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martedì 31 agosto 2010

Luigi Disastri , Saletto di Breda di Piave - Treviso (1900-2005)


Nastro 1993/4 - Lato A                     1 settembre 1993

All'epoca di Caporetto ero un civile militarizzato, cioè facevo parte di un gruppo di civili comandati da un militare.
Ho iniziato a fare il falegname a 11 anni ("sono nato falegname"), imparando il mestiere in paese da un certo Giovanni Biasini (Nane Campanèr). Un giorno sono arrivato tardi al lavoro perché mi ero fermato a prendere il mangiare per una donna e il padrone mi ha dato un calcio nel sedere. Così ho cambiato padrone e sono passato da Santo Pasin di San Biagio di Callalta, un bravissimo falegname, e là ho lavorato nel 1912, '13, '14.
Nel 1915 il padrone è stato chiamato alle armi, come bersagliere, e io sono andato a lavorare proprio con Nane Campanèr nei reparti militarizzati che andavano a lavorare sotto il fronte, sulle seconde e terze linee. 
Ero pagato bene: 5 lire al giorno più le spese. Alla fine del mese venivamo pagati da un apposito contabile mandato dallo stato: davanti ad una baracca avveniva il pagamento. Io i soldi li mandavo a casa, anche perché avevo dei parenti che mi avevano allevato da piccolo, infatti ero di famiglia molto numerosa (11 fratelli). 
In particolare io ero gemello (primogenito, secondo nato) e i genitori mi avevano affidato a una parente, che poi non era neppure proprio parente, era una sorellastra di mio padre, con la quale ho vissuto assieme fino ai 15 anni. Si chiamava Peruzza Maria, aveva sposato Antonio Bin ed era figlia di Matteo Peruzza che aveva preso mio padre dall'ospizio - perché mio padre era un trovatello figlio di NN, cui era stato messo il cognome di Disastri - e siccome Peruzza non aveva figli maschi era andata a prendersi un maschio all'ospizio. 
Poi questa sorellastra di mio padre mi ha allevato fino ai 15-16 anni, proprio sulla casa in cui ci troviamo adesso per l'intervista e dove ora abito. Solo che all'epoca la casa era più piccola. Non era fatta come ora, ed era di proprietà di mio nonno Peruzza Matteo, originariamente come stalla in cui poi è stata ricavata una stanza. Quando Peruzza morì la casa è diventata proprietà di Disastri Antonio.
Io appartengo ad una famiglia di "gemellari": dopo di noi due gemelli ce ne sono anche altri due, che attualmente abitano in Francia.
Nel 1915 come militarizzato sono stato dapprima a Villa Vicentina, sull'Isonzo. Non è che fossi stato obbligato ad andar lavorare, ci sono andato volontario; si formavano delle squadre di 30 - 40 persone alla guida di un assistente.
Lavoravamo alla sistemazione ed al rafforzamento delle trincee, mettendo delle tavole e dei montanti sulle pareti in modo che la terra non franasse.
Poi ho lavorato molto anche a fare baracche. Ho imparato a coprire i tetti con la paglia (come si fa con i casoni) ed ero anche bravo a farlo; baracche ricovero per cavalli e militari. 
Dopo sono andato a lavorare verso Caporetto. 
Una persona del paese che io conoscevo, un certo Beniamino Davanzo, che era sergente in una compagnia in linea proprio sul Carso a San Michele mi ha detto: «Guarda che io conosco qualcuno in una squadra dove prenderai più soldi... »
Ovviamente io ci tenevo ai soldi, e, anche se si trattava di andare in una linea più avanzata e quindi c'era più pericolo, ci sono andato ... 16 anni per la verità sarebbero pochi per rimetterci la pelle... 
07:09 Sono andato da quelle parti e quando hanno fatto la ritirata di Caporetto, mi trovavo a San Giorgio di Nogaro, agli ordini di un caporale maggiore romagnolo che comandava dei soldati ma aveva anche la responsabilità di un gruppo di operai, fra i quali c'era anch'io, che dormivo in una baracca da solo (me l'aveva data lui, il caporale, la chiave).
Quando ci fu la ritirata di Caporetto ha iniziato ad infiammarsi tutto, a scoppiare tutto, tutto che si demoliva.
*
- Il sergente Davanzo di cui ho parlato prima non è lo stesso che ha dato il nome a una via centrale di Saletto, che invece si chiamava Massimiliano ed era un mio cugino. Quello là, sugli altipiani d'Asiago, era bersagliere (prima invece era del 55 Fanteria), poi essendo uno sfegatato, "era bravo", l'hanno messo fra i bersaglieri , come volontario, e là in poco tempo è diventato sergente. C'era una mitragliatrice che falciava i soldati italiani e nessuno riusciva a stanarla e faceva molti morti. Lui, un po' sfegatato si è offerto volontario per farla tacere e in quell'occasione è stato ucciso, meritandosi la medaglia d'argento. È rimasta una medaglia,ai famigliari. Lui è rimasto lassù" -



Ritornando a Caporetto

È stata una cosa improvvisa, non è che ci sia stato un preavviso. 


Questo brano è stato selezionato per il volume di 
Cesare Bermani e Antonella De Palma 
E non mai più la guerra. Canti e Racconti del '15-18



09:25 Ricordo che il caporalmaggiore mi ha detto: «Disastri, bisogna scappare, bisogna scappare, qui crolla (casca) tutto.»
Infatti in lontananza, verso l'Isonzo, scoppiavano i depositi di munizioni bruciati dai nostri. Era una catastrofe. Le strade erano piene di soldati, di feriti. I campi erano pieni di profughi. Un mondo che si rovescia, una cosa che non si riesce a spiegare. Di tutti i colori, dei colpi che vanno su alto e che scoppiano, poi si dilatano, di qua e di là, tutto un mondo che si rovesciava e gente che scappa. Le strade ingombrate, non si riusciva più a passare.
Io avevo la bicicletta e non ho potuto passare, ho dovuto camminare per i campi, assieme a questo caporalmaggiore. Era di giorno, quando siamo scappati. Abbiamo camminato tutto il giorno attraverso i campi, riparandoci sotto dei gelsi quando gli aeroplani austriaci passavano bassi e sganciavano qualche bomba; e c'era acqua nei campi. Finalmente siamo arrivati al ponte e lo abbiamo superato ... a forza di camminare siamo arrivati a Portogruaro.  (AUDIO brano selezionato)
Con noi, a lavorare nella stessa squadra, c'era un certo Zuccheri assieme a suo figlio. Zuccheri era già scappato prima di noi ed era già arrivato a Portogruaro, dove abitava. Il caporalmaggiore, che ne conosceva l'indirizzo, è andato a casa sua e Zuccheri ha preparato polenta e pollo in umido. 
Zuccheri parlava con la moglie e le diceva: «Guarda che io devo scappare, altrimenti gli austriaci mi prendono». 
La moglie invece aveva deciso di rimanere, però diceva al marito: «Porta via la mucca, porta via a vaca». 
E Zuccheri a dirle: «No, la vacca non posso portarmela dietro.»
Poi con questo Zuccheri abbiamo continuato la fuga, ma ci siamo persi di vista a San Donà di Piave. 
Il caporalmaggiore era riuscito a trovare un vagone attaccato a un treno merci. Vi siamo saliti là sopra e siamo andati fino a Mestre. E io, da Mestre ho raggiunto Saletto, prima che i tedeschi arrivassero sul Piave.
Quando i tedeschi sono arrivati sul Piave, di fronte a Saletto, nella nostra casa non c'era più nessuno, perché appena sentite le prime cannonate erano fuggiti.
*
I tedeschi, giunti sul Piave, avrebbero potuto proseguire perché non c'era nessun italiano ad affrontarli. 
Sono passati degli zappatori con la tuta di tela grigia con una stella rossa sulle mostrine; chi aveva un piccone, chi un badile. Facevano delle postazioni dietro gli argini in modo che il soldato potesse appoggiarsi per sparare; questi zappatori erano italiani.
Alla sera, io assieme a Beniamino Davanzo che era fuggito dal Carso, Ugo Peccolo che era un comune amico e Davanzo Ferruccio ... tutti pratici del posto e inoltre pratici di armi essendo bene o male già stati tutti al fronte (anch'io, pur essendo civile, perché ero giovane... e poi ci vuol poco a imparare) ... prima che arrivassero i tedeschi - che hanno cominciato a salire sui pini del Piave, dalla parte di là, oltre il greto, oltre l'argine, montare per vedere di qua - noi li vedevamo qui dall'argine della nostra parte.
Poi è arrivata la teleferica e non c'era neanche un nostro soldato, assolutamente nessuno. I tedeschi avrebbero potuto avanzare che nessuno avrebbe loro impedito di venire avanti. Io non riesco a spiegarmi perché non siano passati. 
Il fatto è che le prime avanguardie sono rimaste di là 48 ore, anche di più, senza nessuno che li ostacolasse. Finché un mattino gli italiani hanno messo una batteria nel terreno di Zampieri, una batteria calibro 75. 
Zampieri era un mio santolo che aveva un pezzo di terreno dopo i Mosole, sulla strada per Candelù, un po' più avanti di via Molinetto, dove c'è quella casa con i pini grossi e ora c'è la casa del Mosole. Ora tutto è cambiato. Là si è presentato un sergente che aveva tirato dei fili telefonici per comunicare con la batteria.
Un mattino si è presentato qua a Saletto un reggimento, che aveva le mostrine giallo e verde, con le divise tutte nuove di zecca che sapevano da naftalina. La prima cosa che hanno fatto, sono andati dentro per le case a prendersi quello che il poveraccio che era scappato non aveva potuto portare via. 
Qui, nella nostra casa io ero rimasto in casa, perché noi ragazzi non avevamo paura, mentre la mia famiglia era andata a Breda da un certo Scarabel, appena avevano sparato le prime cannonate. 
Io che ero un ragazzo sono rimasto qui. Mio padre aveva la casa qui vicino, a fianco di questa qui fuori: aveva una casa in piazza dove abitava, e un'altra qui vicino dove mi trovo ora, dove teneva la cantina, il fieno e altre cose. 
Mi trovavo qui in casa; è arrivato questo reggimento, è entrato nella casa in cui mi trovavo. Hanno tirato tutti i cassetti, aperto tutti gli armadi, chi si prendeva il calzino, chi si prendeva l'asciugamano, un altro è andato dove c'ero lo specchio sul comò e vi si trovava una specie di anellino che non valeva neanche un soldo. Hanno fatto quella cosa là, arrivando ... che non è tanto bella.
Erano italiani che erano arrivati qui per prendere posizione nella prima linea, sull'argine. Nuovi e freschi. Evidentemente erano stati fermati e rivestiti, dopo la ritirata. Loro avevano il fucile in mano, io ho brontolato, poi è venuto un ufficiale che ha fatto mettere giù [a uno?] quello che aveva in mano.
Questi soldati si sono schierati qui sull'argine, saranno trenta metri da dove ci troviamo ora. 
Io ero rimasto per governare la stalla dove c'era ancora un vitello, c'erano i polli; avevo ancora delle cose da portare via. Facevo la spola al mattino e portavo a mia madre a Breda del latte, un pollo. A Breda la mia famiglia era rifugiata nel granaio di casa Scarabel, assieme ai Ramello, un'altra famiglia di Saletto.  
Ormai avevo fatto confidenza con questo sergente che ordinava il tiro della batteria. Facevo compagnia a questo sergente e gli indicavo la casa di Marcandola, di Lorenzon, di questo o dell'altro; poi c'era una cartiera. Noi all'epoca conoscevamo tutti, sul Piave. [La cartiera si trovava dalla parte di Negrisia, oltre il Piave].
Una mattina al mulino di via Molinetto c'era un reparto del Genio Zappatori; il mulino apparteneva ad Alessandro Perinotto.
*
"Via del Passo". Ricordo la barca che collegava Saletto a Negrisia (che facevano quasi un paese assieme) tanto che i morti di Saletto andavano a Negrisia. Ai tempi di mio nonno i morti non li seppellivano qui attorno alla chiesa di Saletto ma a Negrisia e passavano di là del Piave per mezzo del "passo" [a barca]. Questa via del Passo è talmente sulle mappe che a tutt'oggi i militari passano per "via del Passo".
A volta se l'acqua era bassa si passava a guado, ma di solito c'era la barca, condotta da un certo Girotto, chiamato come soprannome Bicio ... ma non ricordo bene. Ricordo invece che da ragazzi noi lo prendevamo in giro, con questo soprannome, anche perché era un tipo particolare, scapolo, esile, piccolino. Allora lui si arrabbiava e ci rincorreva tirandoci dietro dei sassi. Bicio di solito rimaneva là ad attendere i viandanti sotto un alberello e li traghettava, con 5 centesimi, poi lasciava legata la barca al palo e là attendeva i passeggeri. Avrà pesato venti chili. Malgrado la cifra esigua che richiedeva ha comunque mantenuto la famiglia. Era un ometto non sposato, così insignificante che una donna non l'avrebbe sicuramente preso; viveva con suo fratello che invece aveva moglie e figli. Adesso io non so dove si trovino questi Girotto e che strada abbiano preso, so però che alcuni sono diventati degli Orlando (per via di matrimonio), altri dei Dal Sie.
*
Ritornando alla guerra... 
Al mattino a questo reparto di zappatori distribuivano il rum, e una volta si sono presentati due ufficiali vestiti da italiani, ma i nostri si sono accorti subito che non erano italiani e allora li hanno arrestati. 
Alla sera c'è stata un'ispezione per tutta la linea italiana, quattro soldati, quattro carabinieri e un ufficiale, e sono passati anche per dove mi trovavo io con questo sergente. 
La pattuglia è entrata e ha chiesto come mai io mi trovassi là in prima linea. Il sergente spiegò che io ero uno del paese e che lo aiutavo e gli davo utili informazioni. Allora avevo 17 anni e un aspetto però più maturo, con i baffetti, e potevo quasi sembrare uno che era scappato dalla guerra. Ho mostrato un certificato di scuola, ho spiegato che non ero scappato, che ero del paese (e il sergente confermava), ma niente. 
Mi hanno messo in mezzo alla pattuglia, fra i militari e i carabinieri e mi hanno portato al comando di brigata, qui alla latteria di San Bortolo[meo] di Breda. 
Là c'era un ufficiale su una branda di tela, e la pattuglia gli ha riferito che avevano trovato questo borghese in prima linea. E l'ufficiale gli ha risposto: «E cosa volete che ne faccia io del borghese...». Allora mi hanno portato al comando di divisione, in casa di Bin Olimpia, sempre a S. Bortolo.
Ormai era quasi mezzanotte, e anche qui c'era un ufficiale che ha detto: «Io non so cosa farne, portatelo al comando di tappa».
Mi hanno portato a San Biagio di Callalta a piedi, scortato sempre dai soldati, dai carabinieri e dall'ufficiale. Al comando di tappa di San Biagio mi hanno chiuso in una stanza dove avevano fatto un buchettino sulla lamiera della porta ... con un carabiniere che camminava davanti. Al mattino presto è venuto il capitano che comandava la batteria ... c'era pericolo di essere fucilati, essere dei borghesi, in prima linea e senza documenti. Mi hanno portato davanti a un tavolo dove c'erano tanti di quei medaglioni seduti, tante di quelle persone grandi e grosse che ora li detesto un po' ... già, anche se non sono anti patriota, anzi se sono ... mi considero ... mi vanto di essere italiano ... li detesto per la maniera con cui si comportavano contro i soldatini.
Comunque mi hanno creduto, alla fine, avvertendomi di non presentarmi mai più in prima linea perché avrei potuto essere fucilato all'istante. Mi hanno creduto perché garantiva per me il capitano comandante la batteria, garantiva che io ero del paese e li aiutavo con informazioni utili.
*
All'epoca c'erano due Piavi, e tutti due con molta acqua. Io non li ho mai visti asciutti, anche se in quell'occasione ce n'era - per la verità - piuttosto poca. C'era la Piave piccola e la Piave Grande. La piccola verso l'argine destro, nasceva dalle fontane sorgenti di Candelù e di Maserada; mentre la Grande era quella che scendeva dalle montagne.
Ai tempi della mia infanzia scendevano anche le zattere, che andavano fino a Jesolo. A volte quando andavano in secca nelle ghiaie qua di fronte, gli zatterieri smontavano la zattera e allora dal paese tutti quelli che potevano, soprattutto i ragazzi, andavano ad aiutarli a trasportare più avanti, fuori della secca, il legname. Gli zatterieri provvedevano a ricomporre una nuova zattera, dove c'era l'acqua, per poi ripartire, e a noi ragazzi ci regalavano una bella tavola di legno ciascuno, e per quei tempi era un bel compenso. 
La zattera era formata da tronchi grossi messi sotto, traforati sulla testa per far passare le corde per legarli, poi c'era uno strato di traversi, e poi sopra caricavano le tavole e loro facevano anche una specie di baracchina, come una garrita in cui ripararsi dalle intemperie. 
Con una specie di remo dirigevano la zattera, sopra la quale avevano anche la bicicletta e delle corde in modo che quando avevano trasportato il legname giù a Jesolo e Venezia, tornavano su in bicicletta con le loro corde e con la loro ascia e trivella.
Non ricordo che a Ponte di Piave ci fosse una fermata delle zattere. Secondo me le zattere passavano e andavano dirette a Jesolo, dove sì venivano caricate sui barconi...
*
Dopo l'episodio della notte in cella, sono andato dalla mia famiglia che era profuga, lasciando gli animali che erano in casa ai soldati, che giunti nelle prime linee si sono fatti fuori il maiale, il vitello, il vino, soprattutto il vino, perché quella era un'annata di tanto vino clinto, che i carabinieri a un certo punto hanno forato tutte le botti perché andasse fuori il vino. Sono passati in tutte le case, anche in quella di mio padre e in quella dei vicini che ne avevano molto.
Era successo che avevano trovato qui al Ponte di Filo all'osteria di Tressa Napoetan austriaci e italiani ubriachi dentro la stessa cantina. Così da quel giorno hanno bucato tutte le botti.
Sono andato profugo con la mia famiglia, dapprima a Preganziol ... a Sambughè, vicino alla chiesa e là mio padre si è fatto dare dei buoni come sussidio. Poi, visto che c'era bisogno di alloggi per i soldati, la mia famiglia fu mandata in Sicilia, a Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, dove mia madre è morta di spagnola.
Io invece sono partito militare come bersagliere, ma non ho fatto in tempo di andare in guerra, ma di fare il militare sì. 
Era il gennaio 1918 e sono stato chiamato alle armi, arruolato nel 6° Bersaglieri. Sono rimasto a Bologna per dieci mesi, fino alla fine della guerra. Ero in un reparto speciale, come moto-mitragliere. Mi hanno voluto tutti bene, non posso lamentarmi, e volevano che rimanessi sotto le armi. 
Subito dopo il quattro novembre sono stato congedato "provvisoriamente", in modo di poter ritornare a casa e mettere apposto la casa e il terreno.
Qui ho trovato morti e reticolati e armi per terra. 
I morti erano ancora sul terreno, da seppellire, e quando sono arrivato io li caricavano sul carretto trainato da un cavallo e li portavano su un cimitero provvisorio a S. Bortolo in località Le Crociere, dove era stato approntato un grande cimitero, da dove sono poi stati trasferiti più tardi all'ossario di Fagarè. E il granoturco per un po' è cresciuto molto più rigoglioso che tutt'attorno.
Quando sono arrivato io, ho visto i morti attaccati ancora sui reticolati, morti da qualche giorno. A prima vista non si capiva bene di che nazionalità fossero, perché c'erano anche dei "tedeschi" dalla nostra parte.
C'erano morti dappertutto, negli orti, negli angoli, nei buchi. Italiani e tedeschi, morti, ancora con il corpo intero, con le divise addosso, non seppelliti.
La croce rossa e altri soldati passavano con un telo di tenda dentro il quale veniva posto il cadavere che poi veniva caricato sul carretto e poi a volte capitava che lungo la strada cadesse un rigagnolo di 'sugo', dal carretto. 
In poco tempo, comunque, è stato pulito tutto.
Qui negli ultimi giorni di guerra, a partire da Fagarè e fino a Maserada, c'era stata una battaglia incredibile.
Quando sono tornato ho visto un disastro, pur essendo passato qualche giorno da che le linee erano state superate. Il fatto è che l'esercito italiano doveva andare avanti, inseguire il nemico che si ritirava, e non aveva quindi tempo di fermarsi a sistemare quello che rimaneva dietro.
Comunque a me i morti non danno fastidio, vi sono abituato. Non ho timore, neppure dei feriti. Se lei è ferito e tutti scappano, io mi fermo e l'aiuto e lo curo, anche se tirano granate. Infatti ho salvato una persona, nel '43, che sarebbe morta centomila volte, avrà avuto due tonnellate di travetti sopra di essa, [durante il bombardamento di] Marghera...
Qua a Saletto qualche casa aveva ancora dei muri in piedi, ma la gran parte erano a terra. Le nostre case ad esempio erano completamente demolite e i soldati avevano recuperato le pietre per metterle sulle trincee. C'erano solo rottami. In piazza c'era alcune casa, ma poche, che erano quasi sane. 
Ma la chiesa era demolita.  
Enorme era la massa di reticolati in tutta la zona. Hanno lavorato per mesi prima di liberare completamente la terra, perché c'erano campi interi di reticolati.
Per quanto riguarda i miei pochi campi di terra ho fatto ricorso ad un comando militare che era qua a Saletto, per chiedere che mi aiutassero. In particolare ho avuto l'aiuto di 7-8 militari austriaci prigionieri che mi hanno aiutato a ripulire il mio terreno.
Nel frattempo la mia famiglia era ancora in Sicilia, mentre io subito dopo l'armistizio sono stato immediatamente mandato a casa in quanto mi trovavo in zona operazioni, e quindi c'era bisogno di andar a mettere a posto, pulire.
*
A Saletto c'erano molti prigionieri austriaci. A migliaia erano nella zona, sistemati dietro a dove ora c'è il grande bar della piazza. C'erano dieci-dodici baracche tutte in fila e tutte con prigionieri tedeschi. Sono rimasti qua per molti mesi, 7-8 mesi. Io li consideravo esseri umani, lavoravano, riparavano case, molti parlavano anche italiano, erano altoatesini. C'erano molti austriaci. 
Io considero il popolo austriaco un popolo nobile, e neppure guerriero. Erano bravi ragazzi. Erano prigionieri. Erano coscienti di essere prigionieri, però non avevano quel ghigno, quell'atteggiamento da nemici. 
In piazza avevano costruito una specie di falegnameria con tutti i pezzi di legno. Facevano la credenzetta per quello che era rientrato qui, magari per un qualcosa in più da mangiare. Chi faceva il muratore, chi il falegname.
La falegnameria era dietro al palazzo che c'è dietro al forno. Era con un banco provvisorio, con materiale di recupero, senza morsa. Malgrado questo i prigionieri riuscivano ad ottenere dei begli oggetti. Si davano da fare. 
Io ero militare e venivo poche volte al paese, ma questo era quello che vedevo. I feriti venivano portati via con un camioncino 15 ter. Certo erano prigionieri, in una baracca, senza tanti conforti, con una pompa che c'era fuori dalla baracca per l'acqua.
Anche i prigionieri italiani quando sono rientrati dalla prigionia io li ho visti ... perché ero ancora militare a Bologna... ed erano proprio mal messi, tutti straccioni che sembravano non degli zingari, ma gente che vien fuori da una caverna dove per anni non avevano mai visto la luce. Li ho visti messi molto peggio che non gli austriaci prigionieri in Italia.
*
Mio padre aveva due campi e mezzo di terra, mezzo campo in cui c'era la casa dove all'epoca abitava mia zia mentre gli altri due campi erano là vicino. Malgrado questa esigua quantità di terreno la mia famiglia prima della guerra in qualche maniera riusciva a vivere perché mio padre era un gran lavoratore, uno che col terreno riusciva a far miracoli. Inoltre era capace di fare tutti i lavoretti: una sedia, uno zoccolo e alla domenica faceva il barbiere assieme al nonno. Erano i barbieri del paese.
Mio padre non ha mai patito la fame. A casa mia abbiamo sempre mangiato ... non da signori, ma c'era sempre un pollo alla settimana. Ogni domenica mattina andava a prendersi un chilo di carne e faceva brodo. C'era sempre formaggio e c'era sempre latte perché avevamo sempre due mucche in stalla. Poi oltre ai due campi e mezzo suoi, mio padre lavorava altri due campi di Gava Francesco. E c'era spesso anche il pane, il "pan moro" fatto in casa; inoltre c'era salame e formaggio.
È inutile che mio fratello che abita in Francia dica che si pativa la fame. No, da noi - almeno finché i figli erano piccoli - non si pativa la fame. Dopo, con 11 figli grandi e tutti senza lavoro, allora sì che c'erano problemi. C'erano problemi quando sono diventati più grandi perché non c'era lavoro. Sono andati in Francia come emigranti, e là hanno anche progredito chi commercio di cavalli, chi la charcuterie. Ora i loro figli stanno bene.
*
Io, una volta pulita la campagna, non mi sono più occupato della terra. Io ero falegname... 
Nel frattempo comunque arrivarono anche mio padre e la famiglia [che erano stati profughi in Sicilia].
Anche gli altri paesani si sono fatti aiutare dai prigionieri austriaci.
Io sono stato uno dei primi a fare richiesta di una baracca, e poi mio padre ha fatto costruire la casa, più tardi, nel '21.


Nastro 1993/4 - Lato B

Le case le hanno costruite quasi tutte le cooperative, bianche e rosse, che utilizzavano la garanzia fornita dallo stato.
Queste cooperative hanno tutte imbrogliato i proprietari, non hanno mai fatto case per le quali. Hanno fatto che poi il Genio comunque le collaudava... 
C'era la tangente anche quella volta? Non lo so. Sta di fatto che collaudavano queste case costruite il più possibile in economia. La nostra casa in particolare fu costruita da una cooperativa rossa (mi sembra). Fatte tutte in economia: poca calce molta sabbia, molti sassi poche pietre.
La sistemazione dei campi fu effettuata in tempi abbastanza ristretti, anche perché nella zona le aziende sono tutte piccole. Solo le case ci hanno messo tanto ad essere ricostruite perché ci voleva una gran burocrazia. Perché, di fatto, il proprietario delle case non tirava fuori lui i soldi: lo faceva il Genio Civile o quello Militare. Era lo Stato che garantiva il rimborso a queste cooperative. 
Il proprietario non sborsava una lira. Faceva la domanda. Venivano fuori a fare la costatazione del danno, e gli veniva data una dichiarazione che permetteva un tot di spesa per la ricostruzione. E la cooperativa costruiva.
*
Dopo il congedo provvisorio ho fatto altri 24 mesi di militare al compimento dei vent'anni. In tutto sono stato militare per 35 mesi.
Anche gli altri 24 mesi li ho fatti a Bologna. E là da militare il tenente Giovannetti e un altro tenente, visto che avevo passione, mi avevano comperato dei cataloghi [...]. Ho lavorato nella sala convegni degli ufficiali e volevano che rimanessi militare. Ma a me non piaceva mettermi sull'attenti, e anche se avevo il grado di caporalmaggiore [...] mi sono congedato e mi son messo a fare il falegname a Saletto. Ma nessuno mi pagava [...] allora mi sono stufato, ho preso su e sono andato in Francia [...] assieme ad altri due paesani: Davanzo, il figlio di Andrea, chiamato el moro, perché era tutto moretto. Lui aveva già pratica della mina e mi ha convinto che in Francia era facile trovare lavoro. L'altro paesano era anche lui un Davanzo, ma non mi ricordo il suo nome.
Dopo tre anni che ero emigrato mi sono sposato con una ragazza italiana conosciuta in Francia. Era una Moretto che abitava a Valdrigo (Cavrìe) ma era originaria di Fossalta di Piave. Ho avuto quattro figli: due maschi e due femmine. Un maschio e una femmina abitano a Saletto; degli altri due, uno in Francia e uno a Torino. 
Mia moglie è morta quando aveva 70 anni per una paralisi al cervello.
In Francia sono rimasto 15 anni (dal 1923 al 1938) poi sono tornato in Italia e sono andato a lavorare dapprima in Campo Sant'Angelo a Venezia e poi a Marghera con un mio laboratorio di falegnameria che fu distrutto dai bombardamenti del 1944. Dopo la Seconda guerra sono ritornato nella casa di mio padre a Saletto e ho ripreso la mia attività di artigiano mobiliere. Sono arrivato ad avere anche 18 dipendenti sotto di me e ho smesso a 61 anni perché i figli non volevano fare questo mestiere.
Dai 61 ai 66 anni ho fatto il modellista per Andrea Trevisin, nei pressi di porta Carlo Alberto a Treviso. Facevo il modello in legno e poi il soggetto da costruire veniva fuso in ghisa in una fonderia a Carbonera. Prendevo all'epoca 120 mila lire al mese. Quando avevo 66 anni mia moglie si è ammalata e ho smesso.
Ho fatto anche il consigliere comunale a Saletto, con la sinistra, con il partito comunista, all'epoca del sindaco Foresto. 
Il 5 dicembre 1972 ho avuto un incidente agli occhi. Sono scivolato su un muretto mentre osservavo un pescatore in riva al Piave e ho fatto un volo di tre metri, battendo la testa. Ho perso un occhio del tutto, e dell'altro mi sono rimasti tre decimi. Malgrado questo faccio ancora dei mobili e leggo dalla mattina alla sera. Leggo sempre, non appena ho un po' di tempo. Inoltre vado sempre a giocare a carte, tutte le sere, e ci tengo anche a giocare bene, a prendere nota di tutto.
È difficile essere di sinistra in un paesetto come Saletto.
Io non credo nell'aldilà. Non l'ho mai visto scritto nei tanti libri che ho letto che esiste l'aldilà. Neppure nell'ultimo libro - di Piero Angela e suo figlio - che ho appena finito di leggere.
Quando si muore si marcisce e si resituisce alla terra quello che hai avuto.
Io quando vivo sfrutto la terra, è la terra che mi dà la vita, ma poi quando muoio mi mettono in un cassone di cemento, dove la terra non ne può usufruire, mentre sarebbe giusto che io restituissi alla terra [quello che lei mi ha dato] e che altri poi raccolgano il frutto di quello che il mio marciume produce.
Non frequento la chiesa, non credo in Dio [...] i miei parenti lo sanno. Quando crepo voglio restituire al terreno ciò di cui ho usufruito. Mi prendono da dove ho esalato l'ultimo respiro, mi mettono in una cassa non con lo zinco e mi mettono sotto terra: in dieci anni la terra ne usufruisce.
Però qui a Saletto sono una banda di bigotti, sono tutti falsi, non possono essere sinceri altrimenti dovrebbero comportarsi di conseguenza ... ma d'altra parte mi fanno anche molta compassione: il prete li soggioga tutti. Cosa può insegnare il prete, le suore...
Da 22 anni che non c'è più mia moglie, qui faccio tutto io, anche nei 1500 metri del vigneto, orto e cortile [...]. Attualmente sto preparando il telaio in abete per una persona di Bergamo che vuole poi farne un tavolino con ripiano in marmo. Tutto il mobile verrà poi dipinto senza vernice, con sola gommalacca, alcool ... e poi gomito, come sessanta anni fa. La vernice che do io a mano viene assorbita dal legno, mentre quelle moderne, che comunque non uso, si posano sopra...

Nastro 1993/3 - lato B

Aggiunte e precisazioni, 3 settembre 1993

I tedeschi, dopo Caporetto, si sono fermati fra le due Piavi, dove all'epoca c'era un bosco, fra Piave Grande e Piave Piccola.
Noi tre amici vedevamo i tedeschi da sopra l'argine di protezione di Saletto (quello piccolo). Eravamo là sopra all'argine per curiosità, per vedere cosa facevano i tedeschi. Il resto del paese era tutto scappato, borghesi non ce n'erano più.
Finché una sera, all'imbrunire, sono arrivati i soldati italiani che hanno piazzato una fotocellula proprio sopra l'argine dove ci mettevamo noi a guardare i tedeschi. Era la prima volta che vedevo questo cilindro che mandava questo raggio di luce. L'argine piccolo del Piave in cui venne messa la fotoelettrica era stato sistemato una prima volta nel 1911; sarà di nuovo rinforzato mezzo secolo più tardi, dopo l'alluvione del 1966.
L'argine piccolo è stato poi rinforzato per difesa militare, ma trincee e soprattutto reticolati ce n'erano già a partire dal corso dell'acqua: in tutto lo spazio fra l'argine e l'acqua c'erano dei reticolati.
All'altezza del "ponte di Tre Bocche", sull'argine grande da San Bortolo a Fagarè, i tedeschi erano venuti di qua dell'argine e si sono mangiati mezzo maiale a casa dei Biasini, fittavoli di Marinello, poi è arrivato il 18° bersaglieri italiano, ha cacciato i tedeschi e si mangiato il resto del maiale.
L'argine in cui era posta la cellula fotoelettrica è l'attuale via Casoni, perché a quei tempi c'erano parecchi casoni [con il tetto in paglia]. Vi abitavano le famiglie di Bottasso, Boscariol, Pio Loco, Pavan che era un ex brigadiere dei carabinieri.
*
Mio padre era del 1872 ed era stato preso all'ospizio di Treviso, e altro non so con precisione.
Io sono nato il 14 giugno 1900 alle sei e un quarto del mattino mentre mia sorella Regina è nata alle sei. Sono primogenito, secondo nato.
*
Soldati ne ho trovati ancora di attaccati ai reticolati. Sono sicuro che si trattava di soldati morti nell'ultima battaglia. [...] Ricordo che c'erano molti cadaveri, dappertutto, anche per i campi, anche di soldati "tedeschi" che erano giunti fino a Crocere. [...]
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Nel 1992 sono stato intervistato un paio di volte da una certa signorina Antonella di Treviso, che mi ha anche fotografato mentre stavo costruendo il primo dei trumeau che ho in casa. 
Era una mora, bella mora, grande, e ha registrato l'intervista. Poi mi ha detto che sarebbe venuta ancora ma non l'ho più vista [...] comunque sono venuto a sapere dall'assistente sociale di Breda che nel frattempo si è sposata. 
Quando gioco a carte in osteria a volte prendo una cioccolata, a volte prendo una spuma o qualche altra bibita, mai vino. Vino bevo solo del mio, un misto di quattro-cinque tipi di uva: verduzzo, moscato, cabernet...
*
Il segreto della sua longevità. 
Non fare mai del male a nessuno, guadagnarsi il pane con il sudore, se trovi qualcuno da aiutare lo aiuti, non lasciarti sfruttare, dire sempre quello che pensi, sempre a chiunque sia, sia un padreterno e sia un "n'importa chi" si risponde sempre, correttamente ma si risponde sempre.
Dieta? 
Nessuna in particolare: certo non fumo, non sono un bevitore tranne qualche bicchiere di vino con l'acqua, mangiando. Pur non essendo astemio, mi limito a quel po' di vino mangiando, ma niente liquori, grappa, ecc.
Ho fumato una scatola di sigarette solamente una volta quando avevo dodici anni e mi avevano regalato trenta centesimi. Con una parte mi sono comprato una scatola di Macedonia che costava 12 centesimi e per fare il bravo me la sono fumata tutta in una giornata. Mi sono bruciato la bocca e da quella volta non ho fumato mai più e anche quando da militare mi davano sigarette le portavo a casa e ne davo a mio padre che era un gran fumatore, oppure ne regalavo. 
Mio padre ha vissuto 69 anni ed è morto d'infarto. 
Dei miei fratelli, uno è morto qualche anno fa a 71 anni e gli altri invece sono ancora vivi e mi seguono in età.
Mia sorella gemella invece è morta nel 1955: era molto fragile di carattere, a differenza di me, che non ha paura di niente e non piango mai.
Il mio medico è il dottor Paolo Giani, tutto dolce e tutto bravo. Per lui ho anche fatto qualche lavoretto. 
Comunque io, anche se ho qualche dolore, non corro subito dal medico: dapprima esamino me stesso e guardo cosa mi sta succedendo, solo se non riesco a venirne a capo vado dal medico e lo "consulto".
Una volta mi ero tagliato un dito e sono andato in ambulatorio a Breda con la mia bicicletta. Sanguinavo e c'era tanta gente che non ha capito di lasciarmi passare. Allora ho preso la mia bicicletta e me ne sono tornato a casa; dopo dieci minuti mi è arrivato in casa il dottor Giani.
Mi curo alla mia maniera. Sto attento a me stesso, faccio il medico di me stesso e mi trovo male quando arrivano i miei parenti in casa e mi fanno da mangiare come se avesse quarant'anni. Perché non ho quarant'anni, ne ho 93 e devo mangiare a modo mio. Una volta invece non avevo questi problemi, mangiavo a volontà ... in una sera io e i miei fratelli ci siamo mangiati una testa di maiale. La nostra famiglia infatti era di grandi mangiatori.
Oggi a mezzogiorno ad esempio mi sono mangiato della catalogna lessata e soffritta con della cipolla, un pezzo di carne tenera, un pezzo di formaggio senza pane, due bicchieri di acqua e vino e della frutta, e sono a posto così.
Questa sera mi mangerò una bella terrinetta di pasta e fagioli ... mentre in due mesi che sono rimasti qua i miei parenti non l'hanno mai fatta e ho dovuto approfittare di farmela quando loro sono andati a Venezia. Ho il mio ritmo, so regolarmi.
*
Ritorna a parlare della ritirata di Caporetto, dello scenario complessivo e della sua esperienza
Mi trovavo a San Giorgio di Nogaro, vicino al cimitero di San Giorgio. Davanti al cimitero c'erano tutte le baracche dei feriti, che erano anche state bombardate qualche giorno prima.
Ho visto un finimondo, tutto fuoco, un mondo di fuoco in lontananza, molto largo, incredibile. Esplosioni ... esplosivi che saltavano in aria e facevano queste grandi immense fiammate e si vedeva dapprima questo scoppio rosso e poi finiva con del fumo, delle nuvole...
Il sergente maggiore che era con me disse "dai, dai". Ci siamo riempiti il tascapane con qualcosa da mangiare, mi son preso la bicicletta "da semicorsa", con il manubrio basso che mi ero comperato con i soldi guadagnati da militarizzato ... era una bicicletta di buona marca ...
Ci siamo incamminati; le strade erano piene di carreggi, di gente che scappava, donne e uomini. Donne con i bambini in braccio, con fagotti, con la mucca, con il cavallo, con l'asino. Tutto pieno dappertutto, anche i campi, di gente che scappava.
D. Perché il sergente maggiore non ha aspettato un ordine, prima di scappare? 
R. In quel momento non c'erano ordini. Quando noi ci siamo decisi a scappare, l'esercito già stava scappando. [...]
D. C'erano carabinieri che vi fermavano?
R. Tutta l'Italia scappava. Scappavano i feriti, gli ammalati, con carreggi e senza carreggi. Non c'era ordine, era un disordine enorme, come delle mosche che si gettano fuori, così. Era un finimondo. Non si può parlare di ordine, di carabinieri, di polizia. I carabinieri scappavano anche loro o erano scappati prima. Lei non può neanche immaginare cosa c'era.
Arrivati verso la località dove i cavalleggeri hanno fatto l'ultima battaglia, i treni erano fermi, le forme di formaggio venivano buttate a terra e spaccate e anch'io mi sono preso un pezzo di formaggio. Ognuno si prendeva quello che c'era e riusciva a prendersi.
Non c'era alcun ordine. L'esercito italiano non esisteva più. Tutti sbandati, con un esercito che ci correva dietro.
Anche i campi erano pieni di gente che scappava, inoltre c'era acqua perché era cattivo tempo. Anche noi siamo andati sotto un grande gelso perché c'era un aeroplano che voleva colpirci.
Il primo giorno siamo arrivati a Palazzolo dello Stella, dove io e il sergente abbiamo dormito qualche ora in un fienile. 
Questo sergente mi considerava un po' suo figlio; avrà avuto 30-35 anni ed era tanto tempo che lavoravamo assieme.
Il secondo giorno, verso mezzogiorno siamo arrivati a Portogruaro. 
Sempre assieme al sergente siamo partiti poco dopo per San Donà, da dove siamo saliti su un vagone bestiame e siamo giunti fino a Mestre. 
A Mestre ci siamo separati: il sergente maggiore (che era un romagnolo) è andato a consegnarsi alle autorità militari. Io invece ho trovato dei carrettieri che erano del mio paese e lavoravano per i militari portando ghiaia al fronte. Sono rimasto con loro per un po' di tempo finché mio padre, che era stato avvertito proprio dai carrettieri, è venuto a prendermi a Mestre.
A Saletto, prima che arrivassero i tedeschi, non c'era più nessuno. Dopo un po' è arrivata la fotoelettrica e più tardi, quando hanno piazzato la batteria vicino all'attuale edificio delle poste, sul terreno ora di Zampieri, un sergente ha messo in opera una linea telefonica che arrivava fino in prima linea.
*
Quando sono ritornato a casa dopo il 4 novembre l'aria era ammorbata da quell'odoraccio che lasciano i cadaveri. C'erano i soldati della sanità che disinfettavano con il cloro, si sentiva l'odore del cloro. [...]

Alluvione del 1966, a Saletto di Breda di Piave
Mi sono fermato qui vicino all'argine e in un attimo l'acqua ha riempito tutto; non sono scappato se non quando l'acqua ormai stava entrando in casa. Ho preso la macchina e ho fatto in tempo ad arrivare sopra l'argine con la moglie: sono stato l'ultimo a scappare.
L'acqua ha fatto in fretta a entrare perché ha rotto proprio qui sopra l'argine di via Casoni. In casa ha superato l'altezza delle finestre (ca. m 1,40).
Sul cortile avevo una tavola su due cavalletti con un secchio sopra. Quando è andata giù l'acqua è rimasta la tavola con il secchio sopra, senza cavalletti. 
L'acqua ha portato fuori tutto dalle case: le botti, le damigiane, le sedie. 
Nelle siepi questi oggetti poi si fermavano e i vicini di casa hanno riempito un carro dicendo che tutta la roba che c'era là attorno era loro. Si sono riempiti tutta la casa con roba degli altri, compreso delle damigiane che invece erano mie.
Quando si tratta [del possesso] anche di molto poco perdono la testa ... io li devo sempre tenere alla larga.


* * *

SCAMBIO DI EMAIL CON UNA PRONIPOTE DI LUIGI DISASTRI 


E... Favretto, 26 mar 2020

Gentile Signore Camillo Pavan, 
Salve, mi chiamo E... Favretto. 
Sono bisnipote del signore Luigi Disastri, con cui ha fatto un intervista e pubblicato un video 4 anni fa (titolato Ritirata di Caporetto: “un mondo che si rovescia”. Testimonianza). 
È stato meraviglioso sentire la voce di bisnonno Luigi di nuovo, dopo che è mancato nel 2005. 
Visto che il video che ha caricato dura soltanto 2 minuti, mi chiedevo se per caso lei ha ancora degli audio o foto/ video/ informazioni/ interviste con Disastri, e se per caso me li potrebbe mandare. 
Sarebbe un regalo fantastico ascoltare una intera intervista fatta con il mio bisnonno, grazie. 
A parte a quello, volevo dire che stavo facendo delle ricerche sul internet ed ho trovato il suo canale Youtube con interviste affascinanti. 
Complimenti veramente per il buon lavoro. 
Cordiali saluti, E... Favretto


Camillo Pavan, 26 mar 2020, 22:01 

Gentile E..., 
stamattina ho visto la bellissima intervista che lei ha fatto a sua mamma. 
Le invio ora con Wetransfer quanto ho trovato sul bisnonno, persona eccezionale. 
Come può vedere dalle foto, a 93 anni era in piena forma, lavorava l'orto e si faceva il vino, lavorava da falegname e ogni sera si faceva un giro al bar della piazza per la partita a carte, "e per vincere!", mi diceva. 
Un maestro di vita che ricordo sempre con grande affetto. 
Cari saluti Camillo Pavan 

E... Favretto, 26 mar 2020, 22:31 

Gentile Signore Pavan, 
Grazie di cuore per le foto e le interviste che mi ha mandato, tantissimi ricordi belli. 
Cari saluti e buona sera, 
E... Favretto 

giovedì 20 maggio 2010

Ermenegilda Cesco, Bigolino (TV)

Nata nel 1899

Nastro 1994/32 - Lato B                    24 agosto 1994

È successo che siamo scappati su per Saccol in mezzo alle rive e si dormiva sui fienili, ma le granate ormai cominciavano ad arrivare anche là e allora da là ci hanno mandato via, ci hanno mandato a Cison.
Sono stati i tedeschi a farci andar via, ormai le granate arrivavano di qua [del Piave]. Noi non si andava via prima perché avevamo sempre il pensiero che passassero il Piave, che non si fermassero là [...] perché quella volta erano preparati sul Po a fermarli, ma non sul Piave. [...]
Mi ricordo che i tedeschi a Saccol ci dicevano morgen alles kaputt, moriamo tutti, infatti non sono più tornati indietro. Dopo un mese che si era a Saccol ormai le granate arrivavano continuamente ed eravamo preparati a partire. 
Intanto è arrivata una granata proprio sulla porta in cui abitavamo. Si era in trenta in una cantina nascosti, e mi ricordo che un tedesco è morto e mio nonno (si chiamava Francesco Vettorello) poveretto, che aveva ottant'anni, aveva preso una scheggia sulla pancia.
C'era là anche un mio fratello che aveva una gamba scavezzata, se l'era rotta andando giù per le rive con il mussét [slitta] di legno, e lui l'avevano messo sopra una botte sdraiato e una donna che era una che si ingegnava, con stecche e fasce di militari gli aveva steccato la gamba. Poi lo abbiamo portato con noi a Cison, dove siamo stati un mese.
Sono la più vecchia del paese, sono del 1899, sono la sola di tutta la mia classe, sia di uomini che di donne. Sono sposata con Pietro Prosdocimo, 4 figli di cui una bambina morta a tre mesi.
Il parroco di Bigolino dell'epoca era scappato nella "piccola casa" di Torino e poi è tornato. Il monsignore è andato là con un poche di suore, e prima di partire ci ha chiesto chi voleva andare con lui. Dopo, al ritorno se la sono presa col monsignor ... ma che lui ci aveva avvisati e noi non eravamo contenti di partire!  Si chiamava mons. Guadagnini e la piazza è intitolata a lui.
I tedeschi ci hanno mandati via loro. Sono stati galantuomini, altrimenti ci saremmo fatti ammazzare tutti quanti qua in paese; eravamo rimasti tutti quanti qua.
Mi ricordo che mia nonna aveva ... insomma non ha voluto venir via con noi a Saccol. È rimasta qua e poi se l'è portata via una donna che aveva il marito in guerra e aveva sette figli. Mio papà, da Cison, è andato in cerca fin che è riuscito a trovarla; l'abbiamo presa e ce la siamo portata con noi a Spilimbergo.
Non mi stia parlare del mangiare, da profuga: tutte le porcherie... Eravamo vicini a un macello, e là ci davano fuori le tèche [i rimasugli]. Ma una ragazza di 18 anni ... [mangiava di tutto].
Si andava "a vincere" si diceva, perché chi aveva soldi italiani trovava qualcosa di grano [da comprare], e quando si macinava il granoturco si lasciava la semola [crusca] dentro e si faceva la polenta così. Andare "a vincere" voleva dire andare a carità, elemosinare. Tutta la famiglia andava a carità, eravamo in sette, quattro fratelli, genitori e nonna. Non c'era altro modo di sopravvivere.
Dei furlani, i signori erano tutti scappati e allora si andava tutti a requisire per questi palazzi.
Mi ricordo che l'anno che sono rimasta là a Spilimbergo sono sempre stata vestita con quello che avevo addosso, non ho mai avuto né lenzuola né coperte. Sdraiata su una branca di paglia, piena di pidocchi e dopo mi son presa anche la rogna.
Di queste cose che mi sono rimaste impresse da giovane, mi ricordo ... e addesso non mi ricordo più da qua a là.
Mi ricordo ancora della guerra del 1911, di Tripoli. Allora ero giovane e qua a Bigolino c'era l'accampamento dei soldati. Si faceva la musica ogni sera qua in piazza ed era come sagra, la guerra di Tripoli. Si pensi quanto vecchia sono!
Dapprima siamo stati a Saccol, da Saccol a Cison e poi a Spilimbergo.
Fino a Saccol siamo stati con i nostri mezzi, a piedi o con il carro e le vacche chi le aveva. A Cison ci hanno invece invece portati con un carro.
A Bigolino la nostra famiglia aveva un po' di terra, ma non si avevano le vacche; mio padre faceva lo stradino.
A Saccol abbiamo dormito su un fienile di una mia zia, Giovanna Agostinetto, dentro le rive di Cartizze. Siamo rimasti là circa venti giorni. Avevamo portato via delle galline da casa e le si metteva sotto un caretèl [una botticella] dove facevano il verderame. I tedeschi avevano i cavalli che si sono impauriti dal rumore delle galline e sono scappati ... hanno alzato il caretèl e le galline via per le rive; più trovate, dopo. Allora i tedeschi hanno iniziato ad ammazzare vacche e a noi ci davano le teste, roba così.
Io non posso dire niente, per la verità, dei tedeschi. Non ho avuto nessuna malagrazia, non ho subito tentativi di violenza, perché bisogna anche essere un po' col cervello apposto e non lasciarsi ... ha capito? A me non è successo niente e non posso dir male neppure dei todeschi.
Mio padre aveva con sé un po' di soldi italiani e si andava a biada con questi soldi. Così si trovava, altrimenti senza soldi italiani non si trovava niente.
Quando siamo tornati a casa abbiamo trovato tutto per aria. Mio papà era venuto a casa prima di noi e aveva preparato una stanza al coperto; poi siamo venuti a casa anche noi. In seguito el ministerìn [Ministero delle Terre Liberate] ci ha fatto su le case. Niente baracche. Noi siamo stati sotto il portico, a casa nostra, ma qua in piazza c'erano tutte baracche, noi no, baracche non ce n'erano per tutti ... e noi alla buona di Dio siamo sempre stati riparati, finché el ministerìn non ci ha rifatto la casa.
Non posso dir male neppure dei tedeschi, perché non ho mai avuto alcuna malagrazia, perché sono sempre stata di quelle coraggiose e forti.
A Spilimbergo c'erano i prigionieri italiani che lavoravano chi nel macello, chi nel forno. Siamo andate a servire dai tedeschi nei forni mobili, e ci davano una ciopa de pan [pagnotta]. Una volta io e mia sorella ne abbiamo rubato; si aveva fatto una tasca grande sotto le cotole [gonne]; si aveva rubato due panetti e le guardie di ronda, non ci hanno incontrato? Abbiamo preso uno spavento! Siamo riuscite a scappare dentro in casa e chiudere la porta con il catenaccio e loro avevano piantato la baionetta su per la porta. Mi ricordo quella paura là; non ci siamo più fidate no, dopo, a rubare...
Ma con la fame si fa qualunque atto. Eppure era un pane "nero, nero, nero" ... ma a noi sarebbe bastato che fosse anche di semola [crusca], di tutto. Anche di granoturco facevano il pane, e quello era acido, ma insomma ci bastava mettere dentro qualcosa.
Non ho mai visto né caffè, né zucchero, né olio, né aceto, né sale. La sal [il sale] l'abbiamo trovata in una carta [?] dove c'era il deposito delle botteghe di allora. Trippe invece ne abbiamo mangiato una pasciuta, perché eravamo vicini al macello e là ce le buttavano fuori.
E poi erbe. Il condimento era il grasso che si levava dalle trippe, lo si cucinava e dopo lo si colava in una coppetta, si facevano tutte queste coppette di séo [sego], così lo si chiamava, e con quello si condivano le erbe e i radicchi; si stava con questo catino vicino al focolare. 
In qualche maniera ce la siamo cavata.
Ma a Spilimbergo ne sono morti tanti da fame e anche da malattie. Non spagnola, tifo. Io ho avuto il fratello col tifo nero ... ma che dottore, mio padre alla notte andava a scavalcare i serragli dove c'erano le vacche per poter mungerle, per dare da bere un po' di latte a questo figlio. Una sera i tedeschi lo hanno preso, e lui si è fato capire perché era stato in Germania, quando era giovane, ... che aveva il figlio ammalato e lo hanno lasciato libero. Altrimenti non so dove lo avrebbero portato.
Questo ce l'ho ancora presente ... e adesso non mi ricordo più né dove metto né niente.
Ho avuto un marito con cui siamo andati d'accordo, ho allevato tre figli, e sono qua tutti sani.
Sono sempre stata coraggiosa e tutti hanno un buon ricordo di me.

Nastro 1994-34                    Lato B

Aggiunte e precisazioni, 16 settembre 1994

Io e mia sorella avevamo nascosto delle pagnotte fra le gonne - in una specie di sacchetto, una tasca grande in mezzo alle gambe - e i tedeschi se ne sono accorti. L'abbiamo fatta franca due tre volte, finché un'ultima volta se ne sono accorti. Non hanno fatto in tempo a prenderci perché noi siamo riuscite a raggiungere la nostra casa e a chiudere la porta con la chiave. E loro a conficcare la baionetta sulla porta. Abbiamo preso una paura ... che da quella volta non l'abbiamo più fatto.

La signora Cesco mi mostra una foto con un gruppo di profughi, che riproduco. [Verrà pubblicata a p. 22 de L'ultimo anno della grande guerra].
La foto è stata scattata davanti alla porta della loro casa a Spilimbergo. Era una foto piccolina e i topi l'avevano anche rosicchiata. L'hanno scattata "i todeschi".
I tre ragazzi sulla destra in primo piano sono dei fratelli, figli dello zio Vettorello Giovanni; si chiamano: Fiorello, Nella e Giordano (quello con il berretto in mano è Fiorello). 
La prima ragazza a sinistra è sua sorella Maria. Ermenegilda è la ragazza con lo scialle bianco sulla destra... 
La foto è stata restaurata e riprodotta da Teresa, una fotografa abitante in località Ron di Valdobbiadene.

Ricordo che avevo gli zoccoli, e un paio di scarpe a cui era stato fatto il tacco "all'americana" da un prigioniero italiano.
I prigionieri erano tutti messi meglio di noi, perché uno faceva il fornaio, un altro il macellaio ... erano tutti a lavorare, così mangiavano, avevano il loro rancio. [Una volta, mentre] passavano (avevano la caserma là vicino) è venuto fuori uno dalla riga e mi ha detto: «Signorina mi faccia un piacere, mi lavi questa giacca.» E io a rispondergli: «Non abbiamo sapone, non abbiamo niente.» «La prenda», insisteva. «Che non ho niente, con cosa posso lavare», gli ho risposto. E lui: «La prenda, le dico, la prenda». Me l'ha come rifilata, imposta. L'ho presa in mano, e ho sentito che pesava, e quando sono andata dentro casa con la giacca, [ho visto che dentro la giacca] c'era una lingua di vacca lunga così, perché lui era macellaio. Per non farsi notare, perché c'erano le sentinelle una davanti e una dietro, aveva fatto finta di darci questa roba da lavare e da aggiustare. E da quella volta sì che ci sono stata attenta, anche se non avevo sapone...
Erano tutti della Bassa Italia, i prigionieri. A volte arrivava loro anche qualche pacchetto, con del formaggio grana che aveva un piccante che facevamo fatica a mangiarlo anche noi. 
C'era uno di loro che ci diceva sempre che avrebbero avuto piacere di mangiare il pesce, ma per mangiare il pesce bisogna [...] «la pastasciutta deve ballar sul piatto come un'anguilla». Noi si rideva, perché intendeva dire che la pastasciutta deve essere ancora mezza cruda per essere buona. Noi si rideva, perché se l'avessimo avuta, la pasta l'avremmo mangiata anche cruda; comunque a me piace cotta, anche adesso.
Eravamo sempre là di piantone sulla strada, quando passavano i prigionieri, e qualche volta, non sempre, loro ci facevano avere qualcosa.
A Spilimbergo c'era una via grande, via Valbruna, e poi c'erano tutte viuzze da una parte e l'altra della strada. Tutti si stava là ad aspettare su questa strada principale i prigionieri che passavano a mezzogiorno o alla sera, che andavano a lavorare e poi ritornavano alla caserma dove dormivano e avevano i materassi.
I prigionieri italiani stavano meglio di noi profughi e anche dei soldati austriaci, che andavano sul Tagliamento a tagliare le ortiche alte così e non so cosa ne facessero delle ortiche. Poi ritornavano su con questi fasci di ortiche e si sentiva dire che facevano della stoffa, io non so...
Ma i bosgnacchi e gli austriaci pativano la fame, perché andavano dove c'erano le buche del secchiaio e venivano buttati via gli avanzi della cucina; andavano a prender su le scorze delle patate. Hanno patito anche loro, come noi.
I prigionieri italiani erano tutti occupati [avevano tutti un lavoro]. Questo prigioniero, in particolare, era da Potenza in Basilicata. Io avevo un paio di scarpe di quelle di una volta con il tacco basso e lui ha voluto farmi i tacchi "all'americana", che non sembravano neppure più le scarpe di prima; si chiamava Vincenzo Parisi e faceva il calzolaio. Quello del formaggio piccante invece era un altro. Mi ricordo di Parisi perché mi faceva la corte; quello della lingua invece si è trovato una "socia" che stava bene, che ci stava. Ha trovato una vedova, mi ricordo, e allora ci ha abbandonato noi. Noi aspettavamo lungo la strada e lei invece lo accettava dentro in casa.
A Spilimbergo si era quasi vicino al Tagliamento; eravamo più o meno come qua dove abito rispetto al Piave. Davanti a noi c'era una chiesetta.
I soldati del forno mobile. Ce n'erano di ungheresi, di austriaci, di bosgnacchi [bosniaci]; ce n'erano di tutte le nazionalità, non saprei dire. A noi ci davano una ciòpa de pan [pagnotta], come pagamento, ma pane che ti grattava a mandarlo giù, nero, nero, nero. A volte lo facevano con la farina gialla da polenta ed era come acido; era buono cotto, abbrustolito.

Al centro della foto del forno mobile [vedi sopra] si nota [...] Amelia Speronello da Bigolino. La maggior parte delle altre persone erano da Valdobbiadene. Ermenegilda Cesco conserva la foto originale, come data dai tedeschi. Aveva anche un'altra foto, piccolissima, in cui si vedeva sua madre che saliva lo scalino della porta d'ingresso, ma la foto è stata rosicchiata dai topi [in quella casa, a Spilimbergo]. [...] 
Commentando un'altra foto, ripresa a Bigolino
«Il cugino di mia madre non andava a letto se non sapeva che mio padre era arrivato a casa. Erano amici per la pelle e li chiamavano i Tre Re Magi.»
Quello in mezzo con la pipa era suo padre: Eugenio Cesco. A sx guardando la foto: Giocondo Vettorello e a dx Sebastiano Codello. Il bambino con le mani in tasca è Eugenio Buffon del 1921 [...] il carro era pieno di trifoglio e era di sera. Si trovavano davanti a questo "appalto" [rivendita tabacchi, con vino] come ogni sera, e là c'era il fotografo.

Nastro 1994/35 - Lato A

[All'inizio ... perso un terzo di nastro registrato ... sovrapposto con l'intervista a Romolo Corrà da Vas]

[Ritorno al paese] 
... Alla mattina all'alba quando ci siamo svegliate siamo state portati fino a Montebelluna e un altro soldato ci ha portato fino al ponte di barche [Covolo/Vidor].
Siamo arrivate a casa a trovare nostro padre. Era tutto contento perchè al ritorno aveva ritrovato una gavetta in cui aveva nascosto un po' di soldi e l'oro della moglie. L'aveva seppellita sotto la cucina economica; prima aveva scavata una buca e poi rimesso al suo posto la cucina.
[Arrivata a Bigolino ho dovuto aspettare mio padre] perché era andato sul Piave. Ad andar vedere il Piave gli sembrava di andar ad "allargarsi il cuore": vi era andato insieme a mio fratello Filippo, di 15 anni. Puo' immaginarsi quando ci ha visto...
Mio padre era stato profugo insieme a noi ma era venuto a casa prima.
Siamo rimaste a Bigolino una notte e alla mattina siamo andate fino a Montebelluna a piedi, ad aspettare i soldati col camion. Quando eravamo là sulla strada, quello che ci aveva portato [da Cittadella] fino a Treviso ci ha riconosciute e ci ha chiesto se volevamo salire, che sarebbe andato a Spilimbergo. Ci pare di vederlo. Siamo salite su e alla sera eravamo ritornate già a casa a Spilimbergo, dalla mamma e dagli altri fratelli. Eravamo venute "in autostop" a vedere come era la situazione, e dopo siamo tornate con la stessa maniera...
Nella cucina in cui mio papà aveva nascosto i soldi i tedeschi avevano messo i cavalli e quando siamo ritornati abbiamo trovato solo buàsse de caval e paja [sterco di cavallo e paglia]...
Si aveva anche il pozzo in cui avevamo nascosto la roba da cucina e il pentolame ... quello invece è stato colpito dalle granate ed è andato tutto per aria.

[Nel novembre 1917] mio papà, da Saccol, una mattina è venuto a Bigolino con il figlio di 11 anni per prendere farina, perché proprio nella mattina in cui erano arrivati i tedeschi era andato a macinare e scappando avevamo lasciato a casa la farina. È venuto giù per prendersi la farina ... e siccome avevamo ammazzato anche il maiale e avevamo appeso il lardo a una finestra e la finestra l'avevamo lasciata aperta appoggiata al muro ... il lardo non l'ha più trovato. 
Anche la roba da vestire era stata nascosta in una buca sotto il portico, e sopra vi avevamo messo anche la legna; ma al ritorno non c'era più. Non so chi sia stato a rubarla, ma non escludo che sia stata gente del posto ... in paese si sa...
La mattina che siamo partiti da Bigolino verso Saccol si sentivano le granate che arrivavano dal monte Grappa. Si sentiva questo urlo uuuh, e mio papà ha detto al figlio: Belin butate dó. La granata è arrivata in mezzo fra l'uno e l'altro e non è scoppiata, si è conficcata nel terreno tenero; per fortuna, altrimenti sarebbero saltati in aria. [...]
Dopo hanno cominciato ad arrivare anche a Saccol, queste granate, finchè una sera ci hanno caricati tutti quanti sul carro di mio nonno Francesco Vettorello, che aveva ancora le vacche e il carro. Si era in 14 - sette di noi e sette con mio nonno - e siamo andati a Col San Martin. Mio papà era riuscito a trovare un carrettino e ci aveva messo sopra mio fratello che aveva la gamba rotta e un bambino di due anni che ancora non camminava.
In precedenza da Bigolino a Saccol eravamo andati a piedi, senza vacche né niente perché solo il nonno aveva vacche. Noi non avevamo niente.
Mio padre si chiamava Eugenio Cesco e mia mamma Regina Vettorello: hanno avuto sette figli, ma quattro solo sono rimasti vivi, gli altri sono morti da piccoli. Ne morivano tanti di piccoli, una volta; non c'era mica riscaldamento, né niente ... un po' di bronchite, polmonite, morbillo ... una roba e l'altra ne sono morti tanti.
[...] Mia zia invece non si è portata dietro la mamma (mia nonna); l'ha lasciata là perché i tedeschi dicevano sempre che sarebbero passati oltre il Piave e quindi gli abitanti avrebbero potuto ritornare presto alle loro case, per questo la nonna è stata lasciata là ... e se l'è portata via Maria Ceccato - madre di sette figli e col marito in guerra.
Poi non sapevamo più dove la nonna fosse andata, ma a forza di chiedere siamo venuti a sapere che era dalle parti di Farrò. Allora mio padre è andato a prenderla e ce la siamo portata dietro a Spilimbergo, dove è morta a 84 anni, di paralisi. Alla mattina ero andata a carità e stava bene e alla sera al ritorno l'ho trovata morta. 
È stata brava la Ceccato a portarsela dietro. La nonna si chiamava Caterina.
Io mi sono sposata nel 1922 con Pietro Prosdocimo e ho avuto quattro figli.
Di mestiere ho lavorato in filanda e poi ho allevato la famiglia e sono rimasta in filanda finché ho preso la pensione, cioè fino al 1933, quando avevo accumulato le marchette sufficienti per avere la minima di pensione, che ho cominciato a prendere a 55 anni. Mio marito ha lavorato nel calzificio di Valdobbiadene, da Piva.
Della guerra della Libia ricordo che i soldati erano accampati dove ora ci sono solo case e lavorano il legno. In quell'epoca c'era un prato grande, di là della strada per andare a San Giovanni. Era il 55 Fanteria. Io ero giovane e alla sera era sempre festa. C'era la musica, eravamo in piazza, venivano in piazza e suonavano "Tripoli bel suol d'amore". Era bello, anche perché noi eravamo giovani e ci pareva tutto bello.
[Da profugo] un mio fratello ha preso il tifo nero e gli si è perfino pelata la lingua. È rimasto sempre là, buttato giù sulla paglia in camera; ed eravamo in dieci in quella camera. Mio papà andava a saltare il recinto dove c'erano le vacche per mungerle e prendere un po' di latte per il figlio e per poco lo volevano fucilare. Per fortuna che lui era stato in Germania e qualche parola di tedesco la sapeva, così è riuscito a far capire che aveva il ragazzo che stava male e lo hanno lasciato libero. Il ragazzo poi è guarito a brodo di fagioli e latte. Il tifo procurava febbre altissima ... mangiare niente e bere tanto. Mio fratello si è salvato, per fortuna, ma quanti che ne sono morti là a Spilimbergo, da Valdobbiadene! Anche con i funghi avvelenati ... due sorelle giovani e belle sono morte all'ospedale di Spilimbergo. Quante persone sono morte, anche tubercolose...
Prima di partire da Saccol è caduta una granata davanti alla cantina in cui erano riparate in trenta persone per aspettare che arrivasse buio per allontanarsi, per andare fuori dal tiro. Con questa granata il nonno Francesco è stato ferito da una scheggia al braccio mentre un tedesco è morto.
Da Saccol siamo andati a Col San Martino nella casa della famiglia Paccanoni, una casa di contadini, con grandi stanze. Avevano appena sgranato le pannocchie e allora noi ci hanno messo tutti a dormire in questa stanza grande con i cartocci delle pannocchie finché sono arrivati i tedeschi.
Mio papà, che era ancora giovane, aveva paura dei tedeschi e ha nascosto sotto i cartocci le figlie, e sopra vi si sono sdraiati degli altri. I tedeschi hanno portato via una ragazza di Saccol e poi non se ne è saputo più niente ... e mio papà ha preso una paura! 
Quando poi è venuto chiaro, al mattino, ci hanno raggruppato tutti al municipio e ci hanno portato a Vittorio dove ci hanno caricato sul treno, su un carro bestiame che andava avanti "a sbocconate". Un paio di km e poi si fermava. Era pieno di donne, vecchi e bambini. 
Occorreva anche andare a fare i suoi bisogni e allora si apriva un po' lo sportello e uno da dentro ci teneva con una mano e si stava in fuori ... e a mia mamma venne una specie di paralisi. Per fortuna che da Cison avevamo portato via una zucca [recipiente formato da una zucca a forma di fiasco, essiccata e svuotata] di vino moro presa dai contadini e ci siamo messi a massaggiare con forza il suo braccio con il vino moro; in quel modo il sangue è ritornato.
Abbiamo fatto un viaggio che non le dico...

Nastro 1994/35 - Lato B

Sul treno ci siamo portati un sacco di biava e più roba possibile ... il viaggio è durato fino al giorno dopo ... era tutta roba che avevamo comprato a Cison: i proprietari della casa in cui avevamo dormito a Cison avevano preparato un'infornata di pane, così avevamo questa zucca di vino e questo pane fatto in casa, per non morire di fame.
Quando siamo arrivati alla stazione di Spilimbergo c'era il sindaco, o non so quale autorità. Era lui "l'impresario" addetto a portarci, a smistarci nelle varie case. La biava appena l'hanno vista ce l'hanno portata via «tanto voi non ci fate niente alla biava, bisogna macinarla», ma la farina non l'abbiamo più vista. Era granoturco in granella, giallo. Il pane invece ce l'hanno lasciato.
Poi ci hanno accompagnato in queste due stanzette; si era in 14 persone.
La casa in cui siamo andati era vuota: a Spilimbergo erano scappati tutti, i siori e anca i poareti. Là in quella strada diritta fiancheggiata di case erano tutti profughi. Le case erano tutte malpostate: ce n'erano col pergolato di legno, con la scala per fuori...
A Col San Martino, dove ci siamo fermati una notte, mio padre ci ha nascosto noi figlie sotto i cartocci.
Nei campi andavamo a prendere radicèle [cicoria selvatica] e ravisson [colza] che sotto ha una patatina che si mangiava lessata. Poi si andava a legna sul Tagliamento, perché si aveva il fogolare, non la cucina economica... 
Mi sembra fino impossibile di aver resistito, ma quando si è giovani si resiste; se mi fosse toccata adesso una cosa simile... 
Comunque non si mangiava erba medica. Sale e aceto l'abbiamo trovato in una stanza ... mia sorella era un demonio, andava a cercare dappertutto nelle stanze di queste case chiuse, dove erano scappati. Abbiamo trovato un deposito di sale ed è stata una cuccagna. Almanco la sal! E anche l'aceto ... quello che invece non c'era, era lo zucchero e il caffè: quello non l'abbiamo mai visto. 
La lat (il latte): si andava a mungere le vacche sul Tagliamento; erano tutte libere là, quelle che requisivano i tedeschi, e c'erano le sentinelle che le sorvegliavano. Noi si andava a tirare dappertutto; una non si lasciava mungere, quell'altra neppure, ma alla fine un po' di latte si trovava sempre. Spesso succedeva che quando avevamo riempito il recipiente capitava là il tedesco che ci portava via il latte. Una volta sono riuscita a scappare con il vaso pieno e l'ho nascosto dietro un cespuglio - il Tagliamento è come il Piave qua - e ho bevuto tutto il latte. Robe da morire, da morire dalla colica. Con le budelle strette [per il poco mangiare] ...  bere un litro di latte, si pensi lei. Mi è venuto subito, quando ancora ero là sul Tagliamento ... per fortuna poi sono andata ... per davanti e per didietro nascosta dietro un cespuglio. Così è stata! Se le racconto tutte diventa troppo lunga, e non ho neppure più fiato a discorrere; deve accontentarsi.

Nastro 1994/37 - Lato A

Aggiunte e precisazioni, 17 ottobre 1994

[Al ritorno da] Spilimbergo ... abbiamo passato il ponte della Priula. [Sul camion] eravamo in tre. Oltre a me, una sposa che aveva il marito in guerra e non sapeva se fosse vivo o meno (non ne ricordo il nome, era da Valdobbiadenee e suo papà faceva il moleta, l'arrotino); c'era anche un'altra ragazza che si chiamava Giuseppina Bressan da Ron. Sul camion c'erano anche prigionieri italiani che venivano dall'Austria ... e il camion è andato anche dentro al fosso e a sbattere contro un albero. Siamo stati tirati fuori con le catene da un altro camion di passaggio. I militari ci hanno portato fino alla stazione di Treviso e là ci siamo messe ad aspettare il treno che ci avrebbe portato a Cornuda.
Invece arriva un soldato che ci guarda fisso e ci chiede:
«Siete profughe?»
«Sì.»
«Dove dovete andare?»
«Sul Piave.»
«Io devo andare a Levada... »
«Ma a Levada del Piave? gli chiedo.»
«Sì, a Levada, a Levada... »
Allora siamo salite sopra: io davanti con l'autista e le altre due dietro. Ma invece di portarci a Levada ci porta verso Cittadella. E io a dirgli: «Ma guardi che di qua non si va a Levada»; anche se non ero mai stata da quelle parti me ne rendevo conto. Insomma ci ha portati a Cittadella, e ormai era sull'imbrunire. Una disperazione! Era la sera del giorno in cui eravamo partiti da Spilimbergo.
Questo autista non ci ha per fortuna fatto delle violenze. Invece alla stazione di Treviso mentre eravamo in attesa del treno - non vi potevamo salire perché non avevamo soldi italiani - sento uno che me furighèa (mi rovistava) dietro. Era un soldato che si era aperto tutto davanti ... e noi gli abbiamo gridato e allora lui si è vergognato e se n'è andato.
Arrivati a Cittadella, l'autista ci lascia là e si mette a ridere. Una malagrazia; gli avevamo detto cinquanta volte che di là non poteva essere Levada.
Passa di là un altro soldato che ci vede disperate e ci chiede cosa avevamo. Noi gli raccontiamo cosa ci era successo e lui ci dice di aspettare là, che eravamo sulla strada dove passavano tutti i camion. Si mette a chiedere ai camion di fermarsi, alzando le mani, ma passa uno, passa un altro e tutti via di corsa. Ormai stava per diventare buio e allora questo soldato dice: «O mi prendono sotto o si fermano» e minaccia di sdraiarsi in mezzo alla strada, finché un camion si ferma e lui gli chiede dove deve andare. Il guidatore gli risponde: «A Fanzolo». «Fammi una carità, prendi su queste profughe dal Friuli» ... e quello che guidava il camion ci ha prese su. Siamo così arrivate a Fanzolo, dove ci siamo sistemate in una stalla che era piena di cavalli e il padrone ci ha dato polenta e latte.
Alla mattina abbiamo trovato un altro camion che ci ha portato fino a Covolo, e là c'era il ponte di barche [sul fiume Piave]. Siamo passate e quando siamo arrivate qua in piazza a Bigolino era tuta na masièra, tutto per terra, strade tutte ingombrate di macerie. Tutte le case per terra, qua in piazza; la chiesa e il campanile buttati giù.
Mio padre era già a casa ed era contento perché aveva ritrovato una gavetta da militare dentro cui aveva nascosto dei marenghi e dell'oro sotterrandola sotto la cucina economica. Ritrovata la gavetta era andato sul Piave, a vedere il Piave e quando è ritornato abbiamo mangiato un boccone con quello che ci ha dato una cucina che i militari avevano preparato, là in paese. 
La notte abbiamo dormito in qualche maniera e all'indomani siamo partite, a piedi, con gli zoccoli, dirette a Montebelluna. Ricordo che quando siamo arrivate al ponte di Vidor, prima di passarlo, dei militari ci hanno dato delle gallette che avevano loro. Poi abbiamo passato il ponte e siamo andate fino a Montebelluna a piedi, con gli zoccoli. A Montebelluna i soldati ci hanno chiesto se si voleva del pane. Può immaginarsi, noi pane non ne vedevamo da molto tempo ... era vicino la stazione di Montebelluna e c'era 'sta casa con tutti questi militari. Ci hanno dato un po' di pane e un po' di gallette e poi noi siamo andate fuori e la sposa l'hanno chiusa dentro in una stanza.
Noi ci siamo messe a gridare: «Vigliacchi, maiali, siete peggio dei todeschi, che i todeschi non ci hanno mai fatto una vigliaccheria così». Insomma passavano dei militari, passavano delle persone e ci chiedevano cosa ci fosse; fatto sta che alla fine l'hanno lasciata libera. Volevano farle delle malagrazie ... e siamo riuscite a far venir fuori questa sposa, disperata, senza che le avessero fatto niente.
Ci siamo messe in strada, a piedi, e intanto che eravamo sullo stradone provinciale ... non passa proprio quello che da Spilimbergo ci aveva portate fino a Treviso! Ha fermato il camion e ci ha chiesto: 
«Siete di ritorno?» 
«Sì», gli abbiamo risposto. 
«Beh, io vado a Spilimbergo, volete un passaggio?» 
«Maria Vergine, una grazia!» 
E in neppure due ore siamo ritornate alla nostra casa di Spilimbergo.
A Spilimbergo erano rimasti tutti i poveri, perché i ricchi erano tutti scappati perché pensavano che la guera si sarebbe fermata sul Tagliamento; e questi poveri andavano a requisire nelle case dei signori.
Mentre eravamo là [dopo essere state a vedere il paese, alla fine della guerra], ogni mattina davanti alla chiesa, sul piazzale, portavano fornelli, cardense, comò, tutte le robe che in precedenza erano state prese, rubate dalle case dei signori scappati ... in modo che quando i profughi fossero tornati avrebbero trovato la loro roba.
Là a Spilimbergo siamo rimaste circa un altro mese, sapendo che il papà e il fratello in qualche maniera si erano sistemati a Bigolino, finché un giorno sempre con un camion militare siamo ritornate a casa.

[Alla fine della guerra], quando i tedeschi stavano per ritirarsi, i prigionieri italiani che erano a Spilimbergo buttavano giù roba dalla finestra e noi fuori tutte là, ad aspettare ... e la sentinella tedesca che era là fuori ci correva dietro per farci metter giù la roba, ma ormai erano in ritirata e non ci ha fatto niente. I prigionieri continuavano a buttare giù cuscini, lenzuola, materassi, e noi si prendeva la roba e si scappava.
Da via Valbruna, questa via grande, iniziavano tutte queste viuzze laterali, e intanto che la sentinella guardava da una parte noi scappavamo dall'altra, per queste viuzze. Insomma siamo riusciti a portarci a casa [qualcosa].
Poi anche dagli ospedali ci siamo presi delle lenzuola, macchiate da sangue e da tutte le batarie, ma insomma ... ci siamo arrangiati meglio che abbiamo potuto e siamo venuti a casa portandoci qualcosa, con lenzuola, materasso e roba da dormire che abbiamo caricato sul camion che ci ha riportato al Piave.
Quando questo camion ci ha portato fino a casa nostra, noi lo abbiamo anche pagato un po'. Mio padre aveva trovato i soldi nascosti, soldi italiani. C'erano anche i soldi tedeschi; qualcosa valevano anche loro: erano dei pezzetti di carta, color rosa-rossi, si chiamavano corone.
Quando siamo passate, al ritorno, per Vidor si vedevano tutte queste buche di granate, tuto un afàr, mariavergine!

Insieme con noi, a Spilimbergo, c'era il nonno con tutta la famiglia di suo figlio e si era in quattordici. Avevamo una casetta con due scalini per andar su e altri due per scendere in cucina: una cucina con le finestrelle metà del normale, che sembrava di essere in una prigione. E c'era un focolare e dopo c'era la scala che portava al piano superiore in una camera e poi una scala ancora che portava a un altro piano ancora sopra, terzo piano. Due camere ed eravamo in quattordici. I ragazzi (erano quattro maschi) erano sulla prima stanza e noi su quella superiore: cinque da una parte e cinque dall'altra sulla paglia. Mio nonno che aveva le vacche si era portato via i materassi assieme a una mia zia, materassi da due persone, sui quali sono riusciti a dormirci anche da profughi ... il materasso era riuscito a caricarlo su sul treno, dopo che a Cison gli avevano portato via le vacche. [?]
Io e mia sorella ci eravamo portate via un sacchetto fatto con la federa di un cuscino (un sacchetto per ciascuna) e ci avevamo messo dentro quello che si poteva. E quello poi lo abbiamo usato sempre come cuscino.
A Spilimbergo mio papà ha provato ad andare a servire da un contadino ed è stato fortunato ... così non ha patito la fame e neppure si è preso la rogna che invece noialtri tredici abbiamo preso. Eravamo tutti impestati di rogna. L'avevamo presa perché un mio zio (me barba Nani) era andato a dissotterrare un cavallo che i tedeschi avevano seppellito, e il cavallo era pieno di rogna. I tedeschi l'avevano seppellito per non mangiarlo e lui era andato a tirarlo su per mangiarlo.
Sangue, sangue usciva a forza di grattarsi, fra i pidocchi e la rogna ... e quando siamo ritornati ancora avevo della carne viva sul braccio a forza di grattarmi.
Mio nonno che aveva 80 anni ha preso anche lui la rogna, e ormai sembrava un pesce con le scaglie. Allora un dottore tedesco gli ha insegnato a fare un "pasticcio" con lo zolfo e l'alcol e farsi dei massaggi con questa pastella. Noi invece ci limitavamo a grattarci e a lavarci.
La rogna l'avevamo presa dopo aver mangiato la carne del cavallo.
Andando in queste case abbandonate abbiamo trovato un bel catino in porcellana ricamata. L'ho portato via e l'ho proposto [ai tedeschi] per un cambio con del grano e invece ci hanno dato del sorgo. L'abbiamo macinato ma non siamo riusciti a mangiarlo.
Noi eravamo giovani e forti, e ci mettevamo fuori del recinto del macello che c'era là a Spilimbergo. Restavamo là con le braccia per aria quando da dentro lanciavano fuori questi piedi delle bestie e noi li si mangiava. E poi trippe, e trippe, e trippe ... ne abbiamo mangiate così tante che da quando sono ritornata a casa non sono più stata capace di mangiarle (e neppure adesso). Le mangiavamo lesse; prima le si puliva e poi le si mangiava.
Per lavarsi, farsi il bagno, si andava giù al Tagliamento. In casa non avevamo né catino né niente, ma il Tagliamento non era come il Piave: era più largo, ma più asciutto.
Là al fiume andavamo anche a mungere le vacche, e i tedeschi stavano attenti e quando ci vedevano col recipiente pieno ce lo sequestravano. Finché una volta mi son detta «ora non mi cuccano più» e me lo son bevuto tutto. 
Ho avuto una colica da morire!