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martedì 12 ottobre 2010

Oreste Simonella, Chiarano TV

Nato nel 1911

L'intervista è stata registrata nell'abitazione del testimone, a San Stino di Livenza, durante un incontro fra amici organizzato da Giuseppe Gasparini (San Donà di Piave).

Nastro 1986/3 - Lato A    (da 06:20 a 25:29)                               19 gennaio 1986

Abitavamo a Chiarano e si era la prima casa dopo il fronte. Davanti a noi erano spariti tutti, profughi.
Da noi c'era il comando tedesco e saranno stati in cinquanta.
I tedeschi non volevano vedere ragazzini in casa, perché disturbavano e via discorrendo.
Mi ricordo che si aveva un barco dove mettevamo il foraggio, e si era in ventotto bambini sotto questo barco. Quando gli italiani l'hanno scoperto - perché più degli italiani non sono stati - hanno iniziato a bombardare. La prima bomba è caduta sul barco. Per fortuna ha battuto sul filo di ferro sovrastante. È esplosa in aria e non c'è stato neanche un ferito, ma noi bambini siamo scappati tutti.
Davanti alla nostra casa i tedeschi avevano piantato dei palloni [aerostatici] e mettevano delle rame [rami, frasche] perché gli italiani non vedessero.
Poco prima dell'offensiva [sul Piave, giugno 1918 - battaglia "del Solstizio"] i tedeschi sono stati otto giorni con i cavalli attaccati e con i carreggi pronti. Dovevano andare sul Piave, e sono andati sul Piave e là sono restati tutti. Alcuni di quelli che erano da noi sono tornati indietro e dicevano «mama tuti kaputt». Voleva dire che li avevano ammazzati tutti.
[Durante l'occupazione] siamo sempre rimasti a Chiarano. Andavamo in cerca di mangiare, che mangiare non ce n'era e mi ricordo che mi sono gonfiato le gambe ad andare "a carità". Si andava a carità di patate, di quello che si trovava. [...]
Si avevano 40 capi di bestiame e ce li hanno portati via tutti. Ci hanno lasciato solo due vacchette. [...]
Sono arrivati a San Martino.
C'erano i maiali nel porcile. Li ammazzavano e gli bruciavano il pelo con la paglia. Le interiora e tutta quella roba là la buttavano via e noi la si andava a prender su per mangiarla.
Il granoturco e le pannocchie distrutte tutte. Distrutti tutti i raccolti.
La cantina era piena di vino. "Bottoni" da venticinque [ettolitri]: gli sparavano con il fucile e a forza di bere si sono ubriacati. 
Su tutte le nostre cantine c'era una vasca che, se la botte spandeva, recuperava il vino. Si sono ubriacati, sono andati nella vasca e sono morti. Quattro di loro, quattro tedeschi, annegati; ubriachi che erano, morti tutti, annegati.
Il povero Carlo Sessolo, che abitava vicino a noi – era lui e la moglie con tre figlie piccole – i tedeschi ... i ongaresi [ungheresi], sono andati là. Hanno acceso il fuoco e hanno messo su una calièra de aqua. Quando sono andati per ammazzare il maiale, Carlo è saltato fuori con la forca. Sai cosa hanno fatto? Lo hanno preso e lo hanno piantato dentro alla caliera bollente. Il maiale gliel'hanno lasciato e sua moglie avendo visto questo "specchio" è rimasta sabóta [balbuziente]. Non parlava più.
Il povero Ernesto Simonella, che sarebbe stato mio zio ... si aveva un poco di pollame e si aveva un barco. Tutto questo pollame lo avevamo messo sopra il barco. I ongaresi, i tedeschi, i vol ndàrghe ciavàr e gaìne [vogliono andargli rubare le galline]. Lui corre fuori con la forca e se non scappa in camera nostra – che era una stanza nascosta – e non va sotto il letto, dio c. i o copa anca lù.
[...] Eravamo quaranta persone. Si aveva un muss [asino] e andavamo giù alle Basse a carità. Tornavamo a casa con due tre zucche e ... prova a mangiare polenta e sorgo, come l'ho mangiata io ... se te caghi altro! Poenta e sorgo o pestarèi de zuca con a poenta e 'na presa de sorgo.
D. Come sarebbero stati questi pestarei?
R. La zucca la si puliva e si faceva fuoco. La si faceva chiara come quando si pestano i fagioli e poi gli butti la pasta. Noi si faceva così, tutto per farne di più, perché si era in quaranta, mica uno, eh! Si buttava dentro la farina di sorgo macinata con un macinino a mano, sorgo di quello rosso [saggina], quello da scoati [scopini da secchiaio].
Si mangiava un pasto al giorno di quella, e al gabinetto non andavi più. Potevi affittarlo!
[...] Una volta i tedeschi ci hanno preso tutti e ci hanno chiuso su una stanza, da un'altra famiglia. Aspettavano ordini se avevano da ammazzarci tutti o lasciarci liberi. Hanno aspettato e siamo rimasti chiusi un giorno e una notte. Anch'io, tutti. C'erano donne e bambini. Tutti chiusi. Dopo una giornata e mezza ci hanno lasciati liberi.
Con le femmine [donne adulte] loro "no i se intrigava"; con le ragazze, piuttosto. Le ragazze dovevano star nascoste.
Ma più che ... non era proprio il vero tedesco, era l'ongarese el cancaro pi gross.
[...]
Dopo, aspetta, è scoppiato il colera.
D. Colera o spagnola?
R. No, colera, gli si diceva noi. E andavano nel lazzaretto, nel bosco di San Marco.
Erano rimasti senza mangiare e mangiavano pannocchie crude, cani, gatti.
Eh! Lo sai che hanno perso la guerra perché non avevano più niente da mangiare?
E mangiando queste robe è scoppiato il colera.
A noi borghesi, sebbene si mangiasse male, non ci è successo niente ... ma a loro, cara mariavergine, il lazzaretto del bosc de Cessalto [in realtà il testimone si riferisce all'ex "bosco di San Marco" che sorgeva in località Santa Maria di Campagna, al confine fra Chiarano e Cessalto] ... era pieno pieno, perché li portavano tutti là per l'infezione del colera.
D. Lei l'ha visto il lazzaretto? Come era fatto?
R. Eh, porco diose! Il lazzaretto era formato come un ospedale. Aveva due saloni, uno a destra e uno a sinistra dell'entrata e dopo c'era l'ambulatorio dei dottori.
Dottori là non ne dormivano, andavano una volta al giorno a visitarli.
In testa ai due saloni c'erano i gabinetti. Era come un ospedale, né più né meno.
Domanda di un ascoltatore. C'era qualcuno che si salvava?
R. Ehi! Non ne ho mai visto neanche uno. Morivano, e dopo andavano a seppellirli sui cimiteri di qua e di là.
Il colera era dal mangiare male, mangiavano pannocchie crude. 
Sai le pannocchie quando sono "mezzo grano"? Loro mangiavano di quelle là con un po' di zucchero, roba così; si vede che non erano abituati, più il caldo che c'era...
Di civili neanche uno dentro a quell'ospedaletto. Tutti tedeschi.
Noi abbiamo patito tanta fame, mangiato polenta di sorgo, quella sì, ma noi si era in casa, si avevano due vacche nascoste, si mangiava qualcosa.
I tedeschi sapevano che avevamo le due vacche ma lasciavano stare. Vedevano che eravamo in tanti: si era ventisette bambini, mica uno. C'erano sette spose che pompavano!
Gli facevano pecà [pena] questi figli e allora ti lasciavano le due vacche.
*
La nostra casa si trovava dove adesso abita Scolaro, in cao al bosc de San Marco.
I tedeschi tagliavano i róri [roveri] ... C'era un bosco di roveri che tu non hai neanche un'idea. C'erano dei roveri che ci volevano due uomini ad abbracciarli. Grossi! Guarda che con una doppietta non riuscivi a colpire un uccello che era sopra un rovere, da alto che era.
Il povero mio padre era boscaiolo, lavorava dentro nel bosco [...] c'erano segherie là. Tutti i ponti che c'erano sulla Bidoggia sono stati fatti con quei roveri. Il bosco era del comune.
I soldati tedeschi hanno distrutto il bosco. Hanno tagliato per loro, l'hanno adoperato là, e la rimanenza l'han portata via per far fortezze.
[...] Hanno portato via tutto i soldati della prima guerra: tagliato e portato via tutto. Ti dico che noi eravamo la prima casa dopo del fronte, eravamo di fronte al bosco.
*
I tedeschi, sai che sono arrivati fino a Meolo? Il Piave lo avevano passato [nell'offensiva del giugno 1918].
Gli italiani hanno lasciato che passassero il Piave e quando sono andati oltre – che sono arrivati con il fucile, senza riserve, con poche di munizioni – hanno "alzato" l'acqua del Piave e loro indietro non sono più riusciti a tornare.
Prima, [quando l'avevano passato, il Piave] era asciutto. L'hanno attraversato con cavalli e via discorrendo. Dopo, quando gli italiani hanno levà [lasciato scorrere] l'acqua del Piave ... sono rimasti dentro i cavalli, i militari non potevano più passare e per sgomberare l'acqua hanno dovuto dargli cannonate. Tra cavalli, carretti e soldati avevano fermato l'acqua. Hanno dovuto cannoneggiare il groviglio che si era formato nel Piave, per romperlo e permettere il deflusso dell'acqua che andava verso il mare.

Nastro 1986/9 - Lato A

Aggiunte e precisazioni, 30 gennaio 1986
[...]
Noi si era ventisette-ventotto ragazzini e si era tutto il giorno nel bosco, durante la guerra del '15-'18. Erano rimaste molte munizioni e tutti noi ragazzini, sai cosa si faceva? Si prendeva, si smontavano un poche di bombe, casse di polvere ... si faceva una riga di polvere di duecento metri che andava a finire sul deposito delle munizioni. Si dava fuoco alla polvere e si scappava. La polvere andava via ardendo, andava nel deposito delle munizioni e scoppiava fuori tutto. Quello era il giudizio che si aveva!
Non si vendevano questi residuati, munizioni, fucili, cannoni. Noi la munizione la si faceva saltare. L'altra roba sono venuti i soldati a prenderla dopo.

[Il racconto della guerra si interrompe con vari episodi di vita nell'antico bosco di San Marco]

[...] Dopo la guerra – che il bosco era andato distrutto – carestia di legna. Se a qualcuno gli occorreva legna ... andavano in questo bosco con un badile e una manera e in due ore ti buttavano fuori tre quattro quintali di legna. Tutta a stèle [schegge, stecche]. Avevano mannaie di quelle giuste ed era gente che conosceva la vena del legno. 
Terminata la guerra, il bosco è stato tirato ad agricoltura e hanno messo dei concentramenti di baracche di profughi, robe così.
Ci saranno state un migliaio di persone dentro, un cinque-seicento famiglie. In località Campagna [...] dove c'è il ponte sulla Bidoggia [lungo la Calnova], subito di lato c'è una strada che va dentro. Vai avanti mezzo chilometro e vedi il lazzaretto dove c'erano i militari con il colera. La nostra casa era fuori del bosco e adesso c'è una famiglia che anche loro sono in affitto con l'Ospedale. Abbiamo abitato là fino al 1934.
Il bosco con la guerra, sparito tutto. I tedeschi hanno portato via tutto, tagliavano con le asce. C'era il reparto boscaioli e anche i nostri boscaioli del paese andavano ad aiutarli. Avevano requisito tutti. 
boscariòi erano un "reggimento" per conto loro ... ma a tagliare il bosco, lo hanno tagliato tutto gli italiani mobilitati, roba di guerra. 
Facevano trincee, ponti. Là sulla Bidoggia, di ponti ce n'era uno ogni duecento metri. Era per andare alla guerra sul Piave [perché non erano sufficienti i ponti che già c'erano]: uno a Campodipietra, un altro sulla Calnova e dopo - dalla Calnova - un altro era in Grassaga. Così, frammezzo ai ponti [di pietra], con i roveri hanno fatto altri ponti.
Il bosco deve essere stato complessivamente sui 350 campi e nel tempo del 15 e 18 è stato tagliato tutto.
Prima, quando c'erano gli italiani, tagliavano i roveri che venivano segnati dalla forestale e facevano trincee con i roveri. Gli italiani tagliavano secondo le regole, quando è iniziata la guerra.
[...]
I tedeschi hanno fatto piazza pulita del bosco. Erano rimasti quattro roveri, proprio là "sopra" la strada, presso la famiglia M. Erano persone poco per bene, avevano fatto amicizia con i tedeschi e gli hanno lasciato quattro-cinque roveri.
D. Perché proprio a questa famiglia?
R. O spie dei tedeschi, o chissà cosa. Glieli hanno lasciati e dopo loro se li sono tagliati e se li sono portati via. Ormai il bosco era distrutto, non c'era più niente.
Quando sono andati via i tedeschi non c'era più niente al posto del bosco. Niente, niente. Netto. Un poca di ramada [ramaglia] e sóche [ceppaie].
In primavera hanno iniziato a darne tre campi a uno, quattro a l'altro. Andavano a cavarsi queste legne e le soche e l'hanno tirato ad agricoltura.
[...]
Il comune ha dato gratis il bosco alle famiglie. Un campo-due ciascuna, e in un anno: pulito tutto, non esisteva più neanche un bacchetto.
Dentro al bosco senza esagerazione ci saranno state una media di mille persone al giorno, ognuna sul suo pezzo di terra.
A noi hanno dato due campi. Mio padre è venuto fuori dalla famiglia patriarcale ed è andato ad abitare nel bosco in una baracca americana. Si abitava nella baracca e si andava a ripulire il nostro pezzo di bosco per mettere un poco di mais.
A quelli che andavano ad abitare nel bosco con la baracca gli assegnavano un pezzo di terra. Il resto del bosco l'hanno dato a chi se lo voleva prendere, operai...
A quel tempo là lavori non ce n'erano ... e carestia di legna. Andavano nel bosco, pulivano il loro pezzetto di terra e piantavano mais, patate, fagioli e robe così.

1986/9 - Lato B

[...] I baraccati sono rimasti là per molto tempo.
Noi abbiamo fatto dieci anni e siamo venuti via nel '33. Eravamo orfani, perché mio papà è morto del '20.
Le baracche nel bosco devono esserci rimaste per altri vent'anni, finché è venuta fuori la legge che ha detto che tutti quelli che erano nelle baracche dovevano andare nelle case e hanno fatto le case rurali, quelle casette lungo la strada che una volta non c'erano.
Ci saranno state 6-700 baracche. 
Gli chiamavano Matausen [Mauthausen] perché era un concentramento di poveri [Cfr. Giulio Boa, Far West trevisan, 1987. Vita nelle baracche al "canile" di Treviso, sempre dopo la 1GM].
Quando qualcuno di noi delle baracche andava fuori, magari in paese, gli dicevano «sei da Matausen, taci!». Matausen vuol dire miseria.
[...]
La nostra baracca era americana. [...] Era chiamata americana perché quelle baracche le adoperavano gli americani quando sono venuti a combattere in Italia bevendo la birra.
Dopo loro si sono ritirati e ci hanno lasciato tutte le baracche che le hanno date ai poveri. 
Io ho ancora il tetto della baracca, sul barco. Quando abbiamo disfatto la baracca, il tetto l'abbiamo messo sul barco, ed è ancora là [dove Simonella abita ora, nella bonifica delle Sette Sorelle, a San Stino di Livenza]. È ancora sano...
Quando siamo venuti via, i nostri due campi li abbiamo lasciati al comune perché si pagava l'affitto. Abbiamo disfatto la baracca e l'abbiamo portata qua nella palude dove l'abbiamo usata finché si è guastata "torno torno" [alla base] e non stava più in piedi. Allora abbiamo fatto su una casetta e l'abbiamo coperta con il tetto della baracca. Siamo andati avanti vent'anni e dopo abbiamo comprato dove siamo ora (sempre nella zona). 
Abbiamo buttato giù la casetta là, costruito questa casa qua e il tetto della casetta - che era quello della baracca - è sopra il barco. Quanti anni ha, quel tetto? [...]
Ritorna a parlare della vita nell'ex bosco di San Marco
[...] Più di asini là non c'erano, in quel concentramento. Si aveva uno stradone, per andar fuori, che quando andava bene sarà stato un metro di fango. Si aveva un pozzo al quale si servivano tutte le famiglie; meno male che non è venuto il tifo. Eravamo senza acqua e il comune ci ha fatto nel centro un pozzo. Ognuno, quando gli occorreva l'acqua, andava al pozzo con la mastella e la corda e si tirava su l'acqua; poi si portava via la corda e la mastella.
Pensa: con cento mastelle, con mille mastelle che vanno giù nel pozzo, che acqua buona poteva esserci stata?
Non è scoppiato il tifo perché Gesù Cristo ha detto che se gli mando il tifo muoiono tutti.
[...]

giovedì 23 settembre 2010

Mafalda Molinari e Amoreno Véníca

Nati rispettivamente nel 1911 a Casali Malina (Orsària di Premariacco, UD) e 1906 a Ipplis. Residenti a Cerneglons (UD).

Informatore Pietro Juri

Nastro 1998/17 - Lato B                           Giovedì 15 ottobre 1998

[...]
Molinari. [Dopo Caporetto, i tedeschi] ... sono venuti i tedeschi, a portar via le bestie.
Il nonno ha fatto un po' di resistenza e loro li hanno ammazzati. Tre morti in casa abbiamo avuto. Sono entrati armati, volevano portar via proprio la vacca che doveva partorire, lui si è opposto. Il nonno, visto che eravamo tanti bambini, ha detto: «Portatemi via tutte le altre, lasciatemi quella là» e loro gli hanno sparato.
Il nonno si chiamava Fabio Molinari. Dopo è morto anche suo fratello che era con lui in quell'occasione e che non era sposato. Non si è più ripreso da quella volta, è stato sempre male.
Il terzo morto sarebbe la nonna, sempre in quell'anno.
Guardi, eravamo tanti bambini, tre donne e mio padre; i fratelli erano tutti di là del Piave.
Dopo un anno che non ci si vedeva è arrivato uno zio, fratello di mio padre. Eravamo bambini e lui diceva: «Oh, come state, bambini, [ci] siete tutti?»
E noi: «Sì, noialtri ci siamo, ma i nonni non ci sono, i nonni non ci sono.»
All'epoca abitavamo di là della Malina [dove siamo passati adesso, dice Pietro Juri] in località chiamata Lippe o "Casali Malina", che sarebbe sotto Orsaria
«Ho tutto ancora davanti agli occhi», di quel periodo.
I tedeschi si sono presentati e sono entrati. Tutto quello che hanno trovato si sono messi a mangiare, e uccidere pollame, tutto.
D. Voi non potevate scappare?
R. E come? E dove si doveva scappare? Siamo rimasti dove eravamo, nella nostra casa.
[Juri, interviene e si chiede – Perché i tedeschi non sono arrivati a Padova, in tre giorni? Proprio perché la truppa, il grosso, si perse nelle campagne: ubriacati, 24 ore di ubriacatura generale e completa.]
Un anziano presente all'intervista: «Uccidevano il maiale e ne bevevano il grasso.»
Molinari. Siamo sempre stati fermi dove abitavamo, due chilometri distanti da qua. Dove scampare? Dove si doveva andare?...
Mi ricordo che gli italiani [i soldati] scappavano. Erano tutti disorganizzati, però non avevano fatto malanni nelle case, non ci avevano rubato niente.
Mio padre è andato via di là del Piave, assieme agli altri militari italiani e ai suoi fratelli. Erano quattro fratelli, tutti militari e tutti quattro sono andati di là del Piave.
La nostra famiglia, che è rimasta qua, era composta dal nonno, la nonna e due cognate, mia mamma e la zia e in più noi bambini che eravamo in cinque, due bambine e tre maschi. Dell'altro ceppo, quello della zia, erano in altri tre bambini.
Lavoravamo la terra del conte Puppi di Moimacco. Non so se il conte sia rimasto, ma credo sia scappato.
Durante l'anno dei tedeschi ... da mangiare poco, non si aveva mai niente, perché a casa nostra ogni due tre giorni nettavano tutto. Ed eravamo due famiglie. Cosa si poteva nascondere?
Per fortuna c'erano due famiglie qua in paese che ogni tanto ci portavano qualcosa e si poteva andare avanti, perché a noialtri ci portavano via tutto, nella casa nostra.
Un giorno sono venute le guardie con un mazzettino di paglia, poca. «Non lasciatevi portare via neanche così» hanno detto le guardie «quando vengono vicino gridate "Gendarmi, gendarmi!"».
D. Quindi, secondo i capi non avrebbero dovuto rubare. Perché rubavano lo stesso, allora?
R. Per mangiare! È sempre stata così. Uno mangia tanto e l'altro non mangia niente...
Nessuno comunque è morto proprio di fame, di noialtri, no.
D. E' vero che qualche donna è stata violentata, che sono nati figli di questi soldati tedeschi.
R. Sì, sì, sono nati, sì.
D. Magari le ragazze erano d'accordo?
R. No, non credo. Che sappia io non posso dire.
Juri. Personalmente ne ha conosciuto qualcuno o è una diceria?
Un familiare. È compromettente. Ci sarà stata qualche violenza, ma matrimoni misti fra tedeschi e ragazze locali, qua, non risulta, mentre nella seconda guerra ci sono stati dei matrimoni...
Pavan. Venivano da voi a chiederle l'elemosina da altri paesi ancora più poveri, dalle montagne?
Molinari. Saranno venuti, ma io non ricordo.
D. Quando sono arrivati gli italiani, nel 1918, cosa ricorda?
R. Non mi ricordo bene quando sono arrivati.
Mi ricordo che è arrivato mio zio Davide e noialtri bambini si lavorava, quello che si poteva. 
«Ehilà bambini, siete tutti!?» 
«Sì, noialtri ci siamo, ma i nonni non ci sono», abbiamo detto. 
«Purtroppo, l'ho saputo a Udine.»
Era arrivato a Udine ed era andato da un tabacchino che era uno del paese e si chiamava Gildo Barazzutti. Lui sapeva cosa era successo e aveva informato lo zio che i tedeschi avevano ucciso suo padre e sua mamma.
Barazzuti aveva la tabaccheria appena si entra a Udine da qua, passando il Torre, in via Buttrio, la prima casa. Questo Barazzutti era un tipo un po' particolare, una specie di macchietta, però tutti quelli che passavano di là - perché non andavano in centro a bere un bicchiere di vino, andavano in periferia - tutti si fermavano da Barazzuti, sia che venissero sia che andassero a Udine. La tappa da Barazzutti era d'obbligo, quindi da lui si sapeva tutto. [...]
D. Come si sono comportati gli italiani quando sono arrivati?
R. Non ho ricordi particolari.
Juri. Anche perché loro abitavano un po' fuori del paese.
Un familiare. [Abitavano] là dove c'è il guado, duecento metri prima ... non l'ultima casa che si vede nel basso vicino alla roggia, la Cividina. Il guado si chiamava Malina e il luogo nel complesso si chiamava Casali Malina.
*
Amoreno Venica. Ricordo che abbiamo attaccato quattro bestie al carro e siamo scappati. Arrivati sul ponte di Premariacco ci siamo fermati e appena abbiamo girato il carro il ponte è saltato. 
C'erano due ponti: quello vecchio era rotto un poco e quell'altro è andato tutto dentro al Natisone.
Non ho visto saltare il ponte, perché le guardie ci hanno fermati prima, un duecento metri prima. Erano soldati italiani.
Appena abbiamo girato il carro abbiamo sentito lo scoppio. Allora siamo andati giù a Oleis, Manzano fino a Pavia [di Udine]. A Pavia abbiamo saputo che i tedeschi erano sul Tagliamento. Ci siamo fermati in una casa dove i padroni erano scappati. Siamo rimasti là per tre giorni. Per mangiare: un po' di pane fatto in casa, un po' di polenta, insomma ci siamo arrangiati. Sul carro eravamo otto fratelli, papà e mamma. [...]
A Pavia non abbiamo visto nessun tedesco. Soldati italiani sì, tanti, tutta una colonna (che poi sono stati fatti prigionieri). Noi eravamo in mezzo a una colonna. Una colonna che sarà stata da Pradamano fino a Pavia, coi carri, coi muli. Ci siamo trovati in mezzo col nostro carro trainato da quattro vacche, due davanti e due dietro.[Per portarle con noi ... per dare il cambio, eventualmente, nel viaggio].
A guidare il carro c'era mio papà che si chiamava Domenico. La mamma e noi bambini eravamo sul carro; pioveva.
Sul carro avevamo messo un po' di tutto, anche vino, una botte di vino, tacchini, oche. Su, tutto.
Spiega il figlio. Era un carro grande, a quattro ruote, come i caratteristici carri del luogo. Al centro aveva un pianale che poteva essere largo, non so, un metro e ottanta, e lungo dai tre ai 4 metri.
Venica. Era una botte da due ettolitri ... tacchini, oche. Io ero seduto sul carro, e pioveva. Fermi là in colonna ... siamo tornati a casa.

Nastro 1998/18 - Lato A

Discussione sull'origine (slavo antico? Selva-nera?) del nome Cerneglons, nel cui territorio ora abita la famiglia dell'intervistato.
*
Venica. Ritornati da Pavia, a casa non abbiamo più trovato niente. Avevamo due giovenche e quelle ce le aveva prese un vicino, che poi ce l'ha restituite. Ma la maiala con dodici maialini, due dei quali erano pronti per essere ammazzati, era sparita. Dentro in casa invece i mobili c'erano ancora, ma i mobili una volta, sa com'era, mica come adesso: un tavolo, un po' di sedie.
A Ipplis nessuno era riuscito a scappare, che sappia io, nessuno. Gli unici che abbiamo tentato di scappare siamo stati noi.
D. Com'è stata la vita durante l'anno dell'occupazione austriaca?
R. Come polenta, si mangiava. Si andava al molino col carretto e il molino era a Leproso. [...]. Il padrone dell'epoca era Bergolini.
I tedeschi venivano spesso, tanto che a mia madre - che voleva salvare un tacchino - le hanno sparato. Erano in due soldati austriaci. Non l'hanno presa perché uno dei due ha spostato la canna del fucile che il compagno aveva puntato su mia mamma. Ha vinto mia mamma e loro due sono andati via senza tacchino. 
Eh in quei momenti là! 
Mia mamma si chiamava Caterina Gasparini.
Si andava al molino e si trovava fucili dentro tutti i fossi, abbandonati. Noi si prendeva il fucile e si sparava sui gelsi, come tiro a segno! 
Ma tanti ragazzi sono morti raccogliendo le bombe per terra. Vedevano le bombe, le prendevano su e tiravano. Bombe a mano lasciate dagli italiani prima di scappare. Nei primi giorni c'erano armi dappertutto. [...]
Quando sono ritornati gli italiani noi eravamo fuori in campagna e non abbiamo visto niente. [...] Per noi era una giornata qualsiasi, di lavoro, a raccogliere quel poco che era rimasto.
Mi ricordo dei russi, povera gente, prigionieri. Arrivavano sulla porta e: «Mama, cucurussa, cucurussa», che vuol dire granoturco, pannocchie. Si accontentavano anche di un pugno di cucurussa. Avevamo fatto i covoni con le canne del granoturco e i russi li hanno rovesciati tutti per cercare qualche pezzettino così di pannocchia. 
Eh povera gente, i russi. Non facevano niente; erano prigionieri dei germanici, sempre a Ipplis, in località Le Baronesse. Era un castello, una villa.
Quando sono arrivati gli italiani non hanno suonato le campane, perché non c'erano campane, le avevano portate via.
Molinari. Neanch'io ricordo che ci sia stata qualche festa al ritorno degli italiani. Le campane erano state tutte portate via.
Venica. Mi ricordo che per salvare una vacca abbiamo dovuto portarla nel bosco ai confini con le Baronesse, perché a Ipplis ci sono delle colline; era un bosco di acacie. E stare attenti, sempre uno di guardia, che la bestia non muggisse, perché da sola nel bosco la bestia avrebbe muggito. Questo è avvenuto durante la ritirata dei tedeschi ... e due maiali sotto un tino in mezzo ai campi di granoturco.
Dopo un po' di tempo che sono arrivati gli italiani abbiamo ricevuto un cavallo, ma non ricordo se l'abbiamo pagato o se l'abbiamo ricevuto gratis.
L'ha ricevuto ogni contadino, un cavallo, per lavorare. Era un cavallo dei militari, un buon cavallo, non ne so la razza. Lo si attaccava davanti alle vacche, e via! Sarebbero state quattro o sei mucche più un cavallo, per arare. Ovviamente chi l'aveva, altrimenti si arava anche solo con le mucche.
Il rimborso dei danni di guerra l'abbiamo ricevuto quando io ero soldato, nel '26. L'hanno tirata a lungo finché la giuria ha detto che non avevamo avuto tanti danni [...] ma quelli che avevano minori danni hanno tirato di più!
I tedeschi lasciavano una vacca per famiglia e chi non ne aveva nessuna magari si è trovato con tre-quattro vacche "di danni di guerra" e chi ne aveva due si è ritrovato con una.
[Una volta] i tedeschi ci hanno fatto un buono per il vino che si erano presi. Mio papà è andato dai gendarmi in paese e [gli hanno detto che] sopra era scritto: «I gatti vecchi bevono il vino senza pagare.» Era un proverbio, una presa in giro scritta in tedesco.
Eh, sarebbero tante cose, ma chi si ricorda!
In quell'anno dei tedeschi non si andava a scuola, ma a lavorare.
Io il primo lavoro che ho fatto è stato sul casello di Ipplis. Occorrevano 12 anni per andare in quel posto, e io ne avevo 11. Ma mia madre con un paio di polli al capostazione mi ha fatto mettere là, sulla "Crosada". Ma era ancora prima che partissero gli italiani, quando c'era un treno che partiva da Moimacco e andava quasi fino a Gorizia.
Era un binario solo, a scartamento ridotto. Io ero sul casello con la bandiera rossa a fermare se vedevo un carro di là o una macchina sulla strada. Prendevo 90 lire al mese. Erano tanti ... e per mangiare e bere, dai soldati.
Mio padre non era in guerra, aveva più di quattro figli e lavorava i campi. Mia madre lavorava in casa.
Le riserve del fronte [dell'Isonzo], quando li mandavano a riposo, erano a Spessa di Cividale, sulla strada che va a Corno di Rosazzo. Là c'era un grande campo. Là arrivavano le compagnie ... i quattro - cinque che erano rimasti.
Restavano là 15-20 giorni finché riformavano le compagnie e su un'altra volta al fronte.
Io li ho visti, sì. Il posto era a circa tre chilometri da casa nostra. Mi ricordo che un tenente dei bersaglieri l'ho trovato a Bologna, dopo. Io ero carabiniere e lui comandava la mia tenenza. Mi ha chiesto se conoscevo la zona di Villa Rubini di Spessa dove c'era il campo.
Mi ricordo che poi questi soldati venivano da noi e mangiavano la colza e la condivano con un grasso qualsiasi, pur di sfamarsi, o meglio, pur di sentire qualcosa di diverso, come per una golosità.
Quando ero con la bandierina rossa mangiavo dove era il comando e alla sera mi portavo a casa una bella porzione di pastasciutta. Ogni giorno pastasciutta. Facevano di quegli spaghetti larghi così, me lo ricordo ancora, conditi con tanto di quel formaggio che non si staccavano neppure.
La colza l'adoperavamo al posto del broccolo, lessata e condita con sale olio e aceto. I soldati la condivano con grasso che prendevano dalla cucina. Era una golosità per loro, un po' di verdura. [...]
La ferrovia in cui lavoravo andava da Moimacco a Mossa, fin sotto il fronte, quasi. Portava armi, bombe.
A Moimacco c'era anche il tribunale militare e, dove era il conte De Puppi, là era tutto campo.
Scaricavano dal treno che da Udine andava a Cividale, alla stazione di Moimacco, e da là partiva il trenino.