994)

Furlan. Ricordo di aver sentito questa tromba "a farfalla" [?] che suonava per avvertirci di scappare.
Abitavamo proprio in centro a Stabiuzzo, in via Castellana.
Abbiamo dormito nel cimitero, nel recinto del cimitero. Non era un cimitero come quello di adesso, era un cimitero dei poareti, senza tettoie e colombere.
Da Bonotto, dove abbiamo dormito per due notti, ricordo che nella prima notte uno che abitava qui vicino — chiamato Jijéto dea Ghitara, (era uno che andava poi anche a strass e oss e all'inizio, appena tornati qua, vendeva anche aghi) — ha fatto una fasoràda de garnèi co i scorsi del porsèl [una padellata di "pop corn" con le cotiche del maiale]. Garnèi, cioè le s-ciòche.
Non è che noi abbiamo mangiato le s-cioche assieme, ma io le ho viste fare.
La casa dei Bonotto era una gran casa e là c'era anche un reparto di tedeschi.
Ho visto anche che hanno impiccato un soldato, perché avevano scagliato una bomba ed erano morti un pochi di soldati. Ho visto che il soldato responsabile è stato legato ad un palo con le mani dietro il culo. Io l'ho visto solo legato a un palo, e ho sentito dire che l'hanno ammazzato.
Il cimitero di Rai era lontano dalla chiesa.
Da Stabiuzzo siamo partiti con un gruppo di famiglie, aiutandoci uno con l'altro, con mezzi propri. Le altre famiglie erano: i Barbaress, Segat Giovanni, Pietro Furlan, Jijio Furlan, Antonio Furlan. Con loro siamo arrivati fino a Udine.
"In elemosina" sono andato a Pordenone. Là si mangiava la polenta di sorgo e si andava in elemosina di sale. Pordenone è stata una tappa nella fuga verso Udine.
Mussoe: sarebbero panocchie scarte, piccole, ammalate, lasciate in dietro; gli scarti.
Io ero il più vecchio di sette fratelli e andavo in elemosina con la sorella più vecchia, Elvira, del '6, e l'altra sorella più grande, Teresa.
Mio zio Luigi Furlan, era lui che macinava il grano col batocio di ferro dentro al bossolo. Batteva dentro questo vaso, dentro questo grosso bossolo di granata.
Per fare il pane sul larín [focolare] avevamo un coperchio di latta. Era una specie di pentola, di bacinella rovesciata sotto la quale mettevamo il pane a cuocere, mettendoci sopra delle braci dopo aver pulito le pietre del larin.
Moglie. Anch'io l'ho fatto così, il pane, e fino a non tanto tempo fa.
Prima si scaldavano le pietre del larin... Chi aveva la cucina economica era un conto, ma chi aveva il larín faceva così, dappertutto, nella zona.
Furlan. Gli inglesi li ho visti che punzecchiavano dentro ai covoni di canne di granoturco, per cercare se c'erano tedeschi, con gli sciaboloni.
Quando gli inglesi correvano dietro ai tedeschi erano a cavallo.
Mio cognato Arturo Barbaress è rimasto legato 2-3 giorni, da Papanòte, che era il padrone cui aveva rubato delle susine e che ci correva sempre dietro con la forca.
Le baracche, il Genio ce le ha date solo nel 1921. Prima ci siamo arrangiati noi costruendo una specie di baracca appoggiata a quello che era rimasto della casa. Ricordo che andavo a prendere il rancio con la gavetta dai soldati del Genio, che venivano a chiudere le buche.
Eravamo in cinque fratelli: io, Giovanni 1913, Rino 1915, le due sorelle più i genitori.
Non ricordo se gli abitanti hanno fatto proteste per le baracche.
Ricordo che mio padre mi portava sulle spalle, e c'erano tutte buche.
Strade non ce n'erano. C'erano munizioni dappertutto, gran cataste di munizioni, a destra a sinistra, dappertutto.
Strade non ce n'erano, c'era solo qualche tròi [viottolo] per camminare. Poi il Genio ha sistemato tutte le buche.
Era tutto sbusà.
Il Genio ha dovuto lavorare tantissimo: c'erano di quelle buche che dentro ci stava una casa. Era impossibile lavorare la terra; c'erano erbacce...

Noi da profughi si andava a spighe e siamo riusciti a mettere via, a raccogliere tre quintali di frumento, fra fratelli e sorelle. Portavamo a casa un mazzetto ciascuno di spighe e a forza di tanto sono saltati fuori tre quintali. Così ci siamo fatti un po' di riserva.

lunedì 6 settembre 2010

Giovanna e Maria De Zorzi, Fener BL



Nate rispettivamente nel 1912 e 1910

Nastro 1994/19 - Lato A                                        30 maggio 1994

Il nastro inizia con una brevissima intervista al maestro Cristiano Codemo, 1912, testimone e studioso della guerra, autore di pubblicazioni in materia e direttore del museo della Grande Guerra di Alano di Piave, aperto al mattino della domenica.
Racconta che una parte degli abitanti di quei paesetti (e di Fener) riuscì a scappare di notte con il vecchio parroco lungo la ferrovia e andò profuga in Calabria.
Il maestro Codemo andò profugo a Fara di Feltre, dove suo padre morì di fame. Lui personalmente andava con una piccola gamella in giro dai tedeschi sperando che avessero un po' di compassione, e qualcosa davano, quel che potevano.
«Ero in un cortile e ogni sera, essendo piccolo e smilzo, mi alzavano e mi facevano passare per una finestrella per andar a rubare le uova delle galline»...
I tedeschi lungo la strada arrivarono fino a San Sebastiano; c'è una chiesetta. S. Sebastiano era controllata dagli italiani [...].

Inizio testimonianza delle sorelle De Zorzi.
[A parlare è quasi sempre Giovanna]

Mio padre faceva il postino e mio nonno  era ufficiale di posta [...]
All'epoca della guerra mio padre Antonio De Zorzi, 1879, era soldato a Modena dove faceva il falegname addetto agli apparecchi militari.
Mia madre si chiamava Meneghin Pierina, nata nel 1882.
Il giorno che siamo partiti, ricordo che mia mamma aveva in braccio il bambino più piccolo (aveva un anno) e passavano i bersaglieri ... quando sono passati questi bersaglieri gli hanno messo il cappello loro in testa. Stavano andando in direzione  di Treviso. Camminavano tutti in fila.
A dirci di andare dove siamo andati è stato un certo Segato.
Noi saremmo potuti andare dove sono andati tutti gli altri di Fener, a Tortoreto in Bassa Italia, invece questo Segato Giuseppe che era un maresciallo dei carabinieri ha detto: «No, no, l'é na roba de passajo» (me le diceva mia mamma, queste cose) «basta andare verso Schievenin e dopo, attraverso la montagna, si va verso Feltre».
Siamo andati a Schievenin, ma là c'erano i soldati e tiravano anche là. 
Ricordo - avevo cinque anni - che è caduta una bomba proprio davanti alla grotta dove eravamo noi. Sono andata fuori a vedere e mia mamma "noo, non andar fuori!"; tutto un fumo ho visto!
Il parroco invece è partito ed è andato giù per la Bassa Italia, a Tortoreto in Abruzzo e là se la sono passata bene, la fame non la hanno patita.
Invece noi...
Mia mamma andava a lavorare con i tedeschi a raccogliere le carote e riusciva a nascondere qualche carota dentro il risvolto della sottana, in basso. Quando arrivava a casa io andavo subito a toccarle la sottana per vedere se c'erano carote. I tedeschi le seminavano nelle campagne di Feltre.
La maggior parte del paese è andata a Tortoreto.
Anche il maresciallo Segato ha ritenuto opportuno, a un certo punto, di andare anche lui a Tortoreto con la famiglia; ma è stata una fortuna, un caso, non una sua cattiveria.
Noi invece, i miei nonni Meneghin e un'altra famiglia di Meneghin, eravamo a Prada di Schievenin, sulla montagna, in una malga assieme ai contadini. Non ricordo il nome di quella famiglia.
Da Schievenin, con il carrettone e i cavalli, i tedeschi ci hanno portato a Feltre. 
Per arrivarci c'erano due strade: una che andava con una rampa così in mezzo alla montagna e una era la strada provinciale dove passavano le macchine.
Siccome che stando lassù i nostri italiani si erano accorti che c'erano i carretti che camminavano lungo la strada hanno iniziato a sparare, e i tedeschi ci hanno fatto scendere giù tutti e abbiamo preso la scorciatoia nella montagna.
C'era con noi anche la famiglia di Onorato Menin.
A Feltre ci hanno messo in un palazzo che era tutto vuoto, in città, in piazza, insieme ad altre famiglie.
Ci siamo messi a dormire per terra e siamo rimasti là non molto tempo. Poi siamo andati in una casa a Umin di Villabruna. Là una sera è scoppiata la polveriera di Umin e ci siamo dovuti chiudere tutti in casa. Era una roba spaventosa.
Da Umin siamo andati a Sospirolo, dove siamo rimasti fino alla fine della guerra quando siamo ritornati a Fener.
Eravamo (siamo) tre fratelli: Maria, Giovanna e Giovanni (1907) che ora abita ad Asti dove era andato a lavorare, ha trovato la fidanzata ed è rimasto. Dapprima ha lavorato a Cairo Montenotte e al tempo della seconda guerra si è ferito in fabbrica così si prende l'invalidità. [...]
Quando ad Umin è scoppiata la polveriera, noi eravamo molto distanti e non ci è successo niente, è solo arrivata qualche scheggia.
In seguito siamo andati via da quel paese, ma sarebbe meglio dire "ci hanno mandati via", perché i profughi non li potevano vedere.
Una volta andavo "par carità" [a elemosinare] io e mia cugina Angelina, che ha un anno di meno di me, e siamo capitati in una famiglia che ha dato ad Angelina una scodelletta di minestra, piccola come quelle da caffè. Di minestra. 
Prima di darla anche a me la padrona mi ha detto: «Te la do, ma tu bisogna che mi dica un'Ave Maria». Mia cugina l'aveva recitata quest'Ave Maria, ma io ho detto alla padrona di no e così non mi ha dato la minestra. Per avere una scodelletta del genere io avrei dovuto dirle un'Ave Maria? Piuttosto sono rimasta senza minestra.
Ah, lascia stare. I bellunesi sono pessimi, cattivi!
Intervistatore. Forse avevano poca roba anche loro...
Giovanna. Ma che avevano la loro casa, le loro bestie, la loro roba, avevano tutto!
Mia sorella era seduta giù in una panchina e osservava i padroni di casa che mangiavano le patate, e le sbucciavano per mangiarle. Quando avevano finito di mangiarle, mia sorella è andata a raccogliere tutte le bucce, cercando di non farsi vedere. Ma i padroni l'hanno vista lo stesso e hanno detto: «Varda, varda, la magna quel che traón via noaltri!» Ci prendevano in giro, e io sono magra per natura ma mangerei tanto. Avevo sempre fame.
Per fortuna che i nostri nonni avevano dei soldi e potevano comprare in qualche maniera dello zucchero, del caffè, della grappa. Poi mia mamma e mia zia vendevano la roba e con i soldi ricavati andavano dai contadini e compravano sorgo, farina per far la polenta, fagioli, patate, roba da mangiare.
Mio nonno Andrea Meneghin ... di famiglia erano siori. Erano contadini con terra propria, andavano vendere i loro prodotti a Montebelluna. Grano e legna, perché erano padroni di bosco e montagna sulla Monfenera. Mio nonno era un contadino che se la passava discretamente, e in più facevano anche tanto vino. Facevano del vino buono, sulle rive lungo la strada. Era vino bianco, buono. Si vedono anche adesso passando lungo la strada quelle viti. Per questo aveva dei soldi, o meglio aveva i marenghi d'oro, messi da parte.
Soprattutto mia zia Corona era in gamba in questi traffici. Era scaltra, perché lei aveva l'osteria prima della guerra, e aveva anche lavorato in filanda. Magari ... parlando con le donne chiedeva dove si potesse trovare qualcosa, pagando. 
Malgrado tutto questo darsi da fare poco si mangiava lo stesso. Ne ho patita tanta!
Mangiavo i cavi delle viti, dalla fame che avevo. E ho preso anche le botte dalla mamma perché faceva male quella roba là. E poi mangiavo el pancuc [panevin, Rumex acetosa], una pianta che è dolce e si trova in mezzo all'erba. Io andavo là, mi sedevo per terra e mangiavo quello.
Tanta fame!
Si mangiavano e mòse, cioè quando si fa una polentina molla molla molla e poi la si versa sul piatto con il latte, e la si mangiava con il cucchiaio.
A Sospirolo si stava un po' meglio, ma anche là erano cattivi.[...] A Sospirolo non ti guardavano; i profughi non li potevano vedere. 
È come adesso che portano qua i negri e non li possono vedere, una roba simile, ecco.
Qua non ci sono i negri, qua da noi? Perché vogliono venire qua? Che stiano giù di là, no? Non c'è nessuno che li vuol vedere.
Quando siamo siamo tornati qua, subito dopo la fine della guerra, Fener era tutto per terra. I miei nonni laggiù alla stazione hanno fatto su come un baraccon. E là si dormiva sul fieno. 
Dopo ci hanno costruito le baracche, quassù vicino alla chiesa di San Michele.

Nastro 1994/19 - Lato B

Quando siamo tornati dalla guerra mandavano roba, pacchi, qua a Fener. Roba da a vestire, e altro, ma noi siamo proprio stati sfortunati.
Quando eravamo su di là si pativa la fame, siamo venuti giù di qua ed eravamo sempre senza niente. C'erano vestiti, c'erano lenzuola, c'era roba ... come fanno adesso che mandano via tutta questa roba per i poveri. Una volta mio padre ha detto al parroco: «Almeno dateci qualcosa anche per i nostri figli» e il parroco ci ha dato una scarpa par sòrt [spaiate].
E pensare che quelli che sono andati giù di là non hanno patito né fame, né niente. E bevevano, perché giù di là c'è vino buono. E le femene erano sempre ciòcc (ubriache). 
Noi invece non abbiamo preso niente.
Il parroco vecchio di Fener si chiamava Don Rizzardo Ferretto ed è andato a Tortoreto. 
Noi per aver ascoltato quel sapiente là siamo rimasti di qua del Piave. I Segato in un primo tempo sono rimasti di qua poi invece sono andati di là del Piave ... perché si erano portati in montagna molta roba, le bestie, ecc. Poi chissà dove è andata a finire tutta quella roba.
I tedeschi hanno ammazzato tutte le bestie e noi bambini andavamo in cerca di quello che c'è dentro alle bestie, l'intestino, el tampinàss. Ma poi lo mangiavano dei ragazzi più grandi di noi che avevano sui sedici diciassette anni ed erano sempre nascosti per paura che i tedeschi li portassero via. [...]
A Schievenin siamo rimasti abbastanza giorni, perché ricordo che quando ci hanno portato a Feltre c'era la neve per terra. Me lo ricordo perché avevo e dàlmede ai piedi, cioè come delle scarpe solo che avevano la suola di legno.
I ragazzi grandi si erano nascosti perché avevano paura che i tedeschi li portassero a far la guerra con loro. Si erano nascosti nella greppia delle bestie in stalla e si facevano mettere sopra il fieno. Ogni tanto venivano fuori, ma appena vedevano movimento di soldati tedeschi si nascondevano sotto la greppia.
Quando siamo partiti da Feltre ci siamo persi di vista con questi ragazzi perché ognuno è andato per conto suo.
A Feltre siamo rimasti nel palazzo per un po' di giorni e secondo me non ci doveva essere rimasta tanta gente, in centro a Feltre, perché lasciare i palazzi vuoti, così. Neanche i mobili c'erano, perché mi ricordo che dormivo per terra, sul legno. A Feltre vedevo solo soldati.
A Umin non ricordo di preciso come sia successo che è esplosa la polveriera. Forse qualche soldato ha sbagliato a toccare...
A Sospirolo si stava un po' meglio, ma si andava sempre "par carità". Là il ponte [sul torrente Mis] era stato fatto saltare e allora con il carretto con cui si andava par carità ... io e mia cugina portavamo su per l'altra sponda una delle due ruote, mio fratello l'altra, mia madre e mia zia il resto del carretto. 
Così ci toccava fare se volevamo portare a casa quel poco che avevamo trovato andando par carità.
Una volta i tedeschi hanno portato via mio nonno. L'hanno portarono dalle parti di Udine e gli hanno sequestrato tutta la roba che era riuscito a portarsi da casa [?].
Tanta fame, mia mamma piangeva.
«Mama, mi ó fàm.»
«E cossa te dae da magnar, che no go gnent.»
Allora via par carità. Qualcosa magari si riusciva a comprare con i marenghi, dai contadini, ma in ultima neanche con i soldi si riusciva a comprare più niente.
Anche i todeschi erano pieni di fame. Tedeschi ce n'erano dappertutto, anche a Sospirolo. La zona era tutta piena di tedeschi.
Molti sono morti di fame, cascavano per terra lungo la strada, ma non della nostra famiglia e noi li si trovava mentre andavamo par carità. Vecchi seduti là per terra, lungo la strada.
Perché noi camminavamo e si faceva tanta strada. 
Si prendeva questo carretto e sempre si spingeva, sempre con il carretto anche perché un pezzettino l'uno e un pezzetto l'altro si saliva sopra, a turno, e si faceva un po' di strada sedute sul carretto. Invece Nane, mio fratello che aveva quindici anni, camminava e me àmia [zia] e mia mamma tiravano il carretto.
Mia sorella più piccola stava a casa con sua cugina che aveva tre anni in meno e con suo cugino Andrea che aveva solo un anno e che da grande è diventato prete. Anche i nonni rimanevano a casa.
Sul carrettino si caricava farina, se si riusciva a trovarne, magari pagandola; oppure semola [crusca], che si mangiava anche quella.
Appena finita la guerra sono venute subito in paese mia madre e mia zia, assieme a mio nonno che ha costruito una specie di portico vicino alla stazione.
Dopo hanno costruito le baracche e el ministereto [Ministero delle Terre Liberate] ha ricostruito tutte le case di Fener. Era una ditta; la chiamavano el ministereto, gente che faceva le case, operai.
Tornata in paese, mia zia è venuta a sapere che il marito era morto in ospedale a Piove di Sacco.
Qua a Fener era tutto per terra. Ma tutto.
Non c'era niente in piedi, solo la Madonna della Salute - un capitello - era rimasto in piedi e aveva preso qualche scheggia. Prima era di là della strada ora non c'è più, l'hanno spostato.
Tutto per terra, tutti sassi, e non si poteva neppure camminarci sopra, perché c'erano le bombe sotto e magari si muovevano e rischiavano di esplodere.
Tanti sono saltati per aria, qua. Anche i nostri due cugini Forcellini. Camminavano lungo la strada dalla ferrovia verso il paese e hanno raccolto un petardo, una bomba a mano con il manico. Si sono messi a disfarlo e gli è esploso in mano.
Il parroco è ritornato quando ormai c'era la canonica ricostruita.
Hanno lavorato svelti, tanto che si può dire che nel 1920 Fener era stato ricostruito e così anche noi siamo ritornati nella nostra casa ricostruita.
*
Mio padre era postino, e quando è ritornato ha ripreso subito il lavoro. Anch'io dopo ho fatto la postina.
Mio nonno, De Zorzi Giacomo, era ufficiale postale ed è morto ancora prima della guerra, nel 1913. Allora l'ufficio lo ha preso mio zio Vittore e - morto lo zio Vittore - l'ufficio postale è stato preso in gestione da foresti.
Mio padre è andato in pensione da postino nel 1971. Si è fatto oltre sessant'anni di lavoro. [...]
Io mi sono sposata con Alessandro Bozzato e ho avuto una sola figlia.
Una figlia ha avuto anche mia sorella Maria, sposata con Giacomo Bozzato che faceva il pittore decoratore.

mercoledì 1 settembre 2010

Intervista a Francesco Daniel, Ponte di Piave TV

Nato il 27 novembre 1905  

Nastro 1993/03 - Lato A                           Lunedì 23 agosto 1993
         
In famiglia all'epoca della prima guerra eravamo in dieci. Mio padre si chiamava Daniel Luigi, era del 1879, portava il pizzo e aveva la barba, tanto che lo chiamavano Mosca Daniel. Mia madre si chiamava Nespolo Maria, ed era del 1885. Inoltre c'erano sette figli, due maschi e cinque femmine. Il più vecchio ero io, poi Agostino. Le sorelle si chiamavano Virginia, Palmira, Antonietta, Isetta e Italia, e tre di loro sono ancora vive.
Dopo la guerra sono nati altri fratelli e sorelle: complessivamente eravamo otto sorelle e quattro fratelli. [...]
Lavoravamo 15 campi di terra in proprietà. Che io sappia eravamo in proprietà da sempre. La casa era la stessa in cui ci troviamo per l'intervista e prima della guerra aveva solo due piani.
Si coltivava soprattutto uva e pannocchie, e un po' di frumento. La vigna era già tirata a Bellussi, ne sono certo, perché ho estirpato io la vigna una ventina d'anni fa.
In pratica avevamo metà azienda riservata al vigneto e metà a cereali e foraggio. In stalla avevamo solo quattro vacche e una cavalla. C'erano poche bestie nelle stalle, all'epoca; solo più tardi abbiamo comprato dei buoi. A quei tempi era così.
Il vino era principalmente raboso (il nero) e riesling (il bianco).
Le pannocchie erano bianche e gialle in sorte.
Le viti erano sostenute da opi [aceri campestri] e gelsi, in modo che si recuperava la foglia dei gelsi per i cavalieri e i rametti degli opi venivano utilizzati come scaràsse [sostegni] che si mettevano nel vigneto stesso e permettevano alle viti di espandere i tralci.
Avevamo anche dei boschi, verso il Piave (al cao de là): c'era arneràra (arnère = ontani) e pioppi, talponi che erano nati spontaneamente. Si trattava di un bosco spontaneo del quale si utilizzava legname al bisogno e un po' di legna la vendevamo. Il bosco in parte era di nostra proprietà e in parte era del demanio.
A causa della guerra sono andato a scuola solamente fino alla seconda elementare, perché nelle scuole elementari di Ponte di Piave si era stabilito un ospedale militare italiano fin dall'inizio della guerra.
A scuola avevo ripetuto sia la prima che la seconda, per quello nel 1915 avevo finito appena la seconda. Molto è stato anche a causa di una maestra che era severa. Si chiamava Nice Zambon (a maestra Zambon) e abitava a Negrisia. Era sorella dell'avvocato, ed era da sposare. Più che severa era cattiva: "spaccava la testa ai ragazzi", botte con la bacchetta.
Era una maestra tremenda, anche troppo, tanto che un ragazzo - che abitava qua in una casa sotto Negrisia ed era un po' duro da capire - una volta che la maestra lo aveva picchiato, si è ribellato e le ha infilato el canòto con il pennino nel sedere. Dopo è scappato e da quella volta non è più andato a scuola. Si chiamava Angelo Davanzo, ed era della classe 1896.
Da parte mia, una volta chiusa la scuola e iniziata la guerra, sono rimasto a casa a lavorare, anche perché mio padre era andato in guerra ed era rimasto ferito (mentre due fratelli di mio padre erano morti).
Mio padre era rimasto ferito a una gamba. Aveva preso come una grossa botta, che pur non avendogli fatto perdere l'uso della gamba lo costringeva a zoppicare. Era rimasto in ospedale ed era venuto a casa in convalescenza [nel 1917] un giorno prima che facessero saltare i ponti.
Appena mio padre era tornato, io e un mio cugino abbiamo scavato una trincea a fianco della casa per poter andarsi a riparare. Eravamo in 25 persone che vi si rifugiavano.
Non eravamo scappati perché degli ufficiali italiani che erano passati da quelle parti ci avevano rassicurato, dicendoci di non scappare, perché tanto sarebbe stata una cosa "di passaggio".
Nella trincea venivano a rifugiarsi anche abitanti delle case vicine, come altri Daniel (della famiglia di Luigi, che però era militare) e anche della famiglia Sartor (due ragazze e il padre). La trincea ci dava un po' di sicurezza nel caso ci fosse stata qualche sparatoria. Ma la cosa è diventata presto ben più grossa.
Siamo rimasti nella trincea tre giorni e tre notti. Solo per far da mangiare mia madre e mio padre uscivano un pochino.
La trincea era una buca scavata nel terreno e ricoperta da grossi tronchi di acacia, sopra i quali erano disposte delle zolle di terra. Vi si accedeva attraverso una piccola rampa.
A un certo punto è arrivata una granata giusto sopra la nostra casa e le pannocchie che erano nel granaio si sono sparpagliate tutt'attorno. Avevamo il maiale che pesava ormai due quintali, ed è stato colpito da una scheggia e sventrato.
Quando abbiamo visto questa cosa, dentro a casa non ci siamo più andati e siamo scappati direttamente, dirigendoci alla volta di Negrisia, perché dalla parte di Ponte di Piave c'erano i cannoni italiani che - sistemati a Saletto e a San Bortolo - sparavano in direzione del ponte. Anche perché inizialmente i tedeschi erano passati oltre il Piave, a Ponte, ed erano arrivati fino a San Biagio di Callalta. Da San Biagio però sono ritornati indietro, perché hanno avuto l'impressione di essersi spinti troppo avanti e avevano paura di rimanere circondati.
La bomba che ha colpito la nostra casa e ci ha conviti a partire è arrivata dopo che avevamo trascorso tre notti nella trincea. Era di mattina, verso le otto e mezza-nove.
In trincea dormivamo su della paglia stesa per terra. I bisogni andavamo a farli fuori, se proprio era necessario. Ma si andava poco, anche perché si mangiava poco, perché si aveva paura.
Quando siamo scappati io mi son preso sotto il braccio destro mio padre, e sotto quello sinistro mia nonna (Elena Dalla Torre, di anni 75). E sulle spalle avevo anche la penultima delle mie sorelle, la Isetta. La bambina più piccola invece era in braccio a mia madre.
Quando siamo scappati abbiamo camminato ai piedi dell'argine, per via delle pallottole che fischiavano. Eravamo in gruppo, con i ragazzini più piccoli che a volte andavano più avanti.
Non avevamo preso niente dalla casa.
Appena scoppiata la bomba siamo scappati. Il maiale è rimasto là, agonizzante. Le mucche sono rimaste in stalla dove da tre giorni non mangiavano ed erano là che si lamentavano perché non avevamo coraggio di andare fuori a dargli da mangiare, con tutte le pallottole che fischiavano.
Siamo scappati come ci trovavamo, scalzi. Non abbiamo fatto in tempo di prendere su niente, tanta era la paura per le granate che fischiavano, ed erano tante. Non abbiamo preso su neanche i soldi. Mio padre li ha lasciati là. Aveva poca roba per la verità, ma li ha nascosti sotto terra, per paura che i tedeschi li trovassero. E poi, al ritorno li ha ritrovati dove li aveva nascosti, dentro in casa, in una delle stanze che non avevano il pavimento ma solo la terra.
Il giorno in cui hanno fatto saltare i ponti era di venerdì [9 novembre 1917] e noi siamo partiti alla volta del mercoledì o giovedì successivo. Infatti hanno iniziato a sparare un paio di giorni dopo aver fatto saltare i ponti.
Siamo scappati da casa prima che arrivassero i tedeschi. Per fortuna non pioveva e ci siamo incamminati lungo la stradina che portava all'argine, fiancheggiata da una siepe di acacie su entrambi i lati.
Abbiamo camminato ai piedi dell'argine fino all'altezza dell'osteria Da Violina. Qua siamo saliti sulla strada - perché ormai non sparavano più – e abbiamo proseguito fino a Roncadelle. Poi siamo passati per Ormelle, Tempio, Lutrano, Camin giungendo a Mansuè, dove abitava la famiglia di mia madre (Nespolo Domenico era il capofamiglia).
Mentre noi stavamo scappando eravamo gli unici perché le famiglie che abitavano fuori dell'argine erano già scappate. Noi invece, qua dentro, eravamo rimasti gli ultimi a partire. Qualcuno della nostra trincea ha voluto rimanere ancora là, ma alla sera quando sono arrivati i tedeschi è stato portato a Oderzo. [...]
Lungo la strada non abbiamo trovato nessuno che scappava. Invece abbiamo incontrato quelli che erano scappati prima di noi. Li abbiamo trovati a Lutrano. Ma fino a Lutrano non abbiamo trovato nessuno, neppure soldati tedeschi che avanzavano.
A Mansuè siamo rimasti fino ad aprile, quando i tedeschi ci hanno dato l'ordine alla sera di trovarsi alla mattina successiva tutti in piazza. Là ci hanno caricati sui camion e portati ad Annone Veneto. Ad Annone c'era un treno che ci ha portati fino a Cividale. A Cividale abbiamo cambiato treno, salendo su un trenino che fino a S. Pietro di Natisone, più precisamente a Vernasso, dove ci hanno sistemati in case lasciate vuote da abitanti del luogo che erano invece scappati dopo Caporetto per andare in Italia.
Come razione alimentare i tedeschi ci fornivano 150 grammi al giorno, a testa, di "farinaccia" di cui non saprei dire la consistenza, perché non era farina da polenta, era farinass e la si cucinava in qualche maniera con l'acqua, senza sale né niente per insaporirla.
Si andava da questi slavi, perché Vernasso era il primo paese di slavi, a chiedere qualcosa da mangiare e loro non ci davano niente. Avevano patate ma non davano niente, perché se le tenevano per loro. Erano ingordi. Le avevano, ma le tenevano per loro. Perché se si andava nei paesi più indietro (non slavi), si trovava qualcosa da mangiare; ma bisognava camminare tanto.
Certo, noi soldi per pagare non ne avevano.
Si andava anche in imosinon (a elemosinare) ma nessuno ci dava niente. 
Andavo anche a lavorare, ad aiutare quegli slavi là. Ce n'era uno che mangiava un pollo alla sera e mi diceva: «Tu mangia la polenta sola, che io sono stanco questa sera, a te la darò domani la carne.» Lui mangiava il pollo e io mangiavo la polenta pura, e per forza di cose dovevo farmela bastare.
Abbiamo iniziato a cavarcela con il mangiare quando finalmente è arrivata la stagione delle castagne, a partire dalla fine di agosto del 1918. Andavamo a battere i castagni, perché oltre a quelli di proprietà delle famiglie rimaste ce n'erano molti altri che appartenevano ai profughi italiani.
Mio padre, malgrado avesse la gamba ancora zoppicante, doveva recarsi a Cividale per lavorare sotto i tedeschi. Lavorava alla riparazione e manutenzione degli acquedotti della zona. Anch'io andavo a lavorare sugli acquedotti ma soprattutto a caricare ghiaia da portare lungo le strade.
Finalmente sono arrivati gli italiani, e solo allora abbiamo iniziato a mangiare regolarmente.
I tedeschi in sè non è che ci trattassero male, non erano cattivi quelli là; ma mangiare niente, perché non ne avevano neppure loro, avevano fame anche loro.
Per primi fra gli italiani, sono arrivati i lancieri di cavalleria, che correvano al galoppo. Sono arrivati quando i tedeschi stavano ancora ritirandosi. La prima notte c'è stato anche uno scontro a fuoco, in quanto la truppa tedesca tentava di ritirarsi e non voleva arrendersi agli italiani. Gli italiani hanno sparato e sono rimasti feriti molti tedeschi e uccisi muli e cavalli. Questo è successo a Vernasso.
Arrivati gli itliani, per mangiare andavamo alle cucine dei militari, che ci davano quello che avevano in più. Andavamo in prevalenza noi ragazzi a chiedere da mangiare. Mi ricordo di aver mangiato per la prima volta con abbondanza pasta in brodo (subiòti), che erano anche buoni ... soprattutto perché avevamo fame. Comunque niente carne, solo pasta in brodo e qualche volta anche risotto. Niente vino.
Neppure ai primi tempi quando siamo ritornati a Ponte di Piave ne abbiamo bevuto; solo più tardi quando hanno messo su degli spacci a Ponte si andava a prenderne.
A Ponte eravamo ritornati con il treno messo a disposizione dai comandi italiani. Siamo arrivati fino a Ponte, perché la ferrovia funzionava fino a Ponte. Alla stazione ci attendeva nostro zio Domenico Nespolo con un mulo e un sarabàn (calesse) che ci ha portato a Mansuè, perché a Ponte di Piave non c'era più niente, era tutto distrutto.
Mio zio si comportò anche bene, perché a mia mamma spettava la sua quota di eredità.
Con il calesse abbiamo portato anche un po' di coperte che erano state utilizzate dai tedeschi e a Mansué abbiamo trascorso l'inverno, il primo del dopoguerra, finché a Ponte, nel nostro cortile ci hanno sistemato una baracca. Era la primavera dl 1919; fine marzo, inizio aprile.
Appena finita la guerra suo padre andò a presentarsi alle autorità militari, spiegando che era stato messo in convalescenza [...] poi i militari lo hanno congedato.
Quando sono tornato a casa non vi ho trovato più niente, altro che sassi. Tutto a terra; non c'era un benché minimo pezzo di tavola in piedi.
C'erano reticolati nella campagna, c'erano trincee, camminamenti che ci siamo dati da fare per chiudere.
Abbiamo tirato su le viti che erano tutte per terra, mettendo i loro pali, ma siamo andati avanti due anni prima di fare un raccolto. Il primo anno, 1919, niente.
Dopo la guerra Ponte di Piave lentamente tornava alla normalità. Sono stati costruiti dei forni per il pane.
Nella nostra campagna abbiamo iniziato a mettere da una parte (accatastare) le bombe, ma in certi casi le mettevamo anche sul fondo delle buche esistenti. Tutto questo provvisoriamente, perché poi sono passati gli artificieri che hanno prelevato le bombe e le hanno portate tutte sulla grava del Piave, dove le facevano saltare sul mezzogiorno.
Gli artificieri sono passati anche con una specie di calamita per cercare le bombe che erano in profondità.
La nostra famiglia si è dedicata in particolare a chiudere i camminamenti austriaci che c'erano nella campagna. C'erano molte trincee che erano come una specie di fossa larga circa due metri e coperta da travi di cemento armato. Travi che noi abbiamo ancora conservati in un catasta e in parte li abbiamo riutilizzati come architravi nella ricostruzione della casa.
Di queste trincee ce n'erano diverse nella nostra campagna. C'erano poi anche le trincee per gli ufficiali che avevano il fondo preparato con una mano di traversine ferroviarie sopra le quali veniva disteso del cemento [...]. In linea di massima le barre di cemento che coprivano le trincee sono tutte in buono stato e non risultano colpite da schegge, ecc. In queste trincee i soldati dormivano, anche. Mentre per spostarsi usavano i camminamenti (che invece erano scoperti).
Dopo aver chiuso le trincee e liberata la campagna da bombe e reticolati, sono arrivati gli artiglieri che ci hanno arato la terra, in modo da prepararla alla semina del mais (già nel 1919). Gli artiglieri avevano un traino di 3-4 paia di cavalli cui era attaccato un aratro.
A preparare la nostra terra abbiamo lavorato solo noi di famiglia, maschi e femmine, tutti; senza aiuti dalle altre famiglie, perché ognuno aveva il proprio gran lavoro da fare. La vigna è rimasta improduttiva fino al 1920. Per quanto riguarda l'acqua per bere, già prima della guerra avevamo una pompa a stantuffo che pescava in falda, ma i tedeschi ce l'hanno portata via. Così quando siamo ritornati ci procuravamo l'acqua da bere nel Negrisia, acqua che allora era pulita, perché si teneva pulito lungo il canale, mentre adesso ci buttano giù porcherie. Poi un fabbro di Ponte di Piave ci ha riparato la pompa in modo da poterla riutilizzare.
I cavalli che aravano la terra andavano via di corsa. L'aratro era fatto con il vomere che aveva una posizione obbligata; così un artigliere, una volta iniziato il solco, vi si sedeva sopra. In questa maniera non era obbligato a correre a piedi per tenere il ritmo dei cavalli, che andavano via molto veloci.
Ogni coppia di cavalli aveva un soldato in groppa che li conduceva, per questo i cavalli andavano via veloci. Comunque, anche se di corsa, l'aratura è stata fatta bene.
Noi a questi soldati da mangiare non potevamo darne, ma magari davamo loro un fiasco di vino, che si andava a comprare.
Una volta arata la terra si è provveduto a seminare il granoturco con un vanghetto, a righe.
Per il vino abbiamo invece dovuto faticare ed attendere di più, prima di avere il raccolto. Ci sono voluti due anni e per colmo di sfortuna nel secondo anno (1920) è arrivata anche la tempesta, e la produzione è stata molto ridotta.
Le viti, che erano a Bellussi [belussera], non erano state tagliate dai tedeschi, ma distese a terra [...] in modo che rappresentassero un ostacolo per eventuali avanzamenti di soldati italiani (par ingambararli). Era lasciato libero solo dove c'erano i camminamenti.
La casa abbiamo iniziato a farla molto più tardi, nel 1923, perché non c'erano soldi. Poi il governo ci ha dato un contributo di 25.000 lire, ma in realtà abbiamo speso trentamila lire.
La nostra casa è stata costruita da una cooperativa di Maserada. C'erano molte cooperative che appaltavano i lavori.
Noi abbiamo iniziato i lavori con la procura di pagamento promessa dal governo, ma poi abbiamo dovuto aggiungere il resto. Il lavoro è stato fatto a regola d'arte, perché i muri da allora sono ancora in piedi.
Inizialmente, nel 1923, la casa è stata ricostruita a due piani, come prima della guerra. Solo più tardi, nel 1928, è stato aggiunto un altro piano.
Oltre al contributo per la casa, qualcosa abbiamo ricevuto dal governo anche per il bestiame, e tutto l'abbiamo investito nella casa.
Per vestirci invece abbiamo dovuto arrangiarci.
Con i residuati bellici non abbiamo guadagnato niente. 
Pali di reticolato, reticolati, schegge di bombe che avevamo raccolto con molta fatica nei nostri campi e ammucchiato davanti casa... Siamo stati vittime di una truffa. Sono venuti in casa nostra con la falsità. Si sono presentati come una "Commissione", accompagnati dai carabinieri, e noi abbiamo dovuto starcene buoni.
Forse saranno stati (anzi erano) carabinieri, ma evidentemente erano pagati da quelli che venivano a prelevare la roba. Quelli della sedicente "Commissione" erano vestiti in borghese e avevano l'accento della Bassa Italia.
Si sono presentati con i cavalli e con i carioti [carrettieri] al seguito. I carioti erano Tomiot Luciano e fratello, da Ponte di Piave. Avevano un carro ciascuno ed eseguivano gli ordini della "Commissione".
Hanno prelevato la roba che noi avevamo accatastato ma non ci hanno pagato. Eppure avremmo potuto guadagnare circa 5000 lire, vista la quantità di materiale.
Avevamo soprattutto circa mille pali di sostegno dei reticolati, dei quali - in precedenza - avevamo in parte tagliato le punte per utilizzarle come denti degli erpici. Era stato molto faticoso estirpare quei paletti di ferro dal terreno e poi liberarli dai reticolati utilizzando delle trance che avevano abbandonato per terra i tedeschi. Manovrare i reticolati a mano nude, senza guanti, qualche volta al massimo aiutandosi con una forca per ammucchiarli...
La "Commissione" ci ha portato via tutto senza rilasciare alcuna ricevuta, e noi non potevano protestare più di tanto, perché c'erano i carabinieri. Io avevo intuito che era una truffa, ma cosa potevo fare ... e poi c'erano anche mio padre ed altri più grandi di me.
Questa truffa sui residuati bellici non è capitata solo a noi ma anche a tutte le altre case della grava, le case del Borgo dei Danieli, come è chiamato.
Avevamo anche recuperato dei barconi di ferro con cui gli austriaci avevano fatto un ponte nell'offensiva di giugno. Il ponte era all'altezza dell'isola, di fronte a dove nel 1993 si è svolta la sagra di San Romano e la corsa dei cavalli. Il ponte è stato colpito proprio mentre i tedeschi lo oltrepassavano e il Piave era in piena. I tedeschi sono caduti numerosissimi nel Piave e vi sono morti. Infatti quando noi siamo ritornati nella nostra campagna, abbiamo trovato nella grava moltissimi ossi, ormai senza carne.
Si trovavano ossi sparsi nella grava, nei giaroni. Di là del Piave c'erano gli ossi degli italiani, con i quali poi hanno preparato l'ossario di Fagarè. Di qua invece c'erano tutti gli ossi dei tedeschi, persi per la grava. C'era un osso qua, un osso lavvìa, una testa. 
Noi li lasciavamo la nel giaron e poi la Piave a forza di rotolare li ha calpestati, frantumati, sepolti. Adesso dopo tanti anni, saranno ormai consumati.
Quando è arrivata la Commissione falsa siamo stati un po' colti alla sprovvista, anche perché non c'era ancora una severità, c'era un po' una mancanza di poteri; non si sapeva bene a chi rivolgersi. Era l'estate o la tarda primavera del 1919.

Nastro 1993/03 - Lato B

In una giornata, il via e vai continuo dei carioti ha ripulito le nostre cataste di rottami trasportandole a Ponte, non so dove.
Hanno portato via anche tutte le schegge di granata che avevamo raccolto nei campi e che fra l'altro disturbavano il lavoro, perché si segava l'erba a mano con la falce e se la lama colpiva un pezzo di ferro si scheggiava.
Le bombe invece erano state raccolte e fatte scoppiare in precedenza dagli artificieri che, dopo averle ammucchiate nella grava, le facevano scoppiare nel primo pomeriggio. Noi che eravamo in baracca sentivamo questo gran colpo e avevamo anche paura che qualche scheggia arrivasse da noi, perché si sentivano fischiare le schegge.
La casa è stata ricostruita con un po' di pietre della fornace Bertoli di Fagarè e con molti sassi della grava. Sassi: in parte ce n'erano ancora della casa vecchia e poi si andava in grava con un mulo a prendere quelli che servivano. 
[I muri della casa avevano] "ogni quattro-cinque file di sassi, una fila di pietre (un corso de piere)".
*
Io ho fatto il militare nel 1925 e sono riuscito ad evitare la seconda guerra, anche perché dopo di me c'erano altri due fratelli che facevano il militare.
Quello che faceva guadagnare un po' alla nostra azienda era il vino, sempre buono e venduto direttamente agli osti che venivano a casa nostra a prenderlo.
L'alluvione del 1965 è stata peggio di quella del 1966, perché c'era ancora il raccolto dell'uva sulle viti (era settembre). Qualcuno è riuscito comunque a piazzare l'uva come fosse buona, ma molti altri no.
Nel 1965 l'uva era piena di fango. Dentro ai grappoli era entrata erba, fieno. Non si aveva neppure la possibilità di mangiare un grappolo d'uva; un granello d'uva non si poteva mangiarlo perché era pieno di fango. Lavandolo, al massimo si riusciva a mangiare un grappolo.
Invece nell'alluvione dell'anno successivo [1966] il raccolto era già stato portato a casa.

Aggiunte e precisazioni, 1 settembre 1993

Non ricordo a quale gamba fosse rimasto ferito mio padre.
Io ero il più vecchio dei fratelli.
Scappando [dopo Caporetto] non abbiamo trovato nessuno vicino a casa e a Negrisia perché siamo partiti per ultimi. Tutte le case erano abbandonate, ma a mano a mano che ci allontanavamo dal Piave le case erano abitate, perché da quelle parti non bombardavano.
La baracca dopo la guerra.
Era abbastanza grande. Aveva quattro stanze ed era coperta da tegole. Le pareti erano fatte con una doppia mano di tavole, in modo che non filtrava il vento ;  dentro era abbastanza accogliente. Solo che all'interno della baracca non si poteva far fuoco per cucinare, così noi avevamo approntato una tettoia dove c'era la vecchia casa, e là accendevamo il fuoco.
Molte altre baracche invece erano coperte da cartone catramato e consistevano magari in un solo stanzone. Noi siamo stati fortunati, forse perché siamo stati fra gli ultimi ad ottenere la baracca.
Le travi di cemento erano di circa 2 metri e venivano sistemate sopra le trincee in varie maniere. [...]
Come pavimento le trincee avevano delle tavole in legno, ma noi non abbiamo fatto in tempo di vederle, le tavole, perché le altre famiglie della zona che erano ritornate a casa prima di noi se l'erano prese loro.
In altre trincee vicine al Piave, trincee per ufficiali, il pavimento era in cemento e il tetto era in traversine ferroviarie coperte di terra.
Il fabbro che poi ci ha rimesso a posto la pompa si chiamava Luigi Zanusso, di Negrisia, detto Violina: aveva anche una piccola osteria, con gioco di bocce.  [14:00 fine intervista]